Settembre 20, 2021

Borse mondiali, chi ha paura della correzione?

Si rafforza nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia e dalle repressioni della Cina contro il crescente potere delle aziende tecnologiche. L’annuncio del tapering da parte della Fed non aiuta.

Sono mesi ormai che si preannuncia una imminente correzione dei mercati azionari, dopo la corsa post-pandemica e quella, ancora più lunga, che ha avuto inizio nel 2009. Con qualche battuta d’arresto (2015 e 2018), infatti, negli ultimi 12 anni le borse non hanno fatto altro che brindare, trainate da continui spunti al rialzo che il Covid-19 ha amplificato a dismisura, creando un solco ancora più evidente tra Old e New Economy. Nel frattempo, i richiami a riequilibrare il collegamento tra le quotazioni azionarie e l’Economia Reale sono progressivamente caduti nel vuoto, ed anzi oggi è persino consigliabile non farci più alcun riferimento, tanto è evidente la supremazia del comparto derivati su quello delle azioni ordinarie.

In uno scenario simile, con il megatrend delle tecnologie (e soprattutto delle biotecnologie) sempre più lanciato verso il futuro predominio dei listini, attendersi una correzione secondo i “vecchi” schemi dell’analisi grafica e/o quantitativa non è più lecito, dal momento che la Covid-Economy ha fatto saltare definitivamente, con un anticipo di almeno 3 anni, tutti gli equilibri della Old Economy, e gli analisti non riescono ancora a trovare dei validi punti di riferimento per abbozzare previsioni che, peraltro, vengono puntualmente smentite dai fatti.

Persino il concetto di “bolla speculativa” ha un nuovo significato, aggiornato in base ad altri parametri che si vanno definendo in relazione ai cambiamenti che viviamo giorno per giorno. Gli eventi della Cina, per esempio, due anni fa avrebbero condizionato senza distinzione le borse di tutto il mondo; oggi, invece, si comincia ad intravedere una certa decorrelazione, resa ancora più evidente dall’impensabile (per l’Occidente) potere di condizionamento delle economie che il governo cinese sta mettendo in atto a dispregio del suo stesso liberalismo di facciata.

Da un recente sondaggio di Reuters, è emerso che 66 analisti sui 107 intervistati considerano probabile una correzione del mercato azionario globale entro la fine di quest’anno. Gli altri 41, invece, lo ritengono altamente improbabile. Secondo Tomas Hildebrandt di Evli Bank, “i fondamentali suggeriscono che la situazione è ancora favorevole ai mercati, e non importa che gli stessi mercati siano cresciuti notevolmente”. Una dichiarazione del genere, fino al 2019, avrebbe fatto sorridere gli analisti fedeli alla teoria dei cicli, che però sono ancora tanti e nutrono profonda preoccupazione la valutazione delle azioni. Eppure le condizioni per la crescita delle azioni growth – tassi sui prestiti bassissimi, politica monetaria accomodante più un fiume di liquidità – sono ideali. Ma è anche vero che il rapporto prezzo/utili (P/E) dell’S&P 500 Shiller (quello ottenuto al netto dell’inflazione) di recente ha superato quota 40, e si trova molto al di sopra della media annuale storica di 16,82. Anche qui vale la stessa domanda: in considerazione dei cambiamenti apportati dalla Covid Economy, tale rapporto è da considerarsi sostenibile?

C’è da dire che una correzione delle borse non deve essere considerata necessariamente come una specie di catastrofe irrisarcibile, poiché nel breve periodo si è verificato spesso, anche a due cifre, e la sua durata non è estesa nel tempo (in media 155 giorni per lo S&P500). Inoltre, grazie all’avvento di Internet e all’aumento della circolarità delle informazioni, la durata media delle correzioni è scesa sensibilmente negli ultimi venti anni, e tale riduzione temporale è ormai strutturale nel sistema.

Un capitolo a parte, come dicevamo, è quello della Cina, che ha dato vita all’uso politico spregiudicato della finanza in nome della guerra commerciale con gli Stati Uniti, dove il cambio di presidenza sembra aver fatto piuttosto male: nonostante i suoi difetti, Trump aveva mostrato di saper fronteggiare meglio del modestissimo Biden il confronto muscolare con l’economia cinese. In particolare, dopo le repressioni governative che hanno determinato il crollo delle quotazioni di numerosi big dell’azionario cinese, adesso è emersa la volontà del partito di effettuare una rapida e forzosa redistribuzione dei redditi, chiamando “i ceti a più alto reddito a restituire alla collettività una parte di quello che hanno guadagnato”. L’obiettivo dichiarato, dopo decenni di limitazione delle nascite, è quello di assicurare la prosperità comune contrastando la crescita zero della popolazione, da sempre volano del sistema economico cinese, modificando la legge sulle nascite nel senso di consentire alle coppie di poter avere fino a tre figli. 

E mentre la Cina segue i suoi programmi economici, l’Europa sembra avere più benzina degli Stati Uniti, dove l’annuncio del tapering non aiuta a vedere spunti validi per l’azionario a stelle e strisce nel medio periodo. In più, si è rafforzata nelle ultime settimane la prospettiva di una correzione causata dagli effetti della variante Delta sull’economia globale anche per l’autunno e l’inverno.

Ma la paura, come la fretta, è cattiva consigliera.

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