Febbraio 23, 2024
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Zest: la favola dei “Magnifici 7” sta per concludersi?

Il mercato azionario Usa resta dominato dai cosiddetti “Magnifici 7” (Nvidia, Tesla, Meta, Apple, Amazon, Microsoft e Alphabet), che nell’ultimo periodo sembrano essere già diventati i “Magnifici 5”.

“L’inizio del 2024 ha confermato la tendenza osservata nel 2023, con la performance del mercato azionario USA sempre più ristretta a pochi nomi. I cosiddetti “Magnifici 7” (Nvidia, Tesla, Meta Platforms, Apple, Amazon, Microsoft e Alphabet) hanno in realtà perso due compagni e in effetti l’attuale ristrettezza del mercato non sembra sostenibile nel lungo periodo, come si osserva guardando al passato”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore di fondi Zest Asset management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest Sa.

Osservando la “Performance Contribution” cumulata dell’S&P500 da inizio anno, si può notare come solo 17 titoli hanno generato circa il 100% della performance dell’indice, mentre gli altri 483 non hanno apportato crescita, azzerandosi a vicenda. Ciò significa che, a oggi e come nel 2023, avere un portafoglio diversificato non è stata una scelta ottimale. Al contrario, avere un portafoglio concentrato, soprattutto in determinati titoli, è risultato vincente. Lo stesso concetto può essere osservato in ottica settoriale. Il 74% del rendimento dall’inizio dell’anno dell’S&P500 è stato realizzato da due settori: Information Technology e Communication Services. Aggiungendo il terzo settore, l’Healthcare, la performance raggiunge l’88% del totale. Concentrandosi sui migliori titoli all’interno dei tre comparti, emerge anche qui la ristrettezza del mercato. In ognuno dei settori spicca un titolo che ha contribuito per più del 50% alla performance totale: Nvidia per il 70% dell’Information Technology, Meta per il 71% di Communication Services e Eli Lilly per il 58% dell’Healthcare.

I “Magnifici 7“, i grandi trionfatori del 2023, in questo inizio di 2024 hanno perso due colossi del mercato mondiale come Apple e Tesla, che sono scesi dal carro dei vincitori. Le restanti cinque società, invece, hanno contribuito per più della metà della performance da inizio anno dell’S&P500. La significativa ristrettezza del mercato a cui stiamo assistendo oggi è un fenomeno che si è già verificato in passato. Se si osserva l’andamento dell’indice S&P500 dal 1971, emerge che abbiamo raggiunto un livello mai toccato prima in termini di peso dei primi cinque titoli, il quale in parte è giustificato dalla straordinarietà di queste società. Rispetto ai competitors (se esistono) queste società crescono di più e hanno free cash flow maggiori, e quindi ritorni sul capitale più alti. “Questa condizione non sembra essere sostenibile nel lungo periodo”, conclude Conca (nella foto). “Se si osserva il trend storico, dopo un periodo in cui i primi cinque titoli hanno pesantemente sovraperformato gli altri, gli anni successivi sono stati caratterizzati da performance dell’indice notevolmente allargate, con la contribuzione al risultato finale molto più omogenea. Inoltre, sembra che dopo questi picchi generati da pochi titoli, la successiva discesa è significativamente auto-correlata, ovvero gli investitori scaricano i Top 5 dai propri portafogli per acquistare azioni delle altre società più piccole”.

Consulenti finanziari: Anasf stretta tra ambizioni europee e conflitti di potere

Marucci: “La convocazione degli stati generali di Anasf da parte di Mei sembra determinare un conflitto di potere interno. Ne farà le spese il dibattito sul contratto unico nazionale dei consulenti”.

Intervista di Alessio Cardinale

Raramente, in tutti questi anni, sotto la coltre di calma apparente il “non-sindacato” dei consulenti finanziari ha mostrato segni di nervosismo. Del resto, dopo l’ultima presidenza – quella di Maurizio Bufi – che ha condotto una battaglia di categoria (sulle società tra consulenti finanziari) contro Assoreti, Anasf si è gradualmente adagiata su una illogica posizione di partnership proprio con Assoreti, ossia con quella che dovrebbe essere, in una ipotetico confronto tra parti sociali, l’organizzazione di segno opposto, contro la quale rivendicare i diritti della base e difendere le prerogative economiche degli iscritti. In pratica, è come se i sindacati dei metalmeccanici – che come Anasf non hanno personalità giuridica – stringessero un rapporto di partnership con Assindustria nazionale.

Da qui la definizione di Anasf come un “non-sindacato”, sia per la natura statutaria dell’Associazione – che prevede un’ampia attività di tutela degli aderenti ma non la qualifica specifica di organizzazione “sindacale” – sia per la sostanziale improduttività di tale relazione “contro natura”. Ad oggi, infatti, non c’è ancora traccia del tanto agognato contratto unico nazionale dei consulenti finanziari, i margini di ricavo dei professionisti non aumentano (anzi…) nonostante gli enormi utili delle società mandanti e – un esempio tra i tanti – la battaglia dell’ex presidente Bufi sulle società di consulenti finanziari giace nell’angolo più angusto del dimenticatoio. In particolare, relativamente al contratto unico nazionale si è preferito privilegiare, nell’ormai lontanissimo 2014, il contratto europeo, che in teoria avrebbe dovuto “…stabilizzare la redditività professionale, rendere più appetibile la professione per i giovani, con uno status più riconoscibile e stabile, tutelare meglio i risparmiatori, risolvendo i principali conflitti d’interessi…”. In tutta evidenza, però, promuovere un inquadramento unico europeo senza aver vissuto l’esperienza indispensabile di un contratto unico nazionale appare oggi come l’ambizioso tentativo di saltare un passaggio fondamentale in ambito domestico; tanto più che, di quell’obiettivo continentale, non se n’è fatto nulla.

Dopo la sua elezione, nel 2020, il presidente Luigi Conte (nella foto) si è oggettivamente mosso verso un dibattito più concreto sul tema contrattuale dei consulenti, ma ormai sono passati quasi quattro anni, ed è impossibile non imputare questa lentezza anche alla “partnership innaturale” con Assoreti, che non sembra così interessata ad accelerare sull’argomento. Inoltre, la recente convocazione del congresso straordinario di Anasf avrebbe potuto rappresentare il momento opportuno per stendere le linee programmatiche attraverso le quali arrivare al contratto unico, eppure si è preferito anche questa volta perseguire altri obiettivi, in particolare quelli di “acquisire personalità giuridica e accedere più agevolmente a fondi e sovvenzioni italiane ed europee per affermare il ruolo della professione, anche attraverso una presenza sempre più qualificata nelle decisioni normative a livello italiano ed europeo”. Tali obiettivi sono sicuramente autorevoli, ma insufficienti e troppo generici per intravedere in essi la volontà di trovare finalmente delle soluzioni ai temi centrali della categoria dei consulenti finanziari, e cioè la stabilizzazione dei redditi, la  maggiore tutela della posizione lavorativa, l’investimento sui giovani per abbassare l’età media dei professionisti e la protezione dei risparmiatori. Se poi riflettiamo sul fatto che i sindacati non abbiano personalità giuridica (non hanno mai applicato la previsione dell’art. 39 Cost.), mentre Anasf potrebbe ottenerla e firmare in teoria atti di rappresentanza erga omnes nell’interesse della categoria, il mantenimento della partnership con Assoreti avrebbe persino del paradossale.

In ultimo, la posizione critica di Alfonsino Mei esplosa all’interno dell’Anasf dopo la revoca allo stesso Mei da parte di Luigi Conte di rappresentare l’Associazione nella Fondazione Enasarco – che gestisce tutta la previdenza obbligatoria dei consulenti finanziari e di cui Mei è rappresentante legale – rischia di creare una frattura insanabile all’interno dell’Associazione. 

Prof. Marucci, come si spiega secondo lei questo atto di forza del presidente Conte verso Alfonsino Mei? 
Indubbiamente le ragioni che hanno portato il presidente dell’Anasf ad assumere una decisione così rilevante, al di là del fatto che derivino anche da precise scelte di natura statutaria, hanno una propria ragione politica proprio per il ruolo istituzionale ricoperto dal presidente Conte, che ha comunque dimostrato di rappresentare degnamente l’Anasf. In tal senso, la convocazione da parte di Mei degli stati generali dell’associazione (Firenze, 22 e 23 febbraio) su un tema così delicato quale la consulenza sembrerebbe una provocazione di uguale natura, cioè politica, contro il cuore della classe dirigente di Anasf, e appare strumentale all’obiettivo di “contarsi” per consolidare una posizione interna che possa essere in grado di contrastare la leadership di Conte.

Nel concreto, cosa può aver mosso Mei ad agire in modo così sorprendente?
La convocazione degli stati generali da parte di Alfonsino Mei (nella foto), probabilmente, risponde ad una logica strumentale, e cioè quella di ribaltare il sistema di gestione di Anasf secondo criteri di valutazione cari ad un management non più al passo con i tempi moderni, che invece impongono un modello di rappresentanza più efficace dei consulenti finanziari, scevro da altri fronti di interesse non più in linea con le istanze collettive. Per questo motivo, anziché lanciare il guanto di sfida verso inopportune prove di forza, sarebbe meglio incanalare la dialettica degli opposti e il terreno di confronto democratico all’interno delle sedi istituzionali dell’organizzazione.

Quanto è sentito dalla base dei consulenti finanziari il tema delle maggiori tutele generate da un contratto unico nazionale?
Oggi è molto più sentito rispetto ai tempi in cui i margini elevati assicuravano una retribuzione significativa, di fronte alla quale i consulenti non erano affatto sollecitati a confrontarsi con le società mandanti. Dopo una serie di periodici tagli che, dopo il 2008, hanno determinato una diminuzione di almeno il 50% dei ricavi a parità di portafoglio amministrato, i consulenti finanziari hanno acquisito maggiore sensibilità verso un maggior livello di stabilità, ma i tentativi fatti da Anasf, pur essendo apprezzabili, si sono rivelati privi di efficacia, ed oggi ci troviamo in gravissimo ritardo proprio sulla principale fattore di tutela collettiva, ossia il contratto di lavoro.

A cosa si riferisce in particolare?
Nel 2014 è stato proposto dall’associazione dei consulenti un modello contrattuale europeo, che però si è rivelato essere niente altro che uno schema di perfezionamento dell’attuale contratto di agenzia applicato in modo standardizzato da quasi tutte le reti di distribuzione. Sostanzialmente si riproponeva, salvo qualche aggiunta migliorativa sull’estensione del welfare (art.4) e previdenza (art.15), uno standard già collaudato a vantaggio della mandante, che alla luce delle modificazioni sostanziali intervenute dopo l’applicazione della Mifid II non trovano una rispondenza alle reali esigenze della categoria dei consulenti. In sostanza, siamo ancora all’anno zero.

Questo scontro di potere allontanerà o avvicinerà il momento in cui finalmente il tema del contratto verrà affrontato da Anasf in modo concreto?
Gli scontri di potere al vertice non fanno bene alle riforme richieste dalla base, a meno che le stesse non diventino strumentali per chi voglia vincere il confronto. Mi auguro solo che il tema non venga utilizzato in termini di propaganda politica tra opposte fazioni, e poi miseramente abbandonato dopo che le acque si siano calmate.

Healthcare, il mercato mondiale dei servizi di consulenza sanitaria decolla grazie al digitale

Un recente rapporto spiega come la digitalizzazione contribuisca a spingere in modo significativo la crescita del mercato dei servizi di consulenza in ambito healthcare.

Vola il mercato globale dei servizi di consulenza in ambito sanitario: secondo il rapporto stilato dal The Business Research Center, il settore nel 2024 supererà i 28 miliardi di dollari di valore – dai 25 miliardi di valore del 2023 – per arrivare poi a sfiorare entro il 2028 i 50 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuale aggregato del 13,9%. Tra le regioni è il Nord America l’area guida, a livello mondiale, del mercato dei servizi di consulenza sanitaria mentre le stime vedono nell’Asia-Pacifico la regione più promettente in termini di crescita nel periodo di previsione oggetto dell’indagine di mercato (2024-2033).

La forza trainante dietro questa ondata di crescita è rappresentata, in primis, dall’impatto della digitalizzazione sui servizi di consulenza sanitaria. L’impiego e l’utilizzo del digitale e delle sue applicazioni, infatti, è in grado di trasformare i modelli di business, contribuendo a generare valore e favorendo la scoperta di preziose informazioni sulla gestione e il monitoraggio delle patologie. Ciò ha applicazioni dirette anche sulla rapida espansione del mercato globale dei programmi di supporto al paziente (PSP) che, secondo quanto riportato da un’analisi svolta da Insight Ace Analytic, raggiungerà i 64,36 miliardi di dollari di valore entro il 2031 con un tasso annuo di crescita del +16,62%. I PSP sono molto richiesti all’interno dell’industria farmaceutica in quanto l’assistenza sanitaria è sempre più incentrata sul paziente che ora non vuole più solo farmaci ma anche ricevere informazioni, supporto, risorse e strumenti per poter gestire efficacemente i problemi di salute. Questi strumenti sono molto utilizzati nel trattamento di malattie croniche come il diabete, il cancro e i disturbi autoimmuni, in quanto possono migliorare l’aderenza terapeutica dei pazienti, i risultati complessivi in termini di salute e l’esperienza sanitaria, diventando così sempre più una parte importante della moderna assistenza sanitaria.

Un trend, quello dell’espansione del mercato dei programmi di supporto al paziente, che sta guidando il mercato dei servizi di consulenza sanitaria anche in Italia, come confermato anche dal parere degli esperti. “La centralità del paziente è uno degli obiettivi principali che dovrebbe perseguire il nostro Servizio Sanitario Nazionale, perché ciascun soggetto è portatore di una propria complessità e necessita di risposte specifiche lungo il percorso di cura e assistenza sanitaria – spiega Davide Lucano (nella foto), amministratore delegato di OPT Spa (optsalute.it), società di consulenza e formazione che, dal 1994, opera all’interno del sistema sanità italiano per promuovere lo sviluppo di progetti ad alto valore aggiunto. Uno dei primi passi in questo senso è quello di garantire una presa in carico multidisciplinare che abbatta gli steccati tra le varie discipline, attuando un cambiamento organizzativo nei modelli di cura. È necessaria poi anche una rivoluzione culturale, con medici, infermieri e operatori sanitari che devono ribaltare il loro punto di vista, imparando a utilizzare le tecnologie digitali a sostegno della cura clinica. Solo così avremo persone in grado di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalle apparecchiature digitali in ambito sanitario e che siano davvero orientati al soddisfacimento della patient experience”.

In Europa è la Germania il principale mercato europeo dei servizi di consulenza sanitaria, che arriverà a toccare i 4 miliardi di dollari di valore entro il 2030 con un tasso di crescita annuale del 10,6%, di poco inferiore a quello fatto registrare da Regno Unito (10,9%) e Francia (12,7%) nel medesimo periodo. In Italia, invece, il settore della consulenza in ambito sanitario non ha ancora espresso le sue piene potenzialità e ha degli importanti margini di miglioramento. Anche in Italia, infatti, si prevede che nei prossimi anni la frequenza dei tumori e delle malattie croniche aumenterà, e si registra un costante aumento della popolazione anziana. Per questi motivi è probabile un aumento della digitalizzazione nelle soluzioni di information technology sanitarie e un aumento della spesa pubblica e del settore privato in questo tipo di infrastrutture, al fine di favorire nei grandi ospedali le reti sanitarie integrate e migliorare il coordinamento dell’assistenza al paziente.

L’espansione del mercato dei servizi di consulenza sanitaria, per via delle notevoli implicazioni a livello informatico, aumenta le preoccupazioni sulla privacy dei dati dei pazienti. Sincronizzare l’infrastruttura IT dei grandi ospedali, infatti, è un compito molto difficile per gli specialisti, e ciò rappresenta un ostacolo significativo all’espansione del mercato, dal momento che tutti i vecchi sistemi devono essere modificati quando vengono utilizzati con sistemi incompatibili. Inoltre, la carenza di professionisti IT qualificati nel settore sanitario potrebbe rappresentare un ulteriore barriera allo sviluppo dei servizi di consulenza sanitaria, soprattutto nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, che non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base. I questi paesi, tuttavia, l’impennata dei progressi tecnologici nel campo degli smartphone e della connettività Internet accelereranno la crescita del mercato nei prossimi anni e creeranno un’attività redditizia.

 

24ORE Business School: consegnato il diploma a 816 studenti dei master

Battiston (EssilorLuxottica): “il Master della 24ORE Business School è stato determinante per la mia crescita professionale”. Circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro a soli due mesi dalla fine del Master.

Tutto esaurito nell’Anfiteatro di via Monte Rosa a Milano per la consegna dei Diplomi 2024 di 24ORE Business School, la prima scuola italiana di alta formazione che da 30 anni punta a costruire un legame sempre più stretto e diretto fra i talenti e le migliori imprese del nostro Paese. Quest’anno la Master’s Graduation Ceremony, che segna idealmente il passaggio dal mondo formativo a quello del lavoro, ha visto protagonisti 816 studenti provenienti da ogni parte d’Italia.

Evidenziando che circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel mondo del lavoro a soli due mesi dalla fine del Master, Valerio Momoni (nella foto), CEO di 24ORE Business School, ha sottolineato come “l’alta formazione e l’apprendimento continuo rivestano un ruolo sempre più cruciale in un mondo del lavoro in profonda evoluzione, dove percorsi di studio mirati rappresentano un driver fondamentale per svolgere la professione dei sogni”.

Ospite d’onore della serata Matteo Battiston, Chief Design Officer di EssilorLuxottica, che ai microfoni di SkySport (giornalista Cristiana Buonamano) ha raccontato come il Master frequentato alla 24ORE Business School sia stato determinante nel suo percorso di crescita professionale. 

Matteo Battiston

24ORE Business School, che fa parte del gruppo Digit’Ed, è la prima business school italiana che da trent’anni opera nel mercato dell’education e della formazione manageriale, con corsi di specializzazione e Master in tutte le aree più richieste dal mondo del lavoro e per tutte le funzioni aziendali. Si rivolge a giovani diplomati che cercano opportunità di carriera in ambiti dinamici e altamente competitivi; neolaureati che vogliono velocizzare l’ingresso nel mondo del lavoro e affrontare sfide complesse; professionisti che intendono accelerare la propria carriera o sviluppare nuove competenze per progredire nel proprio percorso professionale; imprenditori che ambiscono a migliorare le capacità di gestione aziendale.

La business school, di matrice professionale con finalità fortemente collegate al mondo del lavoro, assicura una formazione completa, grazie a una faculty unica composta da docenti, manager d’azienda, consulenti, giornalisti, con esperienza diretta dei diversi mercati. I percorsi in aula, contraddistinti da un approccio pragmatico, orientato al business, uniscono alla teoria delle nozioni la pratica del mondo delle aziende. Completa l’offerta un’ampia scelta di corsi fruibili online e un fitto calendario di eventi, incontri verticali e meeting di rilievo internazionale che permettono agli studenti di entrare in contatto con i player più rilevanti dei settori dell’impresa, della finanza, della tecnologia e delle istituzioni.

Il ruolo del consulente finanziario nella pianificazione della “Longevity” dei clienti

La consulenza finanziaria ha il compito di accrescere nei risparmiatori la consapevolezza dei rischi e delle opportunità di una vecchiaia lunga, a patto di pianificare le scelte patrimoniali in vista della longevità.

L’odierna entrata in pensione è molto diversa da quella che abbiamo vissuto come spettatori del pensionamento dei nostri padri e dei nostri nonni. Infatti, se i nostri nonni andavano in pensione a 60 anni, in considerazione della aspettativa di vita di allora ne vivevano mediamente altri 10, mentre oggi le cose sono molto diverse, con un’aspettativa di vita più elevata e la possibilità di trascorrere altri 25-30 anni – un terzo della vita totale – a riposo dopo l’entrata in quiescenza.

Gli anziani di oggi sono per lo più in buona forma fisica, e solo poco più del 20% – ossia la fascia over 85 anni – non è del tutto autosufficiente o ha problemi di autosufficienza. Ma se tra i 65 e i 75 anni questo quadro è piuttosto comune, dopo i 75 (e specie dopo gli 80) cresce l’incidenza di malattie, perdita di autonomia e necessità di assistenza. Più che in passato, proprio perché si raggiungono età più estreme. Infatti, I dati ci dicono che abbiamo ormai un’aspettativa media di vita di 83,5 anni, ma chi supera gli 80 ha buone possibilità di viverne mediamente altri 9 (8 uomini, 10 donne), portando l’aspettativa a 89 anni. Inoltre, nel prossimo futuro gli assegni pensionistici non saranno più adeguati a mantenere il tenore di vita del periodo precedente al pensionamento.

Con una longevità così estrema, nemmeno le nostre case sono più adatte ai residenti molto anziani, che vivono in condizioni ambientali a rischio di cadute o di isolamento. Questi fattori sono responsabili, alla lunga, di perdita di autonomia e ricovero nelle RSA. Del resto, è risaputo che l’isolamento e la mancanza di scopo in tarda età segnano e riducono la qualità della vita più degli acciacchi e delle malattie della vecchiaia. Così, per prepararsi alla longevità in modo consapevole, occorre pensare a come e dove spendere le proprie terza e quarta età, abbandonando il tradizionale approccio verso la vecchiaia fatto di improvvisazione e “attesa del destino”.

All’interno di un simile scenario – che è sotto gli occhi di tutti – la consulenza finanziaria ha davanti a sé un compito non del tutto nuovo ma profondamente prioritario, e cioè quello di far nascere e/o accrescere nei propri clienti, da un lato, la consapevolezza dei rischi di una vecchiaia difficile e, da un lato, insegnare loro che, dato l’allungamento dell’età media, una vecchiaia così lunga è comunque una opportunità di esprimere le proprie potenzialità umane e trasmettere alle generazioni successive la propria esperienza, a patto però di poter pianificare in anticipo la longevità anche dal punto di vista patrimoniale, applicando il principio secondo cui, dopo la fase di accumulo di risparmio (tipica della prima parte del ciclo di vita ipotizzato dal premio Nobel Modigliani), passiamo a quella del “decumulo”, nella quale consumiamo le risorse accantonate per mantenere un buon tenore di vita, maggiormente adatto alle esigenza della “longevity”.

Infatti, la prospettiva del sistema contributivo è di un assegno pensionistico che nel migliore dei casi (lavoratori dipendenti) sarà pari al 60% dell’ultimo stipendio e nel peggiore (lavoratori autonomi) intorno al 40-50%, e gli anni di vita successivi al pensionamento vedranno un graduale peggioramento delle condizioni di salute e dell’autonomia. Pertanto, è imprescindibile che l’attività del consulente finanziario-patrimoniale debba essere sempre più indirizzata alla salvaguardia verso il c.d. Longevity Risk, ossia il rischio che i propri clienti possano sopravvivere ai propri risparmi e e trovarsi in ristrettezze nella fase più estrema della vecchiaia. Per farlo bene, il professionista deve analizzare il mix di aspettativa di vita, tenore di vita desiderato, reddito pensionistico e risparmi esistenti, e non è escluso che una analisi del genere non possa ricomprendere, con il permesso degli stessi clienti, un confronto con il medico di famiglia e/o con i medici specialisti che conoscono la vita clinica dei clienti (anche in termini di “familiarità genetica” con malattie e altri eventi rilevanti).

In una ipotetica attività di consulenza, poi, è fondamentale  che il consulente sia in grado di effettuare una corretta simulazione del reddito pensionistico e poter metterlo a confronto con il tenore di vita sostenuto fino a quel momento. Per farlo, è necessario calcolare il tenore di vita desiderato e moltiplicarlo per gli anni teoricamente residui in base alle statistiche dell’aspettativa di vita, per poi raffrontare l’importo annuale ottenuto col il reddito pensionistico che presumibilmente si ricaverà dalla propria pensione e scoprire l’eventuale esistenza di un gap di reddito e i risparmi (o l’extra reddito) che serviranno per coprirlo. In questa analisi rientrano tutti gli altri asset presenti e futuri costituenti il patrimonio nel momento dell’ingresso in Longevity: immobili, rendite da altri immobili, eventuale TFR  e possibili successioni familiari. A tutto questo, poi, bisogna aggiungere i margini di razionalizzare del patrimonio per ottimizzare il carico fiscale e liberare risorse finanziarie tramite il risparmio fiscale.

Ma non è tutto qui. Serve, ancora, “monetizzare” le future scelte del cliente allorquando si troverà di fronte alla sua fase di Longevity e determinarne il costo mensile per trovarne la relativa copertura finanziaria. In tal senso, è fondamentale conoscere se il cliente prevede cambiamenti importanti per la vecchiaia in termini abitativi e l’eventuale necessità di alienare il proprio immobile per creare ulteriore liquidità e vivere presso un’abitazione più piccola e sicura (senza dislivelli, senza tapparelle manuali, con vasca da bagno ad ingresso laterale, senza armadietti situati troppo in alto, etc). L’adeguamento degli appartamenti di proprietà in vista o durante la longevità è un argomento importante, che va pianificato per ridurre rischi, aumentare la tutela (anche da elementi esogeni) e il comfort, realizzando ristrutturazioni leggere ma fondamentali per il miglioramento della qualità della vita: adozione di strumenti di domotica, sistemi di alert, vasca o doccia con accesso confortevole anche con sedia a rotelle, maniglie, illuminazione più abbondante, abbassamento dei pensili, pianificazione di un posto letto aggiuntivo per un eventuale futuro caregiver, etc.

Ma i rischi di una vecchiaia così lunga non sono solo economici. L’Italia, infatti, è al terzo posto in Europa per longevità, ma scende al quinto per aspettativa di vita “in salute” nella fase più estrema della longevità. Questo perché la crescita di aspettativa di vita non è andata di pari passo con l’aspettativa di vita in salute: a 80 anni, un uomo può aspettarsi di vivere senza limitazioni nelle attività quasi 4 anni e circa altri 5 anni con limitazioni; per le donne, gli anni residui senza limitazioni scendono a 3,4 e circa altri 7 saranno da vivere con probabili limitazioni nelle attività. Inoltre, si aggiunge il gravoso costo dell’assistenza continuativa in casa (classica badante) o in una residenza di cura. In tutti questi casi, il consulente finanziario-patrimoniale ha il dovere di consigliare con grande anticipo, laddove il patrimonio del cliente non consenta una totale indipendenza economica, l’adozione di strumenti idonei a tutelare il cliente da eventi che possano condurlo alla non indipendenza (es. polizza Long Term Care e/o piano di accumulo). Siffatti strumenti, a ben vedere, tutelano anche gli stessi familiari del cliente, i quali così non sono costretti a trasformarsi in caregiver o in finanziatori di care giving.

L’evasione aumenta nelle crisi. Cos’è l’Hugo Effect e perchè favorisce l’economia informale

Due economisti di Ca’ Foscari e Harvard hanno studiato un nuovo metodo per misurare l’economia informale, coniando l’Hugo Effect per spiegare il carattere anticiclico dell’evasione.

“Quando la popolazione soffre, quando il lavoro manca, quando il commercio è nullo, il contribuente recalcitra all’imposta, lascia passare le scadenze, e lo Stato spreca molto denaro in spese di costrizione e di riscossione. Quando il lavoro abbonda, quando il paese è felice e ricco, l’imposta si paga facilmente e costa poco allo Stato”. Così scriveva Victor Hugo ne I Miserabili, ambientato nella Francia di circa 200 anni fa. Oggi, quell’intuizione dello scrittore ispira uno studio sull’evasione fiscale e in suo onore nasce lo “Hugo Effect”. Lo hanno coniato gli economisti Francesco Pappadà dell’Università Ca’ Foscari Venezia e Kenneth S. Rogoff di Harvard.

In uno studio pubblicato dalla rivista economica del National Bureau of Economic Research i due studiosi propongono un nuovo metodo per misurare l’economia informale (attività economiche in grado di generare reddito, nonostante la scala ridotta della loro dimensione, le tecnologie semplici e lo scarso capitale iniziale – es.: artigiani, lavoratori a domicilio, piccoli commercianti, gestori di chioschi, venditori ambulanti, lustrascarpe, intrattenitori di strada, etc) nei paesi dell’Unione Europea scoprendo che l’andamento dell’evasione fiscale è anticiclico: l’evasione cresce nella recessione e cala in periodi di boom economico. “I metodi tradizionali per misurare l’economia informale ci mostrano un andamento relativamente piatto nel corso del tempo. Viceversa, il nostro metodo riesce a catturarne la volatilità, che va di pari passo con il Pil e la disoccupazione – spiega Francesco Pappadà, ricercatore al Dipartimento di Economia di Ca’ Foscari -. Le autorità monetarie e fiscali dovrebbero considerare di più l’economia informale e le possibili conseguenze del suo comportamento anticiclico”.

La misura dell’economia informale nei vari paesi restituisce un quadro negativo per l’Europa meridionale. Grecia e Italia, nell’ordine, hanno mostrato un’evasione media tra il 1999 e il 2020 del 36 e 31 per cento del prodotto interno lordo, secondo le stime (prudenziali) della misura EVADE sviluppata da Pappadà e Rogoff. Questa misura si basa sul confronto tra versamenti dell’Iva e consumi: se il gettito Iva non corrisponde a quello ipotizzabile dalla mole di consumi, significa che l’economia ha trovato strade ‘informali’ per muoversi. Osservando l’andamento nel corso degli anni, emerge chiaramente la corrispondenza tra i picchi di evasione e le annate di recessione economica dei paesi.  L’aumento dell’evasione fiscale durante periodi di recessione, fanno notare gli autori della ricerca, può spiegarci perché paesi come Grecia, Italia e Spagna abbiano potuto reggere dal punto di vista sociale e politico periodi prolungati di crisi. L’Hugo Effect è anche stato quantificato: per una diminuzione del Pil dell’1%, l’economia informale aumenta dello 0,6%.

PMI, frena l’ottimismo sulla crescita economica. Grant Thornton: ripensare i modelli organizzativi

Secondo Grant Thornton, l’incertezza economica è il principale vincolo alla crescita delle PMI globali. Nonostante questo, il 60% delle imprese del mid-market si aspetta un aumento della redditività.

Secondo l’ultimo International Business Report (IBR) di Grant Thornton, elaborato a livello globale sui dirigenti di oltre 2.500 imprese del mid-market, nel secondo semestre del 2023 si assiste ad un calo dell’ottimismo da parte delle aziende globali, dal 67% al 65% (-2% rispetto al primo semestre 2023), con un decremento più netto in Europa, dove l’indice di fiducia economica si abbassa dal 56% al 51% (-5%), e in Italia, in discesa dal 46% al 43% (-3%). A destare preoccupazione sono le prospettive economiche incerte a causa delle tensioni geopolitiche e delle condizioni finanziarie restrittive per famiglie e imprese.

E così, nonostante il leggero calo (-1% rispetto al 1° semestre 2023), l’incertezza economica rimane ancora il vincolo più frequentemente riportato a livello globale (57%), in Europa (47% vs 49%) e in Italia, dove il dato resta stabile al 55%. A seguire, i principali ostacoli alla crescita vengono individuati nei costi del lavoro (51%) e dell’energia (52%) e dalla disponibilità di forza lavoro qualificata (50%), sebbene tutti i dati mostrino un evidente miglioramento che, seppur in modo marginale, riflette la minore preoccupazione delle aziende rispetto al semestre precedente. A questo quadro di incertezza si contrappone un numero significativo di aziende che si aspetta un aumento della redditività (in crescita dal 59% al 60%) per il prossimo anno, attribuibile principalmente al fatto che l’inflazione è stata messa sotto controllo. Una tendenza contraria mostra l’indice in Europa in lieve discesa, dal 45% al 42%, così come in Italia, dal 43% al 42%.

Il miglioramento atteso sulla profittabilità è ulteriormente rafforzato dal fatto che un numero inferiore di aziende (nel mondo dal 55% al 50%; in Europa dal 50% al 47%; in Italia dal 45% al 34%) prevede di aumentare i prezzi di vendita nei prossimi dodici mesi. Tuttavia, ad una crescita attesa della redditività si accompagna una contrazione del numero di aziende che prevede un aumento dei ricavi per il prossimo anno, che scende dal 60% al 59%. L’indice è in leggero peggioramento anche in Italia, passando dal 56% al 54% e in Europa, dove scende al 53% dal 54%.

Nonostante più della metà delle aziende globali preveda un aumento della redditività, il segmento del mid-market si mostra nel complesso in difficoltà, trovandosi a fronteggiare le molteplici sfide poste dall’economia globale. Questa incertezza trova riscontro anche nell’esiguo aumento (+1%) del numero di imprese che prevede di assumere personale nel corso di quest’anno, che passa dal 50% al 51%. In Europa le aspettative di assunzione calano dal 41% al 39%, ma il pessimismo è più marcato in Italia, con una diminuzione di ben 10 punti percentuali (dal 43% al 33%). Resta stabile invece (83%) il numero delle aziende che prevede un possibile aumento dei salari, mentre le imprese italiane si mostrano più fiduciose (in leggera ascesa dal 67% al 69%), seguite da quelle europee (dal 78% al 79%).

Prospettive poco promettenti anche per il commercio internazionale, probabilmente a causa del diffuso sentiment di sfiducia verso scenari geopolitici incerti. Le aspettative di espansione sui mercati esteri mostrano infatti un andamento in frenata, con il 43% delle aziende ottimiste su una crescita dell’export (47% nella prima metà del 2023); una tendenza analoga si riscontra in Italia e in Europa, che vedono entrambe un decremento dal 37% al 35%. Questo fenomeno è principalmente imputabile alla flessione (40% contro il 43% del primo semestre 2023) del numero di aziende che prevede di aumentare il numero di Paesi verso i quali esportare, a cui si accompagna un calo (42% vs 44%) delle aziende che prevedono di aumentare i ricavi connessi alle esportazioni. Le imprese si mostrano meno fiduciose anche in merito al ricorso a fornitori sui mercati esteri, che dovrebbe crescere secondo il 34% del campione (37% nei primi sei mesi dell’anno).

Guardando agli investimenti, restano al primo posto quelli destinati alla Tecnologia, con il 61% delle aziende a livello globale che prevede un aumento nei prossimi 12 mesi (stabile sul primo semestre 2023); in Europa il dato scende al 46% (50% nei primi sei mesi dell’anno) ed è in flessione anche in Italia (47% vs 52%). Per quanto riguarda gli altri settori si assiste ad un calo generalizzato delle aziende che prevedono di accrescere gli investimenti in competenze del personale (56% vs 57%), in ricerca e sviluppo (52% vs 54%) e nelle costruzioni (36% vs 38%). Alessandro Dragonetti (nella foto), Managing Partner & Head of Tax di Bernoni Grant Thornton, commenta “l’indice di fiducia delle nostre imprese ha registrato un calo generalizzato, che si inserisce nel più ampio quadro di incertezza sulle previsioni economiche internazionali, a causa dell’inasprimento dei conflitti geopolitici e del persistere delle politiche monetarie restrittive. Di contro, le aziende si mostrano fiduciose sulla buona tenuta della redditività nel prossimo anno, che dipenderà in gran parte da come sapranno rispondere alle sfide del contesto economico nel quale si troveranno ad operare. Questo processo dovrà necessariamente passare dal ripensamento dei modelli organizzativi, l’automazione dei processi, il potenziamento delle competenze e, non ultima, una maggiore spinta agli investimenti, ivi inclusi quelli nel capitale umano”.

Lemanik: qualunque cosa farà la Fed sui tassi, avremo una recessione

La recessione innescata dalla crisi del credito nello Shadow Banking System. Se la Fed porterà l’economia in reflazione ci saranno problemi per i Treasuries e per la borsa. 

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

L’approccio storico dei policymakers americani dal 1900 a oggi prevede che le politiche monetarie diventino “schiave” delle bolle speculative create. Il problema della “bolla speculativa” è che tutti coloro che partecipano al gioco sanno che tipo di gioco stanno facendo e sanno che non può durare. L’instabilità prospettica del sistema economico e finanziario è dunque strettamente correlata alla psicologia dei giocatori che sanno di partecipare a un gioco a tempo determinato. 

In uno scenario del genere, quindi, quali strategie di investimento adottare? In considerazione degli eventi storici che hanno caratterizzato i fenomeni economici degli ultimi anni, risulta particolarmente difficile perseguire una strategia d’investimento basata sui fondamentali dell’economia e dei mercati azionari, sia short che long. I mercati azionari rispecchiano attualmente solo la propensione al rischio. Acquistare o vendere equity è come acquistare e vendere propensione al rischio, dato che non acquisti certamente azioni per i parametri fondamentali che esprimono, salvo rarissimi casi. I bond esprimeranno una volatilità decisamente elevata nei prossimi mesi, e di conseguenza anche il mercato dei cambi. Questa volatilità si trasferirà progressivamente anche ai mercati azionari.

L’attuale correzione sui bond governativi a 10y/30y è stata determinata dalla Fed. Politiche fiscali espansive e politiche monetarie reflazionistiche non sono positive per i tassi a lunga scadenza. La correzione attuale dei bond non può durare comunque molto senza procurare ulteriori effetti negativi sul ciclo e sulle variabili finanziarie, aumentando comunque il rischio di recessione anziché diminuirlo. La situazione è dunque molto più complicata di quello che gli indici di borsa tendono a far credere. In un anno elettorale è poi particolarmente difficile perseguire una sana e corretta politica monetaria e fiscale. Per questo motivo il mercato dei bond è particolarmente attraente per le opportunità (Long/Short) che può offrire per le strategie macro e per la volatilità prospettica, che avrà comunque ripercussioni significative su tutte le altre asset class e sull’economia. Allo stato attuale, è la Bce che sta perseguendo una vera politica monetaria antinflazionistica, quindi il Bund è da acquistare sulle correzioni in corso.

I mercati azionari UE si muovono in correlazione con quelli Usa, ma le prospettive macro in Europa sono poco favorevoli e l’economia è già in stagnazione e così vi rimarrà per un bel po’ di tempo. Le posizioni short equity su Eurostoxx sono vulnerabili a rialzi poco significativi. In sintesi, la potenzialità di upside del mercato azionario UE è più limitata rispetto al potenziale downside procurato da una recessione o da politiche antinflazionistiche, per cui lo scenario per l’economia UE implica recessione o stagnazione con tassi in discesa a partire dall’estate. Per questo motivo, l’Euro si prospetta rimanere debole vs USD e JPY, mentre la Banca Centrale di Norvegia vuole il cambio forte per contrastare l’inflazione importata e i tassi rimangono per ora al 4,5%.

I mercati azionari Emergenti non sono ancora pronti per uscire dalla lunga fase di crisi. Le prospettive macro su commercio globale e attività manifatturiera penalizzano la crescita ed i profitti dei listini emergenti. Anche se le valutazioni rimangono estremamente favorevoli per investimenti sul lungo periodo, allo stato attuale non ci sono ancora le condizioni per l’inizio della fase rialzista. La Cina rimane un ulteriore elemento negativo, dato il forte interscambio commerciale con l’Asia e alcuni Emergenti Latam (Chile e Brasile). L’India rimane al momento l’unico mercato interessante nell’area Emergente per la sua decorrelazione dall’economia cinese.

Se la Fed cadrà nella “trappola” di reflazionare l’economia, le aspettative d’inflazione in Usa saliranno e questo produrrà problemi ai Treasuries e alla borsa. A questo punto appare difficile scommettere su ampi ribassi dei tassi in Usa, salvo l’arrivo di una recessione che il settore finanziario americano non sarebbe in grado di reggere. Questo è appunto un altro problema: lo stock di debito speculativo nel sistema non reggerebbe una recessione e neppure una stagnazione. La Fed si trova dunque nel dilemma di reflazionare per evitare una crisi nello Shadow Banking System, che è già iniziata, ma non può farlo più di tanto senza modificare le aspettative di inflazione e provocare un rialzo dei tassi sui Treasuries. Per questo motivo credo che la bolla speculativa in corso sull’Equity Usa dovrà fronteggiare tre eventi probabili: o una recessione nel corso del 2024, o una politica monetaria non espansiva come si crede o un rialzo dei tassi a lunga procurato da una Fed che si affianca al Tesoro nelle politiche reflazionistiche.

Ovviamente, dei tre scenari probabili, la borsa ha scelto l’ultimo. Ma se in questo momento l’Equity sa sta prezzando tassi giù, tale scenario reflazionistico è destinato a trasformarsi in negativo per: 1) aspettative di rischio di ritorno dell’inflazione e 2) per un conseguente aumento dei tassi sui Treasuries. Sembra abbastanza chiaro che la Fed si trovi nella posizione di compiere “per certo” un altro policy mistake: la scelta di fare scendere i tassi o tenerli dove sono procura conseguenze comunque negative. Infatti, la Banca Centrale non ha ancora scelto cosa fare, ma sa che qualsiasi cosa deciderà, non avrà alcun impatto sul risultato finale che è comunque già scritto nei dati di bilancio delle banche e nel credito cartolarizzato: avremo una recessione innescata dalla restrizione del credito all’economia da parte dello Shadow Banking System e dall’accentuarsi della crisi bancaria in America iniziata lo scorso anno. Anche nel 2007 il governo americano continuava a pubblicare dati macro che evidenziavano sempre espansione economica, ma nel frattempo la crisi finanziaria nello Shadow Banking System era già iniziata. Mentre il Pil cresceva i fallimenti bancari erano già in corso e le insolvenze sul credito salivano. Questo dovrebbe farci capire che alcuni dati macro sono platealmente politicizzati e non sono un indicatore della solidità del sistema.

Storia dei mercati: eventi sistemici e crisi finanziarie quasi sempre procurati dagli Stati Uniti

Dal 1907 ad oggi 14 crisi finanziarie. Dieci procurate dagli Stati Uniti, una dai mercati asiatici e solo tre (in 113 anni) generate da eventi esterni non prevedibili.

Di Maurizio Novelli, gestore del fondo Lemanik Global Strategy

Gli Stati Uniti non sono mai stati particolarmente abili nella gestione delle variabili finanziarie, anche se il “consenso” tende a credere che la Fed abbia il totale controllo del sistema. Dal 1900 a oggi, tutte le crisi finanziarie che si sono propagate a livello globale sono partite sempre dalla speculazione finanziaria targata Usa. La frequenza degli eventi è tale da far considerare tali accadimenti non come “tail risks” o “cigni neri“, come si tende a far credere. La storia delle crisi finanziarie è particolarmente importante perché fa capire come funziona la finanza solo se si capisce come si genera una crisi. Dal 1900 a oggi abbiamo avuto ripetuti eventi sistemici: 1907, 1921, 1929, 1971, 1973-74, 1981, 1987, 1990, 1992, 1994, 1998, 2000, 2008, 2020. Solo tre di questi eventi sono stati causati da shock esterni: nel 1973/74 la crisi petrolifera, nel 1990 la guerra del Golfo e nel 2020 la pandemia. Tutti gli altri sono stati eventi determinati da policy mistake, crisi valutarie e bolle finanziarie nell’80% dei casi.

In buona sostanza, abbiamo avuto 14 eventi sistemici in circa 113 anni, con una media di un evento ogni dieci anni circa, ma a partire dal 1987 la frequenza degli eventi si è intensificata a causa della crescita della “finanziarizzazione” del sistema, alzando la frequenza statistica di un evento sistemico ogni cinque anni circa. Analizzando gli eventi nel dettaglio, possiamo dire che nel periodo 1900-1930, le tre crisi sistemiche sono state procurate da crisi finanziarie: il panico bancario del 1907, la crisi depressiva del 1921, la crisi della borsa del 1929. Tra il 1970 e il 1981, gli eventi sono stati determinati da una crisi finanziaria procurata dal Dollaro nel 1971, uno shock petrolifero nel 1973/74 e una politica monetaria ultra restrittiva nel 1981. Quello che preoccupa è che dal 1970, su 11 eventi sistemici, ben otto sono stati determinati da crisi finanziarie e solo tre da eventi “tail risk” (Shock petrolifero, guerra del Golfo e pandemia).

Delle 14 crisi finanziarie elencate, dieci sono state procurate dagli Stati Uniti (di cui otto finanziarie), una dalla crisi del 1998 sui mercati asiatici e solo tre (in 113 anni) da eventi “tail risk”, cioè non prevedibili. La mala gestione delle variabili finanziarie ha creato seri problemi nei primi vent’anni del novecento, tali problemi hanno prodotto significativi impatti sull’economia reale, al punto che si è resa necessaria un’ampia riforma della regolamentazione dei mercati. Fino al 1984/85, le riforme introdotte dopo la crisi del 1929 hanno ridimensionato la finanza nell’economia e hanno soppresso i rischi di crisi finanziarie. Ma dalla metà degli anni 80 si è avviata una costante deregulation, al punto che gli eventi finanziari sono tornati a impattare sull’economia reale con sempre maggiore frequenza. I tempi cambiano, ma i meccanismi monetari e speculativi che hanno generato le crisi sono stati più o meno sempre uguali e assolutamente simili a quelli sperimentati nel periodo 1907-1929. Da questo punto di vista, il concetto del “this time is different” non ha mai funzionato.

Tornando alla capacità di gestione delle variabili finanziare da parte degli Stati Uniti, appare evidente che storicamente tale capacità non è mai stata così evidente come si vuole far credere. Attualmente la Fed ha sorpreso i mercati con dichiarazioni ultra espansive sulla probabile traiettoria dei tassi d’interesse nel corso dei prossimi mesi. Ci si deve chiedere come mai la banca centrale abbia voluto procurare condizioni finanziarie ultra espansive, tramite il risk on dei mercati finanziari, in un contesto di economia che cresce in media al 2,5% circa nel 2023, con la piena occupazione e con l’inflazione che rischia di interrompere la sua discesa.

C’è un motivo preciso del perché è stato fatto: in realtà l’economia non è così forte come si vuol far credere, i rischi finanziari nel sistema sono fuori controllo dopo 14 anni di QE, i tassi di insolvenza stanno cominciando a crescere in modo evidente e l’economia cresce solo grazie agli interventi fiscali. Lo Shadow Banking è la principale fonte di preoccupazione. La crisi dei Fondi Pensione, del Private Equity e del Venture Capital sta iniziando a emergere in modo sempre più evidente, e le cartolarizzazioni del credito si sono completamente fermate per i CMBS (-85% y/y) e sono in netta riduzione per gli ABS (-13% y/y), che sono molto importanti per il settore del credito al consumo, il quale sostiene il 30% dei consumi interni Usa. Inoltre, il 21% del Pil Usa è fatto da consumi “finanziati” attraverso il credito al consumo, se si fermano le cartolarizzazioni l’intero settore si ferma.

Le cartolarizzazioni sono il meccanismo di trasmissione monetario più importante del sistema finanziario americano e vengono gestite prevalentemente dallo Shadow Banking System. In pratica, il principale meccanismo di trasformazione delle scadenze e di trasformazione della liquidità del sistema finanziario americano avviene su mercati illiquidi e non regolamentati. Per questo motivo abbiamo avuto le crisi del 2001 e del 2008, che si sono poi propagate al settore tecnologico nel primo caso e al real estate nel secondo. Chi non sa come funziona il mercato dei MBS, CMBS, ABS e CLO, che sono alla base del meccanismo di trasformazione della liquidità e vale circa 19 trilioni di dollari, non sa praticamente nulla di finanza americana. Quando le cartolarizzazioni si fermano, il credito all’economia si ferma e la recessione è alle porte. Ma quello che appare sempre più evidente è che i mercati finanziari non sembrano avere una consapevolezza del rischio di sistema, se mai lo hanno avuto. La manipolazione della percezione del rischio avviene tramite la compressione del VIX come indicatore del rischio di sistema. I policymakers intervengono sul VIX per comprimere il rischio percepito dai mercati. Il problema è che puoi manipolare il VIX ma non puoi modificare il rischio di sistema né i fondamentali. Quindi occorre fare una netta distinzione tra percezione del rischio e consapevolezza del rischio. La consapevolezza dipende dalla conoscenza mentre la percezione dipende da quello che ti fanno credere.

Davanti a questi rischi evidenti, la Fed si è accorta di avere spinto troppo la politica monetaria in territorio restrittivo, e ha procurato seri problemi allo Shadow Banking System, che fornisce oggi il 60% del credito all’economia. Il cedimento delle cartolarizzazioni è un indicatore evidente, la stessa cosa è accaduta nel 2007. Anche il settore delle banche regionali, che sono molto importanti per il credito alla piccola e media impresa, sono quasi tutte in stato semi fallimentare. Il tentativo di invertire la rotta con dichiarazioni dovish ha innescato un risk on sui mercati ma rischia di alimentare ulteriormente la bolla speculativa, aumentando i problemi a termine anziché ridurli. In questo modo si cerca di evitare la crisi spingendo proprio sulle variabili finanziarie che hanno messo il sistema in una posizione di vulnerabilità finanziaria. Così come gli interventi fiscali non hanno modificato i fondamentali del credito speculativo che circola nel sistema (che pesa per il 52% del Pil vs il 31% del 2007), così un ulteriore rialzo delle borse non migliorerà i fondamentali dell’economia e delle variabili finanziarie, anzi, procurerà ulteriori problemi futuri.

Di fronte al rischio di una crisi imminente, le autorità monetarie hanno deciso di spingere ulteriormente al rialzo le variabili finanziarie, nella speranza che il risk on possa attenuare i rischi finanziari attualmente in essere. E’ il tentativo disperato di continuare a spingere proprio sulla strategia che ti ha portato nella situazione critica e conferma la trappola speculativa nella quale hai infilato il sistema in anni di QE. Davanti al rischio di avere una crisi adesso si è scelto di averla più avanti, ovviamente. Il problema è che la dimensione dell’evento dipende sempre da quanto e per quanto tempo hai deciso di gonfiarlo. L’indice SPX a 5100/5200 o 5300 non modifica di un millimetro la qualità del credito speculativo in circolazione e non incide sulla dinamica dei fallimenti attualmente in corso, non riduce le insolvenze sul credito al consumo e peggiora ulteriormente i fondamentali degli asset finanziari. In questo modo, gli investitori sono sempre più propensi a ridurre le loro posizioni d’investimento e lasciano sempre più spazio alla componente speculativa, la quale alimenta una bolla speculativa ed espone sempre di più il sistema a una crisi finanziaria.

Zest Asset Management: la recessione Usa potrebbe arrivare nel 2024?

Con un’inflazione core al 4% e un mercato del lavoro vivace, un taglio dei tassi potrebbe avere l’effetto negativo di innescare un’altra ondata di pressione inflazionistica.

“Un anno fa eravamo convinti che l’economia statunitense fosse pronta a cadere in una lieve recessione. Dodici mesi dopo, stiamo spiegando perché non è stato così. Tuttavia, la possibilità che la nostra visione sia stata ritardata piuttosto che sbagliata è reale e crediamo che i prossimi due trimestri saranno molto importanti per determinare il percorso economico che stiamo intraprendendo. Con l’eccesso di risparmio delle famiglie che tende a zero, il rischio che l’economia inizi a singhiozzare non è irrilevante”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore di fondi Zest Asset Management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest Sa.

Sebbene i tassi d’interesse siano ai massimi da vent’anni, la Cina sia afflitta da una bolla immobiliare e il suo principale partner commerciale, l’Europa, stia flirtando con la recessione e la paura del proseguimento e/o dello scoppio di nuovi conflitti armati, il 2023 per gli Stati Uniti sarà ricordato come l’anno in cui la recessione più attesa della storia non si è mai materializzata. La solidità dei consumatori statunitensi e la spesa del governo federale, che ha sostituito la crescita dei prestiti delle banche, hanno cambiato le carte in tavola. Oggi la situazione economica sembra migliorare a livello globale. La narrativa del soft landing si è rafforzata e possiamo capire perché la metà degli economisti e la stragrande maggioranza degli investitori si orienti in questo senso. L’economia sembra normalizzarsi senza precipitare, mentre i consumi delle famiglie rimangono solidi e gli eccessi del 2008 non sono presenti.

Il bilancio dei consumatori americani sembra più stabile che mai, nonostante i terribili rendimenti finanziari del 2022 e la capacità di acquisto di un’abitazione vicina ai minimi storici. È interessante notare che quest’ultima ha colpito solo marginalmente il mercato immobiliare, di solito uno dei settori che soccombe più rapidamente in previsione di una recessione imminente. Il deleveraging privato successivo alla Grande Crisi Finanziaria, sostenuto da standard di credito bancari più severi, ha determinato una minore offerta di case, che sta compensando quello che riteniamo essere un calo naturale della domanda di abitazioni. Dulcis in fundo, secondo molti la Fed è pronta a intraprendere un massiccio ciclo di tagli dei tassi di interesse (sei stimati per il 2024), garantendo il sostegno necessario all’economia per evitare una decelerazione eccessiva, scongiurando così una recessione.

soft landing sono estremamente difficili da raggiungere. Il motivo è che le autorità agiscono osservando le ultime pubblicazioni di dati, i quali però si riferiscono al passato (Pil, disoccupazione, tasso di inflazione, ecc.), di conseguenza le loro decisioni sono cronicamente in ritardo, non per colpa loro, ma semplicemente perché l’economia si evolve su base giornaliera. Vale anche la pena notare che un’economia passa sempre attraverso un soft landing prima di entrare in recessione; raramente la crescita del Pil passa da high-single digits a cifre negative. Il deterioramento richiede tempo e la crescita del Pil prima si attenua e poi cade in territorio negativo. La fase caratterizzata dalla diminuzione è quella che fa sperare in un atterraggio morbido. Se guardiamo ai casi passati di soft landing (solo tre), questi non si sono mai verificati con una curva dei rendimenti invertita. Non si tratta di magia, ma di una spiegazione piuttosto semplice: le banche prendono in prestito a breve termine e impiegano a lungo termine. Quando la curva è invertita, l’attività diventa meno redditizia (i prestiti a breve termine sono più costosi dei ricavi a lungo termine) e le banche sono meno incentivate a concedere credito alle imprese e alle famiglie, eliminando un’importante fonte di crescita. A oggi la curva è invertita e si trova in questo stato da quasi due anni. Un periodo molto lungo.

Gran parte dell’esuberanza dei mercati finanziari è riconducibile alle aspettative di un significativo taglio dei tassi nel corso del 2024. Su questo tema rimaniamo scettici. Con una base di consumatori solida, un’inflazione core al 4% e un mercato del lavoro che è ben lontano dall’essere definito debole, un taglio dei tassi potrebbe avere l’effetto negativo di innescare un’altra ondata di pressione inflazionistica. Dall’altro lato, con i tassi reali tornati in territorio positivo l’economia è soggetta a condizioni finanziarie più rigide e la Fed è ansiosa di tagliare i tassi per pianificare la fase di riduzione menzionata in precedenza. Ma non può farlo se l’economia non si deteriora ulteriormente, rischiando una recessione.

L’inversione della curva dei rendimenti ha causato una contrazione dei prestiti bancari. Ma come mai l’economia è andata bene lo stesso? Grazie al sostegno fiscale, prima direttamente alle famiglie sotto forma di helicopter money e poi sotto forma di incentivi alle imprese e alla spesa infrastrutturale, che ha più che compensato il vuoto lasciato dalle banche. Quanto può durare? Il governo degli Stati Uniti sta attualmente gestendo uno dei deficit più ampi del secondo dopoguerra, senza essere in recessione. In teoria, non ci sono limiti alla crescita del deficit e il 2024 è un anno di elezioni, quindi dubitiamo che l’amministrazione Biden voglia ridurre la spesa. Ma ci risulta difficile credere che possa crescere ancora molto. Con l’eccesso di risparmio delle famiglie che tende a zero, il rischio che l’economia inizi a singhiozzare non è irrilevante.

Dopo gli Stati Uniti, le economie dell’Europa e della Cina continuano a faticare. La Germania, motore dell’Europa, sta vacillando. La produzione industriale è in calo dall’inizio della pandemia e le condizioni monetarie rigide, l’aumento dei costi dell’energia e il rallentamento della Cina, il principale partner commerciale dell’Europa, non aiutano. Il calo della produzione tedesca è stato parzialmente compensato dai buoni risultati dei paesi orientati ai servizi come Italia, Spagna e Portogallo, che hanno beneficiato di un’ondata di spesa dopo le chiusure dovute alla pandemia. Il recente aumento dei tassi d’interesse ha colpito maggiormente gli europei, che sono più esposti al debito a tasso variabile. Tuttavia, i trilioni accumulati dai consumatori durante la pandemia sono stati spesi principalmente negli Stati Uniti, mentre continuano a crescere in Europa, nonostante l’iniziale frenesia di spesa. L’eccesso di risparmio delle famiglie europee ammonta attualmente al 14% del reddito annuo, rispetto all’11% di due anni fa, il che potrebbe limitare la portata del rallentamento economico che stiamo vivendo.

L’attività economica cinese è migliorata moderatamente negli ultimi anni, sostenuta da stimoli bassi ma incessanti, volti a stabilizzare un’economia malconcia, ma consapevoli che una significativa ri-accelerazione dell’attività potrebbe essere dannosa per una nazione indebitata. Il rallentamento della domanda esterna di beni cinesi, unito alla ripresa delle catene di approvvigionamento, ha portato l’economia cinese in uno stato di deflazione. Se da un lato ciò è negativo per la produttività e la crescita interna, dall’altro è positivo per il mondo esterno, in quanto la Cina sta esportando di fatto deflazione, aiutando le economie sviluppate nella loro battaglia contro l’aumento dei prezzi. Prevediamo che l’economia cinese rimarrà sotto pressione fino a quando i problemi legati al settore immobiliare non saranno definitivamente risolti.