
Ansia da pensione e Generazione NERD: perché i giovani temono di dover lavorare per sempre
La sfiducia nella pensione nasce anche da redditi fragili e costo della vita elevato mentre educazione finanziaria e pianificazione possono aiutare a recuperare il controllo sul futuro
La pensione dovrebbe rappresentare un traguardo, ma per una parte dei giovani è diventata una fonte di inquietudine: un reddito che forse non sarà sufficiente, un’età di uscita dal lavoro percepita come sempre più lontana, un obiettivo difficile da conciliare con affitti, spese quotidiane e stipendi che lasciano poco spazio al risparmio. L’espressione Generazione NERD, acronimo di Never Ever Retiring Demographic, è stata utilizzata da People’s Pension per descrivere questa sfiducia. Non identifica una nuova categoria demografica né certifica che i giovani non andranno in pensione: racconta la sensazione di chi considera il proprio futuro previdenziale tanto incerto da rinunciare a occuparsene.
Il punto più delicato è proprio questo passaggio dalla preoccupazione all’immobilismo, perché pensare di non avere alcuna possibilità può portare a rimandare le decisioni che restano accessibili. Tuttavia, attribuire il problema soltanto alla scarsa educazione finanziaria sarebbe riduttivo: chi fatica a pagare la casa o alterna periodi di lavoro e disoccupazione non dispone delle stesse opportunità di chi ha un reddito stabile. Una lettura seria dell’ansia previdenziale deve quindi tenere insieme capacità di risparmio, continuità lavorativa e conoscenza degli strumenti, evitando sia la promessa di una pensione senza problemi sia il messaggio opposto, secondo cui tutto sarebbe già perduto.
I sondaggi misurano timori diversi
La ricerca commissionata da People’s Pension a Opinium, condotta tra il 29 agosto e il 2 settembre 2025 su un campione rappresentativo di 2.000 adulti britannici, rileva che il 47% della Gen Z tra 18 e 27 anni non si occupa attivamente della propria pensione; il 12% considera inutile interessarsene perché ritiene di non riuscire mai a ritirarsi dal lavoro. Il comunicato segnala anche che il 36% dei giovani giudica inefficace il modo in cui il settore finanziario comunica i benefici del risparmio previdenziale. Sono indicazioni sul rapporto con la pianificazione, non una stima della probabilità che la pensione pubblica venga abolita, e non possono essere trasferite automaticamente alla popolazione italiana.
Negli Stati Uniti il Planning & Progress Study 2026 di Northwestern Mutual restituisce un quadro meno uniforme di quanto suggerisca l’idea di una generazione interamente sfiduciata: il 58% degli intervistati della Gen Z si aspetta di essere finanziariamente preparato alla pensione, contro il 63% nel 2025, mentre il 45% teme di poter vivere più a lungo dei propri risparmi. In Italia, la sintesi della Deloitte Global Gen Z and Millennial Survey 2025 segnala che circa sei giovani su dieci vivono di stipendio in stipendio e temono una pensione economicamente insoddisfacente. Le domande, i campioni e i sistemi previdenziali sono differenti: questi risultati non compongono una classifica internazionale omogenea, ma mostrano quanto la sicurezza futura dipenda dalla fragilità economica presente.
Previdenza complementare e giovani il dato va letto bene
Per l’Italia, la relazione COVIP relativa al 2025 indica che gli iscritti con meno di 35 anni rappresentano il 20,8% degli aderenti alla previdenza complementare, rispetto al 17,5% nel 2020. Questa percentuale descrive la composizione per età degli iscritti: non significa che soltanto il 20,8% di tutti i giovani italiani abbia un fondo pensione, né consente di concludere che quattro giovani su cinque ne siano privi. Per misurare la diffusione tra gli under 35 occorre rapportare gli iscritti alla popolazione o alle forze di lavoro della stessa fascia, specificando il denominatore utilizzato. La distinzione evita di trasformare un dato corretto in un allarme statistico infondato.
La previdenza complementare può contribuire a costruire un reddito aggiuntivo, ma la sola adesione non garantisce un risultato adeguato: contano l’ammontare e la continuità dei versamenti, i costi, il contributo eventualmente previsto dal datore di lavoro, il comparto scelto e il tempo disponibile. Occorre inoltre comprendere le regole di accesso al capitale e alle prestazioni, perché una posizione pensionistica non equivale a denaro liberamente utilizzabile per qualsiasi spesa. Per chi dispone di margini limitati, il tema è trovare un equilibrio sostenibile tra gli impegni di oggi e il futuro, senza assumere versamenti irrealistici o scegliere prodotti che non comprende soltanto per attenuare l’ansia.
L’educazione finanziaria deve aiutare a decidere
Valerio Marchetti richiama la necessità di strumenti capaci di parlare il linguaggio delle nuove generazioni: formazione scolastica, podcast e contenuti digitali comprensibili. Il ruolo della consulenza, osserva, consiste nell’ascoltare la persona e costruire un percorso coerente con le sue priorità: «Sta a noi ascoltare la persona che abbiamo davanti, rispettando quelle che sono le sue esigenze e i suoi valori, per costruire insieme un percorso che tenga conto degli obiettivi di vita». È una prospettiva utile se l’accompagnamento mette al centro la comprensione delle scelte e rende trasparenti costi, rischi e limiti degli strumenti proposti.
L’alfabetizzazione finanziaria non elimina un reddito insufficiente, ma può evitare che una disponibilità già scarsa venga impiegata male. Significa capire la differenza tra rendimento nominale e reale, riconoscere il peso dei costi ricorrenti, valutare la diversificazione e sapere che una simulazione non è una promessa. Anche il consiglio di iniziare presto richiede una spiegazione: più anni di versamenti e capitalizzazione possono migliorare il risultato, ma non esiste una regola universale secondo cui cominciare a vent’anni raddoppia automaticamente il capitale rispetto a cominciare a trenta. Il risultato cambia con importi, rendimenti, costi e continuità; trasformare un esempio in una garanzia sarebbe un’altra forma di comunicazione fuorviante.
Dalle paure a una fotografia della propria posizione
Per chi lavora in Italia, un punto di partenza concreto è controllare i contributi registrati e utilizzare, quando disponibile per la propria posizione, il servizio INPS La mia pensione futura. Lo strumento permette di simulare data e importo della pensione sulla base della normativa vigente, della storia lavorativa e del reddito, confrontando anche ipotesi differenti. La stima del rapporto tra prima pensione e ultimo stipendio aiuta a rendere più comprensibile il possibile divario da colmare, ma non anticipa con certezza le regole e la carriera dei prossimi decenni. Va letta come scenario da aggiornare, soprattutto quando cambiano lavoro, retribuzione o continuità contributiva, non come un verdetto definitivo sul proprio futuro.
La risposta all’ansia da pensione non può quindi limitarsi all’invito a sottoscrivere un prodotto: servono informazioni leggibili, contributi correttamente registrati, redditi che consentano di risparmiare e un percorso verificabile nel tempo. Anche per il dibattito economico il segnale è importante, perché una generazione che non riesce a immaginare sicurezza futura può modificare consumi, scelte familiari e rapporto con il lavoro. Recuperare fiducia significa rendere più chiaro ciò che dipende dalle politiche pubbliche e ciò su cui la persona può intervenire, senza scaricare su di lei tutta la responsabilità. La pensione diventa meno astratta quando si passa da una paura indistinta a poche decisioni comprensibili, sostenibili e rivedibili.
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