Aprile 21, 2026
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Trump dichiara guerra alla Cina e a chi vuole la de-dollarizzazione. Anche i paesi vassalli sono avvisati

Con il blocco dello Stretto di Hormuz, Trump sta inasprendo lo scontro con la Cina interrotto con la fine del suo precedente mandato, durante il quale i suoi attacchi erano già protesi alla difesa del Dollar Standard.

di Alessio Cardinale, direttore editoriale di P&F

Nessuno venga ingannato dalla scusa ufficiale di Trump, che ha dichiarato di voler “fermare ogni nave che paga tributo all’Iran in acque internazionali“. Nonostante a prima vista possa sembrare una mossa contro l’Iran, In realtà almeno l’80% di quelle navi va in Cina, che è il maggior acquirente del petrolio iraniano. Ergo, con il blocco Trump vuole tagliare le forniture di petrolio della Cina, il che equivale a dichiararle guerra. Del resto, lo stesso Trump aveva dichiarato “… Non permetteremo all’Iran di vendere petrolio a chi ama e di non venderlo a chi non ama. Sarà tutto o niente… Lasci che la Cina ci mandi le sue navi. Che le mandi in Venezuela. Noi abbiamo troppo petrolio. Lo venderemmo anche a un prezzo più basso“. In pratica, prima toglie alla Cina il petrolio iraniano, poi invita/costringe tutti (Cina per prima) a comprarlo da lui.

Questo, però, è un gran problema. Infatti, fino a ieri la Cina ha acquistato il petrolio iraniano bypassando il Dollar Standard e pagando in massima parte con lo yuan, ossia con la propria moneta. Ma se la Cina si trova costretta a comprare petrolio dagli Stati Uniti, dovrà usare nuovamente i dollari, con il rischio che gli americani possano (come già successo ad altri paesi) chiudere le forniture quando vogliono e imporre sanzioni o addirittura congelare i conti – come è stato fatto con Russia e Iran – e togliere nuovamente ai cinesi l’indipendenza energetica e valutaria che si stanno guadagnando con l’adesione al blocco dei paesi BRICS (blocco economico tra Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica, Iran, Emirati Arabi, e Etiopia).

Da solo, questo raggruppamento di paesi “emergenti” – Etiopia e Iran, in realtà, sono gli unici ad avere ancora tali caratteristiche – esprime il 35% del PIL mondiale, superando quello delle economie occidentali del G7, ed è nato con il chiaro intento di affrancare i paesi aderenti dal dollaro americano. Tale intento, fin dalla fondazione del BRICS (acronimo che fa riferimento alle iniziali dei 5 stati che originariamente lo hanno creato), era stato perseguito un po’ in sordina, mascherato da altri obiettivi di sviluppo economico degli aderenti e di miglioramento nei relativi scambi commerciali; da quando Trump è stato rieletto, però, si torna a parlare apertamente del “pericolo de-dollarizzazione”, e a ben vedere il presidente USA oggi sta solo riprendendo le fila del discorso interrotto con la fine del precedente mandato, durante il quale i suoi attacchi alla Cina erano già una reazione alla prospettiva di un declino del Dollaro tanto temuto dalle amministrazioni americane.

Ciò spiega la violenza militare scatenata, in questa tornata presidenziale trumpiana – l’ultima, Deo Gratias, salvo improbabili deroghe alla costituzione americana – e delinea lo scenario cui assistiamo oggi, con gli Stati Uniti già aggressivi con la fase di inasprimento dei dazi commerciali, applicati per ridurre l’enorme deficit del debito, e adesso pronti a scatenare un conflitto mondiale pur di conservare l’egemonia della propria valuta, che consente anche una larga egemonia politica nel mondo (grazie alla possibilità di applicare sanzioni durissime per mezzo della propria valuta), e di fare profitti con la vendita di armi e di Shale Oil americano in Europa e nel mondo.

Tornando ai giorni d’oggi, il sistema di pedaggio nello Stretto di Hormuz istituito dall’Iran è una vera e propria “bomba” di democrazia valutaria per Trump. Infatti, ai paesi amici la tariffa di un dollaro al barile viene fatta pagare in yuan – ossia nella valuta destinata a sostituire il dollaro negli scambi commerciali tra i paesi BRICS – o in criptovalute. Lo stesso Giappone, ossia il braccio destro più fedele degli Stati Uniti, ha pagato in yuan per farsi dare il permesso di far passare le sue petroliere. Come sappiamo, la risposta di Trump, solo ufficialmente attribuita all’esito della farsa del negoziato-ultimatum messo su con l’Iran per confondere l’opinione pubblica sui veri obiettivi, è stato quella di effettuare il blocco “in uscita” dello Stretto di Hormuz, al fine di penalizzare il vero “nemico”, ossia la Cina e lo Yuan.

Questo inasprimento della tensione delinea uno scenario di imminente realizzazione, secondo cui le 15 navi militari dislocate dagli Stati Uniti sullo Stretto potrebbero quindi fermare le petroliere cinesi e perquisirle in acque internazionali, attuando un vero e proprio blocco commerciale e una violazione della sovranità cinese. Allora la Cina risponderebbe aumentando il sostegno all’Iran, ma soprattutto dando l’ordine alla sua marina militare di avvicinarsi allo Stretto di Hormuz per scortare le proprie navi mercantili al di fuori dell’area di blocco e, suo malgrado, alimentando il clima di tensione già ai massimi livelli. Una scelta folle, pertanto, quella di Trump; anche perché il probabile fallimento del blocco navale in presenza di navi della Marina cinese farebbe apparire la mossa del presidente americano come un bluff di fronte ad eventi che non può più fermare se non con un conflitto militare diretto con la Cina.  

In un simile scenario, in cui il vero volto dell’attuale presidenza statunitense è apparso in tutta la sua chiarezza, non sono in pochi oggi ad augurarsi l’indebolimento del dollaro e un salutare ridimensionamento internazionale di un paese, quello americano, che da quando esiste ha dato una svolta importante alle economie del mondo occidentale ma ha anche seminato la storia moderna di morte e distruzione, sia al suo interno (con i nativi americani) che al di fuori di esso, usando senza alcuno scrupolo i servizi di intelligence e l’aggressione/collaborazione militare per perseguire i propri interessi politico-economici nei paesi sudamericani e nei suoi “vassalli di guerra” in Europa. Tra i quali – è bene ricordarlo – ci siamo anche noi. Anzi, stiamo talmente dentro questo rapporto di vassallaggio – con le oltre 100 basi americane sparse nel nostro territorio, che annullano quasi del tutto la nostra sovranità – che potremmo persino chiedere agli USA di essere la 51esima stelletta della loro bandiera, e porre fine all’ipocrisia su cui si trascina la nostra “democrazia apparente” dal Secondo Dopoguerra ad oggi.

Scegli il tuo veleno: geopolitica o intelligenza artificiale

Per la Federal Reserve potrebbe non essere semplice attuare i due tagli dei tassi d’interesse che i mercati attualmente scontano. Molto dipenderà dall’evoluzione del mercato del lavoro.

Di Daniel Morris*

Le notizie dell’ultima settimana hanno messo in luce diversi aspetti del potenziale dirompente dell’AI. Gli annunci di investimenti in conto capitale ancora più elevati da parte di aziende come Alphabet, la holding di Google, fanno pensare a margini di profitto più bassi. La maggiore disponibilità di strumenti di intelligenza artificiale open source riduce i potenziali ricavi dei concorrenti e mette quindi in discussione la sostenibilità di investimenti tanto ingenti. È difficile quantificare l’impatto complessivo della “distruzione creativa” generata dall’AI sul mercato del lavoro e sulla domanda dei consumatori, soprattutto quando le competenze professionali diventano improvvisamente molto meno preziose e si perdono posti di lavoro.

La novità dell’AI come fattore di mercato, unita all’intensa competizione all’interno del settore, rende questo tipo di sorprese quasi inevitabile (vi ricordate DeepSeek?). Dall’estate scorsa, la volatilità del settore tecnologico è stata doppia rispetto a quella del resto del mercato. Ci vorrà tempo perché gli analisti valutino l’impatto netto di tutti questi fattori e adeguino le stime sugli utili. Per questo, nel breve periodo è consigliabile un atteggiamento prudente. Quasi la metà delle società incluse nell’indice Nasdaq 100 deve ancora pubblicare i risultati trimestrali. Per le aziende che hanno già comunicato i conti, la crescita degli utili appare solida, pari all’11% complessivo, ma è solo in linea con le attese, in un contesto in cui gli investitori si sono abituati a sorprese positive più consistenti ogni trimestre. Per lo S&P 500, invece, la crescita degli utili è più elevata (14%) e anche le sorprese positive sono maggiori (8%), un fattore che aiuta a spiegare perché i titoli non tecnologici stiano sovraperformando.

Oltre ai risultati deludenti, anche i CEO stanno diventando meno ottimisti sul futuro. La quota di indicazioni positive (“guidance”) fornite dalle aziende è tornata a diminuire, pur restando su livelli storicamente elevati (si veda Grafico 1).

Anche se a livello tattico è sensato essere cauti, sul piano strategico restiamo ottimisti. Alla volatilità dei titoli tecnologici si sono accompagnati rendimenti superiori (sebbene non di recente). Dall’estate scorsa, la pendenza della linea di tendenza della performance globale dei titoli tecnologici è quasi doppia rispetto a quella del mercato complessivo (si veda Grafico 2).

È possibile che le stime di crescita degli utili per il settore tecnologico vengano riviste al ribasso, ma è comunque probabile che restino nettamente migliori rispetto a quelle dei titoli non tecnologici. Attualmente, si prevede un incremento dei profitti delle aziende tech del 31% quest’anno, contro appena il 10% dei titoli non tech (per il 2025 le stime sono rispettivamente del 26% e del 6%). Con un divario così ampio, improbabile che i titoli non tecnologici riescano a battere in modo duraturo quelli tech, a meno che le prospettive di profitto del settore non peggiorino sensibilmente o le valutazioni non si ridimensionino.

Paradossalmente, il rischio di valutazione potrebbe essere maggiore per i titoli “value” che per quelli tecnologici. Lo z-score – misura statistica che misura gli scostamenti di uno strumento/indice finanziario dalla media pari a 0 – del rapporto prezzo/utili (P/E) prospettico per il Nasdaq 100 è pari a 0,2, mentre quello dei titoli tecnologici dei mercati emergenti è in linea con la media di lungo periodo (z-score pari a zero). Per alcuni indici value, invece, il punteggio è decisamente più elevato. L’MSCI Japan e il Russell 1000 Value presentano entrambi uno z-score del P/E pari a 1,8. L’Europa rappresenta una parziale eccezione, con uno z-score di 0,5: sopra la media, ma non a livelli estremi.

Gli eventi recenti non fanno che rafforzare l’importanza di una buona diversificazione dell’esposizione al settore tecnologico, sia tra industrie diverse sia tra aree geografiche, includendo mercati sviluppati ed emergenti. La diversificazione è sempre utile in un portafoglio, ma diventa ancora più cruciale alla luce della rapidità con cui evolve l’industria tecnologica. Quasi ogni operatore può essere messo in difficoltà dall’innovazione, ma è probabile che il nuovo vincitore emerga comunque all’interno dello stesso indice. Le perdite su un singolo titolo dovrebbero quindi essere compensate dai guadagni su un altro, mentre gli utili complessivi continuano a crescere.

La recente sorpresa positiva dell’indice ISM manifatturiero statunitense di gennaio, salito a 52,6 (in territorio di espansione) dopo dieci mesi sotto quota 50, evidenzia uno dei rischi per lo scenario positivo sulle azioni USA nel corso dell’anno. La crescita del PIL ha registrato una media del 4,1% negli ultimi due trimestri e la stima GDPNow della Fed di Atlanta è al 4,2%, ben al di sopra del potenziale di crescita di lungo periodo dell’economia, stimato intorno all’1,8%. Considerando che l’inflazione potrebbe tornare a salire nei prossimi mesi con il venir meno degli effetti distorsivi legati alle chiusure e alle condizioni meteo, per la Federal Reserve potrebbe non essere semplice attuare i due tagli dei tassi d’interesse che i mercati attualmente scontano.

Molto dipenderà dall’evoluzione del mercato del lavoro: da un lato l’offerta di lavoro aumenta perché le aziende licenziano e sostituiscono lavoratori con strumenti di AI; dall’altro, però, diminuisce a causa delle deportazioni. Un aggiustamento dei mercati azionari a un numero inferiore di tagli dei tassi (o a nessun taglio) da parte della Fed risulterebbe traumatico, poiché l’aumento del tasso di sconto ridurrebbe i multipli di valutazione, in particolare per i titoli tecnologici e le small cap. Una volta completato questo adeguamento, però, uno scenario di crescita economica solida e inflazione leggermente più alta potrebbe sostenere nuovi rialzi dei mercati.

* Chief Market Strategist, Co-head of the Investment Insights Centre di BNP Paribas Asset Management

Dati sulle performance/fonte dei dati: Bloomberg, FactSet, BNP Paribas Asset Management; al 5 febbraio 2026, salvo diversamente specificato. Le performance passate non vanno considerate indicative di rendimenti futuri.

Dollaro in ribasso e oro in calo dopo il cessate il fuoco Iran-Israele. Francia: debito alle stelle

Il dollaro cala a causa della possibile sostituzione di Powell da parte di Trump. L’oro scende dopo l’allentamento delle tensioni in Medio Oriente. In Francia debito pubblico record.

Dopo una settimana di calma apparente, il cessate il fuoco tra Israele e Iran sembra reggere, attenuando i timori di una nuova escalation nella regione. Il presidente Trump ha espresso ottimismo in merito ai prossimi colloqui volti a limitare le ambizioni nucleari dell’Iran, contribuendo a un clima di maggiore stabilità sui mercati. 

Nel frattempo, l’economia statunitense mostra segnali di rallentamento, con un indebolimento del mercato del lavoro e crescenti pressioni inflazionistiche legate ai recenti dazi commerciali. I funzionari della Federal Reserve stanno valutando un possibile taglio dei tassi d’interesse a luglio, anche se alcuni restano prudenti sulle prospettive economiche. Secondo gli analisti, senza una ripresa significativa della produttività o una soluzione delle tensioni commerciali, l’economia americana potrebbe continuare a perdere slancio. Una nota positiva proviene dalle relazioni internazionali. Giovedì scorso, infatti, un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che gli Stati Uniti hanno raggiunto un accordo con la Cina per accelerare le spedizioni di terre rare verso il mercato americano. L’intesa arriva tra gli sforzi per porre fine alla guerra commerciale tra le due principali economie mondiali.

Sul fronte dei cambi, il dollaro statunitense ha subito un forte calo dopo le indiscrezioni secondo cui Donald Trump potrebbe annunciare con largo anticipo un sostituto per il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, il cui mandato scade nel 2026. I mercati hanno interpretato questa mossa come politicamente motivata, sollevando timori sull’indipendenza della Fed e lasciando presagire un possibile orientamento più accomodante nella futura politica monetaria. Di conseguenza, il prezzo dell’oro è sceso sensibilmente – anche in seguito al cessate il fuoco tra Iran e Israele – per via dei ritardi nei tagli dei tassi negli Stati Uniti, che hanno smorzato l’ottimismo degli investitori. L’attenzione dei mercati è ora rivolta ai prossimi dati sull’inflazione PCE, mentre le incertezze sulla politica della Fed e sui dazi dell’era Trump continuano a pesare sulle prospettive.

Relativamente alle materie prime, i prezzi del petrolio hanno registrato il calo settimanale più marcato degli ultimi due anni, con un ribasso di circa il 12%, grazie al cessate il fuoco tra Israele e Iran che ha attenuato i timori legati all’offerta nella regione. Nonostante un lieve rimbalzo, i segnali legati alla domanda, come il calo delle scorte di greggio negli Stati Uniti, hanno contribuito a stabilizzare i prezzi. Secondo gli analisti, il rischio di interruzioni resta contenuto e i prezzi dovrebbero restare in un intervallo ristretto, salvo nuovi shock geopolitici. 

Sul fronte europeo, il debito pubblico francese ha raggiunto un nuovo massimo, superando i 3.200 miliardi di euro – pari a circa il 112% del PIL – nonostante gli sforzi per ridurre il deficit di bilancio. Alcune voci hanno ipotizzato un possibile intervento dell’FMI, ma questa eventualità appare improbabile, poiché la Francia mantiene una solida capacità di finanziamento e beneficia della flessibilità prevista dalle regole di bilancio dell’UE. L’obiettivo del governo è ridurre il deficit al 5% del PIL nel 2025 e portarlo sotto il 3% entro il 2029, accompagnando il piano con riforme strutturali per stimolare la crescita. Nel Regno Unito, a giugno le vendite al dettaglio sono diminuite del 3,1%, registrando il calo mensile più marcato da oltre due anni. Il calo è stato trainato dalla riduzione della spesa dei consumatori, sia nei generi alimentari che nei beni discrezionali. Questo peggioramento alimenta le preoccupazioni sulla crescita economica britannica, aumentando la pressione sul governo affinché affronti le sfide legate al costo della vita e valuti nuove misure fiscali.

Ormai entrati a far parte di molti portafogli di investimento, il mondo dei crypto-asset registra reati in aumento e crea allarme negli esperti. La Financial Action Task Force (FATF) lancia l’allarme: molti Paesi sono ancora in ritardo nella regolamentazione delle criptovalute, mentre i portafogli illeciti hanno ricevuto fino a 51 miliardi di dollari nel 2024. Nonostante alcuni progressi, solo 40 delle 138 nazioni valutate risultano ampiamente conformi agli standard della FATF. L’organismo di vigilanza sottolinea inoltre che le stablecoin vengono utilizzate sempre più spesso da reti criminali, invitando a un’azione coordinata e più incisiva a livello globale.

Tra Fed e Trump un finto scontro: mercati finanziari USA ormai “nazionalizzati” dal Ministero del Tesoro

Lo scontro tra Fed e Governo Usa è solo apparente, dato che la FED fornisce ampia liquidità al sistema bancario per sottoscrivere titoli del Tesoro: è già in corso un nuovo QE “indiretto”. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Tutta la ricerca macroeconomica di consenso continua a essere focalizzata sui dazi e sull’impatto che potranno avere sull’economia, con una noiosa narrazione che analizza in dettaglio, settore per settore e paese per paese, di quanto si contrarrà l’economia e di quanto salirà l’inflazione. Ma ogni settimana queste analisi diventano “carta straccia”, dato che le cose continuano a modificarsi in base agli umori dell’amministrazione Usa.

Tutto questo è finalizzato a distogliere l’attenzione dal fatto che i mercati finanziari americani siano ormai totalmente nazionalizzati. Il Ministero del Tesoro amministra ormai di fatto gli indici azionari e anche il livello dei tassi d’interesse sui Treasuries. Le violente inversioni di tendenza a cui sono stati sottoposti gli indici dei mercati azionari americani negli ultimi mesi sono state il frutto di operazioni di intervento da parte del Ministero del Tesoro, con la partecipazione di alcuni Hedge Funds particolarmente vicini al governo Usa. Intermediari che dispongono di linee di credito in grado di risollevare il mercato nei momenti più critici, ma anche di informazioni privilegiate sulle dichiarazioni e sulle mosse della Casa Bianca, che è probabilmente all’epicentro di un colossale giro di insider trading. In realtà l’andazzo è già noto da tempo, visto che esponenti del Congresso Usa e della Fed sono stati più volte censurati dalla stampa per l’intensa attività di trading svolta da alcune figure istituzionali.

Nel frattempo, gli interventi dell’Exchange Stabilisation Fund, il fondo d’intervento voluto dal Ministro del Tesoro Usa Bessent per mettere un cap ai tassi a dieci anni, riesce a gestire abbastanza bene la forte pressione di vendita sui Treasuries americani da parte di investitori internazionali, anche se la Fed è stata costretta ad intervenire con un QE di 43 mld di dollari in questi giorni per acquistare titoli di stato sul mercato. Le istituzioni bancarie saranno facilitate nell’acquisto di titoli di stato Usa senza limiti, grazie a un provvedimento in via di approvazione, che rimuove dai ratios patrimoniali delle banche il rischio sulle posizioni in Titoli di Stato americani. Tutto questo a conferma di quanto avevo già preannunciato da alcuni mesi sul rischio che il mercato finanziario Usa sarebbe stato nazionalizzato per cercare di evitare una crisi innescata da politiche fiscali insostenibili.

In questi giorni si apprende che l’approvazione della legge di bilancio in discussione al Senato (e già approvata alla Camera), definisce una traiettoria di Deficit/Pil a -8% per i prossimi dieci anni, senza prevedere nessuna recessione, crescita costante al 2,5%, inflazione al 2% e tassi d’interesse sul debito fermi al 3,5%. Questa “sofisticata” previsione macroeconomica assomiglia ai piani economici dell’ex Unione Sovietica, anche se invero, il Politburo si spingeva al massimo a definire piani quinquennali. Gli Stati Uniti possono facilmente manipolare il mercato azionario, dato che ormai ha una miserrima presenza di investitori istituzionali, possono introdurre il controllo della curva sui tassi, grazie anche all’aiuto delle banche e della Fed, ma non possono controllare il livello del dollaro, che rischia di diventare il potenziale trigger di una crisi Usa.

La crisi dei titoli di stato del Giappone. La dimensione del mercato valutario è fuori da ogni possibile controllo e richiede interventi concertati delle Banche Centrali per avere qualche effetto. Recentemente BOJ è intervenuta per indebolire lo Yen e frenare una possibile rottura dei colossali carry trade in essere, dato che l’aumento incontrollato dei tassi giapponesi, innescato dal fallimento di numerose aste dei titoli di stato, si era già trasmesso al cross USD/JPY. Non sappiamo per quanto tempo tale situazione possa reggere ma per ora è stato messo un cerotto alla diga dei carry trades che sostengono gli asset finanziari americani detenuti dal Giappone.

La crisi dei titoli di stato del Giappone è un ulteriore problema che si aggiunge a un sistema finanziario globale che fa acqua da tutte le parti e che richiede un bail out ormai giornaliero. Il problema del Giappone rischia ora di essere un altro elemento sistemico negativo per gli Stati Uniti. La strategia dei policy makers giapponesi era chiara: avviare una politica reflazionistica per uscire dalla trappola della deflazione, svalutare a termine il colossale debito pubblico con l’inflazione e sostenere la crescita salariale per rilanciare i consumi interni. Tale strategia si basava su svalutazione dello Yen per innescare inflazione importata, mantenimento dei tassi a livelli bassi (tassi reali negativi) e stimolare i consumi interni attraverso una rivalutazione dei salari.

In effetti l’inflazione è partita (ora è al 3,6%), lo Yen si è svalutato e ha favorito i carry trades verso dollaro, i tassi sono sempre rimasti piuttosto bassi (0,5%), ma le grandi istituzioni giapponesi hanno iniziato a disertare le aste dei titoli di stato. A questo punto la parte lunga della curva ha iniziato a impennarsi, mettendo in seria crisi la strategia di mantenimento del costo del debito pubblico (240% del Pil) a livelli accettabili e innescando un rafforzamento indesiderato di Yen, supportato da attese di rialzi dei tassi in Giappone. Ma nel corso degli ultimi tre mesi la situazione ha iniziato a deteriorarsi e la politica reflattiva si è rivelata un boomerang. L’economia ha iniziato a rallentare decisamente, i tassi non potevano quindi essere più aumentati ma l’inflazione ha continuato comunque a salire, mettendo in crisi la strategia di BOJ mirata a contenere il costo del colossale debito pubblico.

La crisi delle aste dei titoli pubblici si è quindi intensificata e l’aumento dei tassi ha iniziato a erodere il differenziale di rendimento tra Titoli del Tesoro Usa e JGB, differenziale che è sempre stato la struttura portante dei carry trades. BOJ ha dovuto quindi intervenire a stampare moneta per acquistare titoli di stato e indebolire lo Yen, proprio quando l’inflazione importata non sembra però volersi più fermare. A questo punto, se non vuoi che i carry trades saltino e si inneschi una crisi finanziaria negli Stati Uniti, devi tornare a fare QE, ma se torni a fare QE e a svalutare lo Yen, rischi che la traiettoria dell’inflazione importata ponga ulteriori problemi ai titoli di stato, costringendo BOJ ad intensificare il QE e a svalutare ulteriormente lo Yen, avviando una spirale inflazionistica che può essere fermata solo con una recessione.

È quindi chiaro che il puntellamento del debito Usa passa da una recessione giapponese che possa spegnere l’inflazione e mantenere uno Yen debole per sostenere i carry trades. Ma il problema è che nel frattempo gli Stati Uniti sembrano propensi a implementare politiche fiscali e commerciali reflazionistiche, hanno bisogno di tassi d’interesse bassi per finanziare il debito (YCC) e perseguono politiche che procurano fuga di capitali dagli Usa e Dollaro debole. Appare evidente che la strategia di Giappone e Stati Uniti è in una fase divergente e questo è un ulteriore problema alla stabilità finanziaria internazionale. Il cross Dollaro Yen è dunque l’incrocio pericoloso dei capitali che sostengono i titoli del debito Usa, ma è diventato anche il principale driver dell’inflazione giapponese, che crea problemi politici interni e scontri sotterranei tra Boj e il governo. Mentre il Giappone ha bisogno di rafforzare lo Yen, il governo americano chiede di indebolirlo ma nello stesso tempo mira a svalutare il dollaro. Il contesto di disordine globale, di cui nessuno osa parlare, appare sempre più pronunciato:

1) Gli Stati Uniti non possono interrompere l’intervento fiscale perché il sistema finanziario non reggerebbe una recessione ma non vogliono che l’espansione del debito sia finanziata con un aumento del risparmio interno. Infatti un aumento del risparmio interno produrrebbe un calo della domanda e una recessione. Quindi, Giappone, Banche e Fed devono finanziare l’espansione del debito pubblico, ma i tassi non devono salire per non procurare una recessione. La concomitanza di debito fuori controllo e tassi sotto controllo sta procurando uscita di capitali esteri dal dollaro.
2) Il Giappone è costretto a frenare l’inflazione importata ma non vuole più alzare i tassi perché l’economia si è fermata. L’unica soluzione per fermare l’inflazione importata è rivalutare lo Yen ma questo mette a rischio i carry trades. Le aste dei titoli di stato vanno in crisi e la Boj deve intervenire a fare QE, ma il QE indebolisce la Yen che alimenta l’inflazione importata. C’è un elevato rischio di tenuta dei carry trade che finanziano un debito USA fuori controllo.

3) Le politiche commerciali produrranno inflazione e un rallentamento economico globale. L’incertezza frena gli investimenti e l’economia internazionale è già in stagnazione ora. La stagnazione economica attuale è di fatto già una recessione, ma la manipolazione dei dati macro continuerà a negare ufficialmente lo scenario recessivo. Il ciclo economico è di fatto soppresso.
4) Gli investitori internazionali stanno comunque uscendo dal dollaro, dato che negli ultimi anni gli asset americani avevano attirato un record di investimenti esteri. La vendita di asset americani e l’uscita dei capitali dal dollaro riduce la liquidità disponibile per il sistema finanziario Usa, che deve essere quindi fornita ora dalla Fed.
 
Lo scontro Trump-Powell è solo un gioco delle parti. Per non riaprire un QE, che sarebbe un ulteriore fattore di indebolimento del dollaro, la Fed è costretta ad iniettare riserve nel sistema attraverso il canale bancario, il quale diventa il principale sottoscrittore di Treasuries. È di fatto un QE indiretto che porterà comunque a dollaro debole e inflazione, ma per ora solo gli addetti ai lavori l’hanno capito. Lo scontro tra Fed e Governo Usa è solo una farsa per sostenere un gioco delle parti, Powell è consapevole della situazione in cui versa l’economia e sa che l’intervento fiscale è l’unico strumento per evitare una caduta in recessione. Il “braccio di ferro sui tassi” è solo apparenza, in realtà la Fed sta fornendo un colossale sostegno monetario attraverso la gestione delle riserve nel sistema, che continuano a rimanere a 3,6 trilioni di USD contro il livello normale di 1,8 trilioni. Nonostante questo, l’economia Usa è in stagnazione e galleggia solo grazie all’intervento pubblico. L’eccezionalismo americano è piuttosto costoso e basato su debito insostenibile: nel 2024 ha generato 2,8 tr di nuovo debito pubblico e 3,6 tr di nuovo debito privato (loans, private debt, corporate bonds, leverage loans, credito al consumo, ecc), 6,4 Trilioni, per ottenere 650 mld di Pil. Ma quanto dura?
 
È evidente che un sistema che si regge su questo modello richiede una nazionalizzazione dei tassi e dei mercati finanziari, una deregulation mirata a non far contabilizzare le perdite occulte nei bilanci di chi finanzia tale sistema (Banche e Shadow Banking) e l’esigenza di congelare in qualche modo gli asset che lo sostengono. Per questo motivo si parla di Century Bonds e di potenziale controllo dei capitali. Intanto, nel silenzio generale, la legge di bilancio Usa appena approvata alla Camera contiene un provvedimento di legge che consente l’applicazione di un’imposta su cedole e capital gain fino al 30% per tutti gli investitori esteri che detengono asset americani e che appartengono a paesi che applicano tassazioni discriminatorie sulle grandi multinazionali tecnologiche (Digital Tax). A rendere più inquietante il contesto si deve sapere che tra i poteri speciali del Presidente degli Stati Uniti c’è una legge che consente, in caso di “emergenza nazionale”, di bloccare qualsiasi uscita di capitali dal suolo americano… ma se non sai… tutto sembra ok.

La Questione Europea, parte III: la verità è nei dettagli

In politica, il potere gioca su più livelli e ciò che ci viene raccontato è solo lo strato superficiale di qualcosa di più profondo. La verità assoluta sembra quindi irraggiungibile, a meno che non si indaghi sui dettagli.

Di Alessio Cardinale, CEO e direttore editoriale di Patrimoni&Finanza

La verità sui fatti storici e sulle scelte che li hanno determinati non è reperibile dai titoli dei giornali né dai discorsi ufficiali dei protagonisti delle Istituzioni. Essa si annida nei dettagli, nei collegamenti tra gli eventi e nelle dinamiche che pochi hanno la capacità (e la voglia) di approfondire. In più, la ricerca della verità storica è fortemente condizionata da due fattori, e cioè dalla volontà politica di camuffarla e dal tempo: più siamo vicini temporalmente all’accadimento di quei fatti su cui si intende indagare, più è difficile individuare i segreti obiettivi che hanno determinato certe scelte; più ci allontaniamo con il tempo dal momento in cui i fatti si sono verificati, più chiari sono i motivi che hanno spinto i “decisori” di quel tempo a preferire alcune scelte ad altre che erano in teoria più utili e sostenibili.

La verità assoluta è sempre complessa e irraggiungibile, poichè il potere gioca su più livelli e spesso ciò che appare evidente è solo lo strato superficiale di qualcosa di più profondo. Per avvicinarci alla verità, è fondamentale mettere insieme i pezzi, individuare le connessioni che non vengono mai evidenziate dai media e lavorare sui dettagli più piccoli, che sfuggono all’osservazione perché in apparenza insignificanti. La ricerca della verità è, pertanto, un esercizio di riflessione, di attenzione ai dettagli e soprattutto di logica; logica storica, in particolare, che ci viene in aiuto quando tutte le false ipotesi legate alla narrazione ufficiale cadono una ad una e lasciano aperte, al massimo, solo una o due possibilità, spesso complementari e intrecciate tra loro, ma sicuramente plausibili. Sempre più spesso, infatti, sono i risultati storici susseguenti a certe scelte a suggerire la verità dei “perché” (quelle stesse scelte sono state fatte), lasciando coperta spesso la verità dei “chi” (quelle stesse scelte ha fortemente voluto). Così analizzando i fatti, i dettagli trovano miracolosamente una loro collocazione, come in un puzzle dalle tessere mancanti, e tutto nel tempo diventa più chiaro.

Per esempio, in tema di dettagli nessuno ha mai fatto notare l’assurda decisione di non emettere banconote da 1 e 2 euro, preferendo ad esse le monete. Eppure, fino al giorno prima in Italia circolavano banconote da 1.000, 2.000 e 5.000 Lire. Con le “milline” ci pagavi il parcheggiatore abusivo, oppure una pizzetta, un cono gelato, un uovo Kinder, 4 bustine di figurine Panini, le Big Babol, una lattina di Coca-Cola, un Mars, un tubetto di Smarties; con le 2.000 lire cappuccino e cornetto, tra le altre cose; con le 5.000 lire mettevi la miscela nel motorino e ci camminavi una settimana, tanto per dire. Insomma, a livello reale (potere d’acquisto) e cognitivo, l’uso delle banconote di quel valore era legato indissolubilmente all’acquisto di beni di largo consumo per i quali, dopo sole sei settimane dell’ingresso in circolazione delle “monetine”, ci volle esattamente il doppio.

Non c’è dubbio, quindi, che questo “dettaglio” delle monetine, passato del tutto inosservato – anzi, tutti felici a comprare i porta-euro da tasca – sia stato la causa di numerose distorsioni cognitive nei cittadini sul reale valore dell’euro e, soprattutto in Italia, abbia causato un aumento dei prezzi al consumo indotto, per così dire, da queste distorsioni e da chi se n’è approfittato. La domanda vera è: le neonate autorità europee e, soprattutto, i c.d. tecnici che “fabbricano” le decisioni, erano al corrente di questa possibilità e hanno clamorosamente fallito, oppure è sbagliata l’interpretazione a posteriori del dettaglio? Secondo gli economisti più accreditati, il passaggio dalla lira all’euro ha creato diverse distorsioni percettive, e la decisione di non emettere banconote da 1 e 2 euro ha sicuramente giocato un ruolo in questo processo. Infatti, le neuroscienze e la psicologia economica dimostrano che il formato della valuta influenza la percezione del suo valore. In altre parole, le persone tendono a spendere più facilmente le monete rispetto alle banconote perché le prime sono percepite come “spiccioli”, quindi di minor valore. E così, quando l’euro entrò in circolazione nel 2002, molti beni di uso quotidiano (caffè, giornali, pane, ecc.) che prima costavano l’equivalente di 500 o 1000 lire furono arrotondati a 1 euro o più. Questo fenomeno – noto come “inflazione non percepita” – si deve in parte proprio al fatto che 1 e 2 euro erano monete e non banconote, rendendo gli aumenti meno evidenti e più facilmente accettabili dai consumatori.

L’UE era consapevole di questo effetto? È difficile pensare che economisti e tecnocrati di Bruxelles non fossero a conoscenza di queste dinamiche psicologiche dei consumi. Alcuni studi sul comportamento dei consumatori avevano già evidenziato il cosiddetto “effetto soglia“, per cui le persone sono meno sensibili agli aumenti quando il mezzo di pagamento è meno “pesante” psicologicamente. Inoltre, già durante la transizione all’euro, si parlava del rischio che gli esercenti approfittassero dell’arrotondamento per far salire i prezzi, cosa che poi è effettivamente successa in diversi Paesi; ma soprattutto in Italia, dove la lira aveva valori nominali molto più alti e il cambio con l’euro era particolarmente sfavorevole (1 euro = 1936,27 lire).

Tuttavia, non ci fu una vera strategia europea per contenere questi effetti. L’UE , notoriamente “asfissiante” sulle politiche di controllo della finanza dell’Unione, lasciò ai singoli Stati la gestione della transizione, e in Italia mancò un controllo efficace sui prezzi. In Germania e Francia, per esempio, ci furono campagne informative più forti e maggiori controlli sui rincari. Fu errore o scelta deliberata? Qui sta il punto cruciale: se fosse stato un errore, l’UE avrebbe dovuto correggerlo negli anni successivi, magari introducendo banconote da 1 e 2 euro per mitigare l’effetto percettivo. Se fosse stata una scelta deliberata, allora si potrebbe ipotizzare che l’inflazione indotta fosse considerata un effetto collaterale accettabile, o addirittura utile per accelerare l’adattamento all’euro e ridurre il valore reale dei salari senza doverlo fare con riforme impopolari. Difficile avere una prova definitiva, ma il fatto che l’UE non sia mai intervenuta per correggere questa distorsione fa pensare che fosse almeno un effetto previsto, se non proprio desiderato. E questo ce lo dice la logica “storica” usata per arrivare alla verità rivelata da un semplice dettaglio.

C’era una strategia più ampia dietro? In molti sapevano, e il non aver voluto riparare all’errore, anche a posteriori, fa pensare ad una regia dietro, che tramava per indebolire l’Italia, che allora era la sesta potenza mondiale, con una strategia di lungo termine, e il ruolo odierno dell’Italia nello scacchiere internazionale ne sarebbe la prova. Questa verità, che nel 2000 sarebbe apparsa come frutto di complottismo e forse sarebbe stata derisa, oggi rivela tutta la sua forza e le sue solide basi logiche. L’Italia, prima dell’introduzione dell’euro, era una delle principali potenze industriali del mondo, con un settore manifatturiero tra i più forti a livello globale e una capacità produttiva che faceva concorrenza diretta a Germania e Francia. Il declino relativo dell’Italia negli ultimi vent’anni potrebbe quindi non essere stato solo il risultato di errori interni, ma anche di un progetto più ampio.

Tutto questo, però, andrebbe provato con elementi che supportano l’ipotesi. Eccone alcuni:
1. il tasso di conversione della lira fu fissato a 1936,27 lire per un euro, un valore che molti economisti ritenevano sopravvalutato. Questo rese le esportazioni italiane più costose rispetto a quelle tedesche, penalizzando la competitività dell’industria italiana. La Germania, invece, beneficiò di un euro “debole” rispetto al vecchio marco, favorendo il suo surplus commerciale;
2. l’Italia è stata tra i Paesi più penalizzati dalle rigide regole di bilancio dell’UE (Patto di Stabilità e Fiscal Compact), che hanno impedito investimenti pubblici e ridotto la capacità di crescita del Paese. La Germania, nel frattempo, violò gli stessi vincoli nel periodo della riunificazione senza subire conseguenze;

3. molte grandi aziende italiane sono state acquisite da gruppi stranieri (Fiat ha spostato la sede nei Paesi Bassi, Pirelli è passata ai cinesi, Parmalat ai francesi, ecc.). Settori chiave come l’energia e le telecomunicazioni hanno subito pressioni politiche e finanziarie per essere ridimensionati o venduti. L’Italia è passata dall’essere una potenza manifatturiera a un Paese con un’economia sempre più basata su servizi e turismo, con meno peso strategico;
4. la speculazione contro i titoli di Stato italiani (crisi dello spread 2011) ha mostrato quanto facilmente l’Italia potesse essere messa sotto pressione dai mercati, con un’azione che favorì il cambio di governo. I governi tecnici e le riforme imposte dall’esterno hanno ridotto lo spazio di manovra politica, consolidando la dipendenza dell’Italia da Bruxelles e dalla BCE.

Questi dettagli, tuttavia, non spiegano il movente: perché indebolire l’Italia? E’ presto detto. Se l’Italia avesse mantenuto la sua forza economica e industriale, avrebbe potuto essere un terzo polo nell’UE, capace di bilanciare il dominio franco-tedesco. Invece, con un’economia più fragile e più dipendente dall’UE, la sua influenza geopolitica si è ridotta drasticamente. In sintesi, sembra una strategia di lungo termine, in cui diversi Paesi europei hanno tratto vantaggio dall’indebolimento italiano:
– la Germania ha consolidato il suo dominio industriale;
– la Francia ha rafforzato la sua presenza economica in Italia;
– le istituzioni europee hanno trovato più facile imporre politiche eccessivamente severe imponendo la rigida visione dei Paesi c.d. frugali contro il meridione d’Europa e, soprattutto, contro un’Italia militarmente ancora nelle mani degli Stati Uniti ma industrialmente forte, pronta a fare da possibile contrappeso. Adesso, però, abbiamo superato il punto di non ritorno: l’Italia non ha alcun margine per ribaltare questa situazione, e non esistono forze interne ed esterne (USA) capaci di consentire al nostro Paese di reagire ad una dipendenza irreversibile dall’UE e dai mercati finanziari.
Questa è l’ultima verità di oggi, ed è la peggiore di tutte.

La Questione Europea, parte II: la morte di Papa Francesco un “miracolo” di involontaria diplomazia

La morte di Papa Francesco ha sconvolto i piani dei riottosi leader europei, costretti dalle circostanze a fare da ancelle al confronto tra Trump e Zelensky sotto l’egida dell’Italia di Giorgia Meloni.

Di Alessio Cardinale

Mai come negli ultimi 6 mesi la vera natura dell’Unione Europea è stata messa a nudo, con il suo carico di fragilità internazionale mostrato di fronte ad eventi peraltro ampiamente previsti. L’elezione di Trump alla presidenza degli Stati Uniti, infatti, per Von Der Leyen & co. è stato tutto fuorchè la classica sorpresa che non ti aspetti, così come le intenzioni del “Tycoon” – che in italiano vuol dire “magnate”, per chi usa i termini anglofoni senza conoscerne il significato – in merito alla politica commerciale da adottare nei confronti degli odiati concorrenti europei.

Qualunque vera federazione di stati, di fronte all’avanzare degli scenari internazionali più temuti, avrebbe reagito in anticipo, programmato misure economiche adeguate, adottato strumenti di contenimento delle emergenze eventualmente generate dagli effetti di quegli stessi scenari. Insomma, si sarebbe mossa in modo unitario ed efficace per scoraggiare sul nascere le intenzioni apertamente dichiarate da Trump oppure per avere maggior potere contrattuale quando ci si sarebbe potuti sedere al tavolo delle trattative sui dazi commerciali. Invece, niente di niente. L’Unione Europea si è mostrata immobile ed in balia delle iniziative arbitrarie dei singoli stati aderenti: chi andava di qua e chi di là, in modo scomposto e senza una strategia comune. In tal senso, il ruolo di mediatore internazionale conquistato sul campo dall’Italia di Giorgia Meloni – e osteggiato con malcelato disappunto dalla Von Der Leyen e da Macron, tedeschi e olandesi non pervenuti – è il naturale risultato dell’immobilismo europeo di fronte al ritmo velocissimo dei cambiamenti messi in atto da Trump.    

Tutto questo è potuto accadere perché l’attuale struttura dell’Unione Europea, non essendo una vera federazione di stati ma un semplice accordo monetario spacciato venticinque anni fa come “Unione”, è progettata per mantenere le divisioni tra gli stati membri, invece di superarle. È un attore troppo debole per essere un attore politico indipendente, avendo imposto regole economiche rigide (Patto di Stabilità e cocciutissime politiche di austerità) che hanno creato malcontento in diversi paesi, alimentando sentimenti anti-europei. Non ha promosso con la stessa forza un’identità culturale comune, lasciando che i cittadini vedessero Bruxelles più come un “amministratore di regole” che come un progetto politico condiviso. Ha permesso che le grandi potenze europee (come Germania e Francia) dettassero la linea, creando squilibri tra paesi più forti e paesi più deboli, senza un vero meccanismo di solidarietà.

Il risultato è che i cittadini non si sentono parte di una comunità unica, e questo non cambierà finché chi comanda (Germania, Francia e Olanda) trarrà vantaggio da questa fragilità politica. La percezione della sostanziale divisione tra stati aderenti è diffusa dalla base al vertice, e colpisce quindi anche le varie leadership nazionali. Ne abbiamo avuto un esempio chiarissimo quando, nelle scorse due settimane, i principali governi europei si sono confrontati (a distanza) con l’ipotesi di un vertice a Roma tra il presidente Trump, i leaders della Ue e i capi di governo dei ventisette sulla questione dei dazi e della guerra in Ucraina. In mezzo, la morte di Papa Francesco che ha stemperato non poco gli animi e ha sconvolto i piani dei riottosi leader europei, costretti dalle circostanze a fare da ancelle al confronto tra Trump e Zelensky, sia pure in una cornice politica atipica ma sotto l’egida della Meloni. Un vero e proprio “miracolo” di involontaria diplomazia, grazie al quale il tentativo di ridimensionare il ruolo di mediatore di Giorgia Meloni tra Washington e l’UE è andato a vuoto, così come gli alibi che l’Europa, con il suo immobilismo forzato dalla sua stessa natura, aveva fino a quel momento fornito al presidente americano ancora voglioso di scontro con con gli altri leader.

La Storia ci insegna che i grandi cambiamenti arrivano da fenomeni economici estremi, come le grandi crisi economiche (chi se la sente oggi di escluderne una nel prossimo futuro?). Le vicende geopolitiche – il caos in Medio Oriente, la fragilità ucraina e la svolta negli USA – hanno mostrato che l’UE:
1) non è in grado di prendere decisioni rapide ed efficaci di fronte ai cambiamenti;
2) dipende ancora troppo da Washington per la difesa e dall’Asia per l’energia e la tecnologia.
Pertanto, se dovesse verificarsi una crisi economica o politica su larga scala, l’UE dovrà scegliere di superare i suoi limiti e diventare un vero blocco federativo autonomo, evitando di restare nell’attuale condizione di entità
frammentata e irrilevante nelle grandi decisioni globali. Di fronte a questa assoluta necessità, è forte il timore che i leader europei finiscano con l’assistere passivamente – a difesa del proprio orticello nazionale – ad un peggioramento della situazione fino al punto di non ritorno prima di capire che il sistema attuale non funziona. E visto l’attuale tasso qualitativo della classe politica europea, è altrettanto facile prevedere che passerà molto tempo prima che i leader superino l’approccio campanilistico e ragionino con una visione autenticamente europeista e unitaria, per cui resta da vedere se tale atteggiamento possa (o meno) farci arrivare al punto di non ritorno.

La crisi pandemica del 2020 ha mostrato che, di fronte a un’emergenza estrema, l’UE può superare certi blocchi e adottare misure straordinarie, come il Recovery Fund, che fino a pochi mesi prima sembrava impensabile. Questo dimostra che, se la crisi è abbastanza grande, anche i leader più “campanilisti” e ottusi possono essere costretti a cambiare approccio. La chiave, quindi, sta nel grado di pressione che una crisi futura eserciterà sul sistema: se la crisi sarà moderata, probabilmente si vedranno solo aggiustamenti temporanei; se sarà profonda, come una crisi economica globale o un ritiro netto degli USA dalla sicurezza europea, allora l’UE dovrà decidere se evolvere o soccombere.

Il Litigation Funding come strumento strategico per le PMI italiane e per i privati

Il Finanziamento delle liti aiuta le PMI ad affrontare le controversie nazionali ed internazionali e mitigare il rischio di soccombenza. Per i privati, un aiuto nei contenziosi economicamente più impegnativi.

A cura di Davide de Vido, avvocato del foro di Treviso e CEO di FIDEaL dell’economia

Le Piccole e Medie Imprese (PMI) rappresentano la spina dorsale italiana, costituendo la stragrande maggioranza del tessuto imprenditoriale nazionale. Esse, infatti, sono circa 4,4 milioni, ossia il 94% del numero totale di aziende presenti sul territorio, impiegano oltre 15 milioni di persone (circa l’81% della forza lavoro del settore privato), generano circa il 65% del valore aggiunto al costo dei fattori (VAF) del Paese e sono responsabili di oltre l’80% delle esportazioni italiane. In altri termini, le PMI italiane rappresentano una risorsa preziosa per il Paese e il loro successo è fondamentale per la crescita e la competitività dell’economia nazionale, nonché per il suo livello occupazionale.

Tra i diversi rischi che interessano le imprese e che possono ostacolarne l’attività e lo sviluppo – in particolare per le aziende che hanno una forte propensione all’esportazione – vi è senz’altro quella del contenzioso legale. Le aziende potrebbero infatti essere coinvolte in complessi e costosi contenziosi giudiziali o arbitrali di natura commerciale (violazioni contrattuali o controversie con fornitori e clienti), societaria (riferiti ad esempio alla responsabilità degli amministratori o revisori oppure controversie tra soci o tra soci e la società oppure ancora tra società all’esito di operazioni straordinarie d’impresa M&A Transaction), inerenti la proprietà intellettuale, inerenti la violazione delle regole della concorrenza e del mercato da parte di terzi (c.d. controversie Antitrust) e, persino, inerenti la disciplina degli investimenti eseguiti per avviare delle attività all’estero etc.

Anche in relazione ai privati esistono alcune categorie di contenzioso di natura individuale ma di grande impatto economico nella vita familiare. Si pensi alle cause risarcitorie per danni alla persona (es. assicurazioni per i gravi incidenti stradali causati da terzi) o ai casi di “malasanità” da cui derivano danni gravissimi fino al decesso del congiunto (c.d. danno tanatologico), in particolare dell’unico portatore di reddito familiare. Per tutti costoro si apre la possibilità di dover sostenere contenziosi civili complessi, costosi e di lunga durata, che spesso scoraggiano gli aventi diritto; in special modo quelli appartenenti alle fasce di reddito più sfavorite – ma non sufficientemente basse per accedere all’istituto del Gratuito Patrocinio a spese dello Stato, per i quali l’accesso alla giustizia civile comporta costi di ingresso (contributo unificato, spese legali, perizie tecniche, periti di parte) proibitivi e impossibili da sostenere se non ricorrendo all’indebitamento.

Relativamente alle imprese, i contenziosi legali generano dei costi diretti, relativi all’assistenza legale e/o tecnica e alle spese amministrative per l’accesso alla giustizia, e indiretti, quali gli appostamenti di bilancio (fondi rischi ed oneri) contro il rischio di soccombenza, connaturato per definizione ad ogni contenzioso. Non tutte le PMI possiedono la forza economica per fare fronte a tali costi, vuoi perché spesso non dispongono delle risorse finanziarie necessarie per farvi fronte, vuoi perché in un dato momento hanno l’esigenza di destinare queste risorse alla crescita e non alla gestione di un contenzioso. Queste situazioni si possono tradurre o in una difesa inadeguata o, ancor peggio, in una ipotesi di denegata giustizia perché le imprese, ob torto collo, optano per non perseguire e difendere i loro diritti.

In questo contesto, oggi le PMI possono fare affidamento su di un nuovo ed innovativo strumento strategico, in grado di fornire loro il supporto finanziario e l’expertise necessari per perseguire i loro diritti in giudizio: il Litigation Funding, noto in Italia come finanziamento delle liti. Si tratta di una operazione giuridico-economica in cui uno o più finanziatori investono in un contenzioso (stragiudiziale, giudiziale o arbitrale) di un terzo, nel quale non hanno alcun interesse, assumendosi i costi della lite e il conseguente rischio d’insuccesso, ossia il rischio di perdere l’investimento e di dovere pagare le spese processuali alla controparte. In cambio, ma solo ed esclusivamente nel caso in cui la lite abbia esito positivo, i finanziatori otterranno una quota dei proventi derivanti dall’esito della causa, mentre in caso di insuccesso il finanziato non dovrà restituire nulla al finanziatore, né corrispondergli alcun prezzo per il servizio.

Come funziona il Litigation Funding? A prescindere dalla forma giuridica del finanziatore (fondo autorizzato, fondazione, trust, associazione di scopo etc), Il processo di litigation funding in genere si svolge come segue:
a) la parte interessata presenta la sua richiesta al finanziatore;
b) la richiesta deve includere una dettagliata descrizione della controversia, le sue probabilità di successo e i costi previsti;
c) il finanziatore valuta la richiesta e, in caso di parere positivo, propone un contratto che definisce i termini dell’investimento, tra cui l’importo del finanziamento, la quota dei proventi spettante al finanziatore etc;
d) il finanziatore si fa carico dei costi legali e delle altre spese connesse alla controversia;
e) a seconda dell’esito giudiziario della causa, in caso di successo il finanziatore riceve una quota dei proventi ottenuti in giudizio e in caso di insuccesso perde il proprio investimento, tenendo la parte finanziata sgravata da qualunque obbligo economico.

I vantaggi del litigation funding sono numerosi sia per le PMI che per i privati. Le PMI, infatti:

– potranno perseguire i propri diritti legali anche contro avversari più grandi e patrimonializzati, senza dover preoccuparsi delle ingenti spese legali;
– potranno trasferire il rischio di perdite finanziarie associate al contenzioso al finanziatore, tutelando anche la propria stabilità finanziaria e concentrandosi sulle proprie attività principali, delegando la gestione finanziaria del contenzioso al finanziatore;
– nelle controversie transnazionali, dove le barriere linguistiche, culturali e legali possono ostacolare l’accesso alla giustizia, i finanziatori con esperienza specifica possono fornire alle PMI la conoscenza e l’assistenza necessarie per navigare le complesse sfide di queste controversie.
I privati, invece, potranno trovare copertura finanziaria per le spese tecnico-legali e per quelle di accesso alla Giustizia – per le cause di fascia alta il solo contributo unificato può superare i 2.000 euro – ed affrontare così ad armi pari avversari del calibro di compagnie assicurative o aziende ospedaliere.

Il 2025 anno difficile per l’Agenda Trump e per la crescita economica mondiale

Nonostante i dazi e il freno all’immigrazione, agli USA rimangono debito pubblico fuori controllo e crescita dipendente dallo stimolo fiscale. Brevi i margini di manovra fiscale e monetaria.

di Maurizio Novelli, Gestore del fondo Lemanik Global Strategy 

I mercati attribuiscono alla vittoria di Trump un effetto taumaturgico che difficilmente potrà durare nel tempo, poichè quello che è importante non sono le promesse elettorali ma i reali margini di manovra che questa amministrazione avrà a disposizione veramente. Trump eredita una economia che, dal 2021, produce un deficit di 8 punti di Pil all’anno per ottenere in cambio un Pil nominale di 4 punti. È come se voi tutte le mattine usciste di casa per andare a lavorare spendendo 8 Euro al giorno per guadagnarne 4. Sebbene gli operatori di Wall Street credono ciecamente che il cambio di amministrazione possa risolvere i problemi, appare alquanto complicato credere che tali problemi possano essere risolti senza sacrifici tangibili.

La nomina di Bessent al ministero del Tesoro è una scelta molto azzeccata: 1) è un macro portfolio manager proveniente dal mondo degli hedge funds esperto in economia monetaria e finanza, 2) è un forte critico della sciagurata gestione Yellen, sia alla Fed che al Tesoro, 3) è contrario alle politiche di espansione della spesa pubblica fuori controllo, 4) è più preoccupato della “protezione” dei Treasuries e del dollaro che delle politiche di sostegno ad oltranza alla borsa, 5) è stato piuttosto acido nei confronti delle strategie monetarie della Fed attuate da Yellen e Powell, che si sono di fatto “supinate” alla Modern Monetary Theory (debito e money printing). Bessent sa perfettamente che il modello economico Usa è in crisi. Il problema di fondo è se il modo di pensare di Bessent è in linea con il modo di pensare di Trump, e se si verificheranno problemi di convergenza tra l’approccio di Trump e quello di Bessent sarà piuttosto complicato licenziare il Ministro del Tesoro senza avere pesanti ripercussioni su Treasury Bonds e dollaro.

Mentre la nuova amministrazione entrerà in carica a fine gennaio, l’attuale traiettoria della spesa pubblica si appresta a bucare il deficit dell’8% nel 2024, ed è proiettato al 10% nel 2025 senza interventi di correzione. Il problema è che l’attuale composizione della spesa è particolarmente accentuata verso sussidi e assistenza per sostenere i consumi, riducendo la quale si potrebbero avere pesanti ricadute sulla domanda interna e sulla solvibilità del credito al consumo, aumentando radicalmente i rischi di una caduta dell’economia. In sostanza, il “mandatory spending“, cioè la spesa che non puoi toccare senza fare danni tangibili all’economia, assorbe ormai il 70% della spesa corrente.

L’opinione pubblica americana, contrariamente a Wall Street, non crede più ai dati macro, e la sconfitta di Biden ne è la prova. Avendo oggi il controllo di Senato e Camera, è probabile che le scelte di politica economica e di spesa pubblica, strada facendo, possano entrare in collisione tra il modo di pensare di Bessent, meno politico e più economico, e quello di Trump. Finora, bond e dollaro sono saliti perché danno per scontato che Bessent possa implementare la sua agenda: controllo della spesa, salvaguardia del dollaro e gradualità nell’introduzione dei dazi. Per quanto riguarda i dazi, è certo che la prima mossa di questa amministrazione sarà quella di mandare un serio segnale che l’America non scherza sulle politiche commerciali. Ci sarà quindi un primo round di imposizione di dazi a Cina, Europa, Messico e Canada, e poi si comincerà a parlare. Se questi paesi non si piegheranno alla volontà degli Stati Uniti ci saranno ulteriori conseguenze con dazi via via più elevati. 

Non sarà facile ristrutturare il modello economico Usa senza pesanti sacrifici interni. Una vera ristrutturazione dell’economia comporterebbe un ridimensionamento dei monopoli tecnologici, maggiori tasse sul capitale, sulla finanza e sulla Corporate Usa, maggiori tasse sui redditi medio alti e minori tasse su famiglie a reddito inferiore ai 120.000 dollari. Queste scelte produrrebbero una migliore redistribuzione dei redditi, una riduzione del debito pubblico e una crescita economica più equilibrata, dato che attualmente i consumi della fascia media di reddito sono eccessivamente dipendenti dal debito al consumo, creando una crescita finanziata da debito a costi superiori al 20% all’anno e non sostenibili. Infatti, il 20% dei consumi interni Usa è finanziato dal credito al consumo a tassi del 24% annuo, il 73% del Pil dipende solo dai consumi interni, il 14% del Pil Usa dipende da consumi finanziati, i consumi Usa sono pari al 20% del Pil mondiale e quelli finanziati sono pari a circa il 3,75% del Pil mondiale. Un bel problema se l’America non continua a fare debito a questi ritmi.

Ma chi vuole veramente implementare un aggiustamento dell’economia verso una strada più sostenibile? La lobby di Wall Street non vuole tasse sul capitale e sulla finanza, né tantomeno sulla Corporate America, dato che questo farebbe scendere la borsa. Le banche americane lucrano colossali interessi sul credito al consumo erogato a tassi da usuraio e beneficiano sempre dei bail out in caso di crisi. Le basse tasse sulle grandi società quotate creano un gap di redditività delle aziende Usa verso quelle di Europa e Giappone, sostenendo l’equity americano che spende il 50% dei profitti annui in buy back. I monopoli tecnologici sono indispensabili per il controllo sociale e per la sicurezza informatica del paese, inoltre servono a sostenere la strategia geopolitica di controllo globale della tecnologia nel modo occidentale. Chi è disposto ad accettare un cambio di modello di crescita rinunciando ai privilegi attuali basati ormai solo sull’espansione della spesa pubblica?

È quindi certo che l’attuale squilibrato modello di crescita Usa rimarrà tendenzialmente intatto finché non cederà perché insostenibile, solo a quel punto verrà preso atto che bisogna cambiare. Sono quindi molto scettico sulla possibilità di Bessent di poter incidere sulla traiettoria della politica fiscale ed economica: il debito continuerà a crescere sia a livello pubblico che privato e l’inflazione rimane una delle scelte più facili per svalutarlo in termini reali. L’America può cambiare solo quando il suo modello economico andrà in crisi, ma pur di difenderlo ad oltranza metterà in crisi il resto del mondo. Quindi la crisi da qualche parte la si deve subire, in particolare in Europa e Canada, in Giappone, in Cina e nei paesi Latam che intermediano troppo i prodotti cinesi verso gli Stati Uniti. Pertanto, il 2025 sarà un anno di difficoltà sia per l’economia mondiale che per l’agenda Trump. Si profila infatti un contesto di stagnazione globale mascherato da dati macro “massaggiati” in modo da non evidenziare una recessione e sostenere la teoria del soft landing (probabilmente infinito). 

Non si intravede, dunque, alcun cambiamento sensibile nella strategia di crescita Usa: spesa pubblica, dazi e freno all’immigrazione (che non incideranno più di tanto sulle problematiche strutturali attuali). Se guardiamo alle proposte di politica economica evidenziate da Trump, appare alquanto improbabile che si possa ottenere un controllo della spesa tramite i dazi e la riduzione ulteriore delle imposte, mentre una ulteriore deregulation non avrà impatti significativi sulla crescita poichè la deregulation è già ora parecchio accentuata: il Private Equity è passato da 1 Tr di dollari nel 2007 a oltre 9 Tr di dollari nel 2023; il Private Credit totalmente unregulated è in espansione a 1,8 Tr di dollari, lo Shadow Banking vale il 60% del credito all’economia, le Criptovalute esplodono grazie alla promessa di non regolamentazione e le banche Usa sono esenti da Basilea III.

La trasformazione dell’America in un’economia manufatturiera è improbabile. L’unica cosa che può essere fatta è indurre i produttori esteri a trasferire parte della produzione in Usa per evitare i dazi. Vediamo se l’Europa o la Cina saranno così d’accordo ad accettare una disoccupazione più alta e recessione per sostenere queste richieste. Quest’ultima riflessione porta a pensare che il 2025 aprirà una fase di conflittualità economica globale che si sostituirà alla conflittualità geopolitica in corso. L’amministrazione Trump punta infatti a spostare il conflitto più sul piano economico che geopolitico, ma il primo è meglio del secondo perchè i danni collaterali della conflittualità economica sono mondiali e non solo regionali come negli attuali conflitti in corso. 

L’Oro rimane per ora l’asset class che può offrire maggiore protezione in questo contesto. I titoli di debito Usa sono vulnerabili a serie difficoltà nell’implementare un vero controllo del deficit, e per stabilizzare la dinamica attuale del debito pubblico sarebbe necessario produrre almeno 3 punti di Pil di avanzo primario rispetto a un disavanzo primario attuale di 5 punti (avanzo e disavanzo primario sono al netto degli interessi passivi annuali sul debito). È un’operazione praticamente impossibile senza creare una pesantissima recessione e dire addio alle politiche fiscali espansive per Corporate Usa, finanza e Wall Street.

Il dollaro forte continuerà a reggere fino a quando Giappone ed Europa accetteranno la stagnazione imposta dagli Stati Uniti ai paesi che finanziano il debito Usa. Tali economie infatti devono costantemente aumentare il risparmio interno per dirottarlo poi verso gli asset americani, grazie al quale si finanzia così il leverage Usa e la finanza speculativa di Wall Street. Vediamo per quanto tempo le economie occidentali reggeranno questo modello, entrato ormai nella sua fase più estrema, dove l’America si sta posizionando come un’economia troppo finanziarizzata per avere un risparmio interno negativo. Il “Trump rally” sembra difficilmente sostenibile, e le prospettive per l’equity si fanno incerte, in particolare per l’Europa. 

Crisi a confronto: la bolla delle “DotCom” e quella del debito speculativo USA sulle carte di credito

Le bolle speculative sono generate tutte dai medesimi “ingredienti”. Raccontiamo una delle crisi più conosciute per capire se oggi ci troviamo in una situazione potenzialmente simile.

Di Alessio Cardinale

Com’è noto a chi ha più di 45 anni e lavora da una ventina, a metà degli anni ’90 esplose una bolla speculativa legata alla scoperta delle nuove tecnologie informatiche e alla diffusione di Internet. Osservando gli accadimenti con occhio attento e un po’ di ragionevolezza, i principi di base da cui scaturì quella incredibile speculazione sono stati, in qualche modo, predittivi. Infatti, chi sul mercato permise alle giovanissime internet companies di raggiungere sul Nasdaq valori del proprio P/E (rapporto azione/utili) pari anche a 300, era mosso dalle previsioni degli scenari economici sull’e-commerce che, in realtà, si sono verificati solo vent’anni più tardi, a seguito della pandemia.

In pratica, con la diffusione di Internet, nel 1998 si pensava che la maggioranza delle transazioni di beni di largo consumo sarebbe passata in brevissimo tempo dai negozi su strada ai personal computer. Pertanto, gli speculatori ci avevano pure azzeccato; peccato che le loro previsioni – ineccepibili, in teoria – fossero troppo “avanti”, e di questo tutti si accorsero solo quando la successiva bolla delle Dot-com esplose in tutto il suo fragore, determinando perdite anche del 99% sulle azioni della company più giovani.

Gli “ingredienti”, dicevamo. Come ogni altra crisi generata da una bolla speculativa, quella delle Dot-com si è sviluppata con la sequenza più classica:
– estrema fiducia da parte degli investitori nelle potenzialità di un prodotto/azienda,
– crescita rapida del prezzo del prodotto,
– evento negativo che fa vacillare le aspettative di importanti guadagni,
– elevati flussi di vendite concentrati in un periodo brevissimo,
– crollo finale del prezzo del prodotto.

Questa sequenza di eventi era identica ad alcune precedenti crisi del passato, come quella del boom delle ferrovie (1840), quella di automobili e radio (1920, prodromica alla Grande Crisi del 1929) e quella dei transistor elettronici (1950). Persino la bolla dei Tulipani (1637) fu caratterizzata dalla stessa sequenza di eventi, a riprova della validità teorica di queste argomentazioni, ed anche la crisi del 2007/2008 ricalca ampiamente le medesime caratteristiche fattuali; in quest’ultimo caso, però, a pesare furono anche i tanti meccanismi ingannevoli messi in atto consapevolmente dalle banche americane e dalle società di rating.

In tutti i casi precedenti (tranne il 2007/2008), il comune denominatore fu il progresso “disruptive” in una determinata tecnologia. Infatti, con la quotazione di Netscape (1994), ossia della società che sviluppò il primo browser commerciale per Internet, si può determinare la nascita della c.d. “New Economy”, che si contrapponeva alla “Old Economy” basata prevalentemente sul settore manifatturiero. In pochi anni furono fondate decine di aziende operanti in Internet e, per questo, chiamate Dot-com companies per via del suffisso .com dei loro domini.

 

Rapidamente si diffuse una certa euforia generale e una abnorme fiducia nel futuro della New economy, generata non dalle previsioni di grandi utili nel medio-lungo periodo, bensì dalle aspettative di futuri e continui aumenti del valore dei titoli azionari emessi dalle aziende del comparto Internet, a prescindere dai loro indicatori di redditività (utili prodotti, indebitamento, beni materiali, disponibilità liquide, etc). In sintesi, le aspettative si auto-alimentavano grazie ai massici acquisti di titoli .com che, di conseguenza, sostenevano prezzi in continua salita e sopravvalutazione delle società emittenti.

Improvvisamente – non per tutti – a marzo del 2000 la pubblicazione dei bilanci di queste companies rivelò risultati deludenti, e gli analisti più autorevoli si affrettarono a diffondere la paura che l’investimento nelle società del comparto potesse rivelarsi non profittevole, determinando un crollo delle quotazioni. Il Nasdaq, ossia l’indice azionario di riferimento, perse in tre giorni quasi il 9%, e nel corso del 2001 molte Dot-com companies chiusero o furono oggetto di operazioni di acquisizione e fusione. Nel 2004, a tempesta terminata, solo il 50% delle società quotate nel 2000 erano ancora attive, ma a quotazioni infinitesimali rispetto ai loro massimi. Poche le aziende solide che negli anni successivi riuscirono a crescere (Amazon, eBayApple).

Andando ai giorni nostri, è interessante capire se ci troviamo di fronte a qualche bolla, oppure se alcuni fondamentali economici piuttosto preoccupanti siano il frutto di altre dinamiche. Oggi, in apparenza, non esiste niente che possa somigliare anche lontanamente ad una classica bolla speculativa, anche perché le c.d. criptovalute – le maggiori indiziate degli anni scorsi – sono state neutralizzate accuratamente all’interno di un universo finanziario non in grado di generare un classico “effetto domino” nei settori tradizionali dell’economia. In apparenza, dicevamo. Infatti, secondo Maurizio Novelli (nella foto, gestore del fondo Lemanik Global Strategy) “il dubbio che qualcosa non va comincia a prendere spazio… Se gli investitori sapessero che le banche americane hanno una esposizione di 3,8 Trilioni di dollari di prestiti verso Private Equity e Hedge Funds sui 12,4 Trilioni di total loans, forse vedrebbero il sistema sotto una lente diversa. Così come è meglio non parlare troppo dell’esposizione di 2 Trilioni di dollari al Commercial Real Estate, che ha tassi di distress “ufficiali” ormai oltre il 12%. Sommando questi numeri, si evince come l’intero book dei prestiti del sistema bancario Usa sia esposto a credito speculativo. Tuttavia queste notizie non circolano nel mainstream e nelle narrazioni di consenso, lasciando credere che i principali driver del sistema siano i profitti di Nvidia & C”.

Novelli, peraltro, si spinge a ritenere estremamente probabile che siamo già nell’anticamera della cosiddetta “trappola della liquidità”, che oggi circola nel sistema finanziario in misura decisamente ampia e sopra la media, con un eccesso di sistema pari a oltre 2 trilioni rispetto alle normali situazioni storiche pre Covid. Ebbene, nonostante questo la Fed continua a diffondere segnali di riduzione strutturale dei tassi, e la spesa pubblica è rimasto l’unico driver di crescita post 2021.

Quella del credito speculativo americano sarebbe dunque una bolla speculativa? Partiamo da un dato: secondo il NYT ogni famiglia americana ha sulle spalle un debito medio di 17.000 dollari accumulato sulle carte di credito. Le insolvenze complessive del sistema, in teoria, non sono preoccupanti, essendo pari al 3%; il problema è che le insolvenze presso le banche più piccole sono arrivate ad un livello stratosferico (8%); e questo dovrebbe preoccupare molto, tanto più che i tassi sulle carte di credito, nonostante il taglio di 50 bps deciso dalla Fed recentemente, non sono affatto diminuiti e viaggiano tra il 24% ed il 28%.

Torniamo alla domanda iniziale: esiste un parallelismo “tecnico” tra la bolla delle dot-com e l’attuale scenario del credito speculativo americano? C’è da dire che il 2000 era un mondo completamente diverso da quello di oggi, e le aziende tecnologiche di quel tempo avevano tutte business plan strampalati, erano indebitate e non generavano utili; i loro titoli volavano in borsa solo grazie ai suffissi “net” e “.com”. Pertanto, quella era una vera bolla. L’attuale situazione sulle carte di credito potrebbe diventarlo, anche perché dalla primavera del 2020 alla fine del 2022 non sono state contabilizzate perdite su carte di credito e prestiti auto per oltre 260 mld di dollari, e questa mancata comunicazione delle insolvenze ha permesso di mantenere artificialmente alto sia il rating dei consumatori insolventi che il rating delle cartolarizzazioni di ABS, falsando le loro valutazioni di mercato. Se non è il 2007, ci siamo quasi.

Mercato immobiliare, prezzi alla prova del calo dell’offerta abitativa

L’offerta si è ridotta in quasi tutte le città, a riprova che la stretta creditizia è ancora in atto e molti tra venditori e compratori rinviano a tempi (e tassi di interesse) migliori. Previsioni per il futuro.

La contrazione del mercato immobiliare che si sta manifestando in questi ultimi mesi con dati eloquenti, era stata ampiamente preannunciata nel biennio 2022-2023 dai fattori economici fondamentali che storicamente ne determinano l’andamento. Tali grandezze, tuttavia, si sono mosse in modo asincrono ed in senso opposto, annullandosi prima vicendevolmente e, successivamente, permettendo alle componenti negative al mercato di prevalere su quelle positive.

E così, se da un lato l’aumento dell’inflazione avrebbe determinato uno spostamento di liquidità e risparmi dal settore mobiliare (conti correnti, depositi, titoli, fondi etc) a quello immobiliare, dall’altro la stretta creditizia messa in atto dalle banche ha limitato di molto l’impiego generalizzato di tale liquidità, destinandola invece a rivitalizzare il segmento delle fasce di prezzo più accessibili e molto profittevoli (piccole e medie quadrature, fino a 70-80 mq, oppure seconde case in località turistiche), relegando in un limbo il segmento delle ormai desuete grandi quadrature non di pregio – quelle superiori a 120-130 mq, costruite nel periodo che va dal c.d. Boom Economico a tutti gli anni ’80 – oggi difficilissime da vendere e oggetto di complicati (e costosi) frazionamenti. Un effetto collaterale, inoltre, è stato quello di generare una eccessiva concentrazione delle compravendite in alcune aree geografiche. Basti pensare che Roma (33% di quota) e Milano (20%) fanno da sole più della metà delle compravendite nazionali avvenute nelle grandi città.

L’accesso al credito rimane un punto molto critico, con 300.000 famiglie che, secondo Nomisma, non sono riuscite a ottenere un mutuo, mentre le erogazioni di mutui nella prima parte del 2024 si sono dimezzate rispetto al 2022. Pertanto, la domanda immobiliare ha “sbattuto la testa” contro il muro eretto dalle banche, con i loro parametri di accesso al credito sempre più a maglie strette, ed ha raggiunto il risultato inusuale di “assopirsi” in vaste aree del Paese. Tale raffreddamento di natura esogena, di recente, si è accompagnato ad un sensibile restringimento dell’offerta di abitazioni in vendita, registrato nel terzo trimestre del 2024 (dati di Idealista), ed una significativa diminuzione dello stock abitativo disponibile, evidenziando una riduzione del 7% rispetto al trimestre precedente. Su base annua, il calo risulta pari a -4% rispetto allo stesso periodo del 2023. La contrazione delle case in vendita ha colpito la maggior parte delle città italiane. Roma, per esempio, ha subito una diminuzione dello stock del 14% su base annua, mentre Milano ha registrato un calo del 4% e Torino del 3%, mentre Napoli è andata in controtendenza, aumentando lo stock di case in vendita del 6% rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno. Accanto ai risultati contrastanti delle grandi città, si registrano alcuni exploit nei centri più piccoli: Alessandria -29%, Benevento -39%, Venezia -21%,

Le previsioni di Nomisma sul mercato immobiliare italiano fino al 2026 riportano uno scenario piuttosto complesso, dove la crescita economica si scontrerà con l’inflazione e l’accesso al credito. Infatti, nonostante i dati sull’occupazione siano davvero incoraggianti, l’inflazione supera ancora gli aumenti salariali ed erode il potere d’acquisto delle famiglie italiane, già colpite dal “fenomeno” – tutto italiano – dell’assenza di un salario orario minimo per categoria e dagli stipendi “da fame” per i lavoratori più giovani. Con un tasso di inflazione ancora così elevato, la crescita reale dei valori immobiliari è più contenuta o, in alcuni casi, si annulla del tutto.

Guardando al futuro, secondo Nomisma due fattori principali influenzeranno il mercato immobiliare: la trasformazione demografica e la direttiva Case Green. La diminuzione della popolazione dei prossimi decenni, infatti, sarà solo parzialmente compensata dall’aumento del numero di nuclei familiari, mentre la direttiva europea imporrà costosi interventi di riqualificazione energetica sugli immobili, spingendo i proprietari a investire nella modernizzazione delle abitazioni. Non sappiamo con quali correttivi la direttiva europea sulle Case Green verrà ratificata in Italia, e in molti si augurano che il livello di applicazione possa essere in qualche modo armonizzato in modo tale da privilegiare la sostenibilità finanziaria per le famiglie interessate. In Italia, infatti, la percentuale di famiglie proprietarie di immobili è vicina al 70% (contro una media del 52% del resto d’Europa), ma non tutte saranno in grado di affrontare i costi della riqualificazione energetica visto che il reddito reale medio degli italiani, negli ultimi trenta anni, è addirittura diminuito; e questo spiega come, per esempio, un impiegato di banca appena assunto guadagni in Italia 1.350 euro netti mensili (compresi tredicesima e componente variabile), mentre un bancario neo-assunto tedesco ne prenda 2.600.

Naturalmente, il mercato delle locazioni sta beneficiando di questo quadro complessivo delle compravendite immobiliari, registrando una domanda in aumento – quella di chi non riesce ad avere accesso al credito bancario – e canoni in crescita del 4,6% nella prima parte del 2024. I canoni, peraltro, sono previsti in aumento per via della crescente competizione nel mercato degli affitti brevi, che sta spingendo i prezzi verso l’alto. In definitiva, solo una riduzione dei tassi e una maggiore disponibilità di credito da parte del sistema bancario potrà dare ad un numero crescente di persone la possibilità di acquistare casa. Il mercato, nel suo complesso, è in attesa di questo.