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Ricostruire i sogni della classe media per difendere la pace

EDITORIALE. Il declino della sicurezza economica indebolisce fiducia, risparmio e coesione sociale. La redistribuzione non basta a fermare le guerre, ma una società senza sogni nè prospettive diventa più vulnerabile alla conflittualità - di Alessio Cardinale

di Alessio CardinalePubblicato il
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Nel 2022, all’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, ponevo una domanda che quattro anni dopo conserva tutta la sua urgenza: possiamo difendere la pace senza ricostruire una classe media capace di vivere, risparmiare e immaginare il proprio futuro? Non intendevo sostenere che la distribuzione del reddito spiegasse da sola una guerra, né che una riforma fiscale potesse sostituire la diplomazia. La convinzione di fondo era un’altra: una società nella quale il benessere si concentra nelle mani di pochi e la sicurezza economica si restringe ogni anno di più diventa fragile anche politicamente, si rifiuta di votare una classe politica da cui si sente tradita, da destra a sinistra, e perde ogni percezione di partecipazione alla vita del Paese. Oggi quella convinzione va aggiornata con dati e distinzioni più rigorose, ma non mi sembra meno attuale: la pace richiede istituzioni, sicurezza e senso di responsabilità dei governi (che al momento mancano del tutto l’obiettivo), ma ha bisogno anche di cittadini che abbiano ragioni concrete per credere nella cooperazione anziché nella contrapposizione permanente.

La classe media non è scomparsa, ha perso il margine del sogno

Parlare della sua scomparsa è efficace come provocazione, ma rischia di nascondere il problema reale: la classe media continua a esistere; in molti casi, però, non riconosce più le garanzie che associava alla propria posizione, poichè lavorare, pagare le spese, accedere a un mutuo per la casa, curarsi e sostenere gli studi dei figli non sono più necessariamente il preludio a un miglioramento, bensì diventano per quasi tutti gli italiani-europei l’intero contenuto del reddito disponibile, senza un margine da poter destinare a imprevisti e nuovi progetti di vita. È questa perdita di margine, di sogni e aspettative nel futuro a produrre insicurezza.

L’ingresso nell’Unione Monetaria – dal momento che l’Unione dei popoli Europei non è mai avvenuta – e le profonde trasformazioni industriali e produttive dettate dalle rivoluzioni digitali hanno decretato lentamente (ma inesorabilmente) lo spegnimento del sogno della classe media, una volta fiorente, partecipata e robusta, che solo trenta anni fa risparmiava il 18% del reddito (con punte del 25%, oggi siamo al 6,7%) e costruiva ricchezza, capace com’era di creare la possibilità che 7 italiani su 10 diventassero proprietari di immobili. Oggi, un nucleo familiare può restare statisticamente a reddito medio, ma sentirsi esposto al pericolo di un peggioramento improvviso, soprattutto se una rata, un affitto o una spesa sanitaria assorbono la parte di reddito che un tempo costruiva libertà di fare viaggi, villeggiatura, e di coltivare hobby e passioni.

Il risparmio misura lo spazio che rimane dopo le spese

I dati più recenti dell’Istat (Istituto nazionale di statistica) dicono che nel secondo trimestre 2026 la propensione al risparmio delle famiglie consumatrici è stata del 6,7%, in diminuzione di 1,2 punti percentuali rispetto al trimestre precedente. Il reddito disponibile è aumentato dello 0,4%, i consumi dell’1,7%, mentre il potere d’acquisto è diminuito dello 0,9%. Il 6,7% è un rapporto aggregato, destagionalizzato, riferito a un trimestre: non significa che ogni famiglia riesca ad accantonare quella quota e non è la media definitiva dell’intero 2026. La sua rilevanza è nel rapporto fra entrate e spese: quando le seconde crescono più rapidamente delle prime, il risparmio assorbe parte dello squilibrio.

Il confronto storico rimane significativo purché non si sovrappongano serie diverse. Un lavoro pubblicato dalla Banca d’Italia nel 2013 ricostruiva la discesa del tasso di risparmio delle famiglie consumatrici da oltre il 25% a metà degli anni Ottanta all’8,6% nel 2011. Quella ricostruzione e il dato trimestrale attuale appartengono a pubblicazioni e versioni della contabilità nazionale differenti: non vanno utilizzati per calcolare una perdita esatta e omogenea lungo quarant’anni; documentano però che la riduzione della capacità di accantonamento non è nata con l’ultima crisi: cambiamenti demografici, accesso al credito, andamento dei redditi e necessità di sostenere i consumi hanno concorso a modificarla. Richiamare l’antica forza del risparmio italiano è quindi legittimo; attribuire tutto il suo ridimensionamento a una sola decisione politica non lo sarebbe.

Un paese ricco può avere famiglie senza margine

Anche il patrimonio va distinto dal reddito. La proprietà di una casa può essere una protezione importante ma non produce il denaro necessario a pagare le spese correnti. Un’eredità immobiliare può aumentare la ricchezza registrata ma, se il reddito disponibile rimane modesto, complica I conti degli eredi in tema di manutenzione, imposte e costi prima assenti, creando squilibri di liquidità e conseguenti vendite di parte del patrimonio. All’opposto, chi dispone di attività finanziarie diversificate può beneficiare di rendimenti e rivalutazioni senza dipendere soltanto dal proprio lavoro. La concentrazione della ricchezza diventa socialmente problematica quando queste differenze si trasformano in un divario persistente di opportunità: qualcuno può scegliere, investire e attendere, mentre altri devono consumare ogni entrata o rinviare cure, formazione e progetti. Non basta osservare quanti miliardi possiedono complessivamente le famiglie per concludere che la loro condizione sia finanziariamente florida.

Il risparmio ha anche una funzione civile, poichè consente di affrontare una discontinuità lavorativa senza precipitare immediatamente nella povertà o nel disagio, permette di cambiare occupazione, o magari di investire in una competenza o di aiutare un figlio a diventare autonomo. Quando quel cuscinetto si assottiglia, cresce il costo emozionale di ogni cambiamento, anche di quelli necessari alla crescita collettiva. La transizione energetica, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale possono aprire opportunità, ma chiedono adattamenti che non tutti sono in grado di finanziare allo stesso modo. Questa distribuzione del reddito così squilibrata aumenterà il divario di quanti non saranno in grado di cogliere quelle opportunità per mancanza di copertura finanziaria pur avendo perfettamente l’età per farlo. Molti rimarranno indietro, ingrossando le fila di una povertà che sarà innanzitutto funzionale prima ancora che economica.

Dal disagio economico alla frattura politica

In questi scenari, il passaggio verso la conflittualità non è automatico, ma graduale. Le difficoltà economiche possono generare in un primo momento solidarietà, nuove forme di rappresentanza e richieste democratiche di riforma; ma contestualmente possono alimentare sfiducia, astensione e disponibilità ad accettare spiegazioni fondate su un nemico da colpire. Le istituzioni e la qualità della politica fanno la differenza: quando il sacrificio sembra condiviso e il risultato verificabile, una società può essere disposta a fare compromessi importanti e a sostenere anche correzioni impegnative; quando, invece, le rinunce appaiono permanenti per alcuni e negoziabili per altri, il compromesso perde qualunque legittimità.

Per questo resto convinto che una classe media ampia e ragionevolmente sicura sia uno degli argini di una democrazia. Non perché i redditi intermedi rendano I cittadini automaticamente moderati o pacifici, ma perché la possibilità di migliorare la propria condizione attraverso regole condivise dà un valore concreto alla continuità istituzionale. La sicurezza economica rende meno costoso attendere l’esito di una riforma, meno distruttiva una crisi temporanea e più credibile la promessa di reciprocità fra cittadino e Stato. Se alla Classe Media vengono lasciati i mezzi per sognare, quella stessa sicurezza economica può anche venir meno temporaneamente, ma il senso della democrazia rimane saldo e persino i privilegi economici di pochi vengono visti con maggiore tolleranza.

Non possiamo chiedere alle persone fiducia nel futuro mentre riduciamo continuamente lo spazio economico nel quale quel futuro dovrebbe prendere forma. Il risparmio che scompare, il lavoro che non protegge e i servizi che diventano inaccessibili non sono problemi separati dalla qualità della democrazia, ma sono parte della sua sostanza quotidiana. Quattro anni dopo, pertanto, la mia risposta alla domanda iniziale resta questa: ricostruire la classe media non mette al riparo da una guerra - soprattutto se “importata” da chi, dall’estero, detiene ancora larghe fette della nostra sovranità - ma rinunciare a farlo indebolisce una delle basi sulle quali può reggersi il dovere di ricercare la Pace.

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