Agosto 8, 2026
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Conviene investire nel mattone e metterlo a reddito, o in un fondo comune con cedola?

L’investimento immobiliare non rende più come una volta, e la pandemia ha accelerato un profondo mutamento del mercato e delle abitudini di acquisto, presenti e future. Pertanto, è venuto il momento di essere realisti, sfatare il “mito immobiliare italiano” e parlare più concretamente degli svantaggi derivanti dall’investimento in case da mettere a reddito.

Di Alfonso Selva

Per gli Italiani, l’amore per il “mattone” viene da lontano, è un fatto culturale che nasce nel secondo Dopoguerra, in occasione della c.d. Ricostruzione – durante la quale non si andava troppo per il sottile con i permessi edilizi – e riflette pienamente quella esigenza sociale generalizzata di voler possedere, più che abitare, una casa come sinonimo di ritrovata agiatezza.  Grazie al Piano Marshall, l’Italia in quel tempo si popola di gru che costruiscono creando nuovi quartieri ed attività commerciali, e gli italiani si lanciano nell’acquisto, snobbando il contratto di locazione che diventa “roba da poveri”.

Questo scenario, ben noto ai babyboomers italiani e ai loro genitori, determina una crescita costante dei prezzi che diventa “legge non scritta” dell’investimento immobiliare e si ferma solo nel 2008, in occasione della crisi dei mutui subprime. Tra il 1960 e il 2008 i prezzi delle case sono cresciuti grazie all’inflazione a due cifre, che in un paio d’anni era arrivata al 20%, creando anche un ulteriore “mito”, quello delle rate di mutuo a tasso fisso che, dopo 4-5 anni dalla stipula, diventavano irrisorie grazie alla c.d. Scala Mobile che adeguava i redditi all’inflazione, ma non il debito (che si svalutava rapidamente).

In definitiva, esiste in Italia – e persiste ancora oggi, nel pensiero di moltissime persone – la memoria storica del “mito immobiliare”, lungo ormai 50 anni, che ha attraversato diverse generazioni e ha visto i prezzi delle case sempre in crescita. Gli ultimi 12 anni, però, hanno determinato una chiara inversione di tendenza, ed il 2020, con la pandemia, ha accelerato un profondo mutamento del mercato e delle abitudini di acquisto, presenti e future. Pertanto, è venuto il momento di essere realisti, “sfatare il mito” e parlare più concretamente di vantaggi e svantaggi derivanti dall’investimento immobiliare. Per farlo, cerchiamo di analizzare il contesto che stiamo vivendo:

1) la popolazione Italiana è in decrescita;
2) l’inflazione è bassissima, e non si prevede in tempi brevi una risalita sensibile;
3) investire in una casa per metterla a reddito è rischioso: è difficile sfrattare un inquilino che non paga;
4) le imposte sulla seconda casa sono alte, e abbattono notevolmente il rendimento netto che deriva dall’affitto;
5) è ormai in dirittura d’arrivo, in Parlamento, la riforma del catasto, che aumenterà il valore catastale (adeguandolo a quello commerciale) e innalzerà l’importo dell’imposta di registro sulle seconde case;
6) allo stesso modo, il Parlamento presto adotterà una riforma delle aliquote di tassazione delle successioni;
7) una casa non è un bene liquido, nel senso che se hai bisogno di soldi non ne puoi vendere un pezzetto, ma devi venderla tutta, e ci vuole tempo;
8) le spese sostenute al momento dell’acquisto (rogito notarile ed imposte) sono elevate, e si ammortizzano solo dopo almeno due anni;
9) i contratti di affitto lunghi (4+4 o 8+8) non consentono alcuna rivalutazione dell’importo percepito;
10) gestire gli incassi dell’affitto e provvedere alle spese straordinarie è stressante e dispendioso.

In considerazione di tutto questo, sembra che l’unico vero investimento – in quanto a benessere, realizzazione sociale e familiare – sia quello di comprare la casa dove vivere con la propria famiglia, e dirigere i risparmi in qualcosa che non dia gli stessi problemi di un immobile “da investimento”. La scelta, tra un investimento in beni mobiliari e uno in immobili, non può che ricadere in un fondo comune d’investimento che, al pari di una casa, dia un reddito, e cioè un fondo comune a distribuzione (annuale, semestrale, persino mensile) dei proventi. Certo, si potrebbe optare per un titolo obbligazionario, ma tra tassi di interesse a zero ed il rischio emittente (o valutario) l’opzione è da scartare.

Per aiutarci nella scelta, facciamo un esempio concreto, e ipotizziamo di comprare un monolocale a Milano, zona Porta Romana, che oggi ha un costo medio pari a circa 235.000 euro. Se lo affittiamo, potremmo ricavare un reddito lordo (affitto) pari a 850 euro mensili e a 10.200 euro annuali, generando un rendimento lordo del 4,34%. Per determinare il rendimento netto, dobbiamo detrarre dal ricavo lordo l’importo dell’imposta “Cedolare Secca” (2.142 euro, pari al 21%), l’IMU sulla seconda casa (760 euro, pari al 7,5%), la TASI (63 euro, pari allo 0,62%), ottenendo un rendimento netto del 3,08% (7.235 euro annuali). Sembra conveniente, tutto sommato, ma da questo risultato dobbiamo detrarre l’ammortamento annuale di tutte le spese iniziali, e cioè:

a) imposta di Registro Seconda Casa, pari a 5.488 euro,
b) imposta catastale, pari a 50 euro,
c) spese notarili, pari a circa 2.200 euro,
d) eventuali costi di agenzia, pari a 8.600 euro (3% più IVA),

determinando una spesa totale di 16.338, e cioè il 6,95% dell’importo investito. Nell’ipotesi di volerlo ammortizzare in 10 anni, dobbiamo detrarre dal rendimento netto di 7.235 euro ulteriori 1.634 euro, ottenendo così un “super-netto finanziario” di 5.601 euro, pari al 2,38%.

Rispetto al 4,34% iniziale, un bel salto indietro di quasi la metà. In più, dobbiamo calcolare i costi “umani” dell’investimento immobiliare: gestione dell’incasso degli affitti, manutenzione straordinaria degli immobili che, in Italia, hanno una età media di 60 anni dalla data di costruzione (in 10 anni, statisticamente, la probabilità di dover sostenere costi straordinari è elevata), più l’eventuale morosità, che può arrivare anche per gli inquilini inizialmente più affidabili ed in buona fede.

Relativamente alla nostra alternativa, e cioè il Fondo Comune a distribuzione dei proventi (detti impropriamente “cedole”, ma non si tratta di “interessi”, bensì di utili distribuiti), nel mercato Italiano esistono moltissimi fondi ben gestiti che danno un provento annuale variabile dal 2% al 6%, a seconda del tipo di fondo. Diversificando tra molti di essi, il rendimento degli anni passati è stato del 3% al netto delle commissioni di gestione e dell’imposta sui redditi da capitale (26%); tutto questo senza dover gestire lo stress che richiede l’investimento immobiliare e le sue problematiche (a causa del Covid gli sfratti sono bloccati fino al 30 giugno 2021, e lo sono da Marzo dello scorso anno, fate un po’ i conti…).

In sintesi, ecco il confronto finale:

1) il fondo comune è un bene più liquido di una casa, e garantisce prontezza e disponibilità di denaro (anche l’intero valore dell’investimento) in caso di emergenza, in pochi giorni e senza spese;
2) il fondo comune ha una tassazione certa e meno soggetta a cambi legislativi;
3) il fondo comune paga regolarmente i proventi, mentre l’incasso dell’affitto è per definizione aleatorio e irregolare;
4) il fondo comune è sottoscrivibile anche con spese iniziali pari a zero.

Per gli investitori indecisi, c’è altro da aggiungere?

Game Stop, ovvero la “rivoluzione dei piccoli investitori” contro i grandi speculatori

La vicenda di borsa di Game Stop contiene in sé un atto rivoluzionario contro la grande speculazione, agito dai piccoli investitori attraverso il mezzo più “democratico” che esista: il Web. Vale la pena ricostruire il caso e trarre gli insegnamenti.

Di Alfonso Selva

Game Stop è il nome di quei negozi dove i nostri figli adolescenti  si recavano, fino a poco tempo fa, per comprare i videogames, le console di gioco (PS4 di Sony o XBOX di Microsoft) e tutti gli accessori di serie. Negli ultimi due anni, la società Game Stop Corp.  è andata in difficoltà finanziaria, con un bel peso di negozi su strada mentre tutti i giochi – ed anche le console – adesso si possono ordinare online su Amazon o Mediaword e ricevere comodamente a casa.

In buona sostanza, Game Stop sta facendo un la fine di Blockbuster, la famosa (un tempo) catena di negozi di video cassette andata in crisi e poi fallita con l’avvento di internet, dello streaming e di fenomeni come Netflix o Sky.

La vicenda di Game Stop e i suoi attori si svolge all’interno dei mercati finanziari, dove esistono e prosperano i c.d. hedge fund, ossia quei fondi speculativi che studiano le società quotate in borsa e cercano di realizzare enormi guadagni speculando, appunto, sul futuro andamento dei vari titoli, comprando e/o vendendo allo scoperto e usando la c.d. leva finanziaria. Essi non si limitano a comprare le azioni di aziende che saliranno in futuro, ma cercano di realizzare profitti anche su quelle azioni quotate che prevedono in discesa. Game Stop era una di queste, e molti hedge fund e anche altri traders di borsa avevano puntato al ribasso delle sue azioni.

In che senso al ribasso? Nel senso che, data la cattiva situazione finanziaria in cui versava l’azienda, e in considerazione delle previsioni di mercato negative per il suo modello business (basato sugli ormai fallimentari negozi su strada), pensavano che sarebbe fallita di lì a poco. Così, gli hedge fund e altri operatori di borsa  hanno venduto allo scoperto le azioni Game Stop sul mercato con la quasi certezza di ricomprarle ad un prezzo più basso dopo qualche settimana.

Ma che succede se, invece di scendere, le azioni salgono? Succede che si perde, e se punti al ribasso e l’azione sale, la perdita può essere teoricamente infinita. Fino ad oggi i grandi speculatori di Wall Street hanno sempre avuto la meglio, sia perché hanno a disposizione ingenti capitali, sia perché hanno analisti che studiano le società quotate; di contro, i piccoli investitori non si sono mai uniti per cercare di contrastarli, essendo frammentati in milioni di individui che non entrano quasi mai in contatto tra loro.

Quasi mai, appunto. Ebbene, anche se di solito nessuno cerca di andare contro i grandi hedge fund che scommettono al ribasso – “shortano” sulle azioni, come si suole dire – in questo caso è successo.

Infatti, dopo l’inizio della pandemia le persone hanno molto più tempo per stare davanti al computer, e moltissimi hanno iniziato a provare a fare trading in borsa, massimamente con scarsi successi. Inoltre, è diffusa la sensazione che i grandi investitori come gli hedge fund guadagnino sulle spalle dei piccoli, e questo ha portato ad un diffuso sentimento di “rivalsa popolare” e profonda riprovazione sociale verso di essi, alimentando la voglia di rivincita sociale da parte di una moltitudine di piccoli risparmiatori, che hanno trovato unità d’intenti sul social network Reddit (molto usato negli USA) e hanno iniziato a concertare l’acquisto di azioni Game Stop per farle salire di prezzo e contrastare, così la speculazione.

A ben vedere, si è trattato di un vero e proprio atto “rivoluzionario”, partito dalla base, come non se ne vedevano da decenni. Un sentimento di ribellione – trainato da qualcuno in cima, senza dubbio – che ha trovato una sintesi in due obiettivi condivisi da tutti i “rivoltosi”: guadagnare sull’azione che avevano acquistato (o recuperare la perdita realizzata per colpa della speculazione degli hedge fund), e mettere in pesante difficoltà finanziaria gli hedge fund, i quali avevano puntato sul fallimento di Game Stop.

Grazie a questa azione coordinata tra milioni di piccoli investitori, la quotazione di Game Stop è rapidamente salita da 20 dollari a 347 dollari, con un guadagno di quasi il 2.000%, determinando il quasi fallimento di uno degli hedge fund che avevano puntato sul crac dell’azione.

Esiste, però, un rovescio della medaglia. Infatti, oggi l’azione è tornata a circa 60 dollari, facendo perdere moltissimi soldi a coloro che, spinti da performance giornaliere da capogiro ed elevata eco mediatica, sono entrati poco prima dello scoppio della bolla. L’hedge fund “punito dal popolo”, dal canto suo, è stato costretto ad una ricapitalizzazione di quasi 3,5 miliardi di dollari per coprire le perdite.

Quali sono gli insegnamenti da apprendere da questa storia così avvincente?

La prima – e non così scontata come sembra – è che fare il trading online improvvisandosi pirati di borsa è piuttosto pericoloso e può portare a perdere molti soldi. La seconda, e più importante, è che nessuno è sopra le parti, anche se dispone di capitali ingenti e può perdere una scommessa che sembrava vinta in partenza.

Alfonso Selva

Sfortunatamente – ed in teoria – il fatto che milioni di persone si siano messe d’accordo su quale azione comprare per farla salire è un reato che tutte le autorità di borsa proibiscono. Infatti, i grandi fondi hanno protestato con la SEC (autorità americana che controlla la borsa) per questa azione coordinata, e nelle prossime settimane è probabile che arrivino dei provvedimenti legali contro i responsabili (i “capipopolo”) che hanno scoccato la scintilla della “rivoluzione” e l’hanno perseguita trainando le folle dei piccoli investitori. Certamente la SEC non potrà multare o arrestare milioni di persone, ma i promotori di questa azione saranno molto probabilmente perseguiti.

Ma volete mettere la soddisfazione?

Niente “sliding doors” negli investimenti, il segreto è ricevere buoni consigli

Negli investimenti non esistono delle “sliding doors” che ci permettono di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi, ma esiste la possibilità di fronteggiarli. Per riuscirci, basta evitare il fai da te e rivolgersi ad un professionista.

Di Alfonso Selva*

Siamo entrati da pochi giorni nel nuovo anno, e per i risparmiatori è tempo di bilanci e risultati a consuntivo. La pandemia, infatti, ha condizionato pesantemente l’andamento dei mercati finanziari nel corso del 2020, ma non proprio come ci si può aspettare da una analisi superficiale che prenda in esame i soli dati dal 1 Gennaio al 31 Dicembre: in mezzo c’è un oceano di differenze, a seconda di quando abbiamo iniziato ad investire.

Certo, alla fine il rendiconto dei nostri investimenti – quello che la nostra banca deve inviare almeno una volta l’anno – dirà esattamente come sono andati e che tipo di rendimento (se c’è stato) abbiamo avuto, ma ciò che leggerete nel prosieguo di questo articolo potrebbe anche farvi riflettere su come “sarebbe potuto andare” se avessimo fatto determinate scelte in determinati momenti dell’anno.

Partiamo dal mercato azionario mondiale. In America, nel 2020 lo S&P 500 ha guadagnato il 16% e il NASDAQ il 43%, mentre in Europa la situazione è un pò più varia: l’Italia ha perso il 5,21%, Parigi ha perso il 7,14%, Londra ha perso il 14,35%, Madrid ha perso il 15,45%, e solo Francoforte e Zurigo hanno guadagnato qualcosa (rispettivamente il 3,55% e lo 0,82%). La Russia ha perso il 4,34%, ed in Asia il Giappone ha guadagnato il 16%, mentre la Cina ha guadagnato il 13,87%.

Dopo aver passato in rassegna i mercati azionari, per chi ancora crede nella validità delle obbligazioni all’interno di un portafoglio, scopriamo che i titoli di stato con scadenza a 10 anni, in euro (il nostro BTP) rende lo 0,5% all’anno, mentre il resto delle obbligazioni in Euro sono tutte a rendimenti negativi: il BUND tedesco rende il – 0,57%, l’OAT francese il – 0,34%, il titolo di stato austriaco il – 0,44% e quello spagnolo zero. Per quanto riguarda le obbligazioni in valuta estera (per le quali esiste un rischio di cambio), quelle in sterline inglesi rendono lo 0,19%, quelle in franchi svizzeri il – 0,53% e quelle del Tesoro Americano in dollari 0,91%. Se poi ci si vuole avventurare nelle emissioni obbligazionarie “esotiche”, ci sono quelle cinesi (in valuta cinese) che rendono il 3,20% circa.

Naturalmente, i rendimenti sono lordi (la tassazione è del 26% o del 12,5%, a seconda del tipo di emittente) ed il rischio valutario non è certo da sottovalutare.

Oltre ad azioni e obbligazioni, esistono anche altre forme di investimento di cui possiamo tracciare un bilancio: l’Oro ha guadagnato il 22,27%, il Petrolio ha perso il 20,8% e il Bitcoin è salito di circa il 340%.

Questi sono i dati “a consuntivo”, che fotografano il rendimento conseguito (o meno) dalle suddette tipologie di investimento dall’1 Gennaio al 31 Dicembre 2020. Questi risultati complessivi, però, sono il frutto di un andamento “pazzesco”, che ha dovuto tener conto di alcuni passaggi che è il caso di ricordare. Siamo partiti da un 2019 spumeggiante e da un inizio 2020 sotto tono, con un mese di Febbraio già “bruttino”, ma niente al confronto della tempesta successiva. Infatti, a Marzo il Covid 19 ha fatto crollare i mercati – è crollato tutto, dalle azioni alle obbligazioni – e, tra gli investitori, c’è chi ha tenuto tutto ed ha aspettato, e c’è chi si è messo paura ed ha venduto. Alcuni, facendo la cosa giusta, hanno comprato a fine Marzo 2020 portando poi a casa risultati “stellari”, ben superiori a quelli dei migliori mercati presi nel loro risultato complessivo annuale. Chi ha comprato nella terza decade di Marzo, infatti, ha conseguito (in base ai singoli mercati) questo consuntivo:

NASDAQ + 77,33%,

S&P 500 +55,39%,

FTSE MIB (Italia) + 44,35%,

– Londra + 29,41%,

NIKKEI (Giappone) + 64,03

– Cina + 40,69%.

Naturalmente, si potrebbe obiettare che “del senno di poi son piene le fosse”, e che in finanza non esistono delle “sliding doors”, intese nel loro concetto di momento topico di una storia, o di un elemento assolutamente imprevedibile che può cambiare la vita di una persona o, nel nostro caso, di un investimento (“cosa sarebbe successo se…“). Questo particolare significato è venuto a crearsi dopo l’uscita nel 1998 del film omonimo con protagonista la bellissima Gwyneth Paltrow, e sebbene quella pellicola racconti la vita della protagonista “come sarebbe potuta essere se…”, nella realtà non esiste niente che ci permetta di tornare sui nostri passi e cambiare il corso degli eventi. Il punto è che i dati sciorinati prima sulle possibili performance realizzate qualora avessimo investito intorno al 20 di Marzo non sono solo delle mere ipotesi, e sono molti i risparmiatori che hanno comprato proprio mentre il terrore e la paura di poter morire segnava le nostre vite di reclusi in casa. Ebbene, quegli investitori sono quelli che hanno ricevuto e accettato i consigli di un Consulente Finanziario, il quale li ha convinti che la cosa giusta da fare fosse il contrario di ciò che generalmente si fa (vendere quando le borse scendono, e comprare quando le borse salgono).

Persino i titoli di stato, acquistati a Marzo, hanno reso il 10-12% senza alcuna fatica, a testimonianza che la costruzione di un portafoglio di investimento è del tutto simile all’acquisto di una casa di nuova costruzione, in occasione del quale il costruttore non può certo impegnarsi a che non ci sia mai un terremoto, ma può assicurare che la casa resisterà ad un eventuale sisma perché edificata osservando tutte le norme edilizie ed anti-sismiche. Per farlo, sarà importante diversificare mettendo al bando i concetti del “gioco in borsa” e dell’investimento fortunato nel breve periodo, e innalzando a priorità assoluta l’impegno di perseguire obiettivi di spesa nel lungo periodo.

Tutto questo non si può improvvisare. Serve un bravo professionista in grado di “costruire la casa”, e fare in modo che un terremoto non ci possa spaventare.

* Consulente finanziario www.alfonsoselva.it

Patrimoni&Finanza, i contenuti della settimana dal 7 al 13 Dicembre

Questa settimana ancora forte attenzione al mega-trend dell’Innovazione, con la speciale classifica di Boston Consulting Group sulle aziende più innovative del mondo nel 2020. Parliamo, e non proprio bene, anche di MiFID, con una possibile interpretazione, in chiave politica, della sua genesi. Infine, tra le altre cose, un focus sulla “Finanza complicata”, contrapposta alla Finanza Semplice di Alfonso Selva, e poi un interessante articolo sulle aste di auto d’epoca di Oltreoceano, che hanno dato ad Ottobre e Novembre la ribalta al marchio Alfa Romeo.

Tutto questo ed altro ancora, con il consueto approfondimento. 

Boston Consulting: la vita media delle aziende S&P500 scenderà ancora. Colpa dell’Innovazione

Boston Consulting Group (BCG) ha stilato la lista delle società più innovative del 2020. Secondo questo studio, soltanto un quarto delle grandi aziende mondiali non sta “camminando” sulla strada dell’Innovazione. Nella speciale classifica, marchi molto noti e, fra questi, anche alcune “sorprese”. LEGGI

La MiFID e la “dissonanza cognitiva”. In che direzione va la professione di consulente finanziario?

Politica e Finanza dovrebbero viaggiare lungo due rette parallele, che per definizione non si incontrano mai. Nel caso della MiFID, invece, pare si siano incontrate, ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Anche se nessuno vuole vederli. LEGGI

Aste Alfa Romeo in Europa e USA, le aggiudicazioni più importanti di Ottobre e Novembre

I modelli Alfa Romeo d’epoca sono molto amati dai collezionisti e dagli investitori di tutto il mondo. Negli Stati Uniti e nel Regno Unito, in particolare, non c’è asta dove i modelli della famosa casa automobilistica italiana non siano presenti. LEGGI

La Finanza delle abbreviazioni complica la vita. Dieci cose “difficili” spiegate in modo semplice

Certe notizie utili per tutti sembra siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria. Il risultato è che in pochi le leggono, con buona pace dell’Educazione Finanziaria di cui tanto si parla. LEGGI

Per qualunque informazione o suggerimento, scrivete a redazione@patrimoniefinanza.com. Risposta assicurata per tutti entro 48 ore.

La Finanza delle abbreviazioni complica la vita. Dieci cose “difficili” spiegate in modo semplice

Certe notizie utili per tutti sembra siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria.

Di Alfonso Selva

Chiunque frequenti quotidianamente i risparmiatori per motivi professionali,  sa bene che la Finanza e gli investimenti sono materie considerate difficili da capire, e i media specializzati – ed anche quelli definiti generalisti – di certo non aiutano a diffondere la giusta dose di Educazione Finanziaria.

Sembra quasi che certe notizie siano destinate solo ad una fascia ristretta del pubblico, tanto sono piene di abbreviazioni o acronimi, usati – e abusati – per indicare rapidamente alcune tipologie di investimento o alcune grandezze di natura economico-finanziaria (sono molto usate anche in Medicina, ma quella è un’altra storia…).

In realtà, gli acronimi sono nati per facilitare l’immediatezza della comprensione di un certo argomento, però dobbiamo riconoscere che spesso gli articoli mancano della loro spiegazione puntuale, complicando la lettura ed impedendo di fatto il sorgere dell’interesse verso questa materia così “noiosa” ma così utile alla vita di ciascuno di noi.

Per esempio, quanti lettori tra il pubblico indistinto conoscono esattamente i termini dell’acronimo ”PIL”? Non molti, nonostante questa parola – che, nella forma completa, sta per “Prodotto Interno Lordo”, ossia la misura della ricchezza complessiva prodotta da un paese in un anno – sia pronunciata ogni giorno migliaia di volte, anche in televisione.

Così, per quanto possa sembrare elementare per gli addetti ai lavori, prendiamo ad esempio dieci di queste famose abbreviazioni  e acronimi, ed a spiegarle in modo semplice ai “non addetti ai lavori”, ossia alla maggioranza dei clienti di banche e reti di consulenza.

B.O.T. – I Buoni Ordinari del Tesoro sono obbligazioni emesse e garantite dallo Stato Italiano e non hanno cedole. comprandoli, il risparmiatore diventa CREDITORE dello Stato, che diventa DEBITORE. Il loro rendimento, una volta, era rappresentato da un meccanismo molto semplice: io prestavo allo Stato 970 euro, e dopo al massimo un anno lo Stato me ne restituiva 1.000, con i 30 euro di differenza positiva che costituivano il mio rendimento. Oggi, invece, il loro rendimento è negativo, e ciò significa che, pur di comprare i BOT italiani, i risparmiatori – che non li comprano più – prestano 1.000 euro per averne restituiti 995 o giù di lì. In pratica, pagano lo Stato (che è Debitore) per avere i suoi titoli.

Come si sia arrivati a ciò non è immediatamente comprensibile per chi sta acquisendo adesso i primi rudimenti della Finanza Semplice, per cui rinviamo la spiegazione ad un articolo a sé stante.

B.T.P. – I Buoni del Tesoro Poliennali sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano. Hanno una cedola fissa annuale, di solito divisa i due semestri. Lo Stato Italiano, in quanto Debitore, ti paga un interesse predeterminato in partenza e ti assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata. La loro durata può variare da 3 anni a 50 anni.

C.C.T. – I Certificati di Credito del Tesoro sono obbligazioni emesse dello Stato Italiano, ma a differenza dei BTP sono a cedola variabile. Il tasso di interesse pagato dalla Stato – che anche in questo caso diventa Debitore – è “agganciato” al rendimento del BOT semestrale più un “premio” dello 0,15% (chiamato Spread, di cui avrete sentito parlare spesso in televisione, ma con una sfumatura negativa). Anche il CCT assicura alla scadenza, in unica soluzione, il rimborso della somma inizialmente prestata, e la durata massima è di 7 anni.

SPREAD – Il termine deriva dall’inglese, e letteralmente significa “differenziale”. Viene usato spesso per indicare la differenza di rendimento tra un BTP Italiano e uno tedesco (il c.d. BUND).

Perché questa parola è importante per i media? Da sempre la differenza tra BTP italiani e BUND germanici è a nostro sfavore, nel senso che il nostro BTP paga un tasso di interesse più elevato del BUND, dal momento che lo Stato Italiano, economicamente meno forte (e meno affidabile, in teoria) di quello tedesco, deve sostenere un costo più elevato per farsi prestare il denaro dai risparmiatori e finanziare parte della sua Spesa Pubblica con il Debito.

I.P.O. – Dall’inglese “Initial Public Offering” (Offerta Pubblica Iniziale) è un acronimo che si usa per indicare il momento in cui una società per azioni immette per la prima volta le proprie azioni nel mercato borsistico, allo scopo di raccogliere nuovi capitali (e nuovi soci). In questo caso, chi compra le azioni – durante o dopo l’I.P.O. – diventa SOCIO dell’azienda, e non più creditore, e quindi il valore del suo capitale investito segue le sorti dell’azienda: se essa si svilupperà costantemente, le azioni cresceranno nel lungo periodo, mentre scenderanno (fino ad azzerarsi, nei casi più estremi) se l’azienda verrà gestita male o andrà fallita.

Rapporto “Price/Earnings” –  deriva dalla lingua inglese, e vuol dire “rapporto Prezzo/Utile”. Si tratta di una grandezza numerica usata per valutare se il prezzo di una azione è conveniente o meno. In teoria, se il rapporto P/U (o P/E, in inglese) è inferiore a 15, l’azione è da comprare, mentre al disopra comincia ad essere sopravvalutata e, quindi, suscettibile di un calo del valore. Il numero generato da questo rapporto rappresenta gli anni che servono per ripagare l’investimento con gli utili (chiamati dividendi) deliberati ogni anno. Ad esempio, un P/E pari a 11,5 indica che serviranno 11 anni e mezzo di dividendi per realizzare un rendimento pari al prezzo pagato per comprare le azioni, nell’ipotesi (assai improbabile) che il valore dell’azione e del dividendo rimangano costanti.

P.I.C. e P.A.C.  – Il primo è l’acronimo di “Piano di Investimento di Capitale”, e si usa per indicare quando si investe un certo capitale in uno specifico strumento finanziario in unica soluzione. Il PAC, invece, è l’acronimo di Piano di Accumulo del Capitale”, e si usa quando si investe in un certo strumento finanziario “a rate”, di solito mensili. Il secondo è un metodo di investimento molto usato da chi ha paura di investire tutto e subito, oppure da chi non ha un capitale già formato e vuole costituirlo nel tempo.

P.I.R. – E’ l’acronimo di “Piano Individuale di Risparmio”, e indica uno strumento che nel 2017 il governo Italiano ha creato per incentivare gli investimenti nella piccola e media industria del nostro paese. Per farlo, ha usato la leva fiscale, concedendo ai sottoscrittori la totale esenzione del pagamento dell’imposta sugli utili ed esentando da imposte di successione e ogni altra tassa i capitali investiti nel PIR, a patto di non disinvestirli per almeno 5 anni.

E.S.G. – Dall’inglese Environmental Social Governance, e cioè “Politica di governo rivolta all’Ambiente ed al Sociale”, è un acronimo usato in ambito economico-finanziario per definire dei criteri di investimento che rispettano alcuni temi fondamentali: protezione dell’ambiente, limitazione dell’emissione di CO2, rispetto per la Biodiversità e per la sicurezza alimentare, rispetto per i diritti umani, le condizioni di lavoro, l’uguaglianza, ma anche attenzione alla qualità di chi amministra le società, all’equa remunerazione di amministratori e azionisti, al rispetto dei clienti. Il futuro degli investimenti finanziari è ormai diretto nel rispetto di questi criteri ESG, e le istituzioni finanziarie che non lo faranno, probabilmente, verranno tagliate fuori dalle migliori opportunità di mercato.

Se siete arrivati in fonda all’articolo, probabilmente siamo riusciti a rendere comprensibili alcuni concetti “complicati”. In realtà, è sufficiente spiegarli con semplicità, e usare gli acronimi solo quando siete sicuri che il vostro interlocutore abbia veramente compreso ciò di cui state parlando.

In un’epoca in cui trionfano gli inglesismi (selfie, screenshot, meeting, brunch etc), accorciare le distanze con la lingua italiana, specie in finanza, può fare la differenza.

Patrimoni&Finanza, i contenuti della settimana dal 16 al 22 Novembre

Questa settimana, grazie alla “Finanza Semplice” di Alfonso Selva, ci occupiamo di risparmiatori “ansiosi” e denaro in eccesso nei loro conti correnti. Grande spazio, poi, agli atti della conferenza stampa tenuta dal Gruppo Tecnocasa, con il focus su compravendite, locazioni e mutui. Infine, tra le altre cose, parliamo di PMI che fanno innovazione e dell’Osservatorio che analizza le statistiche di questo particolare segmento dell’imprenditorialità italiana.

Denaro in conto corrente, rischi e problemi. Dal “non si sa mai” al principio di Protezione

Alfonso Selva: “con la filosofia del ‘non si sa mai’ non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi”. LEGGI

Compravendite e locazioni, Tecnocasa: il mercato immobiliare esiste e resiste

Dopo la fine del lockdown il mercato si è messo in moto velocemente, sorprendendo gli stessi operatori del settore. A fine anno faremo i conti con gli effetti della pandemia sull’economia e sull’occupazione, tuttavia la nuova ondata in corso rende difficile fare previsioni e stimare le conseguenze sanitarie ed economiche. LEGGI

Mutui, in Italia le surroghe sostengono il mercato. Nel primo semestre erogazioni in crescita

Coloro che si aspettavano una contrazione dei volumi erogati devono ricredersi. Nel primo semestre 2020 mutui in crescita, boom delle surroghe a +243% rispetto allo stesso periodo del 2019. LEGGI

Tecnocasa, indagine socio-demografica sul mercato immobiliare: acquirenti e inquilini

L’analisi delle compravendite e delle locazioni evidenzia un mercato in buona salute che, in seguito all’emergenza sanitaria, ha segnalato alcune nuove tendenze. Bisognerà comunque aspettare i prossimi mesi per scoprire se si tratta di trend temporanei oppure di importanti cambiamenti delle abitudini di acquirenti ed inquilini. LEGGI

Grant Thornton e Università di Pisa, al via l’osservatorio sulle PMI innovative

L’Osservatorio fa parte di un più ampio progetto che mira a valorizzare l’innovazione italiana dando visibilità a questa specifica tipologia di imprese, facilitando la conoscenza dei vantaggi di natura fiscale, societaria e finanziaria esclusivamente dedicati dalla normativa alle PMI innovative regolarmente iscritte nella specifica sezione del Registro delle Imprese. LEGGI

Questo ed altro ancora, su Patrimoni&Finanza, con il consueto approfondimento. 

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Denaro in conto corrente, rischi e problemi. Dal “non si sa mai” al principio di Protezione

Con la filosofia del “non si sa mai” non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Di Alfonso Selva

“Tengo i soldi in conto corrente perché non si sa mai quello che può succedere ….”. Questa è la frase che noi educatori finanziari sentiamo più frequentemente quando incontriamo un nuovo cliente che tiene i suoi soldi nel conto corrente. “Lo faccio per il NON SI SA MAI”, ci rispondono quando gli chiediamo il perché di questa “immobilizazione” di denaro che, come vedremo, può essere fonte di rischio e di perdita di opportunità.

Probabilmente, al nostro cliente non è mai stato chiesto il perché dalla propria banca, il che dimostra che fino a quel momento nessuno si è mai interessato veramente a lui e ai suoi obiettivi. A monte, però, esiste un altro problema, che riguarda “l’insieme”: i dati più recenti ci dicono che sui conti correnti, sui conti deposito e su ogni altra forma liquida ci sono quasi 1927 miliardi di euro, per cui due sono le possibili interpretazioni: le banche non informano – guarda un po’… – sui rischi della detenzione di eccessiva liquidità sui conti correnti, e la maggioranza dei clienti non ha nessun professionista accanto a sé che gli insegni a gestire “l’ansia da risparmio”. In ogni caso, è una buona scelta lasciare tutti i tuoi soldi abbandonati sul conto corrente?

Certamente NO, perchè espone il nostro ipotetico cliente a rischi e problemi di opportunità.

INIZIAMO DAI RISCHI.

1) Il primo è quello del c.d. BAIL-IN, e cioè la possibilità che la banca, in caso di suo fallimento, coinvolga nella procedura tutti i depositi su conto corrente o conto deposito oltre i 100.000 euro. In pratica, tutto ciò che eccede i 100.000 di giacenza viene perso.

2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.

RELATIVAMENTE AI PROBLEMI, il primo – e più evidente – è il mancato guadagno. Infatti, chi negli ultimi 10 anni ha investito i suoi soldi in fondi di investimento azionari ha raddoppiato, se non triplicato, il suo capitale. Il secondo problema è dato dall’inflazione: con un tasso di inflazione dell’1% all’anno, il capitale in 10 anni perde il 10%.

Pertanto, la paura del “NON SI SA MAI “ non porta affatto a buoni risultati, ma resta il problema di farlo comprendere al cliente “ansioso”. Per riuscire in questo fondamentale obiettivo di Educazione Finanziaria dobbiamo sciogliere la paura manifestata dal “NON SI SA MAI” e fare quello che la banca tradizionale non ha fatto: domande, domande ed ancora domande. Solo l’attenzione al cliente, ed alla sua storia, ci permetterà di entrare ad un livello di confidenza tale da scoprire che, dietro quella frase, ci sono paure a volte molto profonde, che dobbiamo vincere aiutando il cliente a razionalizzarle ed affrontarle. La mia esperienza di educatore finanziario mi dice che, di solito, queste paure possono essere catalogate nella serie “come me la caverei se/quando/nel caso in cui…”:

a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);

b) paure riferite all’attività lavorativa (“…se perdo il lavoro, o mi bloccano l’attività e non guadagno più nulla?”);

c) paure riferite al patrimonio (“…se la mia società fallisce e i creditori si portano via tutto?”, “…se mi rubano la macchina aziendale e devo ricomprarla?” “…se non ho più i soldi per pagare il mutuo?”, “…se l’Agenzia delle Entrate mi impone delle sanzioni?”, “…se lo Stato mette una tassa patrimoniale?”, “…se muoio e la mia famiglia non riesce più a pagare il mutuo?”);

d) paure riferite alla vita di tutti i giorni (“…se prende fuoco la casa e devo rifare tutto?”, “…se mi si rompe la lavatrice o il cellulare?”).

Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.

Tranquilli, non mi riferisco né alle guardie del corpo né ad un giubbetto antiproiettile, ma a qualcosa di molto accessibile come una protezione di tipo assicurativo e una “protezione finanziaria” da attuare dopo aver pianificato tempi e modalità di raggiungimento degli obiettivi finanziari e patrimoniali.

Per essere pratici, e rimanere ai giorni nostri, partiamo dalla domanda più frequente: “se mi ammalo di COVID 19” (oppure “se ho una malattia importante, un incidente” etc) la soluzione è sottoscrivere una polizza sanitaria ed infortuni, e con pochi soldi di premio annuo riusciremo a coprire i rischi per la salute o ad avere dei soldi per tutti i giorni in cui la malattia ci impedisce di lavorare. Oppure, se siamo preoccupati per il tenore di vita da anziani o per il rischio di non essere più autosufficienti, esiste una copertura assicurativa chiamata LTC (Long Term Care, cioè assistenza a lungo termine), che eroga una rendita mensile per pagare, ad esempio, una collaboratrice domestica-personale (c.d. badante).

Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione  non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).

Per quanto riguarda le paure sulle spese impreviste “di tutti i giorni”, questo potrebbe essere l’unico caso in cui è conveniente lasciare delle piccole somme sul conto corrente. Per tutte le altre paure, i rischi più gravi del “NON SI SA MAI” non si coprono certamente con 100.000 o 200.000 euro sul conto corrente, bensì con 2 o 3 milioni di euro.

Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.

Con la filosofia del “NON SI SA MAI” non ci si protegge affatto, prestando il fianco a tutta una serie di rischi, come quelli che ho spiegato prima, e allo stesso tempo ci si priva di opportunità utili per quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Tra il principio del “sapere” e quello del “non sapere MAI”, meglio scegliere il primo.

La Finanza Semplice e la teoria dei contenitori. Razionalizzare i sogni e definire gli obiettivi

Spesso le persone non hanno chiari i propri scopi, finchè qualcuno o qualcosa non permette loro di “razionalizzare il sogno”. Gli obiettivi, infatti, non nascono nella loro vera forma, e rimangono per molto tempo allo stato di “sogno” prima di evolvere in determinazione e concretezza.

Di Alfonso Selva*

Oggi vorrei scrivere qualcosa a beneficio dei miei colleghi più giovani, che non hanno potuto avere, come me, un affiancamento costante sui fondamentali del mio lavoro. Trattandosi, appunto, delle “basi”, è opportuno scrivere in modo semplice concetti altrettanto semplici, affinchè  anche i risparmiatori che lo leggeranno possano comprenderli. La Finanza Semplice, infatti, parla la stessa lingua della gente, ed è il comune denominatore della relazione tra consulente finanziario e cliente.

All’inizio della relazione, il consulente deve “accorciare le distanze” con il cliente, e agire secondo due modalità fondamentali: conoscerlo e farsi conoscere. Conoscere il cliente, la sua famiglia, i suoi bisogni ed i suoi desideri è, tra le due modalità, quella più importante. Dalla conoscenza di chi abbiamo di fronte, infatti, ricaviamo tutte le informazioni da tradurre in obiettivi concreti.

Consulente finanziario

Cosa fare, quindi, come agire? Cosa si aspetta, il futuro cliente, dal consulente?

Niente che non rappresenti le basi di una nuova relazione: sedersi accanto e presentarsi, parlando brevemente di sé stessi, della propria professione e, perché no, della propria famiglia (salvo sfortunate eccezioni, chiunque ce l’ha, anche chi non è sposato!). Dopo la presentazione, cominciare a fare tante domande, per capire chi avete davanti e quali sono i suoi sogni.

Pensate sia difficile individuare i sogni della persona con cui parlate per la prima volta? Niente affatto. Tutti noi, in condizioni ottimali (presentazione da parte di un amico comune, referenze del mercato, aspetto, empatia) siamo disposti a parlare del nostro vissuto. L’importante è sapere ascoltare i messaggi che ci arrivano “dall’altra parte”, a volte in maniera criptica. Per farlo, sarà sufficiente fare domande sulla persona, e non certo sulle sue disponibilità economiche.

Questa fase della relazione è molto importante, perché molto spesso le persone non hanno chiari i propri obiettivi, e non sanno cosa vogliono veramente finchè qualcuno – come un consulente finanziario – non permette loro di “razionalizzare il sogno”. L’obiettivo, infatti, non nasce definito, e non assume subito la sua vera forma. Rimane per molto tempo allo stato di “sogno”, e solo il dialogo con un professionista – o un evento improvviso, piacevole o spiacevole – contribuisce a farlo evolvere verso lo stato di “obiettivo”.

Senza tante domande ed una conoscenza più approfondita della persona, il risultato sarà deludente per entrambi, ed il massimo che ci si potrà aspettare, quando si parlerà di denaro e patrimonio, sarà costituito da risposte del tipo “…vorrei far fruttare i miei soldi con poco rischio…” oppure “… voglio investire ma non voglio perdere….”, oppure ancora il classico “…..investo perché non si sa mai quello che potrà succedere…”.

Se questa saranno le risposte, voi consulenti avrete sbagliato, oppure siete stati superficiali. In più, avrete deluso le aspettative di chi vi sta di fronte, il quale non avrà ricavato la fondamentale sensazione che deriva dal ricevere attenzione da voi e potersi “raccontare”.

Facciamo un esempio, usando alcune similitudini molto efficaci. Se ci rechiamo dal medico per riferire di un dolore alla pancia senza dire esattamente: a) in quale punto, b) da quando ti fa male, c) se in profondità o in superficie, il medico non capirà quale tipo di disturbo causa il dolore, non potrà prescrivere alcun farmaco e nemmeno gli esami diagnostici più appropriati. In sintesi, non potrà darci risposte, e noi rimarremo senza cura. Oppure,  se andiamo

dall’agente immobiliare per comprare una casa, ma non gli diciamo: a) quanto possiamo spendere, b) quanto deve essere grande, c) in che zona la vogliamo, d) a che piano, e) se abbiamo bisogno di un mutuo….il professionista non potrà neanche incominciare a svolgere il proprio lavoro per assenza di informazioni.

Per un consulente finanziario, valgono gli stessi principi. Egli ha bisogno di sapere tutto del cliente, per definire i suoi obiettivi concreti e le loro priorità. Solo in quel momento, il consulente potrà parlare di investimenti e strumenti finanziari, distribuendo idealmente i risparmi all’interno di singoli “contenitori”, ognuno dei quali corrisponde ad un obiettivo concreto e raggiungibile ed è caratterizzato, pertanto, da un orizzonte temporale e una modalità di investimento differente.

LEGGI ANCHE: I miei primi consulenti patrimoniali? Mia mamma e mia nonna. I buoni consigli sono per la vita

Generalmente ogni persona ha due o tre obiettivi diversi tra loro per entità e orizzonte temporale entro cui raggiungerli. Ad esempio, se una persona vuole acquistare una casa entro due anni, ha un obiettivo di breve scadenza e sarà consigliabile tenere il denaro sul conto corrente o, al massimo, investirlo in obbligazioni super sicure e a breve scadenza. Se il cliente vive in affitto e vuole comprare casa tra 10 anni, il denaro di quel “contenitore” potrà essere impiegato a lungo termine, con l’obiettivo finanziario di conseguire nel tempo un buon rendimento.

Se l’obiettivo è quello di integrare la pensione, il contenitore giusto può essere un fondo pensione a lunghissima scadenza che coincida con la sua età pensionabile. Se l’obiettivo è quello di proteggere lui e la sua famiglia, il contenitore sarà di tipo assicurativo, mentre per il “non si sa mai” – che è un obiettivo residuale, ma pur sempre tale – un buon contenitore è quello di un accumulo finanziario mensile, a cui attingere quando c’è veramente bisogno.

La “teoria dei contenitori”, a ben vedere, è la base della Finanza Semplice, ed è talmente abbordabile che risulta semplice persino scriverne. Ciò che serve, sempre, è stabilire con il cliente il percorso da intraprendere, aiutarlo nella scelta degli strumenti e stargli accanto costantemente, perché un altro valore che contraddistingue un consulente da un semplice venditore è la sua disponibilità.

E cosa dire dei mercati finanziari…anche quelli si possono “semplificare”?

Certamente, basta ignorarli. Se si ha un obiettivo (o più obiettivi) ed un orizzonte temporale ben stimato per ciascuno di essi, il c.d. market timing – che sarebbe l’abilità semi-divina di indovinare quando comprare e quando vendere – non rientra nelle cose da fare. La prova? Ne abbiamo avuto due, belle forti, negli ultimi dodici anni: la grande crisi del 2008, e l’attuale crisi determinata dalla pandemia di Covid-19: in entrambi i casi (e con notevoli differenze tra i due), i mercati si sono sempre ripresi, chi ha tenuto senza vendere in preda al panico ha recuperato tutto e, al massimo, ha dovuto aggiornare, con l’aiuto del consulente, l’orizzonte temporale di alcuni “contenitori”.

Per sintetizzare “all’osso” il metodo di lavoro della Finanza Semplice, queste sono le sette regole da osservare:

  1. intervistare (il cliente),
  2. analizzare (le informazioni),
  3. definire (gli obiettivi),
  4. pianificare (il loro orizzonte temporale),
  5. selezionare (gli strumenti di investimento),
  6. monitorare (gli obiettivi in relazione al tempo trascorso),
  7. rivedere (gli obiettivi, in caso di eventi imprevisti e di una certa rilevanza).

In fondo, è tutto molto semplice, non credete?

Consulente Finanziario – iscritto Albo OCF al nr. 8634 del 2-11-1994 – Via Piemonte 42, 00187 Roma, e-mail: info@alfonsoselva.it

I miei primi consulenti patrimoniali? Mia mamma e mia nonna. I buoni consigli sono per la vita

Quali sono i buoni consigli da ascoltare in ambito finanziario-patrimoniale? Siamo sicuri che il bravo professionista sia quello che parla di cose incomprensibili ma “dette bene”? Siete sicuri che il vostro interlocutore abbia i titoli per esercitare la professione?

Di Alfonso Selva*

Se penso alle parole “buon consiglio”, mi vengono in mente mia nonna e mia mamma, che mi dicevano sempre “quando sarai grande, dovrai stare attento, lavorare, risparmiare perché non si sa mai, pensare alla famiglia, comprare una casa e mettere da parte i soldi per la vecchiaia“. Nonostante non fossero dei consulenti finanziari, mi davano gli stessi consigli che un bravo consulente patrimoniale oggi dà ai suoi clienti.

Se cerchiamo la parola “consulente” su Google viene fuori questa definizione: “Professionista cui si ricorre per ricevere consigli, chiarimenti, pareri su materia inerente alla sua professione, come l’avvocato, il commercialista, l’ingegnere, il notaio etc”. Il Consulente Finanziario rientra a pieno titolo in questa definizione, ed è un professionista che ti accompagna per la tua vita in campo finanziario e patrimoniale.

Sfortunatamente, su Internet, sui giornali ed anche in privato, si trovano soggetti che danno consigli in materia finanziaria senza averne nessun titolo. Un pò come i finti dentisti, i falsi medici o i finti commercialisti, che sembra costino meno ma causano tanti guai (se non fuggono con i tuoi soldi). Invece, per esercitare la professione di Consulente Finanziario è necessario superare  un esame di Stato, e poi chiedere l’iscrizione all’albo (che per i consulenti finanziari prende il nome di Organismo Unico).

Però, i semplici buoni consigli su come investire e proteggere il denaro spesso non sono sufficienti a soddisfare tutte le esigenze di una famiglia. I “buoni consigli”, infatti, devono spingersi oltre l’aspetto finanziario e coinvolgere tutto il patrimonio del cliente.

Cosa intendiamo per “patrimonio”? Tutto: il tuo Patrimonio sei tu, la tua famiglia, i tuoi immobili, la tua partita iva, la tua impresa, il tuo bagaglio culturale, le tue tradizioni familiari, i tuoi ricordi ed il tuo sapere.

Pertanto, prima di accettare buoni consigli da parte di chiunque, è ESSENZIALE fare PRIMA diverse cose.

– Incontrare il consulente dal vivo oppure on line (possibilmente in video).

– Ascoltare la sua storia professionale, e raccontare la propria.

– Verificare le informazioni ricevute (è semplice, basta consultare online il sito dell’Organismo Unico).

– Il consulente che fa molte domande su di voi, e cerca di capire la vostra situazione personale, familiare e lavorativa, è sulla buona strada per avere la vostra fiducia.

A questo punto (e solo a questo punto), potrete fornire tutta la vostra documentazione finanziaria e patrimoniale, e dichiarare quali sono i vostri obiettivi di investimento. Il risparmio, infatti, è “spesa differita nel tempo”, per cui dovrete individuare degli obiettivi di spesa concreti e alla vostra portata, in ordine di priorità. Solo così, osservando questi passaggi fondamentali, si porranno le basi per ricevere soluzioni finanziarie e patrimoniali per i prossimi 30 o 40 anni.

Perchè i buoni consigli non sono quelli utili ad affrontare soltanto il quotidiano, ma principi validi per la vita intera, da trasmettere ai figli ed ai figli dei vostri figli.

Come quelli della nonna, insomma.

* Consulente Finanziario – iscritto Albo OCF al nr. 8634 del 2-11-1994 – Via Piemonte 42, 00187 Roma, e-mail: info@alfonsoselva.it

Giancarlo Giannini compie 80 anni e torna sul set

ROMA (ITALPRESS) – Ottant’anni, un compleanno importante, di quelli che solitamente si festeggiano con amici e parenti. Giancarlo Giannini, che li compie il 1° agosto, invece non lo festeggerà: «Non sono tipo da anniversari. Non mi importa del passato, penso al futuro, alle cose che posso ancora fare» ha dichiarato recentemente. E come dargli torto, visto che è appena uscito non da uno ma da ben tre set? Lo vedremo, tra gli altri, nei panni di un procuratore, nella serie Sky “Il grande gioco” con Francesco Montanari, e in “Book Club 2: The Next Chapter” con Diane Keaton, Jane Fonda, Mary Steenburgen e Andy Garcia. Però, volendo dare anche uno sguardo a quel passato a cui lui dice di non pensare, ci si trovano tante cose: 11 tra premi e candidature al David di Donatello, 12 tra premi e candidature ai Nastri d’Argento, una candidatura al Premio Oscar (uno dei pochi italiani ad averla ricevuta, come miglior attore per il film di Lina Wertmuller “Pasqualino Settebellezze”), il Prix d’interprètation masculine al Festival di Cannes (per Film d’amore e d’anarchia, sempre della Wertmuller), una stella sulla Italian Walk of Fame di Toronto e tanti altri riconoscimenti.
La lista dei film intrepretati e dei relativi personaggi è assai lunga ma non bisogna dimenticare che la fortunata carriera di Giannini è iniziata sul palco del teatro dove è salito, a soli 18 anni, per “In memoria di una signora amica” di Giuseppe Patroni Griffi, accanto a Lilla Brignone. Subito dopo arrivano “Sogno di una notte di mezza estate” diretto da Beppe Menegatti (interpreta il folletto Puck), “Romeo e Giulietta” diretto da Franco Zeffirelli e “La lupa”, con Anna Magnani e sempre diretto da Zeffirelli.
Il cinema arriva a metà degli anni Sessanta dopo il successo televisivo con lo sceneggiato “David Copperfield” di Anton Giulio Majano (che lo dirigerà anche nel 1971 in “E le stelle stanno a guardare”). E’ Lina Wertmuller a offrirgli il primo ruolo per il grande schermo: protagonista nel musicarello “Rita la zanzara”, accanto a Rita Pavone. Segue, poi, “Non stuzzicate la zanzara” che precede il primo vero successo: “Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca” di Ettore Scola. Da lì in poi arrivano titoli che sono entrati nella storia del cinema come “Mimì metallurgico ferito nell’onore”, “Film d’amore e d’anarchia”, “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare di agosto” (tutti e tre insieme a Mariangela Melato), “Pasqualino Settebellezze”. Tanti film ma anche tanti registi: da Luchin Visconti (con “L’innocente”) a Mario Monicelli (“I Picari” e “Il male oscuro”), da Dino Rissi (“Sessomatto”) a Nanni Loy (“Mi manda Picone”), da Carlo Lizzani (“Celluloide”) a
Ettore Scola (“La cena”), sempre per citarne alcuni. Altri film: “Giovanni Falcone” di Giuseppe Ferrara e “Palermo-Milano – Solo andata” e “Milano-Palermo – Il ritorno”, entrambi di Claudio Fragasso, “Piazza delle Cinque Lune” di Renzo Martinelli, “Il cuore altrove” di Pupi Avati e “Il generale Dalla Chiesa” di Giorgio Capitani. Nel 1987 si è cimentato anche nella regia con “Ternosecco”. Giancarlo Giannini ha lavorato anche molto all’estero. Ricordiamo, ad esempio, le sue interpretazioni in “Il profumo del mosto selvatico” di Alfonso Arau, “Hannibal” di Ridley Scott e i due film della saga di James Bond “Casino Royale” e “Quantum of Solace”. E’, infine, anche molto attivo nel doppiaggio grazie alla sua voce profonda e inconfondibile che ha regalato, tra i tanti, ad Al Pacino, Jack Nicholson, Michael Douglas, Gerard Depardieu e Dustin Hoffman. A seguire le sue orme è il figlio Adriano protagonista, tra l’altro, del remake di “Travolti da un insolito destino” insieme a Madonna. Un altro dei suoi quattro figli, Lorenzo, è purtroppo scomparso a soli 19 anni, nel 1987, a causa di un aneurisma, “il dolore più grande della vita”, come lo ha definito lui stesso.
– foto agenziafotogramma.it-
(ITALPRESS).