Agosto 5, 2021

PIL 2020-2021, Italia si conferma economia fragile. Mattarella si arrende all’evidenza e chiama Draghi

Dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023. In grave ritardo rispetto al resto del mondo.

I numeri sul PIL dell’Europa sono impietosi: Austria -4,3%, Germania +0,1%, Spagna +0,4%, Francia -1,3. Nel quarto trimestre 2020, il PIL dell’Eurozona è sceso dello 0,7% (-0,5% nell’intera UE)  rispetto al terzo trimestre, che aveva visto un aumento rispettivamente del +12,4% e +11,5%. Statisticamente, si tratterebbe del crollo più grave dal 1995, ma l’analisi dei dati richiede un approfondimento, anche per via delle numerose sfumature negative che riguardano l’Italia e, conseguentemente, la recente decisione del Presidente Mattarella di non dare un terzo incarico a Conte, ma chiamare al capezzale del Paese il più autorevole Mario Draghi.

Tornando ai numeri, nel 2020 il Pil italiano è calato dell’8,8%, mentre nel quarto trimestre del 2020 è sceso del 2% rispetto al trimestre precedente. Sebbene i media stiano sbandierando che il dato sia lievemente migliore delle attese (era previsto un calo del 9%), la situazione italiana è drammatica, ed il trend per il 2021 non si profila all’altezza di quello degli altri paesi europei e delle maggiori economie mondiali, per le quali il Fondo Monetario Internazionale ha recentemente alzato le stime per il 2021.


Va da sé che, in uno scenario mondiale in cui si cominciano a sentire gli effetti positivi dell’inizio delle vaccinazioni e delle misure di sostegno varate soprattutto negli Stati Uniti e in Giappone, questo ritardo appare inaccettabile. Alle ragioni dell’ottimismo, infatti, si contrappongono ancora le incognite legate all’efficacia e alla rapidità delle campagne di vaccinazione – i ritardi delle case farmaceutiche nelle consegne del vaccino hanno innalzato il livello di incertezza – le nuove ondate di infezioni e le brutte notizie sulle varianti del Covid-19, che ritardano i tempi di riapertura del traffico internazionale con diversi partner commerciali.

Nonostante questa congiuntura, che accomuna tutto il mondo, sono diversi gli stati che hanno fatto e faranno meglio dell’Italia. In tal senso, vale la pena analizzare la “forbice” tra diminuzione del PIL nel 2020 e l’aumento previsto nel 2021 dei maggiori paesi dell’UE, rispetto al nostro, che vede un saldo negativo nel biennio pari a -5,4% (-8,9% nel 2020 e +3,5% nel 2021). Il PIL tedesco, invece, nel quarto trimestre del 2020 è cresciuto dello 0,1% (Italia -2%), rallentando il processo di ripresa per via della seconda ondata di Covid ed il relativo lockdown a Dicembre 2020, ma conseguendo un saldo 2020/2021 pari a -1,9%.

Il PIL della Francia è risultato in contrazione dell’1,3% nel quarto trimestre, e su base annua è pari a -8,3%, con una previsione di crescita del +5% nel 2021 (saldo biennio 2020/2021 pari a – 3,3%). In particolare, l’economia francese ha resistito al lockdown della seconda ondata grazie al successo di misure di sostegno rapide e più mirate.

La Spagna ha sorpreso tutti, con una crescita dello 0,4% nel quarto trimestre (contro attese per – 1,9%), e presenta un saldo negativo del biennio 2020/2021 pari a – 3,2% (-9,1% nel 2020 e + 5,9% nel 2021).

Il saldo negativo atteso, in media, nell’Eurozona è del 3%, e pertanto l’Italia presenta dati decisamente peggiori, superata solo dal Regno Unito – “vittima” della combinazione di Brexit e Covid-19 – con un saldo 2020/2021 pari a – 5,5%.

Il confronto con le più grandi economie mondiali, di cui facciamo parte a pieno titolo, diventa addirittura impietoso. Gli Stati Uniti conseguiranno nel biennio, sempre in termini di PIL, un risultato positivo di + 1,7%, l’India di + 3,5% e la Cina di + 10,4%. Il Giappone contiene il dato negativo a -2% ed il Brasile a -0,9%.

In definitiva, dopo il “grande balzo in avanti” del terzo trimestre 2020 (+16%), il PIL italiano sembra essersi arrestato, e di questo passo potrebbe raggiungere i livelli pre-pandemia solo nel 2023; complice anche il tasso di disoccupazione, che è previsto in crescita (11,1%) nel 2021 e ancora al 10% nel 2022. 

Proprio il mondo del lavoro presenta gli interrogativi più difficili. Infatti, a breve – quando sarà sancita la fine della fase di emergenza – scatteranno i tagli agli organici, già definiti dalle grandi e medie aziende per adeguare la capacità produttiva al più basso livello della domanda. Con questo scenario alle porte, il compito del presidente Mattarella e, soprattutto, di Mario Draghi, si presenta arduo. Non sarà sufficiente, infatti, il prestigio internazionale di cui Draghi gode per dipanare la matassa in cui è caduta l’economia italiana, stretta com’è tra la necessaria temporaneità delle politiche di sostegno alle famiglie e alle categorie produttive, e la necessità di spendere nel miglior modo possibile le risorse finanziarie del Recovery Plan.

In tal senso – e politica parlamentare permettendo – le differenze tra un governo Draghi ed il governo tecnico di Mario Monti, che aveva il compito di trovare risorse che non c’erano, sono abissali.

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