Ottobre 3, 2022

Dall’Italia alla Grecia, solo andata. Serve un “upgrade” per l’Unione Europea

In caso di recessione, l’Italia rischia di fare la fine della Grecia? L’Unione Europea è un sottoprodotto di federazione tra stati, destinata al fallimento senza un necessario “upgrade”. Gli investimenti nel Meridione, da soli, potrebbero risollevare il Pil italiano nel lungo periodo.

Di Massimo Bonaventura

Quali vantaggi ha tratto l’Italia dal suo ingresso nell’Unione Europea? In un contesto socio-politico aspro come il nostro, dove non esistono più le “aree grigie” su cui si sono sempre costruiti i compromessi e le riflessioni, questa domanda, da sola, è capace di accendere un confronto esplosivo tra coloro che sostengono la validità della nostra entrata nell’Unione Monetaria e quanti, invece, affermano la necessità di uscirne alla svelta. C’è anche un terzo schieramento, composto da coloro che vorrebbero stare dentro la UE, ma non con le attuali caratteristiche, oggettivamente penalizzanti per l’Italia fin dall’inizio. Quest’ultima posizione, la meno dibattuta, per essere perseguita fino in fondo prevede che alla guida del nostro Paese ci siano dei fuoriclasse, persone autorevoli riconosciute come tali anche all’estero. Ne avevamo uno, di questi, ma ce lo siamo persi per strada, un pò per la sua evidente incompatibilità con la pessima classe politica da cui era circondato, un pò per la sua insofferenza verso i ruoli esclusivamente politici.

Qualunque sia la causa che ha innescato la volontà di Mario Draghi di cedere alla crisi di governo e farci piombare  in una campagna elettorale fuori stagione, prima di prendere una posizione – tra quelle elencate prima – forse è meglio riflettere su ciò che sta accadendo nel Regno Unito, le cui problematiche post-Brexit dovrebbero convincere i più accesi sostenitori della “Italexit” che, per gli italiani, uscire dall’UE sarebbe un evento piuttosto difficile da gestire, soprattutto se a gestirlo dovrebbe pensarci una classe dirigente che finora è stata cronicamente incapace di riformare in profondità le nostre istituzioni sociali ed economiche. Pertanto, se l’ingresso nell’unione monetaria alle condizioni stabilite dal Trattato in vigore può ritenersi, a ragion veduta (ma con il senno del poi), una scelta scellerata, altrettanto scellerato sarebbe pretendere di uscirne pensando che in fondo il sistema economico italiano non è poi così diverso da quello del Regno Unito, e senza aver prima tentato di cambiare le cose dall’interno, chiedendo con forza di rinnovare i termini del Trattato e di abbandonare l’ottica della supremazia del Nord Europa sui paesi del Sud Europa, che tanto piace ai c.d. paesi frugali.

Il principio alla base di questo approccio è indubbiamente bello, come tutti i principi positivi: una vera unione dei popoli europei, sotto forma di unico sistema politico, sociale e fiscale, rafforzerebbe tutti gli stati aderenti, che ancora oggi compongono un semplice agglomerato di stati divisi tra loro da confini sociali ed economici invalicabili. Il principio, tuttavia, oggi si scontra con la realtà. Provate, per esempio, a pronunciare ad alta voce i termini “spirito europeo”, oppure “civiltà europea” o meglio ancora “popolo europeo”, e vi renderete conto all’istante che si tratta di una terminologia per nulla familiare, inusuale, mai letta nei quotidiani né ascoltata dagli speaker dei media di qualunque canale. Al contrario, “popolo americano”, “civiltà americana” e “spirito americano” suonano molto familiari persino a noi che americani non siamo mai stati, poiché il legame federativo che lega gli Stati Uniti è conosciuto in tutto il mondo. Ciò accade perché il popolo americano esiste davvero, mentre il “popolo europeo” no, frammentato com’è in millenni di storia da lingue e tradizioni profondamente diverse tra loro. Una integrazione, però, sarebbe possibile – con lo stesso principio si è “fatta l’Italia”, terra ancora oggi dai mille idiomi – ma non si fa nulla per cercarla, poiché non è nei piani di chi ha concepito questo sottoprodotto di federazione tra stati, svantaggiosa per molti paesi aderenti e destinata al fallimento senza il necessario “upgrade” verso una unione che sia anche fiscale e soprattutto popolare.

Qualcuno potrebbe obiettare che il metro di paragone utilizzato, e cioè la civiltà americana come la conosciamo oggi, poggia le fondamenta della sua nascita sull’annientamento della civiltà dei nativi, trucidati a decine di migliaia dai coloni spagnoli in Sudamerica e dai discendenti di quelli inglesi in Nordamerica, nonchè sulla tratta degli schiavi; in Europa, invece, i discendenti dei nativi vivono ancora oggi, rinnovando salde tradizioni familiari e sociali. Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro sterminio, portato avanti con crudeltà ottanta anni fa proprio da chi oggi guida le sorti dell’Unione Europea e dell’Italia, in conseguenza di un beffardo “ricorso storico” – pacifico, questa volta – assolutamente incidentale, ma che fa riflettere. Infatti, l’Europa di oggi è basata sulla evidente supremazia dei paesi c.d. frugaliGermania in primis – ed è innegabile che un sistema economico fragile – come lo è una Unione semplicemente monetaria – non può durare se è basato sulla supremazia di alcuni aderenti a svantaggio di altri; e se lo si vuole far durare, quel sistema deve essere modificato periodicamente nelle sue fondamenta.

Diversamente, paesi come l’Italia e la Spagna, per fare un esempio, corrono il rischio costante di subire il medesimo trattamento riservato alla Grecia, di cui nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare. La Grecia, infatti, è finalmente uscita (lo scorso 20 agosto) dal programma di sorveglianza rafforzata della Commissione Europea, operativo da dodici anni per vigilare sulle riforme adottate dopo il piano di “salvataggio” da parte dei creditori internazionali. Qualcuno avrà notato i toni trionfalistici che hanno accompagnato i comunicati stampa provenienti dagli ambienti della Bce e della Commissione europea. C’è chi ha parlato di ”giornata storica” e di “percorso dolorosamente necessario, adottato per evitare l’isolamento del Paese in Europa”, e chi, come il commissario europeo Paolo Gentiloni, che ha affermato ”…. dobbiamo mostrare la stessa solidarietà e unità mentre navighiamo nelle acque agitate in cui stanno entrando le nostre economie”.

Peccato che agli ellenici non fu offerta alcuna solidarietà, ma solo un cinico aut-aut per pagare i debiti alle banche ed evitare così un default in stile Argentina. Infatti, i 241 miliardi dei tre piani di prestiti alla Grecia – dal 2010 al 2018 – sono serviti a salvaguardare gli investimenti delle banche francesi e tedesche (l’esposizione di quelle italiane era minima), che una uscita della Grecia dall’Unione Europea avrebbe ridotto quasi a zero. Solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini, mentre 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche.

Oggi, chi è tornato in Grecia dopo un po’ di tempo dalla prima volta, non può fare a meno di accorgersi dell’inesorabile declino di un paese umiliato e depredato.  Qualche dato può aiutare a capire meglio la situazione. La disoccupazione, dopo aver raggiunto il picco del 27,5% nel 2013, sfiora oggi il 13%, il più alto tra i paesi dell’Unione Europea (dove la media è al 6,5%). Circa il 40% dei giovani sotto i 24 anni non ha un lavoro, e lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 900 euro; la contrattazione collettiva è stata abolita per legge, e la media delle pensioni attuali è inferiore ai 700 euro mensili, con un calo medio del 45% dal 2010. 

Il potere d’acquisto delle famiglie greche è diminuito del 25% nello stesso periodo, e la povertà è talmente diffusa che migliaia di persone rinunciano ogni anno ad ereditare gli immobili dei genitori perché non possono permettersi di pagare sia le tasse di successione che quelle annuali gravanti sulle case. Chi poteva, in Grecia, è fuggito all’estero: oltre 500.000 greci – su un totale di circa 11 milioni, ossia il 4,5% della popolazione – sono emigrati, soprattutto giovani e laureati, prevalentemente in Australia, Russia, Cina e persino in Iran. Il debito della Grecia viaggia al 200% del Pil, la spesa pubblica è diminuita del 25%; c’è anche la fuga dei medici dagli ospedali, e il sistema sanitario non potrebbe sopravvivere senza gli sforzi dei volontari, come nei campi profughi del Terzo Mondo. A causa della corruzione dilagante, i posti letto negli ospedali pubblici greci si “vendono” a tremila o quattromila euro, sennò si può anche morire durante un’attesa che dura diversi mesi.

A ben vedere, quasi tutte le regioni italiane del Meridione hanno diversi punti in comune con la Grecia di oggi, in quanto a povertà, migrazione giovanile, corruzione e Sanità allo sfascio, e molte famiglie riescono a vivere solo grazie al reddito di cittadinanza. L’aumento dei prezzi al consumo, poi, sta colpendo proprio queste fasce disagiate della popolazione, soprattutto al Sud. La soluzione al problema italiano, pertanto, passerebbe certamente dalle riforme strutturali non ancora fatte, ma anche dal riscatto economico delle regioni del Sud Italia, bisognose di investimenti nelle infrastrutture – dalla rete autostradale all’alta velocità – nelle scuole e soprattutto negli ospedali, dove mancano migliaia di posti letto e dove morire di malasanità è una circostanza che tutti mettono in conto al momento in cui varcano la soglia di un pronto soccorso. L’aumento del Pil derivante dagli investimenti massicci nel Sud Italia, da solo, sarebbe capace di risollevare la domanda interna e i consumi nel lungo periodo, sostenendo la produzione industriale. Sfortunatamente, le menti illuminate che guidano l’Italia fin dall’ingresso nell’UE hanno preferito fare del nostro Paese un semplice mercato di sbocco, unito alla Grecia da un viaggio di sola andata.

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