22 Ottobre 2020
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Finanza e industria delle armi, ovvero la “grande fuffa” degli investimenti etici. 10 titoli azionari da evitare

Risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie mondiali.

Di Massimo Bonaventura

In un mercato finanziario così proteso, soprattutto a livello di marketing, verso la diffusione degli investimenti c.d. sostenibili, suona strano come quasi nessuno persegua con uguale determinazione l’obiettivo della graduale conversione dell’industria degli armamenti in produzioni pacifiche.

I sostenitori più accaniti dell’Eco-Sostenibilità, infatti, pare si fermino alle energie rinnovabili, ai cambiamenti climatici, alla fame nel mondo, e più recentemente – per i noti motivi – alla salute ed ai sistemi sanitari. Nobilissimi temi – per carità – ma di fronte a quello della produzione di armi (ed il Coronavirus potrebbe tranquillamente essere una di queste, almeno fino a quando il velo di omertà sulle sue origini non verrà a cessare), tutto tace, salvo qualche rara dichiarazione di principio sul disarmo nucleare.

Peccato che, nel mondo, si muore soltanto di armi c.d. convenzionali, avendo fortunatamente relegato le testate nucleari, dopo Hiroshima, al ruolo di deterrente strategico “onorario” nelle due guerre fredde che si combattono dal secondo Dopoguerra: USA vs URSS fino a Gorbaciov, USA (sempre loro) vs Cina al giorno d’oggi.     

Nel frattempo, mentre all’ONU si continua a perdere tempo ed a creare fulgide carriere politiche, gli Stati Uniti consolidano la loro leadership mondiale di esportatori di armi, raddoppiando la distanza con la Russia, che oggi risale al secondo posto per via delle richieste provenienti dai clienti del Medio Oriente. L’Italia, nel 2019, è nella top 10, al nono posto, ma con quote di mercato in calo.

Fece notizia, nel 2017, il comunicato con cui Kalashnikov, l’azienda russa che produce il famigerato fucile d’assalto AK-47, dichiarava di voler aumentare il personale del 30% (da 5.500 a 7.200 unità) per riuscire ad evadere gli ordini in tempi più ragionevoli, adeguandosi così ad una domanda sempre più crescente.

Studi recenti (SIPRI, Stockholm International Peace Research Institute) hanno messo a confronto il mercato delle armi nel quinquennio 2014-2018 con quanto avvenuto in quelli precedenti, registrando un aumento del volume di vendita al di fuori dei confini nazionali dei produttori, nel periodo 2006-2018, del 23%.

Chi sono i maggiori venditori? Usa e Russia – come dicevamo- ma anche Francia, Germania e Cina. Tutti questi, da soli, valgono tre quarti del mercato. E i clienti più affezionati? I paesi del Medio oriente, che sono cresciuti dell’87 per cento in 10 anni, con la sola Arabia Saudita che ha aumentato del 192% i propri ordini.

Gli Stati Uniti hanno una quota di mercato del 36% (dal 30% del precedente quinquiennio), mentre la Russia è scesa al 21%, contro il 27% del quinquennio antecedente. Ciò spiegherebbe la rabbiosa reazione di Trump contro la Turchia nel 2018, colpevole di voler acquistare aerei da guerra proprio dalla Russia.

Da segnalare anche lo stop alla crescita delle vendite dalla Cina, che dopo il +195% del realizzato tra il 2004 ed il  2013, nell’ultimo periodo (2014-2018) ha visto crescere i suoi affari solo del 2,7%.

Tra i migliori acquirenti, si segnala il terzo posto dell’Egitto, foraggiato anche dalle industrie di armi italiane (nonostante la vicenda di Tullio Regeni sia ancora lontana dall’essersi conclusa), ma soprattutto da quelle russe, francesi e tedesche.

Venendo all’Italia, essa contribuisce al primato europeo che quota un buon 27% del mercato mondiale. A sostenere l’export di armi italiane sono la Turchia (15%), l’Algeria (9%)e Israele (7%). Ma ciò che traina il mercato italiano, in questo periodo, sono le le guerre che hanno devastato la Siria e Yemen, dove il nostro export è cresciuto del 75%. Infatti, le guerre sono necessarie per sostenere la produzione mondiale di armi, la quale, senza conflitti, prima o poi si fermerebbe all’aggiornamento periodico dei mezzi di difesa interni.

In pratica, niente business.

Pertanto, risolvere il rebus se siano nate prima le armi e poi le guerre, o viceversa, è perfettamente inutile: si tratta delle facce di una stessa moneta, e non ci sarà soluzione finchè nessuno si farà carico di decisioni coraggiose e molto costose in termini di risorse finanziarie. Infatti, riconvertire l’industria mondiale delle armi sarebbe, per gli azionisti, una disfatta economica che getterebbe sul lastrico milioni di addetti. Senza contare i profitti che verrebbero a mancare ai grandi azionisti. Ed è chiaro che tutto questo, senza un intervento delle finanze pubbliche (o mondiali, si pensi al FMI) a compensazione delle perdite e in aiuto ai posti di lavoro, non potrebbe mai accadere così su due piedi.

Cosa può fare il mondo della Finanza per sensibilizzare gli investitori contro le industrie delle armi?

Poco o niente, almeno fino a quando si continuerà a “giocare” con l’attuale modo di intendere l’Eco-Sostenibilità ed il concetto di investimento etico nella produzione di strumenti finanziari. Non esiste, infatti, alcuna campagna mediatica, da parte delle grandi banche di investimento, contro i titoli delle aziende produttrici di armi, che spesso sono liberamente quotate in borsa ed inserite in centinaia di portafogli di fondi e sicav.

Del resto, consentono laute performance, visti gli utili che ottengono anno dopo anno, ed i gestori a cui piace vincere facile ci si buttano a capofitto.

Nessuno, poi, ha mai proposto fino ad ora di utilizzare uno strumento molto persuasivo, in termini di regolamenti di mercato azionario e obbligazionario, e cioè quello di vietare alle aziende produttrici di armi (anche in modo parziale, rispetto alle produzioni diversificate di altri rami d’azienda del gruppo) la quotazione in borsa e la quotazione delle proprie obbligazioni sul mercato. Per quelle già quotate, le si dovrebbe costringere ad un delisting forzato.

Per avere una idea degli sforzi che occorrerebbe fare per eliminare dalla faccia della Terra le industrie delle armi, è sufficiente misurare il mercato. Infatti, i cento maggiori contractor mondiali hanno realizzato nel 2019 ricavi legati alla vendita di armi e servizi militari per 480 miliardi di dollari, con i primi dieci che pesano per più della metà del totale (240 miliardi). Ecco chi sono, e qual è il peso del settore armamenti sul totale dei ricavi.

1) Lockheed Martin. Il colosso USA (aerei, elettronica, missili, spazio) capitalizza circa 45,2 miliardi di dollari. Secondo i dati del SIPRI, le vendite di armi nel 2011 sono state 36,3 miliardi dollari su di un totale di 46,5 miliardi (78%).

2) Boeing. Il titolo capitalizza sul listino USA 79,6 miliardi di dollari, e le vendite di armi rappresentano quasi il 50% del totale.

3) BAE Systems. E’ la più grande azienda non statunitense del settore (aerei, artiglieria, elettronica, veicoli militari, missili, munizioni, navi). Sul mercato USA ha un valore di 27,5 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state pari al 95% del fatturato totale.

4) General Dynamic. Il gruppo diversificato in vari business (artiglieria, elettronica, veicoli militari, armi/munizioni, navi) capitalizza 34,5 miliardi di dollari. Le vendite di armi sono state pari al 75% del fatturato complessivo.

5) Raytheon. Specializzato nella fabbricazione di missili, il gruppo con sede a Waltham, nel Massachusetts, capitalizza a Wall Street  28 miliardi di dollari, e le vendite di armi nel 2011 sono il 90% del totale.

6) Northrop Grumman. Il gruppo (aerei, elettronica, missili, navi, spazio) che produce i droni Global Hawk, capitalizza 21,8 miliardi di dollari e le vendite di armi sono pari all’81% dei ricavi totali.

7) Eads. Il gigante. che opera in vari settori (areo, elettronica, missili, lo spazio) e fabbrica anche l’Airbus, capitalizza 46,6 miliardi di dollari e le vendite di armi sono state il 24% del totale dei ricavi.

8) Finmeccanica. Il gruppo italiano travolto dallo scandalo delle tangenti, vende armi per il 60% del fatturato totale.

9) L-3 Communications. Circa l’83% dei ricavi della società specializzata nell’elettronica proviene dalle vendite di armi.

10) United Technologies. Il gigante USA (più di 100 miliardi di capitalizzazione) fabbrica una vasta gamma di armi, ed in particolare elicotteri militari (tra cui il Black Hawk) per l’esercito americano e il Seahawk per la US Navy. Le vendite di armi sono pari a circa il 20% dei ricavi complessivi.

In attesa che gli organismi mondiali trovino la forza per uscire dalle ipocrite politiche di marketing sugli strumenti finanziari “ecosostenibili” ed “etici” – che distraggono l’attenzione dell’opinione pubblica dai veri problemi – le società di gestione del mondo dovrebbero iniziare a non comprare più questi titoli, e le Istituzioni del mercato dovrebbero pretendere che a nessuna banca di investimenti venisse più consentito di detenere i titoli azionari e le obbligazioni delle aziende produttrici di armi negli strumenti di risparmio gestito, né di poterle negoziare a mercato.

Fino ad allora, senza simili politiche realmente coercitive, il c.d. Risparmio Etico sarà solo “fuffa” per clientela retail poco evoluta, oppure – se vogliamo – il risultato della grande ipocrisia con cui l’industria del Risparmio cerca di creare nuovi argomenti per consolidare il business.

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