Ci sono momenti nei mercati finanziari in cui anche le convinzioni più radicate vengono messe in discussione. Il 2026, almeno fino a questo momento, è uno di quegli anni.
di Vincenzo Lana
Per mesi abbiamo sentito ripetere la stessa frase: “con tutta questa tensione geopolitica l’oro non può che salire”. E invece, proprio durante alcune delle settimane più tese tra marzo e aprile — tra escalation in Medio Oriente, timori sull’Iran, instabilità energetica e rendimenti obbligazionari in impennata — il metallo giallo ha mostrato qualcosa che molti investitori non erano pronti a vedere: debolezza, volatilità e improvvise correzioni.
È stato quasi un paradosso finanziario: mentre aumentavano i rischi globali, l’oro, storicamente considerato il “bene rifugio per eccellenza”, in diversi momenti non ha protetto i portafogli come ci si aspettava. Anzi, in alcune sedute è stato addirittura venduto in modo aggressivo. Per capire davvero cosa sia successo bisogna però andare oltre la superficie. Non basta dire “l’oro è sceso”, bisogna capire perché gli investitori hanno preferito vendere oro proprio nel mezzo delle tensioni geopolitiche. E la risposta, come spesso accade nei mercati, non è semplice, poiché le cause sono molteplici: c’entrano i rendimenti dei Treasury americani, la liquidità, la leva finanziaria, il comportamento degli investitori istituzionali e c’entra persino il successo stesso dell’oro negli ultimi anni.
L’oro non è solo un bene rifugio. L’errore più comune che fanno molti investitori è vedere l’oro come un asset “semplice”. In realtà il metallo giallo è uno degli strumenti più complessi e psicologicamente delicati dei mercati finanziari. L’oro può essere: protezione dall’inflazione, copertura contro il rischio sistemico, alternativa alle valute fiat, strumento speculativo, hedge contro il dollaro, oppure semplice asset di momentum. Il problema è che queste funzioni non si attivano tutte contemporaneamente. Nel corso della storia ci sono stati momenti in cui l’oro saliva durante le guerre, altri in cui saliva durante i tagli dei tassi, altri ancora in cui crollava proprio nel mezzo del panico, e il 2026 ha ricordato a tutti una verità spesso dimenticata: nei momenti di stress finanziario gli investitori non comprano sempre ciò che è “sicuro”, ma ciò che offre il miglior rapporto tra rendimento, liquidità e protezione immediata.

Per capire la debolezza dell’oro tra marzo e aprile, allora, bisogna partire da ciò che era successo prima. L’oro arrivava da un rally violentissimo. A inizio 2026 aveva toccato nuovi massimi storici, sostenuto da dubbi sulla sostenibilità del debito americano, tensioni geopolitiche permanenti, acquisti delle banche centrali, aspettative di tagli Fed e timori sulla svalutazione del dollaro. Molti investitori erano fortemente esposti sul metallo giallo, non solo tramite ETC o ETF fisici, ma anche tramite futures, derivati e leva finanziaria. Ed è qui che nasce il problema: quando un asset sale troppo velocemente, smette di essere soltanto un “bene rifugio” e diventa anche una gigantesca posizione speculativa. Così, quando i mercati iniziano a cambiare direzione, la vendita non è più solo razionale, diventa meccanica.
Marzo-Aprile 2026, il paradosso dei Treasury – Durante le tensioni tra Stati Uniti e Iran, molti si aspettavano un’esplosione ulteriore dell’oro. In parte c’è stata, ma è stata rapidamente riassorbita. In diversi momenti il mercato ha preferito altro, e cioè i rendimenti obbligazionari. Il Treasury decennale americano ha continuato a offrire rendimenti elevati, con il mercato che iniziava a dubitare di tagli aggressivi della Federal Reserve. Questo è un punto fondamentale: l’oro, infatti, non paga cedole, non distribuisce interessi e non genera cash flow; per cui quando i rendimenti reali dei bond salgono, l’oro perde competitività: perché tenere un asset “fermo”, quando il Treasury americano offre rendimenti elevati e considerati relativamente sicuri?
Ed è qui che il mercato ha iniziato a ruotare. Molti fondi hanno preso profitto sull’oro, venduto posizioni speculative, spostato capitale verso Treasury ed euro bond, e non perché l’oro fosse improvvisamente diventato inutile, ma perché in quel momento il rendimento obbligazionario appariva più attraente del semplice “parcheggio” sul metallo giallo.
Un altro elemento sottovalutato è la liquidità. Infatti, nei momenti di vera tensione gli investitori vendono spesso ciò che possono vendere facilmente, non necessariamente ciò che vorrebbero vendere. Ed è esattamente quello che è successo in varie fasi di marzo e aprile. Alcuni analisti hanno parlato apertamente di “liquidazione di posizioni speculative” e di ricerca spasmodica di liquidità, per cui l’asset-oro era perfetto: molto liquido, molto profittevole dopo mesi di rally e facilmente monetizzabile. Quindi è diventato una fonte di cassa, come nel marzo 2020, durante il panic selling del Covid, quando l’oro inizialmente scese insieme all’azionario non perché avesse perso la sua funzione storica, ma perché gli investitori avevano bisogno di liquidità immediata. La stessa dinamica si è rivista nel 2026: quando il mercato entra in modalità “margin call”, e viene venduto tutto ciò che può essere venduto.
La leva finanziaria, il dettaglio che cambia tutto – Dopo mesi di rialzo quasi verticale, moltissimi investitori erano esposti sull’oro con strumenti derivati o posizioni amplificate, e questo crea un effetto devastante, poiché basta una correzione iniziale per innescare prese di profitto, margin call, vendite automatiche e ulteriori ribassi. In questo modo, il bene rifugio si trasforma temporaneamente in un asset ad alta volatilità, che tra marzo e aprile ha rappresentato una fase di “scarico” tecnico e finanziario. Alcuni report, peraltro, hanno parlato esplicitamente di un mercato diventato “vittima del proprio successo”.
Quando i mercati diventano altamente correlati – Esiste un fenomeno molto noto nei mercati finanziari: durante le crisi serie, la correlazione tra gli asset tende ad aumentare. In parole semplici, ciò che normalmente si muove in modo diverso improvvisamente inizia a muoversi insieme. Anche diversi studi accademici mostrano come, nei momenti di forte volatilità sistemica, i mercati tendano a sincronizzarsi. Ed è per questo che in alcune fasi scendono azioni, bond lunghi, oro, criptovalute, e persino alcune commodity. Nel breve periodo, invece, la priorità del mercato non è la protezione, bensì la riduzione del rischio e la ricerca di liquidità.
Il dollaro forte, il nemico invisibile dell’oro – Un altro elemento centrale è stato il rafforzamento del dollaro. L’oro ha una relazione storicamente inversa con il biglietto verde. Tra marzo e aprile il mercato ha iniziato a riflettere su un nuovo scenario fatto di meno tagli Fed, tassi più alti più a lungo e maggiore resilienza americana, e questo ha sostenuto il dollaro e frenato il metallo giallo. Il cash in dollari e i treasury, in pratica, si sono sostituiti all’oro nella funzione di “bene rifugio”, come accaduto già in altri momenti storici. Nel 1980, per esempio, quando, dopo il rally esplosivo degli anni ’70 alimentato da inflazione e tensioni geopolitiche, l’oro crollò violentemente allorchè Volcker alzò i tassi, i rendimenti reali salirono e il dollaro si rafforzò, costringendo l’oro ad impiegare decenni per tornare sui massimi. Ancora, durante il panic selling iniziale del 2008 l’oro scese insieme all’azionario, perché gli investitori vendevano tutto per fare cassa, e solo successivamente, con il QE e i tassi bassissimi, iniziò il grande rally del metallo giallo. Infine, a Marzo 2020 stessa dinamica: primo shock Covid e l’oro va giù, poi le banche centrali diventano ultra espansive è l’oro va su nuovi massimi.
La lezione, quindi, è sempre la stessa: l’oro non protegge sempre immediatamente. A volte protegge nella fase successiva alla crisi, non durante il panico iniziale. Ciò fa il pari con l’errore di molti investitori moderni, che negli ultimi anni hanno iniziato a vedere l’oro come un trade veloce, quasi una tech stock difensiva. Invece, l’oro funziona meglio nel lungo periodo, nei processi di svalutazione monetaria, nei cicli di perdita di fiducia verso le valute fiat, non necessariamente nei movimenti geopolitici di breve termine, e soprattutto non è progettato per rendere ogni mese.
In definitiva, l’oro ha davvero fallito? La risposta, probabilmente, è no, poiché quello che è fallita è stata l’aspettativa irrealistica di molti investitori, convinti com’erano che l’oro dovesse salire ogni giorno di guerra, indipendentemente da tassi, dollaro, liquidità e positioning. In realtà il metallo giallo resta un asset strategico, continua a essere accumulato dalle banche centrali e mantiene una funzione di protezione monetaria di lungo periodo, ma nel breve termine può comportarsi in modo molto diverso da ciò che l’immaginario collettivo si aspetta. La vera domanda, guardando ai prossimi mesi, è forse un’altra, e cioè cosa succederà quando le tensioni si ridurranno, i rendimenti obbligazionari inizieranno a scendere, le banche centrali torneranno più accomodanti e il debasement monetario del dollaro continuerà lentamente il suo percorso.
A ben vedere, qui emerge un paradosso interessante. Infatti, se la guerra dovesse finire il rischio geopolitico diminuirebbe, ma potrebbero diminuire anche i rendimenti reali, e il dollaro potrebbe indebolirsi; e storicamente a tassi reali in calo corrispondono un dollaro più debole e liquidità abbondante, ossia condizioni molto favorevoli per l’oro. Quindi il vero interrogativo non è “perché l’oro non ha protetto durante la guerra?”, bensì “il ritorno della normalità monetaria potrebbe riaccendere il prossimo grande ciclo dell’oro?”. Perché alla fine il metallo giallo non combatte solo le guerre, combatte soprattutto la perdita di valore della moneta. E quella, forse, è una guerra che non finisce mai.



Nonostante le turbolenze economiche legate all’Iran, i titoli azionari dell’UE hanno registrato una riduzione sostenuta dello sconto rispetto agli Stati Uniti. Ricordiamo che lo sconto LFL (crescita a parità di perimetro) tra Europa e Stati Uniti ha superato il suo intervallo di tendenza al ribasso all’inizio di quest’anno e i precedenti casi di superamento hanno visto lo sconto ridursi auna cifra. Suggeriamo di usare questa fase di calo del mercato azionario per acquistare sui ribassi per i seguenti motivi: Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte e, in secondo luogo, in prospettiva delle elezioni di medio termine non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi. Quindi la guerra deve finire presto.
Il mese di marzo è stato caratterizzato da un forte aumento della volatilità sui mercati finanziari, innescato dall’escalation del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenti tensioni sul fronte energetico. La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz ha rappresentato un elemento di discontinuità rispetto ai precedenti shock geopolitici, introducendo il rischio – almeno teoricamente – non solo di un aumento dei prezzi dell’energia, ma anche di vincoli fisici all’offerta. I mercati azionari hanno subito una correzione significativa (Azioni globali -7,7% in USD, -5,4% in EUR), sebbene in modo ordinato. La performance dei mercati azionari europei e italiani (STOXX600 -7,1%, FTSE Italia All-Share -6,5%) è rimasta nel complesso in linea con quella dei mercati americani (S&P500 -6%, Nasdaq -6,2%) e ha leggermente sovraperformato i mercati emergenti (-9,3% in EUR).
Per quanto riguarda la Fed, la curva dei tassi sta ora scontando livelli sostanzialmente stabili rispetto a quelli attuali alla fine del 2026, a fronte di aspettative che alla fine di febbraio incorporavano circa due tagli e mezzo (-60 pb). Non prevediamo mosse imminenti da parte delle banche centrali, poiché l’impatto degli attuali aumenti dei prezzi dell’energia appare finora più contenuto rispetto al 2022, le aspettative di inflazione rimangono ancorate (swap sull’inflazione EUR/USD a 5 anni rispettivamente al 2,15% e al 2,31% dal 2,08% e dal 2,38% di inizio mese) e i segnali di effetti di secondo ordine su salari e prezzi rimangono per il momento limitati, consentendo alla Fed e alla Bce di mantenere un approccio attendista e fortemente basato sui dati.
A livello di investimenti, i nostri temi preferiti includono le energie rinnovabili e le infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.), mentre siamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Altri titoli che consideriamo interessanti sono STM e Saipem, Stellantis, in virtù delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante, Telecom Italia Svg, che rimane un solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane.
I mercati finanziari globali hanno ceduto sotto il peso delle notizie negative provenienti dalla guerra in Iran. I prezzi del petrolio hanno registrato un’impennata a causa della chiusura dello Stretto di Hormuz, degli attacchi agli impianti petroliferi in Medio Oriente e del flusso irregolare di notizie da parte del Presidente degli Stati Uniti riguardo a negoziati reali o fittizi. I rischi di un aumento dei prezzi del petrolio e di una chiusura prolungata del Canale di Suez hanno scosso tutte le classi di attività. I rendimenti a lungo termine hanno registrato un’impennata, il dollaro statunitense ha beneficiato del suo status di bene rifugio e i mercati azionari hanno subito un calo. Il quadro geografico ha rispecchiato la dipendenza dai flussi di petrolio e gas provenienti dal Medio Oriente.
Guardando all’Asia nel suo insieme, i paesi con una dipendenza molto elevata dal petrolio e dal gas del Medio Oriente sono il Giappone e la Corea del Sud, mentre India, Cina, Indonesia e Malesia ricavano circa il 50-60% delle loro importazioni da quella regione. I rischi di un aumento dell’inflazione nei mercati emergenti asiatici stanno pesando anche sulle loro valute. L’indice Bloomberg Asia Dollar è sceso del 2,9% nel corso del mese. Ciò sta minando la ritrovata fiducia degli investitori globali nell’aumentare l’esposizione ai titoli azionari dei mercati emergenti.
Abbiamo realizzato profitti sulle posizioni in Giappone e Corea del Sud, negoziando vicino al loro prezzo obiettivo a 12 mesi, e abbiamo sfruttato l’attuale debolezza del mercato per acquistare società value e defensive in Corea del Sud e Giappone. In Cina, abbiamo acquistato società di servizi petroliferi poiché prevediamo una ripresa degli investimenti cinesi nei mercati locali ed esteri dopo la guerra. Nel complesso, la volatilità dei mercati rimarrà elevata e metterà alla prova la pazienza degli investitori, riflettendo l’incertezza generata dall’irregolarità della politica e della comunicazione degli Stati Uniti riguardo al proprio obiettivo nella guerra in Iran.
Il 2026 si è aperto con una significativa volatilità nei settori azionari e ampie rotazioni tra di essi, in particolare quando i mercati azionari USA hanno messo in discussione i rendimenti futuri degli ingenti investimenti dei principali fornitori di servizi cloud. Tuttavia, l’economia si è dimostrata relativamente resiliente, sostenuta da una robusta domanda dei consumatori e da risultati aziendali solidi. Dal punto di vista macroeconomico, i dati recenti indicano un rallentamento del mercato del lavoro USA con assunzioni e licenziamenti contenuti. Mentre la Fed affronta ora un contesto più complesso: se da un lato le condizioni del mercato del lavoro si sono normalizzate, dall’altro la guerra in Iran e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia hanno accresciuto i rischi di aumento dell’inflazione, rendendo il ritmo di ulteriori allentamenti più incerto e probabilmente più prudente rispetto a quanto previsto in precedenza.
In particolare, andranno privilegiate le società più solide da un punto di vista bottom-up dei fondamentali, capaci di offrire ricavi, Ebitda e metriche di redditività (margini, Roic e Roe) migliori del mercato, con basso indebitamento e una qualità degli utili superiore alla media. A livello settoriale, il nostro portafoglio privilegia il settore finanziario, industriale, chimico e dei beni di consumo discrezionali, mentre non abbiamo banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare, energetici e utilities e siamo sottopesati sul settore tecnologico. Tra le aziende che rispondono ai nostri requisiti di selezione, troviamo HCA, Old Dominion, Hilton e Broadcom.
Uno degli elementi centrali resta il livello dei tassi di interesse. Le principali banche centrali hanno adottato un atteggiamento prudente, evitando mosse brusche e lasciando intendere che il picco dei tassi potrebbe essere vicino, ma senza fornire indicazioni definitive su eventuali tagli nel breve periodo. Questo ha contribuito a mantenere i rendimenti obbligazionari su livelli relativamente elevati rispetto agli ultimi anni, rendendo nuovamente interessante il comparto per una platea più ampia di risparmiatori. La curva dei rendimenti continua a riflettere aspettative in evoluzione. In diversi mercati si osserva una tendenza alla normalizzazione dopo le inversioni registrate nei mesi precedenti.
I titoli a breve termine offrono ancora rendimenti competitivi, sostenuti dall’incertezza sulle prossime mosse delle banche centrali, mentre le scadenze più lunghe iniziano a incorporare scenari di rallentamento economico e, in prospettiva, di possibile allentamento monetario. Questo crea opportunità, ma richiede anche attenzione nella gestione della duration. Il segmento governativo rimane il punto di riferimento per la costruzione dei portafogli. I titoli di Stato dei Paesi core continuano a essere percepiti come strumenti di stabilità, soprattutto nei momenti di tensione sui mercati azionari. Allo stesso tempo, i rendimenti più elevati rispetto al passato li rendono nuovamente competitivi anche in ottica di reddito.
Nei Paesi periferici, lo spread si mantiene sotto controllo, segnale che il mercato non sta prezzando rischi sistemici nel breve periodo, ma resta sensibile a eventuali cambiamenti nello scenario macroeconomico. Il comparto corporate mostra dinamiche differenziate: le obbligazioni investment grade beneficiano di bilanci societari generalmente solidi e di una domanda costante da parte degli investitori istituzionali. Gli spread si sono stabilizzati dopo le fasi di allargamento, offrendo un equilibrio tra rendimento e rischio che continua ad attrarre capitali. Più articolata la situazione nel segmento high yield, dove la selettività è diventata fondamentale. Il contesto di tassi elevati e crescita moderata impone una maggiore attenzione alla qualità degli emittenti, con il rischio di un aumento dei default che, seppur contenuto, non può essere ignorato.
Il comportamento degli investitori è cambiato rispetto agli anni di tassi prossimi allo zero. Oggi si osserva un ritorno all’obbligazionario come componente centrale del portafoglio, non solo per la funzione difensiva, ma anche per la capacità di generare reddito. Questo ha riportato equilibrio tra le diverse asset class, riducendo la dipendenza dall’azionario per ottenere rendimenti soddisfacenti. La volatilità, tuttavia, non è scomparsa. Gli eventi geopolitici continuano a influenzare i flussi di capitale, generando movimenti anche bruschi sui rendimenti. In questo contesto, la gestione attiva diventa un elemento chiave. La scelta delle scadenze, la qualità degli emittenti e la diversificazione geografica rappresentano leve fondamentali per navigare un mercato che, pur offrendo opportunità, richiede competenza e disciplina.

Il conflitto in Medio Oriente, però, comporta, al momento, un aumento dei prezzi dell’energia che sicuramente avrà un impatto economico. Il Consiglio, infatti, invita la Commissione europea a presentare un pacchetto di misure temporanee volte a far fronte all’impennata dei prezzi dei combustibili fossili. Così come per i combustibili, si invita ad attuare misure e azioni concrete volte a ridurre i prezzi dell’energia elettrica. Il Consiglio europeo tornerà a riunirsi nel giugno del 2026 per monitorare la situazione generale e valutare i progressi, anche se non mancheranno le riunioni informali nei prossimi mesi.
Negli ultimi giorni si è parlato di un piano per cercare di far riaprire parzialmente lo stretto di Hormuz, un piano che prevede la riapertura per navigazione commerciale che ha come promotori UK, Francia, Germania, Italia, Olanda e Giappone. Per il momento, però, è di fatto solo un’idea, sul tavolo non c’è nulla di programmato, non vi è alcun piano se non quello di cercare di cooperare per trovare una soluzione. Nel frattempo, nello stretto di Hormuz il traffico è calato del 95%, solitamente passano 60 navi al giorno, dallo scoppio del conflitto ne passano solamente 4 al giorno mediamente. Le situazioni più critiche sono quelle di Cina, Corea del Sud e Giappone: quest’ultimo importa tra l’80% e il 90% del suo petrolio proprio da Hormuz mentre Cina il 33%, Corea del Sud 85% e India 60%, l’Europa solamente il 12%. Una rotta alternativa è sicuramente quella del Capo di Buona Speranza in Sudafrica, via più costosa ma che permette ancora il flusso di navigazione delle merci con costi operativi più alti e che ha visto un aumento del 100% del traffico in questi giorni.
Un eventuale piano per la riapertura di Hormuz non sta ancora influenzando il prezzo del petrolio, che rimane a cavallo dei 100 dollari (spesso superandoli) e che rimane in un trend effettivamente rialzista. Attenzione, però, non possiamo fare proiezioni sull’inflazione, lo scenario è ancora in evoluzione e non abbiamo elementi per capire effettivamente quanto salirà l’inflazione nelle prossime settimane, aumenti che potrebbero essere determinanti per la politica monetaria delle banche centrali. Stessa cosa dicasi per il prezzo del petrolio, non si dia per scontato un suo rialzo, considerato nel 2022, in condizioni simili, registrò un massimo per poi scendere nel corso dei mesi successivi proprio a ridosso dell’invasione russa dell’Ucraina, condizione tecnica molto simile a quella attuale. 
In quello scenario, le valutazioni statunitensi apparivano “tirate”, l’Europa sembrava relativamente più conveniente e i mercati emergenti iniziavano a beneficiare di un dollaro meno dominante e di aspettative di ripresa ciclica. Poi, nel giro di pochi giorni, il contesto si è complicato. Gli attacchi contro l’Iran da parte di Stati Uniti e Israele, le tensioni nello Stretto di Hormuz e soprattutto l’interruzione della produzione di GNL nell’impianto di Ras Laffan in Qatar hanno riportato al centro del dibattito un tema che per l’Europa è sempre delicato: l’energia. Ras Laffan, infatti, rappresenta circa un quinto delle forniture globali di gas naturale liquefatto e la sua interruzione, anche temporanea, non è un dettaglio marginale. Il TTF, l’indice europeo del gas, ha accelerato rapidamente al rialzo, mentre il petrolio Brent ha superato la soglia dei 100 dollari al barile.
Per un investitore con un portafoglio diversificato questo non è un semplice movimento tecnico delle commodity, ma un elemento che può incidere su margini aziendali, consumi, crescita economica, politica monetaria e valute. Nel frattempo, l’inflazione nell’eurozona ha mostrato segnali di ri-accelerazione già prima dell’esplosione del conflitto, con un dato preliminare di febbraio all’1,9% su base annua rispetto all’1,7% di gennaio, sopra le attese, e un’inflazione core salita al 2,4%. Non siamo di fronte a una dinamica fuori controllo, ma il
energetici si stabilizzano, trasformando la volatilità attuale in un episodio circoscritto; nella seconda gas e petrolio restano elevati per alcuni trimestri, l’inflazione smette di scendere ma non accelera in modo drammatico e la BCE rimanda eventuali tagli mantenendo una posizione attendista; la terza è più complessa, con i prezzi dell’energia che restano alti a lungo, la crescita rallenta e si materializza una forma di stagflazione leggera, scenario più problematico per l’azionario europeo. Non sappiamo quale di questi scenari prevarrà, ma non è compito di un investitore prevederlo con precisione, quanto quello di costruire un portafoglio capace di attraversarli tutti e tre.
Nel lungo termine restano centrali la capacità delle economie di adattarsi agli shock energetici, la transizione verso fonti alternative e l’innovazione tecnologica. Le guerre finiscono, le tensioni geopolitiche cambiano forma, ma i grandi trend strutturali continuano a operare sotto la superficie. In questo contesto, alcuni spunti di diversificazione possono essere utili come riflessione: mantenere una vera diversificazione geografica e non solo nominale, bilanciare settori ciclici e difensivi, considerare il ruolo delle valute nell’esposizione complessiva, integrare asset che reagiscono in modo diverso all’inflazione, evitare concentrazioni eccessive su poche mega-cap dopo anni di sovraperformance.
Non si tratta di fare mosse drastiche o di inseguire il tema del momento, ma di interrogarsi sulla resilienza complessiva della propria asset allocation, ricordandoci che la volatilità non è un’anomalia del sistema, ma parte integrante del funzionamento dei mercati. Un portafoglio ben diversificato non serve a eliminare le perdite nel breve periodo, ma a rendere sostenibile il percorso nel lungo. Oggi il rumore è aumentato, le variabili in gioco si sono moltiplicate e l’incertezza è tornata a farsi sentire, ma proprio in questi momenti diventa evidente la differenza tra reagire emotivamente e restare coerenti con una strategia costruita nel tempo. Il medio termine sarà probabilmente più instabile di quanto sperato solo pochi giorni fa, il lungo termine continuerà a premiare la capacità di adattarsi più che quella di prevedere. E forse la vera sfida non è indovinare dove andrà il Brent o cosa farà la BCE, ma mantenere equilibrio quando il contesto cambia più velocemente delle nostre convinzioni.
Outlook e Posizionamento: buy the dip, ma con selettività – Finora, la situazione in Medio Oriente è tutt’altro che sotto controllo e lo Stretto di Hormuz rimane chiuso. Lo scenario peggiore è ormai alla sua seconda settimana, con notizie notturne di attacchi diretti alle petroliere nel Golfo che vedono i prezzi del petrolio tornare verso la soglia dei 100 dollari. Pertanto, non dovrebbe sorprendere più di tanto che gli asset rischiosi saranno nuovamente sotto pressione. Gli Stati Uniti, e in particolare Trump, dovranno trovare molto presto una via d’uscita, poichè il danno economico globale autoinflitto che si sta causando sta compromettendo più di ogni altra
cosa le possibilità di vittoria alle elezioni di medio termine, e questa è la questione più importante per Trump. Le probabilità che i Democratici conquistino la Camera dei Rappresentanti sono già all’85%, ma dall’inizio della guerra le probabilità di conquistare il Senato sono aumentate da poco più del 30% a quasi il 50% attuale. Se i Democratici conquisteranno entrambe le camere, Trump dovrà molto probabilmente affrontare nuovamente l’impeachment. Questo fatto avrà un’influenza determinante sulle decisioni future dell’amministrazione statunitense.
Il nostro punto è capire se il mercato costringerà il governo statunitense ad agire. Riteniamo che la soglia del dolore sia vicina agli estremi che abbiamo visto lunedì 9. Pertanto, se dovessimo testare nuovamente quei livelli, vorremmo sfruttarli come opportunità di acquisto per gli asset rischiosi. Inoltre, continuiamo a osservare un elevato livello di avversione al rischio, se misurato dalla domanda continua di protezione o da vari indicatori di posizionamento di altri broker. Secondo GS, l’esposizione corta nei prodotti macroeconomici statunitensi è ai livelli registrati l’ultima volta nel 2022. Pertanto, se abbiamo ragione e un’altra mossa di avversione al rischio crea abbastanza dolore da aspettarsi una risoluzione, allora questo può portare a un significativo allentamento e a una copertura delle posizioni corte. L’impatto economico della chiusura dello Stretto di Hormuz è enorme. Non si tratta solo di petrolio. Taiwan Semi, ad esempio, dovrà ridurre la produzione di chip, poiché non riceverà più elio dal Qatar. Il danno sarà semplicemente troppo grande per non trovare una via d’uscita.
Perché suggeriamo di acquistare sui ribassi? Innanzitutto, Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte; in secondo luogo, ci sono le elezioni di medio termine, e non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi, quindi la guerra deve finire presto. I nostri temi preferiti includono Energie rinnovabili, come sottolineato in precedenza, STM e Saipem. Abbiamo recentemente aggiunto Stellantis sulla scia delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante.
Telecom Italia Svg rimane una posizione chiave sulla scia del solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane. Molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.). In merito al settore della Difesa, manteniamo la nostra esposizione dopo la debolezza del 4° trimestre 2025. Le posizioni sono ponderate su nomi come Leonardo, ma abbiamo recentemente ricostruito una posizione su Fincantieri dopo il collocamento.
Dal fondo tradizionale alla fund tokenisation
Dal punto di vista regolamentare, la novità si innesta sulla disciplina esistente: i fondi restano soggetti alle regole UCITS e AIFMD, alle norme su product governance e novità MiFID II in tema di product intervention, oltre che alla disciplina specifica sui money market funds introdotta a livello europeo dopo la crisi finanziaria. La DLT è impiegata come infrastruttura tecnologica di rappresentazione delle quote, ma non incide sulla natura giuridica dell’OICR né sul regime di vigilanza prudenziale applicabile a gestori e depositarie. La continuità di disciplina è un punto dirimente: la tutela dei risparmiatori resta formalmente ancorata ai presidi tradizionali (prospetto, KID, controlli sui conflitti di interesse), ma muta la modalità con cui proprietà, trasferimenti e diritti connessi alle quote vengono registrati e resi opponibili.
Tokenised share class e MMF usati come collaterale
L’altro fronte riguarda l’impiego di MMF tokenizzati come collaterale. Il caso Franklin Templeton-Binance mostra come le quote di money market fund regolamentato possano essere tokenizzate e quindi utilizzate, attraverso un layer di custodia specializzato, come garanzia off-exchange per operazioni su una grande piattaforma di trading digitale. In questo snodo la responsabilità dell’intermediario di servizi di investimento cambia fisionomia: il rischio di controparte non si concentra più soltanto sell’exchange, ma sull’intera catena di custodia, dai provider di wallet istituzionali alle infrastrutture DLT, con impatto diretto sul regime di tutela dei risparmiatori e sugli obblighi di best execution.
Cosa cambia per il risparmio gestito e wealth management
Anche il rapporto banca-cliente è destinato a evolvere: l’investitore retail potrebbe detenere in portafoglio quote tokenizzate di fondi monetari impiegate come collaterale per linee di margine, lombard o servizi di trading avanzato, con riflessi sulla valutazione del merito creditizio e sul profilo di rischio-rendimento dell’intero dossier titoli. In questa prospettiva il tema della tutela dei risparmiatori diventa centrale, poichè la maggiore liquidità apparente associata alla tokenizzazione non elimina il rischio di corse alla liquidità o di disallineamenti di prezzo in situazioni di stress di mercato.
Fiscalità, oneri di compliance e nodi interpretativi
Gli oneri di compliance aumentano: le SGR devono integrare nelle policy interne i rischi operativi specifici della DLT, aggiornare i modelli di gestione del rischio e assicurare che i controlli di secondo livello coprano non solo l’aderenza a UCITS/AIFMD, ma anche la sicurezza delle infrastrutture tecnologiche utilizzate. Restano aperti diversi nodi interpretativi: chi sopporta l’onere probatorio in caso di contestazione sulla titolarità di una quota registrata su blockchain; come si coordina la prova della proprietà “on chain” con i registri tenuti dalle banche depositarie; quali responsabilità gravano sui nodi validatori quando operano in un ecosistema permissioned controllato da intermediari vigilati.
Prossimi passi: tra stabilità finanziaria e concorrenza
Per i grandi gestori europei, spingere sulla fund tokenisation significa perseguire un vantaggio competitivo nella corsa globale agli asset tokenizzati, ma comporta anche una responsabilità di sistema: definire standard di mercato in materia di governance DLT, interoperabilità e gestione degli incidenti operativi, in coerenza con le novità MiFID II e con i principi sul regime di capital gain applicabile ai nuovi strumenti finanziari. Per il wealth management, la sfida sarà integrare tali soluzioni in un’offerta che resti comprensibile per i clienti, presidiare la responsabilità dell’intermediario dei servizi di investimento e tradurre la tecnologia in un effettivo miglioramento del profilo di rischio-rendimento, e non soltanto in una leva di marketing digitale. Se questa transizione sarà gestita in continuità con i principi di tutela dei risparmiatori, la tokenizzazione dei fondi potrà diventare un tassello stabile della nuova infrastruttura finanziaria europea, anziché l’ennesima moda tecnologica.
Il successo dei precedenti collocamenti ha dimostrato come il Btp Valore risponda a esigenze molto specifiche della clientela retail. La struttura a cedole crescenti offre una percezione di protezione dal rischio tassi nel tempo, mentre il premio fedeltà finale incentiva il mantenimento fino a scadenza. Sono elementi psicologicamente rassicuranti, soprattutto per chi cerca flussi cedolari certi e programmabili, in un contesto in cui la volatilità dei mercati finanziari rimane elevata. Tuttavia, proprio questa apparente semplicità può trasformarsi in un limite. Il rendimento effettivo del titolo, infatti, va valutato considerando l’intero orizzonte temporale e confrontandolo non solo con altri titoli di Stato, ma anche con strumenti obbligazionari alternativi. In uno scenario di progressivo calo dei tassi, infatti, bloccare oggi una parte rilevante del patrimonio su un’unica emissione a medio-lungo termine può ridurre la flessibilità del portafoglio. Il rischio non è tanto quello di perdite nominali, quanto di costo opportunità.
Il Btp Valore resta uno strumento adatto a chi ha un profilo prudente, una bassa propensione al rischio e un orizzonte temporale coerente con la durata del titolo. È particolarmente indicato per chi vive di rendita o desidera integrare il reddito con cedole periodiche, senza esporsi alle oscillazioni quotidiane dei mercati. Meno adatto, invece, per chi ha bisogno di liquidità o potrebbe dover disinvestire prima della scadenza, accettando il rischio di vendere in una fase di mercato sfavorevole. Il tema centrale diventa quindi la diversificazione: inserire il Btp Valore all’interno di un portafoglio equilibrato può avere senso, ma solo come una componente e non come pilastro unico.
Concentrarsi eccessivamente sul debito sovrano italiano espone il risparmiatore domestico ad un rischio Paese che spesso egli sottovaluta: la familiarità con l’emittente non elimina la necessità di distribuire il rischio tra più aree geografiche e settori. Una corretta diversificazione obbligazionaria, pertanto, dovrebbe includere strumenti con diverse scadenze, emittenti differenti e, in alcuni casi, anche valute diverse. Per esempio, accanto al Btp Valore possono trovare spazio fondi obbligazionari flessibili, strumenti indicizzati all’inflazione, o obbligazioni corporate di emittenti solidi, capaci di offrire un rendimento aggiuntivo a fronte di un rischio controllato. In questo modo si riduce la dipendenza da un singolo scenario macroeconomico.
In conclusione, il Btp Valore in collocamento dal 2 al 6 marzo non è né una trappola né una soluzione universale. Conviene a chi lo utilizza per quello che è: uno strumento di stabilità e reddito, inserito con misura all’interno di una strategia più ampia. La vera convenienza non sta nel singolo titolo, ma nell’equilibrio complessivo del portafoglio. Chi lo sottoscrive pensando di aver “sistemato” i propri risparmi rischia di perdere di vista il principio fondamentale dell’investimento: non esiste rendimento senza una gestione consapevole del rischio e, soprattutto, senza una reale diversificazione.








