Gennaio 13, 2026
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Educazione Finanziaria

Il ruolo del consulente finanziario di fronte ai bias cognitivi del risparmiatore

Il consulente finanziario, tra le altre cose, deve saper gestire le aspettative del risparmiatore, affrontando i bias che nascono da obiettivi poco realistici o da idee errate sul funzionamento dei mercati.

Di Francesco Megna*

I c.d. bias cognitivi che influenzano gli investitori rappresentano uno dei principali fattori di instabilità nelle scelte finanziarie. I bias sono scorciatoie mentali che il cervello utilizza per semplificare decisioni complesse, ma che spesso conducono a valutazioni irrazionali, soprattutto quando il mercato è volatile o emotivamente carico. Capirli è essenziale non solo per chi investe, ma anche per il consulente finanziario che deve guidare il cliente verso decisioni più equilibrate.

Uno dei bias più diffusi è l’overconfidence (eccesso di fiducia), ossia la convinzione di avere più conoscenze, capacità o controllo di quanto sia realisticamente possibile avere in determinate circostanze o esperienze lavorative. In ambito finanziario, l’eccesso di confidenza/fiducia induce a sopravvalutare la propria preparazione diminuendo lo studio approfondito dei fattori che determinano le scelte di investimento e mettendo così a repentaglio somme talvolta anche ingenti. Ne sono affetti soprattutto gli operatori più giovani, quelli che perseguono un successo speculativo temporaneo (che a posteriori si rivela spesso come frutto del caso), valutandolo come l’esito naturale di una propria abilità incondizionata nella compravendita di titoli o prodotti finanziari. Generalmente, chi opera sul mercato da molti anni ne è immune, avendo accumulato una maggiore esperienza nel settore; ma questo atteggiamento porta l’investitore a sovrappesare titoli che ritiene di conoscere, a ignorarne i rischi reali o a mettere in atto una eccessiva attività di trading, spesso danneggiando la performance di lungo periodo. L’eccesso di fiducia più estremo si manifesta anche nel credere di saper prevedere i movimenti del mercato, quando in realtà la maggior parte delle oscillazioni è dominata da fattori difficili da anticipare.

Il bias della conferma è altrettanto insidioso, poichè spinge le persone a cercare solo informazioni coerenti con la propria opinione e a scartare quelle che la contraddicono. Questa distorsione può portare a errori di giudizio e a visioni distorte della realtà, influenzando decisioni, opinioni e credenze non solo nelle scelte di investimento, ma anche in altri ambiti della vita, come quello scientifico, politico e sociale. Questo meccanismo rende difficile rivedere le proprie convinzioni anche quando emergono segnali chiari che richiederebbero un cambiamento di strategia. Nella pratica, un investitore convinto che un settore crescerà tenderà a ignorare analisi negative, selezionando solo le notizie che rafforzano la sua tesi.

Un altro bias centrale è l’avversione alle perdite, secondo cui una perdita pesa psicologicamente più del doppio di un guadagno di pari entità. Questa dinamica porta a scelte non ottimali: alcuni investitori diventano eccessivamente prudenti nei momenti sbagliati, evitando opportunità interessanti, mentre altri si rifiutano di vendere titoli che stanno perdendo valore nella speranza di recuperare, rimanendo legati a posizioni che erodono il portafoglio. A questo si lega l’ancoraggio, ovvero la tendenza a fissarsi su un punto di riferimento arbitrario, come un prezzo passato, una soglia psicologica o un target personale, che spesso non ha più alcun rapporto con il contesto attuale.

Nei momenti di euforia o di panico collettivo emerge il bias del gregge, che porta a seguire le decisioni della massa senza una reale valutazione dei fondamentali. Questo bias incarna la tendenza delle persone a imitare il comportamento del gruppo senza un’analisi critica e indipendente, e deriva dal desiderio di appartenenza e sicurezza sociale che si manifestano soprattutto in situazioni di incertezza, come negli investimenti finanziari. È un fenomeno che alimenta bolle speculative e vendite precipitose, perché il comportamento collettivo diventa più importante delle analisi razionali. Questo è particolarmente evidente nei mercati dominati dalle notizie in tempo reale e dai social, dove emozioni e narrative si propagano rapidamente in modo del tutto irrazionale.

La nostra analisi non può prescindere da alcuni bias importanti come l’illusione di controllo, che porta l’investitore a credere di poter influenzare eventi che in realtà dipendono dal mercato, e il recency bias, che spinge a basare le decisioni sugli eventi più recenti ignorando la storia e la ciclicità dei mercati. L’effetto dotazione, invece, porta a sopravvalutare ciò che si già possiede rispetto alle alternative, rendendo difficile la ristrutturazione del portafoglio anche quando sarebbe opportuna. In questo scenario fatto di credenze e pregiudizi, il consulente finanziario assume un ruolo strategico, perché funge da filtro tra emozioni, percezioni distorte e decisioni razionali.

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Il ruolo del consulente è caratterizzato da alcuni passi fondamentali. Il primo è la diagnosi, ossia l’osservazione del comportamento del cliente, l’identificazione delle sue reazioni alla volatilità, l’individuazione delle modalità con cui prende le decisioni e quali bias lo condizionano maggiormente. Ogni investitore ha un pattern emotivo diverso, e riconoscerlo permette al consulente di anticipare errori ricorrenti. Il secondo passo riguarda la costruzione di un processo decisionale che riduca l’impatto dei bias. Questo significa definire un asset allocation coerente con obiettivi, orizzonte temporale e rischio tollerabile, stabilire regole chiare per gli ingressi e le uscite, formalizzare un piano di lungo periodo che limiti le decisioni impulsive. Il consulente diventa così un “architetto del comportamento”, un professionista che progetta un contesto in cui la disciplina prevale sull’emotività.

Durante le fasi di stress finanziario, pertanto, il suo compito principale è quello di riportare lucidità. Questo implica spiegare gli eventi negativi in corso con un linguaggio comprensibile, contestualizzando le notizie e ricordando al cliente che la volatilità è fisiologica e che i portafogli costruiti bene sono pensati per resistere agli shock. Inoltre, il consulente deve saper gestire le aspettative, affrontando i bias del risparmiatore che nascono da obiettivi poco realistici o da idee sbagliate sul funzionamento dei mercati. Il consulente, per raggiungere l’obiettivo, deve educare gradualmente il cliente, chiarendo che non esistono rendimenti a rischio zero, che la diversificazione è una protezione che non elimina completamente le oscillazioni, che le fasi negative non solo sono inevitabili ma sono parte integrante del percorso.

Francesco Megna

Infine, il consulente ha il compito di trasformare la relazione in un processo continuativo. Le revisioni periodiche, il monitoraggio costante e il dialogo aperto consentono di correggere deviazioni emotive prima che si trasformino in errori costosi. L’educazione finanziaria continua riduce l’impatto dei bias nel tempo e aumenta la capacità del cliente di prendere decisioni informate. Infatti, i bias non possono essere eliminati, però possono essere riconosciuti, contenuti e gestiti attraverso un metodo. La forza del consulente sta nel trasformare la complessità emotiva del cliente/investitore/risparmiatore in un percorso ordinato, aiutandolo a fare scelte per lui difficili ma fondamentali per gestire e proteggere il patrimonio mobiliare nel lungo periodo.

* Responsabile commerciale Hub primario gruppo bancario, coordinatore gestori privati e business

ETF: veicoli d’investimento semplici per un percorso di educazione finanziaria moderna

Gli ETF offrono una modalità concreta per mettere in pratica i principi della pianificazione e della disciplina, due elementi centrali per qualsiasi percorso di educazione finanziaria moderna.

Di Valentina Montella*

Negli ultimi anni, la cultura finanziaria sta attraversando una trasformazione profonda. Il risparmiatore moderno non cerca più solo prodotti, ma strumenti di conoscenza, trasparenza e autonomia. In questo contesto, gli ETF (Exchange Traded Funds) rappresentano una delle innovazioni più rivoluzionarie degli ultimi decenni: veicoli di investimento semplici, accessibili e adatti anche a chi muove i primi passi nel mondo della finanza. Comprendere come funzionano e come inserirli all’interno di una strategia di lungo periodo è oggi parte integrante di una vera educazione finanziaria.

ETF: uno strumento alla portata di tutti
Gli ETF sono fondi a gestione passiva che replicano fedelmente l’andamento di un indice di riferimento. Possono riguardare indici azionari, obbligazionari, settoriali, geografici o tematici. La loro peculiarità è la trasparenza: il risparmiatore sa esattamente in cosa sta investendo e a quali rischi è esposto. Rispetto ai fondi comuni tradizionali, gli ETF presentano costi di gestione molto più bassi e una maggiore flessibilità, perché sono negoziati in Borsa come una normale azione. Questo li rende ideali per chi desidera costruire un portafoglio diversificato con costi contenuti e senza la necessità di affidarsi a strumenti troppo complessi o vincolanti.

In Italia il mercato ETFplus di Borsa Italiana offre oggi centinaia di strumenti diversi, che coprono quasi ogni area geografica e settore economico. Dal punto di vista educativo, ciò significa che anche un risparmiatore con conoscenze di base può iniziare a investire in modo consapevole, applicando i principi di diversificazione e controllo del rischio. Non a caso, le scuole e le università che trattano di educazione finanziaria stanno iniziando a inserire moduli dedicati agli ETF nei programmi di alfabetizzazione finanziaria.

Dalla teoria alla pratica: educare investendo
L’educazione finanziaria tradizionale si è spesso concentrata su concetti teorici come inflazione, tassi d’interesse e diversificazione. Tuttavia, senza esempi concreti, queste nozioni restano astratte e difficili da applicare. Gli ETF consentono invece di trasformare la teoria in pratica: un giovane risparmiatore che apre un piano di accumulo in ETF impara progressivamente il valore della costanza, la gestione delle emozioni e il potere dell’interesse composto. Un approccio di questo tipo non solo rafforza la disciplina finanziaria, ma riduce la distanza psicologica tra l’individuo e i mercati, favorendo una cultura dell’investimento responsabile.

Il Piano di Accumulo di Capitale (PAC) basato su ETF, ad esempio, rappresenta una delle soluzioni più efficaci per costruire ricchezza nel tempo. Attraverso versamenti periodici, si riduce l’impatto della volatilità e si sfrutta il meccanismo del costo medio ponderato. In un orizzonte temporale di 10 o 20 anni, i dati mostrano che questo approccio produce risultati migliori di molte strategie speculative. Insegnare queste dinamiche in un percorso di educazione finanziaria significa fornire alle persone strumenti concreti per migliorare la propria vita economica e affrontare l’incertezza con maggiore consapevolezza.

ETF, costi e trasparenza: un binomio educativo
Uno degli aspetti che rendono gli ETF ideali per la formazione finanziaria è la loro trasparenza. Ogni fondo comunica in tempo reale la composizione del portafoglio e l’andamento rispetto all’indice replicato. Questa chiarezza permette agli investitori di comprendere davvero in cosa stanno investendo, superando la diffidenza che spesso accompagna i prodotti gestiti tradizionali. Inoltre, i costi di gestione ridotti consentono di mostrare in modo pratico l’effetto dell’efficienza sui rendimenti: un aspetto educativo fondamentale, soprattutto in un Paese come l’Italia dove molti risparmiatori ancora sottovalutano l’impatto delle commissioni sui risultati a lungo termine.

In conclusione, gli ETF non sono solo strumenti finanziari, sono anche strumenti didattici. Offrono un modo concreto per mettere in pratica i principi della pianificazione e della disciplina, due elementi centrali per qualsiasi percorso di educazione finanziaria moderna. Investire consapevolmente significa accettare la volatilità come parte del percorso, diversificare in modo intelligente e mantenere una visione di lungo periodo. In un’epoca di informazioni rapide e decisioni impulsive, gli ETF possono essere la palestra ideale per formare una nuova generazione di risparmiatori competenti e indipendenti.

* Educatrice finanziaria iscritta all’AIEF – tesserino n. 2004, autrice di testi dedicati alla divulgazione economica

Proteggere per crescere: l’assicurazione come pilastro della pianificazione patrimoniale

Un evento imprevisto può compromettere anni di risparmi e pianificazione. L’assicurazione non è un prodotto ma una strategia di protezione del capitale umano e patrimoniale.

Di Valentina Montella*

La pianificazione finanziaria personale non può prescindere da un principio fondamentale: la protezione. Saper gestire il denaro significa anche saper gestire i rischi, eppure in Italia la cultura assicurativa resta una delle aree più deboli dell’educazione finanziaria. Molti cittadini percepiscono l’assicurazione come un costo, piuttosto che come uno strumento di tutela e prevenzione. In realtà, una buona copertura assicurativa rappresenta un pilastro invisibile ma decisivo nella costruzione e conservazione del patrimonio familiare.

La protezione come forma di investimento
Un evento imprevisto può compromettere anni di risparmi e pianificazione. Danni alla casa, infortuni, malattie o controversie legali hanno un impatto economico spesso sottovalutato. L’assicurazione, in questo senso, non è solo un prodotto ma soprattutto una strategia di protezione del capitale umano e patrimoniale. Ogni polizza rappresenta un trasferimento del rischio: una scelta razionale che consente di trasformare un potenziale danno incerto in un costo certo, programmabile e sostenibile. È questa la logica della prevenzione, che dovrebbe essere insegnata accanto ai concetti di rendimento e risparmio.

Educazione assicurativa: un vuoto da colmare
L’Italia registra uno dei più bassi livelli di alfabetizzazione assicurativa in Europa. Secondo i dati IVASS, una larga parte della popolazione non conosce termini fondamentali come franchigia, massimale, scoperto o carenza. Ciò genera una doppia vulnerabilità: da un lato, i cittadini stipulano polizze inadeguate o troppo costose; dall’altro, molti rinunciano del tutto a proteggersi. Inserire moduli di educazione assicurativa nelle scuole e nei corsi per adulti significherebbe ridurre questa distanza, insegnando che proteggere il proprio reddito e la propria famiglia è parte integrante della responsabilità finanziaria individuale.

Polizze e pianificazione integrata
Una corretta pianificazione patrimoniale deve integrare investimento e protezione. Le polizze vita e infortuni rappresentano la base della sicurezza familiare, mentre le coperture casa e responsabilità civile proteggono beni e persone da eventi imprevisti. L’errore più comune è considerare questi strumenti in modo separato: un portafoglio ben costruito dovrebbe bilanciare rendimento e tutela, calibrando i premi assicurativi in funzione del reddito e degli obiettivi di vita. Anche la revisione periodica delle coperture è essenziale: i bisogni cambiano, così come le condizioni del mercato e della normativa.

In conclusione, l’educazione finanziaria non può dirsi completa se ignora la dimensione assicurativa. Proteggere il proprio patrimonio non significa solo ridurre i rischi, ma anche garantire continuità e serenità alle generazioni future. In un mondo caratterizzato da instabilità economica e crisi ricorrenti, la prevenzione è la forma più intelligente di investimento. Costruire una cultura della protezione, basata su informazione e consapevolezza, è una priorità educativa e sociale. Solo comprendendo il valore dell’assicurazione come strumento di equilibrio e sicurezza potremo davvero parlare di pianificazione patrimoniale sostenibile.

* Educatrice finanziaria iscritta all’AIEF, autrice di testi dedicati alla divulgazione economica

Risparmio consapevole e liquidità inattiva: come difendere il futuro delle famiglie italiane

Come trasformare la liquidità inattiva in opportunità di crescita. Tre leve concrete per famiglie e risparmiatori, tra inflazione, tassi variabili e nuove sfide economiche.

Di Valentina Montella*

In Italia il risparmio è sempre stato considerato una virtù collettiva. Generazioni di famiglie hanno custodito liquidità sui conti correnti, assimilando il risparmio alla sicurezza. Tuttavia, negli ultimi anni questa convinzione si è incrinata: l’inflazione, tornata con forza dal 2021, ha ridotto sensibilmente il potere d’acquisto della liquidità parcheggiata, mentre le politiche monetarie restrittive della BCE hanno prodotto effetti contrastanti su famiglie e imprese. Secondo Banca d’Italia, nel 2024 oltre 1.600 miliardi di euro giacevano sui conti correnti degli italiani, a fronte di rendimenti medi dello 0,2%. In termini reali, si tratta di una perdita costante di valore, che mina la capacità delle famiglie di pianificare il futuro.

Liquidità ferma e rischio inflazione – Il problema principale legato alla liquidità inattiva è la perdita di valore nel tempo. Un tasso di inflazione annuo del 5% riduce in dieci anni di oltre il 40% il potere d’acquisto di un capitale fermo. ISTAT ha rilevato che tra il 2021 e il 2023 i prezzi al consumo in Italia sono aumentati complessivamente del 14%, un livello che non si registrava dagli anni ’80. Nonostante ciò, molte famiglie hanno preferito non esporsi ai mercati finanziari, ritenendo la prudenza sinonimo di protezione. In realtà, la liquidità priva di rendimento espone a una perdita silenziosa e progressiva.

Strumenti di analisi dei flussi familiari – Per contrastare questa erosione è fondamentale adottare strumenti di controllo dei flussi finanziari domestici. Il bilancio familiare rimane lo strumento più efficace: definire entrate, uscite e obiettivi permette di individuare margini di risparmio. Tre indicatori possono fungere da guida:
– quota di risparmio: almeno il 15% del reddito netto;
– fondo emergenza: pari a 3-6 mesi di spese correnti;
– rapporto debito/reddito: sotto il 30% per garantire sostenibilità.
Un esempio pratico: una famiglia con 2.500 euro di reddito netto dovrebbe destinare 375 euro al risparmio, mantenere un fondo emergenza tra 7.500 e 15.000 euro e contenere il debito mensile entro 750 euro. Questi parametri consentono di trasformare la gestione finanziaria in un processo misurabile e replicabile.

Strategie di accumulo e diversificazione – Il Piano di Accumulo di Capitale (PAC) si conferma uno strumento centrale. Attraverso versamenti regolari, consente di ridurre l’impatto delle oscillazioni dei mercati e di sfruttare la volatilità a proprio favore. I dati storici mostrano che un PAC su indici globali ha prodotto rendimenti positivi nella quasi totalità dei casi su orizzonti superiori a dieci anni. L’uso di ETF a basso costo permette di diversificare in modo efficiente, limitando le commissioni di gestione. In ogni caso, la diversificazione resta il principio cardine: combinare asset class decorrelate (azioni, obbligazioni, materie prime) consente di contenere la volatilità complessiva e di stabilizzare i rendimenti attesi.

Previdenza complementare e leva fiscale – Un altro strumento strategico è la previdenza complementare. La normativa italiana consente di dedurre i versamenti fino a 5.164,57 euro annui, con un beneficio fiscale immediato. Per un contribuente con aliquota marginale al 38%, il vantaggio è pari a 1.962 euro di risparmio fiscale annuo. Questo meccanismo garantisce un rendimento certo, indipendente dai mercati, e consente al tempo stesso di accumulare capitale per il futuro. Inoltre, la tassazione agevolata sulle prestazioni finali rende la previdenza complementare uno degli strumenti più efficienti a disposizione dei risparmiatori.

Applicazioni pratiche – Per comprendere l’impatto concreto delle tre leve proposte – bilancio familiare, PAC, previdenza – possiamo considerare tre casi che dimostrano come strategie semplici e disciplinate possano produrre risultati significativi e misurabili:
famiglia con reddito medio: ottimizzando le spese e destinando il 15% del reddito al risparmio, può costituire un fondo emergenza di 10.000 euro in 3 anni;
– giovane lavoratore: con un PAC da 200 euro al mese in ETF globali, accumula in 20 anni circa 96.000 euro, con rendimento medio ipotizzato del 4% annuo.
– lavoratore vicino alla pensione: con un versamento annuo di 3.000 euro in previdenza complementare, ottiene un risparmio fiscale immediato di oltre 1.000 euro e costruisce un capitale di 60.000 euro in 20 anni.

In conclusione, il contesto attuale richiede un cambio di paradigma: la prudenza passiva, basata sulla mera accumulazione di liquidità nei conti correnti, non è più sufficiente. Le famiglie italiane devono adottare strategie attive, basate su monitoraggio, disciplina e pianificazione. Un bilancio familiare aggiornato, un PAC ben strutturato e una previdenza complementare adeguata costituiscono una road map concreta per trasformare il risparmio da difesa a leva di crescita. La sfida del 2025 non è prevedere i mercati, ma applicare con costanza principi semplici ed efficaci, capaci di proteggere e accrescere il patrimonio nel tempo.

* Educatrice finanziaria e autrice di testi dedicati alla divulgazione economica. Collabora a progetti di formazione e promozione della consapevolezza finanziaria a livello locale e nazionale.

Boom delle criptovalute fra i giovani. Fra azzardo e investimento, serve maggiore cultura finanziaria

La moda delle criptovalute è in forte crescita, ma manca l’educazione finanziaria di base. I giovanissimi investitori rischiano di bruciare i propri soldi ancora prima di sapere come investirli.

Di Elena Raffone*

Tra il 2022 e il 2024, secondo il Comunicato Consob del 30 luglio 2024, la percentuale di famiglie italiane che detiene criptovalute è salita dal 8% al 18%. Un trend alimentato dalla diffusione di app come Binance e dall’influenza crescente dei social. L’indagine, inoltre, evidenzia che il 58% dei giovani tra 18 e 34 anni usa i social media per informarsi sui propri investimenti, superando carta stampata e web. Il vero problema, tuttavia, rimane la scarsa educazione finanziaria dei giovani italiani. Infatti, mentre una indagine di Wired Italia rivela che il 36% degli italiani si informa sui social per decidere gli investimenti (contro il 34% che usa carta stampata), il PISA 2022 dell’OCSE ci dice che solo il 9% dei giovanissimi italiani sa cosa sia l’interesse composto, mentre solo il 14% conosce concetti come diversificazione o cambio valuta.

Nonostante l’importanza crescente della cultura finanziaria nella vita quotidiana, in Italia manca ancora un percorso obbligatorio e strutturato di educazione finanziaria nelle scuole. Sebbene il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) abbia inserito tra le sue priorità l’alfabetizzazione economico-finanziaria, l’insegnamento rimane per lo più frammentario e affidato a iniziative volontarie o progetti extra-curricolari. Ad oggi, non esiste dunque un obbligo formale che garantisca a tutti gli studenti italiani un’educazione finanziaria sistematica e continua.

Questo gap si riflette nelle competenze rilevate dalle indagini OCSE-PISA, secondo le quali i ragazzi italiani risultano tra i meno preparati in Europa su temi quali gestione del denaro, rischio e strumenti finanziari. E così, senza una formazione coerente e diffusa, i giovani restano esposti a rischi elevati quando si avvicinano autonomamente a strumenti complessi come le criptovalute, aumentando il pericolo di investimenti impulsivi e perdite significative. Infatti, oggi le criptovalute sono viste come la via più facile per ottenere un’entrata veloce. Spesso vengono associate all’idea di guadagni facili, quasi automatici, da raggiungere con poco impegno, pochi click e senza un reale lavoro dietro; nella maggior parte dei casi, tuttavia, la realtà è totalmente opposta: dal punto di vista finanziario, le criptovalute sono asset altamente speculativi, lontani dalla stabilità di strumenti tradizionali come azioni blue-chip, obbligazioni governative o fondi indicizzati. In più, il mercato delle criptovalute è spesso guidato da manipolazioni, rumors e da hype (grande clamore e interesse su indici o strumenti finanziariche potrebbe non essere basato su fondamenta solide, ndr), più che da fondamentali economici reali. Questo lo rende adatto solo a chi ha una propensione al rischio altissima e a chi può permettersi di perdere tutto il capitale investito.

Le criptovalute, in questo momento storico, non sono uno strumento per costruire ricchezza stabile e duratura, ma qualcosa di simile ad un gioco d’azzardo mascherato da investimento. La loro estrema volatilità, la mancanza di regolamentazione chiara e la diffusione di pratiche speculative come l’uso della leva finanziaria rendono questi asset particolarmente rischiosi. Le principali criptovalute, per quanto popolari e apparentemente promettenti, si confermano strumenti estremamente instabili, dominati da fattori speculativi più che da logiche economiche strutturate. Prendendo come riferimento i dati aggiornati a luglio 2025, Bitcoin (BTC), il principale asset digitale per capitalizzazione, ha mostrato una volatilità estrema: dai 40.000€ circa di inizio 2024, è salito fino ai 100.000€ circa a gennaio del 2025, per poi ritracciare bruscamente sotto i 73.000€ nel giro di poche settimane (12 aprile 2025), complice l’inasprimento normativo da parte della SEC statunitense e alcune dichiarazioni restrittive della BCE sul trattamento fiscale delle criptovalute.

Ethereum (ETH), che oggi ha una quotazione di circa 2.500€, ha seguito una traiettoria di crescita significativa, passando da un valore intorno a 2.050€ di gennaio 2024 a un picco di 3.700€ di dicembre 2024, per poi crollare vertiginosamente a 1.365€ ad aprile 2025. In mezzo, nel periodo successivo all’implementazione dell’aggiornamento tecnico noto come “Verkle Trees”, volto a migliorare l’efficienza dello storage e la scalabilità della rete, si sono registrati alcuni disguidi temporanei nei tempi di finalizzazione dei blocchi che hanno contribuito a una perdita di circa il 22% del valore di ETH in meno di dieci giorni, in un contesto di mercato già caratterizzato da elevata volatilità. Ancora più drastico il caso di Solana (SOL) – che oggi quota a circa 160€ – spesso promossa nei canali social come “la crypto della Gen Z”. Dopo essere salita da 92€ (gennaio 2024) a 252€ (gennaio 2025), è scesa a 105€ ad aprile 2025. Durante questo intervallo, in particolare, Solana ha subito un crollo del 38% in sole 72 ore a seguito di un bug che ha paralizzato la rete per 16 ore e dopo l’annuncio di una vendita massiva da parte di un venture fund, dimostrando così che il mondo delle criptovalute è caratterizzato da una volatilità elevatissima.

Questi movimenti non sono anomalie, ma parte integrante della struttura del mercato delle criptovalute. A differenza degli asset tradizionali – che sono legati a bilanci, utili, tassi d’interesse o politiche fiscali – le criptovalute reagiscono in modo amplificato a fattori emotivi, geopolitici o mediatici. In questo contesto, anche un tweet virale, un’intervista di un banchiere centrale o il semplice rumor di un ban da parte di un governo può generare oscillazioni giornaliere del 10-20%. Nonostante ciò, sempre più giovani decidono di esporsi a questi strumenti con strumenti ad alta leva finanziaria, cioè investendo una cifra molto superiore rispetto al capitale reale, grazie a fondi presi in prestito dalla piattaforma. Una leva 10x, ad esempio, permette di movimentare 1.000€ con soli 100€ di margine, ma basta un calo del 10% del valore dell’asset per bruciare completamente l’intera posizione.

In un ambiente così volatile, l’uso della leva finanziaria dovrebbe essere riservato a trader altamente esperti, dotati di strumenti professionali di gestione del rischio, stop-loss dinamici e strategie di hedging. Eppure, molte piattaforme crypto propongono la leva in modo quasi ludico: con un’interfaccia “gamificata”, colori accattivanti e pulsanti come “Long Now” o “Buy with 20x Leverage”, dando l’illusione che basti indovinare il momento giusto per ottenere guadagni vertiginosi. Il risultato? In moltissimi casi, la leva diventa una trappola psicologica, che porta gli utenti inesperti a sovraesporsi, ad aumentare le puntate dopo ogni perdita, e a inseguire una logica da “all-in” simile a quella del gioco d’azzardo. Il rischio di perdere tutto in poche ore non è un’eccezione, ma una dinamica ricorrente nel day trading crypto privo di preparazione.

Peraltro, le criptovalute sono spesso promosse da influencer sui social, che vendono corsi di formazione costosi e promettono guadagni facili e veloci. Tuttavia, molti di questi corsi si rivelano poco più che trappole commerciali, con contenuti superficiali o addirittura ingannevoli, finalizzati a far spendere soldi agli utenti senza garantire una reale preparazione. Questo fenomeno contribuisce ad alimentare un mercato di disinformazione che espone i giovani a rischi ancora maggiori. Il settore crypto è infatti terreno fertile per scam e frodi, dove malintenzionati approfittano della scarsa conoscenza diffusa per proporre schemi piramidali, false ICO (Initial Coin Offering) o token senza alcun valore reale.

Per questi motivi, le criptovalute sono strumenti da considerarsi esclusivamente per investitori esperti, che hanno una solida preparazione finanziaria e sono in grado di valutare i rischi di portafoglio associati a un mercato estremamente volatile e poco trasparente. Un portafoglio ben costruito, invece, prevede la distribuzione del capitale su diverse tipologie di asset – come azioni stabili (blue-chip), obbligazioni governative, fondi indicizzati e solo in misura molto limitata strumenti ad alta volatilità come le criptovalute. Questo approccio consente di bilanciare rischio e rendimento, riducendo la probabilità di perdite gravi. Senza questa preparazione, esporsi a investimenti in crypto equivale a scommettere senza conoscere le regole del gioco. L’educazione finanziaria diventa quindi cruciale: solo con una formazione approfondita e critica si possono evitare scelte impulsive e pericolose. In assenza di questa, il rischio di perdite importanti e di cadere vittima di truffe è altissimo.

In un contesto dove molti giovani puntano tutto sulle criptovalute, spesso affidandosi a consigli su TikTok o corsi a pagamento proposti da influencer privi di competenze reali, manca una visione più ampia e strutturata della gestione del denaro. Le criptovalute vengono trattate come l’unico canale di investimento possibile, ignorando completamente il concetto chiave di portafoglio finanziario diversificato, che rappresenta la base di ogni strategia seria e sostenibile. E così, in assenza di una base solida, le criptovalute non diventano uno strumento di crescita, ma un errore di allocazione che può compromettere l’intero risparmio personale. In una logica di lungo periodo, esporsi in modo eccessivo a un asset così instabile e poco regolamentato senza alcuna strategia complessiva non è solo imprudente, ma anche finanziariamente insostenibile.

* Studentessa di Economia presso John Cabot University e giornalista abilitato

I soldi non fanno la felicità? Il work-life balance priorità assoluta per il benessere sul lavoro

Un cambio di rotta irreversibile per i più giovani: la ricchezza scivola in fondo alla classifica delle priorità dei lavoratori. Ecco i valori che contano davvero per gli italiani.

Negli ultimi anni le priorità dei lavoratori sono profondamente cambiate, spostando l’attenzione dalla retribuzione al benessere e all’equilibrio tra vita privata e lavoro. A confermare questo cambio di rotta è The Guardian, secondo cui il 74% dei giovani della Generazione Z mette al primo posto il work-life balance. Un trend confermato anche dall’8° Rapporto Eudaimon-Censis, che colloca a sorpresa la ricchezza tra gli ultimi valori associati benessere: essa è un priorità solo per il 9% degli italiani, 8° posto nella speciale classifica. 

Il mondo evolve e, di pari passo con esso, anche la società così come le priorità individuali: se per anni il successo professionale è stato misurato attraverso il denaro e il prestigio, oggi qualcosa sta cambiando. Il lavoro non è più solo un mezzo per accumulare ricchezza, ma un elemento centrale dell’equilibrio personale, da costruire su misura delle proprie esigenze. I lavoratori non cercano solo stipendi competitivi, ma un equilibrio tra vita professionale e privata, benessere olistico e tempo da dedicare a se stessi e ai propri affetti. Un cambiamento che riflette un nuovo sentiment non solo italiano, ma addirittura globale: il benessere sul posto di lavoro conta più della semplice retribuzione.

Secondo lo studio del The Guardian, il 74% degli appartenenti alla Generazione Z mette al primo posto un sano equilibrio tra vita privata e lavorativa, mentre solo il 68% considera la retribuzione come una priorità. Un segnale chiaro di come, nonostante l’odierna incertezza economica, il benessere personale stia progressivamente superando il peso dello stipendio nelle scelte professionali. Pertanto, mentre la ricchezza si posiziona ormai terzultima tra i valori considerati più attrattivi dai lavoratori, è il benessere fisico e mentale il fattore che raggiunge la vetta della classifica (63,3%), seguito dalla tranquillità (41,3%) e subito dopo dall’equilibrio (36,2%). La ricerca di un impiego appagante passa anche attraverso la consapevolezza di sé e il benessere psicologico, come dimostra il 30% degli intervistati.

Secondo Alberto Perfumo, CEO di Eudaimon, “non si tratta di una moda passeggera, ma di un chiaro sintomo di una ben più profonda trasformazione culturale, in cui il benessere diventa un criterio guida nelle scelte di carriera. Per le aziende, non è più un’opzione ma un impegno concreto. Il welfare aziendale, se ben progettato, è la risposta più efficace a queste nuove esigenze. Di fronte a questo scenario, le aziende devono adattarsi alle nuove esigenze dei lavoratori e ripensare il concetto stesso di welfare: non più pacchetti standardizzati, ma percorsi personalizzati, in grado di rispondere alle diverse necessità. Perché oggi, più che mai, il vero valore del lavoro non si misura solo in busta paga, ma dalla qualità della vita che è in grado di garantire”.

Ecco quali sono oggi le priorità dei lavoratori secondo l’8° Rapporto Eudaimon-Censis. Innanzitutto, per il 63% dei dipendenti la salute occupa il primo posto: in misura equivalente sia fisica, sia mentale. Il benessere psicofisico, infatti, rappresenta un valore fondamentale per coloro che desiderano adottare uno stile di vita sano. Il 42% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere lavorativo alla tranquillità, intesa come un ambiente collaborativo e privo di stress, che favorirebbe una maggiore concentrazione e una gestione più serena delle sfide quotidiane, professionali e non. Il 34% delle persone, poi, sceglie l’equilibrio come emblema di benessere individuale. Quest’ultimo, visto come la capacità di bilanciare in modo armonioso gli aspetti della vita privata e lavorativa, è considerato cruciale per evitare il sovraccarico emotivo. Ancora, la cura del proprio corpo occupa un posto importante. Infatti, il 30% delle persone coinvolte nell’indagine associa il benessere al tempo dedicato a prendersi cura di sé, ovvero la capacità di ritagliare del tempo all’interno della routine per dedicarsi alla cura del proprio corpo e della propria mente.

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La famiglia viene associata al benessere dal 26,5% delle persone coinvolte nell’indagine, ed è considerata una fonte fondamentale di supporto emotivo e stabilità. Il legame familiare è visto come essenziale per creare un ambiente di sicurezza e affetto, che contribuisce al benessere individuale e alla serenità generale. La sicurezza sul lavoro, invece, viene scelta dal 20% dei dipendenti, considerata da questi un elemento chiave. Questo riflette quanto sia fondamentale per le aziende garantire un ambiente lavorativo stabile e protetto, che contribuisce all’equilibrio psicofisico e alla tranquillità individuale. Per l’11% delle persone intervistate, inoltre, il benessere è legato alla consapevolezza di sé, o mindfulness. Questa pratica non solo favorisce una maggiore sicurezza nelle proprie scelte quotidiane, ma aiuta anche a gestire meglio le sfide lavorative. Essere consapevoli di sé permette di creare opportunità, intrattenere rapporti più sani e vivere ogni momento con una visione più chiara della vita.

Infine il sorprendente dato sulla ricchezza, scelta come simbolo del benessere solamente dal 9% delle persone intervistate. Questo risultato dimostra come, pur riconoscendo l’importanza della stabilità economica, la ricchezza non sia più considerata un valore centrale la qualità della vita individuale, lasciando spazio ad altri fattori legati alla sfera personale e relazionale. Per l’8% delle persone intervistate, il benessere è strettamente legato alla percezione del futuro. Avere una visione chiara e positiva del domani conferisce sicurezza, motiva ad affrontare le sfide quotidiane e permette di orientarsi verso opportunità, creando una base solida per una vita soddisfacente e realizzata. A seguire, anche il divertimento scende parecchio nella scala delle priorità, prediletto solo dal 4,5% degli intervistati. Questo evidenzia come, seppur apprezzato, il divertimento non venga percepito come un valore fondamentale per il benessere, rispetto ad altri aspetti più significativi della vita quotidiana dei lavoratori odierni.

Massimo Taddei: l’economia ci lancia segnali, ma noi li ignoriamo. Ecco perché “i conti non tornano”

“Il responso dell’economia è lo stesso di un medico che cerca disperatamente di convincerci a cogliere i segnali che ci suggeriscono di cambiare stile di vita e invertire così la tendenza”. 

articolo e intervista di Alessio Cardinale

Negli ultimi venti anni, la terminologia economica si è imposta sensibilmente nel parlato comune, e sempre più di frequente parole come, PIL, inflazione, l’anglosassone spread, il misteriosissimo cuneo fiscale (che non è una figura geometrica inventata dall’Agenzia delle Entrate) e termini come evasione ed elusione fiscale – dei quali in tanti non conoscono la differenza – hanno trovato grande diffusione un po’ ovunque, dalle chiacchere da bar ai social, passando per i giornali e i dibattiti televisivi. In tutti questi canali di comunicazione, opinioni avverse si affrontano in singolar tenzone sui fenomeni economici che incidono sulla vita di tutti, ma spesso lo fanno con scarsa preparazione sui numeri.

Il più delle volte, infatti, il confronto si basa su sensazioni, opinioni e ideologie personali, raramente supportate da una conoscenza profonda della materia e, soprattutto, da prove oggettive. E così, allorquando vengono citati, i numeri risultano essere quasi sempre confusi, contraddittori, parziali e incompleti, riadattati alla propria opinione o alla propria interpretazione di parte politica. In particolare, si tende ad ignorare il confronto tra le grandezze nazionali e quelle del contesto continentale in cui ci troviamo. Per esempio, i TG del Paese amano riportare i dati sulla disoccupazione italiana ai minimi storici, ma non dicono quasi mai che il nostro tasso di occupazione è inferiore di quasi dieci punti rispetto alla media dell’Eurozona; oppure che siamo l’unico Paese europeo in cui, negli ultimi 35 anni, i salari reali sono diminuiti; oppure ancora che l’altissimo livello di disoccupazione giovanile si ripercuote sul sistema previdenziale e pensionistico.

Queste modalità di raccontare l’economia restituisce ai cittadini una informazione molto parziale, dove le notizie positive (ma incomplete) contrastano poi con i dati di realtà. La lettura accurata dei numeri, pertanto, può “salvare” il dibattito sull’economia da un carico eccessivo di opinioni e interpretazioni sbagliate, ed è quello che Massimo Taddei* (nella foto) ha l’obiettivo di fare con il suo libro “I Conti Non Tornano” (Rizzoli Febbraio 2025, 228 pagg.), nel quale si parte dal concetto di stagnazione economica per esplorare le cause che ci hanno portato a non crescere più; tutto questo attraverso più di 50 grafici spiegati con grande chiarezza. P&F ha intervistato l’autore, ponendo alcuni interrogativi su argomenti per i quali si dibatte spesso proprio sulla base di sensazioni non supportate dai fatti.

Dottor Taddei, cerchiamo di sfatare un mito: l’ingresso nell’Unione Monetaria Europea ha contribuito, direttamente e/o indirettamente, alla mancata crescita dei redditi reali in Italia, oppure no?
No! L’ingresso nell’Ue è stato in realtà un grande vantaggio per il nostro paese, che ha potuto accedere a un’area economica unita, senza dazi doganali e con regole comune. Quello che ci ha danneggiato è il fatto che sia diventato sempre più difficile “barare” per stimolare le nostre esportazioni. Prima dell’avvento dell’euro, la nostra Banca centrale tendeva a svalutare la lira per fare in modo che i nostri prodotti costassero meno per chi acquistava con valuta straniera. Si tratta di un metodo che ha molte conseguenze negative sull’economia nazionale, ma favorisce le imprese con un basso valore aggiunto, che possono competere grazie alla loro valuta di minor valore. Con l’euro, questa cosa non si può più fare e queste aziende sono andate in difficoltà. Hanno però avuto oltre vent’anni per reinventarsi e sono ancora lì, in difficoltà. Siamo sicuri sia colpa dell’euro?

Lasciamo spazio all’immaginazione: dove sarebbe oggi l’Italia al di fuori dell’Unione Europea e con la Lira? Vantaggi e svantaggi.
Con Economika abbiamo provato a raccontare questa ipotesi in un video. In breve, uscirne oggi sarebbe un disastro perché il funzionamento della nostra economia è legato a doppio filo con la moneta unica e uscirne sarebbe un trauma gravissimo. Se fossimo rimasti fuori fin dall’inizio, forse oggi le cose non sarebbero così problematiche, ma è probabile che il nostro Pil avrebbe sofferto ancora di più di quanto non abbia fatto negli ultimi decenni. La permanenza nella moneta unica, per esempio, è stata fondamentale per dare fiducia ai mercati durante la crisi dei debiti sovrani. Avremmo ancora il vantaggio di poter svalutare la Lira, ma il controllo sulla moneta, per un paese relativamente piccolo e con una valuta insignificante come la Lira, non sarebbe stato particolarmente utile.

Attualmente qual è il dislivello retributivo, a parità di mansioni lavorative o di impiego, tra i dipendenti italiani e quelli europei?
Purtroppo non è così semplice rispondere a questa domanda, perché non è facile definire cosa significhi “a parità di mansioni o di impiego”. Possiamo però vedere come si è evoluto il divario salariale medio, ossia quando guadagnano in meno gli italiani in media rispetto ai lavoratori di altri paesi europei. Per esempio, nel 2008 gli occupati tedeschi avevano stipendi netti anni del 26 per cento in più rispetto a quelli italiani, mentre oggi questa differenza è salita al 57 per cento. Purtroppo, il confronto è simile con la maggior parte dei paesi.

In termini di potere d’acquisto, quanto ha pesato finora la stagnazione dei redditi reali per l’italiano medio?
Moltissimo. Di fatto, i nostri redditi sono rimasti gli stessi rispetto a 30 anni fa. In media. Sappiamo che non tutti hanno perso potere d’acquisto: soprattutto chi guadagna meglio, anche perché ha maggiore potere contrattuale, ha visto la propria retribuzione crescere. Se il livello medio rimane invariato, però, significa che questa crescita non ha riguardato tutti, anzi. Gli aumenti di alcuni sono stati compensati da una perdita di potere d’acquisto netta da parte di altri lavoratori (in particolare i giovani).

In Italia viene tollerato che ai giovani vengano offerte paghe orarie umilianti rispetto al resto d’Europa. Questa prassi è una necessità implicita espressa dal mercato del lavoro per poter produrre occupati, oppure una semplice forma di sfruttamento della manodopera giovanile?
È un insieme di tante cose. Sicuramente le imprese italiane, che fatturano meno, hanno meno risorse a disposizione per pagare i dipendenti. Il fatto è che spesso gli imprenditori non si pongono il problema di fatturare di più per poter guadagnare di più. Va bene, fare impresa in Italia è molto difficile, la spesa per i consumi è più bassa, ecc. Allo stesso tempo, però, sembra che le persone siano convinte che queste difficoltà siano frutto di un qualche disegno divino e non sono consapevoli delle vere cause di questi problemi. Il libro cerca di mostrarle, in modo da potersi muovere in prima persona per cambiare le cose.

Cosa impedisce oggi al nostro sistema economico di innalzare i salari medi e controllare contemporaneamente i possibili effetti negativi (es. maggiori consumi interni, aumento dei prezzi al consumo)?
La produttività. Per distribuire più risorse dobbiamo per forza produrre di più. Questo si può fare in due modi: aumentando gli input, cioè il numero di lavoratori o di risorse che utilizziamo per la produzione, o migliorando la nostra capacità di utilizzare questi input in modo efficiente, cioè la produttività. In media, i lavoratori italiani producono in un’ora la stessa quantità di beni e servizi che producevano trent’anni fa, mentre in Germania l’efficienza produttiva è aumentata del 16%. Finché non creeremo quella “fetta in più” rispetto a quanto produciamo ora, non potremo mai sperare di distribuire maggiore valore tra i cittadini.

Dopo 35 anni di mancata crescita dei redditi reali, e dopo aver assistito alla sostanziale scomparsa del ceto medio, si è diffuso tra gli italiani un sentimento di sfiducia verso il nostro sistema economico e di resa verso le avversità del mercato del lavoro. Ce la faremo a tornare ad aver fiducia nella nostra economia? 
Sì, ma solo se decideremo di scendere dalla macchina dei sogni. L’economia non è arbitraria, le sue leggi non sono imposte dall’alto e non seguono una logica casuale. L’economia si limita a descrivere la realtà e a interpretarla. Sono decenni che ci manda segnali che decidiamo di ignorare, come se arrivassero da un “gufo”. Il realtà il responso dell’economia è lo stesso di un medico che cerca disperatamente di convincerci a cambiare stile di vita perché tutti i segnali lo suggeriscono. Quando decideremo di coglierli, forse riusciremo anche a invertire la tendenza.

* Giornalista economico, Co-fondatore e Direttore di Economika (gruppo Starting Finance)

La speculazione folle ha radici antiche. Il “meccanismo diabolico” della bolla dei tulipani

La bolla dei tulipani nel 1637 fu la prima grande crisi finanziaria innescata dall’utilizzo di strumenti finanziari con finalità speculative. Ecco cosa accadde veramente.

Se c’è un’epoca dove non ti aspetti di trovare bolle speculative, futures e opzioni è proprio il 16mo secolo, prima ancora della Rivoluzione Industriale. Eppure, dalla seconda metà del 1500 l’evoluta – allora come oggi – società agraria olandese divenne il laboratorio di prova della prima grande bolla che la Storia ricordi ancora oggi. A quel tempo, i bulbi di tulipano iniziarono ad essere esportati dalla Turchia in Europa e l’Olanda – conosciuto universalmente come il “paese dei fiori” – si fece promotore della loro diffusione e, negli ultimi anni del 1500, la loro coltivazione consentiva di mettere in commercio sia le qualità più comuni che le varietà più pregiate e rare, le quali vennero rapidamente considerate come merce di lusso, altamente desiderate presso la borghesia e i ricchi mercanti.

E così, la domanda di nuovi fiori superò ben presto la loro offerta, a causa del lento ciclo riproduttivo dei tulipani, cosicché i prezzi delle specie più ricercate salirono di prezzo notevolmente, tanto da considerare il bulbo del tulipano di tipo pregiato come un solido investimento per la coltivazione di fiori futuri ad alto rendimento. Si trattava, evidentemente, di una embrionale forma di “future organico” sul tulipano, le cui contrattazioni avvenivano in aste tenute in luoghi pubblici o in privato (in collegi di coltivatori e commercianti riuniti nelle locande) delle maggiori città olandesi.

L’espansione commerciale dell’Olanda – grazie al suo dominio delle vie marittime verso le Indie orientali – ed il conseguente accrescimento della ricchezza finanziaria privata favorirono la crescita silenziosa della bolla, e quando anche fioristi e commercianti delle classi meno ricche iniziarono a partecipare in modo sistematico alle transazioni su bulbi di tulipano (anche delle specie più comuni), aumentando la schiera di investitori – fino a quel momento riservata agli intenditori e appassionati appartenenti alle classi più agiate – la bolla diventò tale. Un po’ come ai tempi nostri, dove si è trasmesso l’adagio (dai più sempre inosservato) secondo il quale “…se anche il tuo salumiere parla di azioni e mercati finanziari, è il momento di vendere…”. Sarà utile notare, relativamente ai “bulbi-futures”, che la loro diffusione tra la nobiltà olandese cominciò nel 1590, ma il commercio massivo e il rialzo esponenziale dei prezzi è databile dal 1635 in poi. Di conseguenza, la bolla dei tulipani ebbe ben 45 anni per svilupparsi indisturbata, nel più totale silenzio, e questo spiega le dimensioni della rovina che lasciò dietro di sé.

Ma facciamo un passo indietro, quando ancora la crisi non era alle porte, per capirne il meccanismo “diabolico”. Ben presto, a causa della esplosione della “mania dei tulipani”, si radicò la consuetudine di prenotare in anticipo presso i contadini-coltivatori i bulbi ancora “in terra”, attraverso l’utilizzo di contratti con prezzi fissati ex-ante da onorare a scadenza. Questo stratagemma consentiva l’estensione del periodo di compravendite dai pochi mesi estivi successivi al dissotterramento dei bulbi a tutto l’anno. Ma quest’ultimo passaggio, solo in apparenza ininfluente, segnava anche un confine ben preciso tra “commercio speculativo” e “bolla speculativa”, poichè consentiva un allungamento “artificiale” del periodo di tempo in cui poter negoziare i “diritti sul bulbo”, cioè i futures sui tulipani, pagando subito solo un acconto del prezzo finale e corrispondendo il saldo alla consegna del bulbo fiorito.

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E’ proprio qui che accade il secondo (tragico) passaggio: dato che la consegna materiale avveniva a distanza di mesi, furono oggetto di negoziazione gli stessi contratti a termine già stipulati, creando così una “catena di Sant’Antonio” d’impegni che legava insieme tutti i partecipanti, con il rischio che l’inadempimento dell’ultimo acquirente avrebbe creato un effetto-domino sui precedenti acquirenti-debitori. I collegi di commercianti – una sorta di borsini locali che gestivano le contrattazioni nei vari centri abitati – non controllavano né che gli acquirenti disponessero di denaro sufficiente a saldare i debiti contratti, né che i venditori possedessero i bulbi di tulipano che s’impegnavano a cedere.

In tal modo, i prezzi assunsero rapidamente un andamento al rialzo del tutto slegato dalla realtà – come accaduto puntualmente nelle crisi finanziarie dei secoli successivi – e molti arrivarono a vendere proprietà immobiliari per poter acquistare i diritti sui bulbi più grandi e pregiati, ognuno dei quali valeva – a gennaio del 1637 – quanto “8 maiali grassi, 4 buoi grassi, 12 pecore grasse, 24 tonnellate di grano, 48 tonnellate di segale e 2 botti di vino…”. In occasione dell’ultima asta di Alkmaar (5 febbraio 1637), centinaia di lotti di bulbi furono venduti per un ammontare monetario di 90.000 fiorini (l’equivalente di circa 5 milioni di euro), e ciascun bulbo veniva venduto ad un prezzo medio pari al reddito di oltre un anno e mezzo di un lavoratore.

Il c.d. panic selling giunse nei giorni immediatamente successivi, quando ad Haarlem un’asta di bulbi andò deserta, e ciò fece precipitare i prezzi di mercato in tutto il paese. Il mercato dei tulipani crollò del tutto e le negoziazioni s’interruppero all’improvviso, e chi aveva acquistato i bulbi attraverso i contratti futures si ritrovò vincolato contrattualmente a pagarli una cifra notevolmente più elevata rispetto ai prezzi reali del momento, a vantaggio dei contadini, che possedevano i bulbi e che avevano il diritto di percepire prezzi elevatissimi per dei bulbi che ormai non valevano quasi più nulla.

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Questa crisi ebbe l’effetto più grave in assoluto, poiché con il crollo di febbraio il mercato di negoziazione di contratti su tulipani smise semplicemente di esistere, poiché l’impossibilità di trovare acquirenti innescò una corsa dei fioristi a vendere a qualsiasi prezzo. La lobby dei fioristi, troppo gravemente colpita, “truccò le carte” durante il gioco, e indusse la giustizia delle provincie olandesi a decretare la trasformazione dei contratti a termine (i futures) in contratti di opzione, autorizzando così i detentori dei contratti a non onorare l’impegno nei confronti dei contadini o coltivatori e pagando solo una penalità pari al 3,5% del prezzo pattuito. A pensarci bene, nel 2008 la speculazione delle banche sui mutui subprime rischiò di avere un effetto simile, portando i mercati finanziari molto vicini a cessare la propria esistenza. Si salvarono per un pelo, allora, ma i risultati rovinosi per certi versi li stiamo vivendo ancora adesso.

Della paura (di investire), e di come gestirla

Non investire e rimanere nella propria “zona di comfort finanziario” genera comunque una modalità inefficiente di gestire le proprie  risorse, non priva di rischi in presenza di alta inflazione. Ecco perché.

di Giovanni Tommaso Olivieri

Tradizionalmente, la paura germoglia dalla consapevolezza che ogni decisione, gesto e azione porteranno ad un risvolto successivo, incontrollabile nel presente, il quale segnerà la nostra vita, positivamente o negativamente, per un periodo brevissimo, breve o lungo. Anzi, a volte le conseguenze più inaspettate – in negativo o in positivo – arrivano dal compimento di un’azione che ritenevamo marginale, di poca importanza, o di cui non ci siamo neanche accorti.

Non fanno differenza, in tal senso, le scelte e le azioni in materia di investimenti. Anche in questa segmento di vita, infatti, quando si è di fronte ad una scelta che riguarda la gestione del risparmio – e quindi una scelta importante “per definizione” – ci troviamo come nei più classici giochi di varietà televisivo, di fronte a tre pulsanti, ciascuno dei quali corrisponde ad una opzione: comprare, vendere, non agire; fare qualcosa o non fare niente. E così, qualunque sia la decisione che prenderemo, se premeremo uno dei primi due pulsanti (comprare o vendere) il futuro immediato ci riserverà qualcosa per cui potremmo essere felici o pentiti, ma non così nel caso in cui decideremo di premere il pulsante del “non agire”, che ci permetterà di rimanere nella nostra “zona di comfort finanziario”, salvo poi rammaricarci di essersi lasciati sfuggire interi trend annuali al rialzo e avere dato una connotazione insoddisfacente alla gestione complessiva del patrimonio.

In particolare, il pulsante “non agisco e lascio tutto in conto corrente” è un’arma a doppio taglio. Esso, infatti, crea l’illusione di non subire le performance negative generate indirettamente dagli eventi economici infausti sui propri investimenti poiché la grandezza numerica a cui tutti noi prestiamo attenzione (il saldo di conto corrente) rimane pressoché immutato, lì nel suo bel contenitore virtuale, salvo diminuire lievemente ogni trimestre/semestre per via dell’applicazione di bolli e costi di tenuta conto, che danno un leggero fastidio ma ci sono familiari. Sotto questo punto di vista, il conto corrente è l’alibi perfetto per il risparmiatore che ha paura di investire, poiché la performance negativa, nel suo caso, semplicemente non si vede, e coincide con il tasso di aumento dei prezzi al consumo. Quest’ultimo, a sua volta, è un dato molto familiare fin da quando siamo bambini, è un nemico invisibile che ogni sera ci fa compagnia nei tiggì e viene percepito come impercettibile e quasi inoffensivo. Eppure, il denaro lasciato in conto corrente perde valore, eccome. Per esempio, nell’ultimo anno ha perso valore, in termini di potere d’acquisto, per un buon 7%, e tutti gli studi dei più autorevoli analisti ci dicono che dovremo abituarci a convivere, ancora per un po’ di tempo, con un tasso di inflazione elevato.

Tanto per fare un esempio numerico, 10.000 euro di Maggio 2022 oggi valgono, in potere d’acquisto, circa 720 euro in meno. E se le previsioni sull’inflazione del Fondo  Monetario Internazionale sono corrette, da qui ad altri 18 mesi l’indice dei prezzi al consumo si porterà via, in termini di minor potere d’acquisto, un altro 10%, che sommato al risultato precedente determina una performance del denaro liquido pari a -17% nell’arco di due anni e mezzo. Ebbene, non avendo investito in niente, chi utilizza il conto corrente come contenitore del risparmio non potrà mai recuperare questo -17%: è perso irrimediabilmente, e occorrerà ripensare profondamente il modo di gestire la propria paura per avere speranze di recuperarlo in futuro, e virare gradualmente verso l’investimento azionario – o al limite su un portafoglio bilanciato 50/50 tra azioni e obbligazioni – l’unico in grado di far crescere i risparmi in un tempo sostenibile, non necessariamente lungo.

E oggi, è il momento giusto per comprare, oppure per vendere? Impossibile rispondere con certezza, poiché i mercati sono più o meno imprevedibili come gli eventi economici che li scatenano al rialzo o al ribasso, con grande gioia dei fondi speculativi – ossia quelli che guadagnano miliardi scommettendo sui ribassi – che “ci mettono il carico”; ed è proprio questo stato di incertezza che crea nella maggior parte di noi un senso di inadeguatezza e, soprattutto, di paura irrazionale nel prendere una decisione che non sia quella di non agire o, peggio ancora, di fare il minimo indispensabile. I due atteggiamenti possono tradursi, nel primo caso (non agire), nel lasciare i soldi sul conto corrente, in balia dei costi di gestione e dell’inflazione che erode il potere d’acquisto, e nel secondo caso (fare lo stretto indispensabile) consiste nel farsi imbambolare dal famoso rendimento garantito delle polizze a gestione separata, che la storia recente ha dimostrato essere piuttosto pericolose in caso di difficoltà finanziarie della compagnia assicurativa.

La razionalità, il ragionamento e gli esempi pratici, come sempre, ci vengono in aiuto anche in caso di veri e propri attacchi di panico da scelta finanziaria. Negli ultimi 10 anni, un BTP ha reso di media il 2% annuo lordo – con un’inflazione media di  circa il 1,5% – mentre un investimento di pari durata sul mercato azionario americano (indice S&P500) ha reso circa il 16% annuo, nonostante un paio di pesanti crisi finanziarie (quella del 2008 è stata epocale), pandemia e guerra. Inoltre, il periodo storico in cui scelgo di comprare un BTP, ed in particolar modo lo scenario del trend sui tassi di interesse, risulta essere fondamentale, poiché se compro un BTP durante un trend di tassi in rialzo – come quello che stiamo vivendo da un anno e mezzo a questa parte – rischio di dovermi tenere quell’investimento fino alla sua scadenza naturale, rendendolo praticamente illiquido; a meno che io non voglia o abbia la necessità di vendere, perdendo parte del capitale investito qualora le cedole non siano riuscite a coprire il minus del prezzo di vendita.

Investire nei mercati azionari, invece, nel lungo periodo è storicamente vincente da tutti i punti di vista. E’ quasi come avere una polizza assicurativa sulla quale trasferire proprio il “rischio-paura” degli eventi inattesi di breve periodo, che possono determinare variazioni anche consistenti (ma temporanee) delle somme investite. Il segreto è “rimanere nell’investimento” nel lungo periodo, non uscirne mai salvo emergenze di natura medica non finanziabili da altre fonti. Finchè si conserva intatto il proprio strumento finanziario destinato agli obiettivi con orizzonte temporale lungo, e lo si fa anche nei momenti più critici, la volatilità che crea tante ansie ai risparmiatori diventa un fatto episodico, eventualmente da sfruttare a nostro beneficio (con ulteriori versamenti a prezzi più bassi) e da utilizzare, con un buon tempismo, per raggiungere rendimenti più alti nel tempo.

Educazione Finanziaria: Assogestioni punta ai giovanissimi ma dimentica gli investitori over-60

Gli investitori over60 sembrano esclusi dal progetto di diffusione dell’educazione finanziaria di Assogestioni, presentato al Salone del Risparmio. Le Istituzioni, però, fanno peggio. Ecco quali azioni servirebbero per passare finalmente dalle parole ai fatti.

Di Alessio Cardinale

Tutti i “saloni di qualcosa” sono eventi utili ad avvicinare utenti e appassionati di una certo prodotto o settore merceologico alle case produttrici, che in quelle occasioni si manifestano al pubblico in tutta la loro concretezza, acquistando uno spazio fisico e uscendo fuori dalla realtà virtuale che la rivoluzione digitale ha imposto un po’ a tutta l’industria. Non fa eccezione il settore della consulenza finanziaria, che durante la 13sima edizione del Salone del Risparmio ha attratto, in soli tre giorni, quasi 15.000 visitatori in presenza e oltre 7.000 spettatori che hanno seguito in streaming le conferenze in programma.

Tra i tanti temi affrontati, non potevano mancare quelli della innovazione e della sostenibilità, ma soprattutto quello dell’educazione finanziaria, giustamente definita da Carlo Trabattoni (Presidente Assogestioni, nella foto) come un “tema fondamentale, con un ruolo chiave”. Le parole di Trabattoni hanno trovato una conferma di intenti nella stessa organizzazione dell’evento, che anche in chiusura di lavori ha dedicato uno spazio importante al tema. con la conferenza “Accompagnare l’investitore…verso scelte consapevoli”, nel corso della quale è stato svelato il progetto “2Cent” di Assogestioni, dedicato all’educazione finanziaria dei più giovani. A tal proposito, il Vicepresidente del Comitato per l’educazione finanziariaGiuliano D’Acunti, ha affermato che “…Iniziano ad esserci tante luci che ci fanno intravedere una svolta nell’ambito dell’educazione finanziaria. Stiamo comunicando sempre di più con i giovani, scegliendo mezzi e linguaggi nuovi e alternativi…”. Il progetto “2Cents”, che traduce in opera questi intenti, nasce per creare consapevolezza negli investitori del futuro e avvicinare alla finanza, in un percorso di formazione finanziaria “friendly”, un pubblico compreso tra i 16 e i 30 anni, che si affida anche ai social media – soprattutto Instagram e TikTok – per seguire i temi attinenti alla finanza, usando lo stesso linguaggio del target di riferimento.

Tutto molto bello e socialmente utile; peccato che il progetto di Assogestioni, così come quelli lanciati da tutto il sistema bancario italiano negli ultimi anni, non sia rivolto ai c.d. babyboomers, ossia all’insieme degli investitori “over-60” che detiene la maggior parte degli asset patrimoniali delle famiglie Italiane e che sicuramente avrebbe maggiore titolo ad essere coinvolto nei progetti finalizzati ad aumentare la consapevolezza finanziaria. Infatti, ancora oggi la popolazione over-60 è in grado di generare almeno la metà della crescita di tutti i consumi urbani, e sarà così da qui al 2030; inoltre, in Italia i due terzi dei patrimoni superiori ai 200.000 euro sono in mano alla fascia over-55.

Pertanto, perché dedicare un progetto solo ai giovani? Se negli anni scorsi si fosse prestata attenzione ai maggiori detentori di ricchezza, ossia gli over-55/60, si sarebbe garantita anche una trasmissione della cultura finanziaria da “padre in figlio”, che avrebbe facilitato enormemente il raggiungimento degli obiettivi oggi dichiarati durante  la kermesse del Salone del Risparmio. Questo fondamentale lascito culturale, invece, è mancato del tutto perchè non si sono mai attuati i buoni intenti di educare finanziariamente i babyboomers, e adesso questa attenzione all’educazione finanziaria dei risparmiatori giovani e giovanissimi, che detengono ancora poca ricchezza, sembra soltanto un lodevole tentativo di riparare all’errore compiuto, ma ciò facendo si continua a mantenere finanziariamente “ignoranti” proprio i maggiori detentori di asset.     

Peraltro, dall’indagine resa pubblica durante il Salone del Risparmio è emerso che l’alfabetizzazione finanziaria degli italiani continua a essere inferiore agli altri paesi europei, con il 40,9% di essi che non comprende l’effetto dell’inflazione sul potere d’acquisto, il 47,8% le ripercussioni del tasso di interesse sui prestiti bancari, il 41,6% che non sa distinguere tra azioni e obbligazioni ed un buon 37,4% di risparmiatori che considera come un colpo di fortuna – e non il frutto di buone strategie – un investimento remunerativo. Ebbene, se compariamo queste statistiche piuttosto eloquenti – e probabilmente sottostimate – alla percentuale di ricchezza detenuta ancora dai babyboomers, ricaviamo una percentuale allarmante di in ricchezza in balia della “ignoranza finanziaria”.

Evitando di scadere nelle teorie complottiste secondo le quali l’industria del risparmio gestito fonderebbe il successo del proprio business sulla “analfabetizzazione finanziaria” dei risparmiatori, è molto più probabile che l’elemento ispiratore di una simile strategia progettuale si ritrovi, invece, nella cronica inoperosità delle Istituzioni. Queste ultime, infatti, dovrebbero occuparsi in modo socialmente efficace di educazione finanziaria, stabilendo una progettualità di livello più elevato, dalla quale tutte le altre dovrebbero discendere semplicemente adeguandosi ad essa. Sfortunatamente, invece, tutti i  governi che si sono succeduti da quando si discute di cultura ed educazione Finanziaria – le due terminologie definiscono due valori piuttosto diversi, e non vanno usate a sproposito – continuano a pretendere di diffonderle senza farne materia obbligatoria nelle scuole superiori e/o nelle università, con percorsi ben codificati nell’offerta formativa.

E così, senza la formazione di livello superiore o accademico, l’italiano medio è destinato a rimanere “finanziariamente ignorante”, e si fa oggettivamente fatica a non cascare poi nelle teorie complottiste, che vedrebbero l’industria del risparmio gestito come la principale indiziata. Per usare una similitudine abbastanza vicina al contesto trattato, pretendere di diffondere la cultura della finanza personale nei risparmiatori, senza prevedere insegnamenti liceali, corsi di laurea e master post laurea in educazione finanziaria, equivale a voler fare cultura di legalità senza annoverare nel corpus accademico dello Stato la formazione universitaria di Diritto e Giurisprudenza; in più, l’assenza di educatori finanziari qualificati e abilitati equivale ad esercitare, in campo legale, la professione di avvocato senza essersi laureati  in legge e senza aver sostenuto il relativo esame di abilitazione. Pertanto, così come è impossibile concepire di potersi rivolgere ad un tribunale senza passare da una consulenza legale, identico risultato dovrebbe raggiungersi in tema di cultura finanziaria, dove oltre ai docenti in ambito scolastico e universitario, dovrebbe aggiungersi un servizio alle famiglie prestato da specifici professionisti dell’educazione finanziaria che, in tutta evidenza, non possono che essere massimamente individuati tra gli stessi consulenti finanziari autonomi e non autonomi.

Tuttavia, l’educazione finanziaria ha un elevato contenuto economico per gli utenti, stimabile caso per caso in termini di minori costi e/o maggiori risultati ottenuti grazie ad essa; pertanto, l’attribuzione della qualifica di “Educatore Finanziario” non dovrebbe essere lasciata alla licenza del singolo consulente finanziario auto-definitosi tale in virtù di qualche corso di base erogato dalla propria rete di appartenenza, bensì ad una norma dello Stato, che istituisca corsi di formazione obbligatori e un esame di abilitazione, tramite il quale ottenere l’iscrizione ad una sezione apposita di un albo/organismo unico:  solo gli iscritti potrebbero avvalersi di titolo e funzioni dall’indubbio valore economico.

In pratica, si tratterebbe di far rientrare la soluzione del problema nella classica equazione tra attività intellettuale e commodity, in base alla quale il contenuto economico di qualunque professione trova la sua corretta valorizzazione. Infatti, cos’è che definisce il valore di una attività intellettuale? La definizione più calzante è che “il valore dell’attività intellettuale è pari alla stima del vantaggio economico che ne deriva per il fruitore e/o al minor danno economico stimato in relazione ad un dato evento per cui l’attività intellettuale viene richiesta”. In base a questa definizione, quindi, possiamo affermare che l’educazione finanziaria è una “commodity” a tutti gli effetti, poiché introiettandola nel costume di gestione delle risorse finanziarie è in grado sia di procurare un vantaggio economico e, nelle fasi negative, di limitare i danni per l’investitore finanziariamente educato.

Considerare l’educazione finanziaria come una commodity – al pari delle altre tipologie di consulenza, da quella legale a quelle tecnico-economiche-fiscali – richiede un profondo ripensamento di tale attività, che va finalmente sganciata dal ruolo di semplice “accessorio” dell’attività di consulenza finanziaria e va definita come una competenza specifica ed economicamente significativa, poiché in grado di produrre effetti economici concreti in capo alle famiglie ed al loro patrimonio. Il complesso di queste azioni sarebbe in grado di elevare, rispetto all’attuale scenario di sterili buoni propositi, lo snodo della educazione finanziaria verso una riconosciuta utilità sociale, ma tutto ciò sembra sfuggire a chi pronuncia da anni grandi proclami, e finita la festa torna diligentemente sui propri passi.