Luglio 21, 2026
Home Archive by category In primo piano

In primo piano

Indici azionari asiatici falsati dall’AI, via alla diversificazione settoriale

Gli investimenti tendono a concentrarsi sui big dell’AI, mentre il resto del mercato fatica. L’Indonesia alza i tassi per fronteggiare le pressioni inflazionistiche, mentre si intravedono opportunità interessanti nelle biotecnologie e nelle macchine industriali.

di Marcel Zimmermann, gestore del fondo Lemanik Asian Opportunity

Il tema dell’intelligenza artificiale sta falsando il sentiment generale del mercato azionario asiatico: si registra una tendenza in accelerazione nel mercato, con gli investitori che concentrano sempre più le loro scommesse sui nomi più importanti nel segmento dell’intelligenza artificiale e dei semiconduttori. Questo fa sì che indici fortemente orientati al settore tecnologico come il coreano Kospi, Taiwan e il Nikkei sovraperformino massicciamente gli altri mercati. Tuttavia, escludendo i titoli AI di Samsung e SK Hynix, l’indice coreano Kospi avrebbe chiuso il mese in territorio profondamente negativo. Gli altri mercati dell’area, come Hong Kong, l’Asean e l’India, hanno infatti registrato un andamento da piatto a negativo nel mese di maggio.

L’incontro di metà maggio tra il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping ha contribuito ad allentare le tensioni commerciali nei mercati asiatici e a migliorare il clima di fiducia degli investitori. Sebbene permangano differenze significative, entrambe le parti hanno manifestato la volontà di mantenere il dialogo e di perseguire una maggiore cooperazione economica. I dati economici sono rimasti nel complesso solidi in tutta la regione, sostenuti dalla stabilizzazione dell’attività manifatturiera, dalla buona tenuta dei consumi e dalla continua forza della domanda legata al settore tecnologico. La Banca centrale indonesiana ha aumentato il tasso di riferimento di 50 punti base a causa delle pressioni inflazionistiche e dell’indebolimento della valuta. In Cina, si sono mantenute misure di sostegno mirate per sostenere la crescita, in particolare nel settore immobiliare e nei consumi interni.

Nel corso del mese, abbiamo continuato a realizzare profitti sui titoli tecnologici legati all’intelligenza artificiale e abbiamo diversificato gli investimenti verso il segmento biotecnologico asiatico, i produttori di sistemi di accumulo di energia, i produttori di componenti per umanoidi e i titoli alimentari nell’area Asean. L’intelligenza artificiale, applicata al settore biotecnologico, dovrebbe consentire una ricerca e uno sviluppo più rapidi di nuovi farmaci. Gli Stati Uniti e la Cina sono chiaramente all’avanguardia in questo campo. Un altro settore con un grande potenziale di aumento della produttività è quello delle macchine industriali, dove un’ulteriore automazione con robot e umanoidi potrebbe portare a margini in crescita. I produttori di macchinari giapponesi, cinesi e sudcoreani sono ben posizionati per trarre vantaggio da questa tendenza.

In generale, i titoli azionari asiatici sono sostenuti da prospettive di utili più solide, tendenze di crescita a lungo termine e valutazioni interessanti. Riteniamo che una buona diversificazione settoriale possa migliorare i rendimenti corretti per il rischio, riducendo la dipendenza da singoli titoli o eventi di mercato.

E se la bolla dell’Intelligenza Artificiale avesse il volto di SpaceX?

Da oltre due anni il dibattito sui mercati finanziari ruota attorno a una sola domanda: siamo di fronte a una nuova bolla tecnologica alimentata dall’intelligenza artificiale?

di Vincenzo Lana

Le quotazioni delle principali aziende del settore hanno raggiunto livelli che per alcuni ricordano la corsa delle dot-com alla fine degli anni Novanta. L’entusiasmo degli investitori sembra inesauribile. Ogni trimestre vengono annunciati nuovi investimenti miliardari, nuovi modelli di intelligenza artificiale e nuove promesse di rivoluzione economica. Eppure, come spesso accade sui mercati, il rischio potrebbe non trovarsi dove tutti lo stanno cercando.

Mentre l’attenzione degli investitori è concentrata su Nvidia, Microsoft, Alphabet e sulle grandi protagoniste dell’AI, una società sta rapidamente assumendo un ruolo sempre più centrale nell’immaginario finanziario globale: SpaceX. A prima vista, potrebbe sembrare un’affermazione strana. Infatti, SpaceX nasce come azienda aerospaziale, costruisce razzi, gestisce satelliti e sviluppa tecnologie per l’esplorazione spaziale. Tuttavia, negli ultimi anni, la società fondata da Elon Musk si è trasformata in qualcosa di molto più ampio. Attraverso Starlink, l’infrastruttura satellitare globale, il crescente legame con l’ecosistema dell’intelligenza artificiale e le operazioni che coinvolgono AI, SpaceX viene oggi percepita dagli investitori come una scommessa sul futuro tecnologico nel suo complesso.  

Ed è proprio questa trasformazione che merita attenzione, poiché le grandi bolle speculative della storia hanno sempre avuto un simbolo: negli anni Venti furono le grandi industrie americane; nel 2000 furono le società Internet e nel decennio scorso fu Tesla. In ogni caso, il meccanismo è sempre stato lo stesso: una singola azienda o un piccolo gruppo di aziende smette di rappresentare soltanto un’attività economica e diventa la rappresentazione di un’intera visione del futuro; e oggi SpaceX sembra avviata a percorrere rapidamente quella stessa strada.

I numeri aiutano a comprendere la portata del fenomeno. Secondo le valutazioni più recenti, SpaceX vale oltre 2.500 miliardi di dollari, una cifra che la colloca tra le aziende più grandi mai esistite. Per capire cosa significhi realmente questo numero è utile fare un confronto. Walmart, il più grande rivenditore del pianeta, genera oltre 680 miliardi di dollari di fatturato annuo, impiega più di due milioni di persone, opera in decine di Paesi e serve ogni settimana centinaia di milioni di clienti. Nonostante ciò, la sua capitalizzazione di mercato è nettamente inferiore a quella attribuita oggi a SpaceX, la quale registra ricavi nell’ordine di alcune decine di miliardi di dollari – nettamente inferiori a quelli di Walmart – ma viene valutata dal mercato oltre due volte Walmart. Naturalmente, questo non significa che SpaceX sia sopravvalutata. Tuttavia, una parte enorme del suo valore dipende da aspettative future ancora da realizzare, e quindi gli investitori non stanno acquistando ciò che l’azienda produce oggi, bensì ciò che credono che l’azienda possa diventare domani. Ed è esattamente questo il terreno sul quale nascono le bolle speculative.  

L’aspetto forse più interessante è che il processo di integrazione di SpaceX all’interno dei mercati finanziari tradizionali è appena iniziato. Negli ultimi giorni sono stati lanciati i primi ETF dedicati esclusivamente al titolo, compresi prodotti a leva e strumenti progettati per amplificare i movimenti giornalieri dell’azione. Allo stesso tempo, numerosi ETF tematici e gestori stanno valutando o iniziando l’inclusione del titolo nei propri portafogli. Non siamo quindi di fronte a un fenomeno già maturo, potremmo essere soltanto all’inizio. Questo dettaglio è importante, perché la storia finanziaria insegna che i rischi sistemici tendono a crescere quando il capitale si concentra progressivamente attorno a pochi simboli dominanti.

Il matematico e ricercatore Didier Sornette (nella foto), che ha dedicato gran parte della propria attività scientifica allo studio dei meccanismi che portano alla formazione e allo scoppio delle bolle finanziarie, nei suoi lavori descrive come i mercati possano entrare in una fase di feedback positivo nella quale l’aumento dei prezzi attira nuovi investitori, i quali spingono ulteriormente i prezzi verso l’alto, alimentando un ciclo auto-rinforzante che si distacca progressivamente dai fondamentali economici. Secondo Sornette, la crescita accelerata delle valutazioni e la concentrazione del capitale rappresentano spesso segnali caratteristici delle fasi finali di una bolla. Le sue ricerche evidenziano come i nodi più centrali del sistema finanziario possano diventare canali privilegiati di propagazione del rischio quando il sentiment degli investitori cambia improvvisamente.

È qui che entra in gioco l’ipotesi più interessante: cosa accadrebbe se SpaceX, dopo essere diventata uno dei simboli della nuova economia tecnologica, subisse una brusca correzione? Immaginiamo uno scenario puramente teorico, nel quale il titolo perda il 50% del proprio valore. Non sarebbe un evento senza precedenti. Amazon perse oltre il 90% durante lo scoppio della bolla Internet. Meta registrò un drawdown superiore al 70% tra il 2021 e il 2022. Tesla ha attraversato più volte correzioni superiori al 50%. In uno scenario del genere, gli effetti diretti riguarderebbero innanzitutto gli investitori esposti al titolo. Ma il problema potrebbe non fermarsi lì. Gli ETF, infatti, dovrebbero ribilanciare le proprie posizioni, e gli strumenti a leva amplificherebbero i movimenti. I riscatti degli investitori potrebbero generare ulteriori vendite, e il sentiment nei confronti dei titoli growth potrebbe deteriorarsi rapidamente.

A quel punto il mercato inizierebbe a porsi una domanda molto semplice: se una delle aziende considerate simbolo del futuro può perdere metà del proprio valore, quanto sono solide le valutazioni dell’intero settore tecnologico? Il rischio principale non sarebbe quindi il danno economico provocato dal crollo di SpaceX in sé. Il rischio sarebbe il cambiamento della narrativa; e questo perché i mercati finanziari non si muovono soltanto sui bilanci, si muovono sulle aspettative, e quando una narrativa dominante si rompe, il contagio psicologico può diffondersi molto più velocemente dei dati economici. In questo contesto, alcuni modelli teorici di contagio finanziario suggeriscono che un evento di questo tipo potrebbe generare drawdown molto più ampi rispetto alla perdita iniziale del singolo titolo. In simulazioni estreme basate su concentrazione degli ETF, correlazioni elevate tra titoli growth e deterioramento simultaneo del sentiment, il ribasso complessivo dei mercati globali potrebbe raggiungere livelli compresi tra il 20% e il 35%.

Non si tratta di una previsione. Non esiste alcuna istituzione finanziaria che abbia pubblicato una stima ufficiale di questo tipo. Si tratta esclusivamente di uno scenario teorico costruito applicando concetti derivati dagli studi sul contagio finanziario e sulla propagazione delle bolle speculative. La domanda finale, quindi, non è se SpaceX valga oggi 2.500 miliardi di dollari; la domanda è quanta parte di quel valore rappresenti ricavi futuri concretamente realizzabili e quanta parte rappresenti invece aspettative, entusiasmo e fiducia. Perché tutte le grandi bolle della storia hanno avuto una caratteristica comune, e cioè sono nate quando gli investitori hanno iniziato a credere che il futuro fosse già arrivato. E se un giorno quella fiducia dovesse incrinarsi, SpaceX potrebbe non essere la causa della prossima correzione dell’intelligenza artificiale, potrebbe però diventare il principale vettore attraverso il quale il rischio si propagherà al resto del mercato.

Disclaimer.
Questo articolo presenta esclusivamente analisi e scenari ipotetici. Le simulazioni di drawdown comprese tra il 20% e il 35% non costituiscono previsioni di mercato né stime ufficiali. I riferimenti ai meccanismi di contagio finanziario sono ispirati alla letteratura accademica sulle bolle speculative, in particolare ai lavori di Didier Sornette e collaboratori. Non rappresentano una previsione dell’andamento futuro di SpaceX o dei mercati finanziari.

 

Mercato obbligazionario sostenuto dalla ricerca di rendimento. Le famiglie apprezzano i titoli di stato

Rendimenti ancora interessanti, spread contenuti e il nuovo BTP Italia Sì rilanciano il ruolo delle obbligazioni nei portafogli degli investitori.

di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub Banca ed esperto di mercati finanziari

Il mercato obbligazionario sta attraversando una delle fasi più interessanti degli ultimi quindici anni. Dopo un lungo periodo caratterizzato da tassi d’interesse estremamente bassi e rendimenti spesso insufficienti a compensare l’inflazione, il reddito fisso è tornato al centro dell’attenzione degli investitori. Oggi le obbligazioni offrono nuovamente ciò che per decenni ha rappresentato la loro principale funzione: generare reddito periodico, contribuire alla stabilità dei portafogli e offrire una valida alternativa alla liquidità.

La fase più intensa della stretta monetaria avviata dalle principali banche centrali sembra ormai alle spalle, sebbene di recente qualche esperto abbia ipotizzato la possibilità di un rialzo per via della crisi petrolifera derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz e, soprattutto, per via del tasso di inflazione (che ha rialzato leggermente la testa). Pur permanendo alcune incertezze sull’andamento dell’inflazione e sulla crescita economica mondiale, i mercati hanno progressivamente iniziato a scontare uno scenario di maggiore stabilità dei tassi. Questo cambiamento ha riportato interesse verso il comparto obbligazionario, che oggi offre rendimenti impensabili soltanto pochi anni fa. In Europa il mercato continua a essere sostenuto dalla ricerca di rendimento. I titoli di Stato rappresentano ancora il punto di partenza per molti investitori che desiderano ottenere un flusso cedolare relativamente prevedibile.

In questo contesto l’Italia continua a distinguersi per rendimenti superiori rispetto a quelli offerti dai principali emittenti dell’Eurozona. I Btp mantengono infatti un vantaggio significativo rispetto ai titoli governativi tedeschi e francesi. Allo stesso tempo il differenziale di rendimento rispetto al Bund rimane su livelli contenuti, lontanissimi dalle tensioni che avevano caratterizzato alcune fasi del passato. Questo elemento è particolarmente importante perché consente al Tesoro di finanziarsi a condizioni relativamente favorevoli e contribuisce a sostenere la fiducia degli investitori internazionali.

Uno degli aspetti più interessanti del 2026 è il crescente coinvolgimento del risparmio privato. Negli ultimi anni le famiglie italiane hanno aumentato in maniera significativa la loro partecipazione alle emissioni del debito pubblico. Un fenomeno che continua a rafforzarsi e che rappresenta uno degli elementi di maggiore stabilità per il mercato. Proprio in questa direzione si inserisce il nuovo BTP Italia Sì, l’emissione dedicata esclusivamente agli investitori retail che sarà collocata a metà giugno. Il nuovo strumento rappresenta un’evoluzione della famiglia dei BTP Italia e nasce con l’obiettivo di offrire ai piccoli risparmiatori una soluzione semplice e facilmente comprensibile per investire nel debito pubblico nazionale.

La nuova emissione avrà una durata di cinque anni e una struttura pensata per favorire la partecipazione delle famiglie. Il titolo garantirà una protezione dall’inflazione italiana attraverso la rivalutazione del capitale investito e il pagamento di cedole periodiche. In un contesto nel quale il tema dell’erosione del potere d’acquisto continua a essere particolarmente sentito, questa caratteristica rappresenta uno degli elementi di maggiore attrattività. L’introduzione del BTP Italia Sì conferma inoltre la volontà del Tesoro di consolidare il rapporto diretto con i risparmiatori italiani. Negli ultimi anni le emissioni dedicate al retail hanno registrato risultati molto positivi, dimostrando come esista una forte domanda di strumenti in grado di coniugare sicurezza, rendimento e semplicità.

Ma il ritorno dell’interesse verso le obbligazioni non riguarda soltanto i titoli governativi. Anche il comparto corporate continua a mostrare caratteristiche particolarmente interessanti. Le obbligazioni emesse da società con elevata qualità creditizia offrono infatti rendimenti superiori rispetto alla media osservata negli anni precedenti alla stretta monetaria. Molti investitori stanno quindi costruendo portafogli obbligazionari più articolati, combinando titoli di Stato e obbligazioni societarie di qualità. L’obiettivo è ottenere una maggiore diversificazione e beneficiare di differenti fonti di rendimento.

In questo scenario assume un’importanza crescente il tema della duration. Dopo anni nei quali l’allungamento delle scadenze era quasi obbligatorio per ottenere rendimenti adeguati, oggi la situazione è profondamente diversa. Numerosi gestori stanno scegliendo di mantenere una duration inferiore rispetto a quella dei principali benchmark di mercato. Molti portafogli multi asset presentano oggi una duration media attorno a 4,5 anni, rispetto ai circa 6 anni degli indici obbligazionari globali. Questa scelta consente di ridurre la sensibilità alle oscillazioni dei tassi d’interesse senza rinunciare a rendimenti competitivi. In pratica gli investitori preferiscono privilegiare la stabilità e la flessibilità piuttosto che assumere rischi eccessivi sulle scadenze molto lunghe.

Questa impostazione si inserisce nella sempre più diffusa strategia “core e satellite”. La parte centrale del portafoglio viene costruita attraverso strumenti obbligazionari diversificati, caratterizzati da elevata qualità e duration contenuta. Attorno a questo nucleo vengono poi inserite esposizioni più specifiche, finalizzate a incrementare il rendimento complessivo. La componente core svolge una funzione di stabilizzazione e rappresenta il principale motore della generazione di reddito. La componente satellite permette invece di cogliere opportunità su segmenti particolari del mercato, come obbligazioni corporate, emissioni indicizzate all’inflazione o particolari aree geografiche.

Anche il mercato americano continua a influenzare significativamente le dinamiche globali. I Treasury statunitensi mantengono rendimenti superiori rispetto a quelli europei e continuano ad attirare l’interesse degli investitori internazionali. Tuttavia il tema del rischio cambio rappresenta un elemento che gli investitori europei devono attentamente valutare. Le prospettive economiche globali restano infatti caratterizzate da una certa incertezza. Le tensioni geopolitiche, l’evoluzione delle politiche commerciali internazionali, il rallentamento di alcune economie e l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale sul sistema produttivo continuano a rappresentare fattori di attenzione per gli operatori finanziari.

Proprio per questo motivo le obbligazioni stanno recuperando il loro ruolo storico di elemento di equilibrio all’interno dei portafogli. In presenza di mercati azionari che restano esposti a possibili fasi di volatilità, il reddito fisso offre una fonte di rendimento più prevedibile e una minore variabilità delle quotazioni. L’inflazione resta naturalmente una variabile fondamentale. Sebbene i livelli attuali siano molto più contenuti rispetto a quelli osservati negli anni passati, il rischio di nuove pressioni sui prezzi non può essere completamente escluso.

Per questo motivo strumenti indicizzati come il nuovo BTP Italia Sì stanno attirando particolare attenzione da parte dei risparmiatori. La possibilità di ottenere una rivalutazione legata all’andamento dell’inflazione rappresenta infatti una forma di protezione che molti investitori considerano preziosa, soprattutto per la componente più prudente del patrimonio. Le nuove emissioni continuano inoltre a registrare una domanda sostenuta. Sia gli investitori istituzionali sia quelli retail mostrano interesse verso strumenti che consentano di bloccare rendimenti interessanti per diversi anni.

Questo fenomeno testimonia come il mercato obbligazionario sia tornato a essere percepito come una componente strategica e non più soltanto tattica. Un altro aspetto rilevante riguarda il confronto con la liquidità. Dopo anni in cui molti risparmiatori hanno mantenuto ingenti somme ferme sui conti correnti, il livello attuale dei rendimenti sta favorendo una graduale riallocazione verso strumenti obbligazionari. Le obbligazioni consentono infatti di ottenere un reddito potenzialmente superiore rispetto alla semplice detenzione di liquidità, pur mantenendo un profilo di rischio generalmente contenuto.

Nel complesso, il quadro del mercato obbligazionario  appare oggi costruttivo. I rendimenti restano interessanti, gli spread sono contenuti e la domanda continua a essere robusta. Per gli investitori il reddito fisso è tornato a essere una vera alternativa. Dopo anni dominati dall’azionario e dalla ricerca di performance sempre più elevate, il 2026 sta segnando il ritorno a una maggiore attenzione per equilibrio, diversificazione e generazione di reddito. In questo contesto le obbligazioni stanno nuovamente assumendo quel ruolo centrale che per lungo tempo aveva caratterizzato la gestione dei patrimoni, offrendo una combinazione di rendimento, stabilità e protezione che molti consideravano ormai appartenente al passato.

Roma come Parigi e Madrid: i suoi palazzi storici sempre più ricercati dagli investitori internazionali

Oggi la vera domanda non è se i palazzi storici romani aumenteranno di valore, ma quanti e quali ne resteranno effettivamente disponibili sul mercato.

Negli ultimi due anni il mercato romano dei palazzi storici ha mostrato una sorprendente resilienza. Accanto alle tradizionali acquisizioni da parte di famiglie private e investitori patrimoniali, si sono registrate operazioni di rilievo su edifici di pregio nel centro storico e nell’area di Via Veneto, con valori che in alcuni casi hanno superato i 35 milioni di euro. Parallelamente, continua a crescere la domanda per porzioni di palazzi nobiliari nei rioni più prestigiosi della città, alimentata da acquirenti internazionali attratti dall’unicità architettonica e dalla scarsità dell’offerta. La tendenza suggerisce che Roma stia consolidando il proprio ruolo di mercato “trophy asset“, dove il valore culturale e simbolico degli immobili storici assume un peso crescente rispetto alle sole metriche reddituali.

                   Principali transazioni di palazzi storici a Roma (2022–2026)

Il caso Palazzo Marini: la transazione che ha cambiato il mercato – L’operazione simbolo del nuovo ciclo immobiliare romano resta l’acquisizione di Palazzo Marini da parte del gruppo Fort Partners, che ha investito circa 165 milioni di euro per sviluppare il futuro Four Seasons Roma. L’operazione ha segnato un punto di svolta perché ha dimostrato che anche nella Capitale italiana esistono asset storici in grado di attrarre investitori globali con ticket superiori ai 150 milioni di euro.

Il ritorno dell’area Via Veneto–Barberini – Tra il 2025 e il 2026 si è registrata una notevole concentrazione di operazioni nell’asse Via Veneto–Piazza Barberini. La vendita del complesso storico di Via San Basilio per circa 37 milioni di euro ha confermato il forte interesse per edifici storici convertibili in hospitality o mixed-use luxury. Pochi mesi dopo, Castello SGR ha acquisito un importante edificio cielo-terra in Via Sicilia per sviluppare un hotel cinque stelle di fascia alta. Queste operazioni evidenziano come il mercato attribuisca oggi un premio significativo agli immobili storici collocati nel quadrante che collega Via Veneto, Barberini e il centro storico.

Non solo interi palazzi: cresce il mercato delle porzioni nobiliari – Uno degli aspetti più interessanti degli ultimi anni riguarda la crescita delle vendite di singole porzioni di palazzi aristocratici. Nel 2025, per esempio, è stata resa pubblica la vendita del piano nobile di un palazzo cinquecentesco di circa 780 mq per 13,5 milioni di euro, con un valore superiore a 17.000 €/mq. Si tratta di una fascia di mercato che interessa particolarmente:
– HNWI europei;
family office;
– imprenditori internazionali;
– acquirenti provenienti da Stati Uniti, Regno Unito e Medio Oriente.
In molti casi l’interesse non è reddituale ma patrimoniale e simbolico: possedere una residenza all’interno di un palazzo storico romano rappresenta un asset comparabile alle grandi residenze storiche di Londra, Parigi o Madrid.

La grande tendenza: dagli uffici agli hotel di lusso – La trasformazione più rilevante del mercato romano è probabilmente la conversione di edifici storici in strutture alberghiere di fascia ultra-luxury. Negli ultimi anni sono stati sviluppati o annunciati progetti che coinvolgono edifici storici destinati a marchi internazionali quali Four Seasons, Six Senses, Nobu e altri operatori del segmento luxury. Roma è stata indicata tra le città europee più attrattive per i nuovi hotel cinque stelle, alimentando una competizione crescente per i palazzi storici di pregio.

Cosa ci dicono queste operazioni? Dal punto di vista dell’investitore emergono tre conclusioni. Primo. il mercato romano non è più un mercato locale ma decisamente internazionale. I principali acquirenti sono ormai fondi, family office e imprenditori stranieri. Secondo, il valore non risiede soltanto nei metri quadrati, ma nella rarità dell’asset: un palazzo storico ben localizzato nella Capitale diventa un vero “trophy asset“. Terzo, la destinazione alberghiera e hospitality rappresenta oggi il principale driver di rivalutazione, e questo incide molto sia sul valore della acquisizione, sia sul valore finale dell’immobile ristrutturato, che può superare di diverse volte il valore d’acquisto iniziale.

Valori indicativi dei palazzi storici e delle porzioni nobiliari a Roma (2026) – Questa stima non si riferisce agli appartamenti ordinari, ma a palazzi cielo-terra storici; piani nobili; appartamenti con affreschi, saloni di rappresentanza e vincoli monumentali; immobili con destinazione hospitality o rappresentativa; asset off-market. Le quotazioni sono quindi superiori alle normali rilevazioni residenziali.


Dalla tabella sopra risalta il dato che nel mercato romano esiste oggi una differenza crescente tra valore immobiliare ordinario e valore patrimoniale collezionistico (quello dei c.d. trophy asset, quarta colonna a destra).

Infatti, un appartamento in un edificio ottocentesco di Prati viene ancora valutato secondo logiche prevalentemente residenziali, ma un piano nobile in un palazzo seicentesco affacciato su Piazza Navona o Via dei Coronari viene invece acquistato sempre più spesso come bene rifugio, oppure come asset di rappresentanza e consolidamento del patrimonio familiare in chiave multigenerazionale.  Non mancano, come motivazioni di acquisto, anche quella di avere una residenza occasionale per HNWI e UHNWI, e in questi casi il valore intrinseco-emozionale dell’operazione è determinato più dalla rarità che dal reddito.

Previsione 2030 – Se l’attuale ciclo immobiliare romano dovesse proseguire, è ragionevole attendersi una crescita media annua compresa tra il 3% e il 6% per gli immobili storici di pregio. Lo scenario più probabile appare il seguente:

Il vero incremento di valore, tuttavia, potrebbe non riguardare gli appartamenti di lusso tradizionali, bensì il segmento dei palazzi storici convertibili in hospitality di fascia alta, in particolare:
– boutique hotel da 25-80 camere;
luxury serviced apartments;
– club privati;
– residenze branded;
mixed-use hospitality.

Roma sta vivendo oggi una fase simile a quella attraversata da Madrid tra il 2015 e il 2022: arrivo di marchi internazionali, crescita del turismo premium, incremento delle tariffe alberghiere e scarsità di edifici storici disponibili.

Per questo motivo non si può escludere che alcuni trophy asset nell’area Pantheon-Campo Marzio e in prossimità di Piazza Navona possano raggiungere entro il 2030 valori superiori a 40.000-50.000 €/mq; livelli che oggi appaiono eccezionali ma che a Londra, Parigi e Madrid sono già stati registrati per immobili storici particolarmente rari. Pertanto, la vera domanda non è più se i palazzi storici romani aumenteranno di valore, ma quali immobili resteranno effettivamente disponibili sul mercato. Infatti, la progressiva trasformazione di Roma in una destinazione globale del lusso sta riducendo l’offerta di asset storici acquistabili. In un contesto caratterizzato da scarsità crescente, il valore dei migliori palazzi della Capitale tende sempre più a essere determinato dalla loro irripetibilità

Asta Competitiva tra privati: trasparenza e rigore per massimizzare il valore di vendita di un immobile

Le aste tra privati, gestite da un notaio, affiancano o integrano le modalità tradizionali di vendita, offrendo maggiore trasparenza, tempi più certi e un controllo preventivo sulla documentazione.

Le aste competitive tra privati stanno aumentando sempre più di numero negli ultimi anni, grazie a strutture specializzate e ad alcune caratteristiche specifiche che rendono questo metodo molto interessante sia per chi vende che per chi compra.

Innanzitutto, per asta competitiva tra privati si intende una procedura di vendita in cui più potenziali acquirenti possono presentare offerte per lo stesso immobile, seguendo regole chiare e uguali per tutti, stabilite in anticipo e rese note prima dell’inizio della procedura. l’immobile non proviene da una procedura esecutiva o fallimentare, ma il venditore è un privato (persona fisica, società, ente) che sceglie volontariamente questo metodo. l’intera procedura è organizzata e regolata preventivamente con l’assistenza di un notaio, professionista notoriamente imparziale. In una asta competitiva tra privati, il percorso tipico è il seguente:

  • Il venditore si rivolge allo studio notarile. In questa fase si raccolgono i documenti dell’immobile (atti di provenienza, visure catastali, planimetrie, eventuali mutui o ipoteche, ecc.) e si valuta la fattibilità della procedura di asta competitiva.
  • Il notaio effettua una serie di controlli sui titoli di proprietà, su eventuali ipoteche o pendenze, sulla coerenza tra stato di fatto e dati catastali, sui profili urbanistici etc. Lo scopo è arrivare all’asta con una documentazione il più possibile chiara.
  • Il notaio e il venditore si confrontano sul regolamento di asta, che stabilisce come si presentano le offerte (per esempio: in busta chiusa, oppure con modalità telematiche), entro quale data e ora, l’eventuale cauzione, il criterio di aggiudicazione (ad esempio il prezzo più alto valido e conforme alle regole), ed anche entro quando e come dovrà essere versato il prezzo ed entro quanto tempo si procederà al rogito notarile di compravendita.

Gli acquirenti che intendono partecipare presentano la propria offerta secondo le modalità previste dal regolamento di asta (ad esempio con una busta chiusa depositata presso lo studio notarile entro un certo termine, accompagnata da una cauzione). Alla scadenza del termine, il notaio banditore procede all’apertura o alla verifica delle offerte, le confronta e individua il miglior offerente. Il tutto viene verbalizzato in modo ufficiale, dando certezza alla graduatoria e all’aggiudicazione. A quel punto l’aggiudicatario versa il prezzo concordato e si procede alla stipula dell’atto di compravendita, con tutte le garanzie previste dalla legge e con la successiva trascrizione nei registri immobiliari.

Nel contesto delle aste tra privati, il notaio è un pubblico ufficiale imparziale, cioè non è “dalla parte” del venditore o dell’acquirente, ma garantisce la regolarità dell’intera procedura e assicura che le regole siano uguali per tutti e rispettate da tutti, rassicurando chi partecipa all’asta anche per mezzo della verifica preventiva della situazione dell’immobile. Per chi vende, l’asta competitiva tra privati con notaio dà la possibilità di massimizzare il prezzo. Quando più interessati competono per lo stesso bene, in un quadro trasparente e con regole chiare, è il mercato a determinare il prezzo migliore in quel momento. Inoltre, il venditore conosce fin dall’inizio quando verranno presentate le offerte, quando avverrà l’aggiudicazione, entro quale periodo si andrà al rogito.

Infine, l’asta competitiva consente di selezionare acquirenti realmente motivati, perché spesso è richiesta una cauzione o il possesso di determinati requisiti che scoraggiano richieste poco serie. Anche per chi acquista, l’asta competitiva tra privati con notaio rappresenta uno strumento di grande trasparenza e tutela, grazie alla sicurezza che la documentazione più importante sia stata verificata prima dell’asta, sotto la responsabilità del notaio. Inoltre, anche l’acquirente affronta una procedura guidata, con minore improvvisazione e maggiore serenità rispetto a trattative informali o poco strutturate.

In definitiva, nel metodo tradizionale di compravendita immobiliare il venditore sconta una posizione di debolezza, poiché chi è interessato ad acquistare cercherà di ottenere il prezzo più basso possibile per mezzo di un “approccio al ribasso” della trattativa. Con l’asta competitiva tra privati, invece, i venditori hanno la possibilità di confrontarsi con più acquirenti qualificati che competono per l’acquisto dell’immobile, facendo sì che il prezzo salga verso il suo reale valore di mercato. In sintesi, la competizione gestita con il rispetto degli obblighi di trasparenza e con assoluto rigore diventa lo strumento per la massima valorizzazione del bene venduto.

Mercato azionario, alta volatilità e rotazioni settoriali. Titoli sempre più guidati da risultati aziendali

Il conflitto Usa-Iran e l’impatto dell’intelligenza artificiale hanno inciso molto sul mercato azionario, ma l’economia Usa ha risposto con una robusta domanda dei consumatori e risultati aziendali solidi.

di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities

Il conflitto Usa-Iran ha accentuato la reattività del mercato agli shock e ai rischi inflazionistici, ma il contesto rimane generalmente favorevole per i mercati azionari, anche se ci aspettiamo che i rendimenti siano sempre più guidati dai risultati aziendali piuttosto che dall’aumento dei multipli. In aprile, i mercati azionari globali sono rimbalzati grazie a un temporaneo cessate il fuoco tra Usa e Iran e a solidi utili societari. L’andamento dei titoli azionari ha visto una ampia dispersione dato che gli investitori hanno scrutato attentamente il potenziale effetto dirompente che l’intelligenza artificiale potrebbe portare in alcuni settori, in particolare sul software applicativo. Queste dinamiche hanno portato a significativa volatilità nei settori e rotazioni tra di essi.

Dal punto di vista macroeconomico, i dati recenti hanno indicato una stabilizzazione del mercato del lavoro USA con sia assunzioni che licenziamenti contenuti. L’economia si è dimostrata relativamente resiliente sostenuta da una robusta domanda dei consumatori e da risultati aziendali solidi. La Fed affronta ora un contesto più complesso: mentre le condizioni del mercato del lavoro si sono normalizzate, la guerra in Iran e il conseguente aumento dei prezzi dell’energia hanno accresciuto i rischi di aumento dell’inflazione, rendendo il ritmo di ulteriori allentamenti più incerto e probabilmente più prudente rispetto a quanto previsto in precedenza.

Lo scoppio della guerra con l’Iran ha aggiunto un nuovo elemento di incertezza principalmente a causa dell’aumento dei prezzi del petrolio e dei disagi nei traffici marittimi nello Stretto di Hormuz. Nonostante il recente cessate il fuoco abbia ridotto parte della pressione immediata sui mercati energetici, il conflitto ha accentuato la reattività del mercato agli shock geopolitici e ai rischi inflazionistici a breve termine. Consideriamo l’attuale contesto generalmente favorevole per i mercati azionari.

La solidità degli utili societari unitamente all’attività continua di buyback azionario, dovrebbe continuare a offrire una base di supporto alla performance del mercato nei prossimi mesi, sebbene ci aspettiamo che i rendimenti siano sempre più guidati dai risultati aziendali piuttosto che dall’aumento dei multipli. Il portafoglio del fondo sta attualmente trattando in linea con il mercato in termini valutativi. A livello settoriale, il portafoglio non ha banche, technology hardware, beni di consumo non discrezionali, farmaceutici, immobiliare, energetici e utilities. Il portafoglio è sovrappeso sui settori finanziario, industriale, chimico e beni di consumo discrezionali. Il settore tecnologico è sottopesato e quello sanitario è equamente ponderato.

Oro vs guerra e rendimenti: perché il bene rifugio per eccellenza non ha protetto nel 2026

Ci sono momenti nei mercati finanziari in cui anche le convinzioni più radicate vengono messe in discussione. Il 2026, almeno fino a questo momento, è uno di quegli anni.

di Vincenzo Lana

Per mesi abbiamo sentito ripetere la stessa frase: “con tutta questa tensione geopolitica l’oro non può che salire”. E invece, proprio durante alcune delle settimane più tese tra marzo e aprile — tra escalation in Medio Oriente, timori sull’Iran, instabilità energetica e rendimenti obbligazionari in impennata — il metallo giallo ha mostrato qualcosa che molti investitori non erano pronti a vedere: debolezza, volatilità e improvvise correzioni.

È stato quasi un paradosso finanziario: mentre aumentavano i rischi globali, l’oro, storicamente considerato il “bene rifugio per eccellenza”, in diversi momenti non ha protetto i portafogli come ci si aspettava. Anzi, in alcune sedute è stato addirittura venduto in modo aggressivo. Per capire davvero cosa sia successo bisogna però andare oltre la superficie. Non basta dire “l’oro è sceso”, bisogna capire perché gli investitori hanno preferito vendere oro proprio nel mezzo delle tensioni geopolitiche. E la risposta, come spesso accade nei mercati, non è semplice, poiché le cause sono molteplici: c’entrano i rendimenti dei Treasury americani, la liquidità, la leva finanziaria, il comportamento degli investitori istituzionali e c’entra persino il successo stesso dell’oro negli ultimi anni.

L’oro non è solo un bene rifugio. L’errore più comune che fanno molti investitori è vedere l’oro come un asset “semplice”. In realtà il metallo giallo è uno degli strumenti più complessi e psicologicamente delicati dei mercati finanziari. L’oro può essere: protezione dall’inflazione, copertura contro il rischio sistemico, alternativa alle valute fiat, strumento speculativo, hedge contro il dollaro, oppure semplice asset di momentum. Il problema è che queste funzioni non si attivano tutte contemporaneamente. Nel corso della storia ci sono stati momenti in cui l’oro saliva durante le guerre, altri in cui saliva durante i tagli dei tassi, altri ancora in cui crollava proprio nel mezzo del panico, e il 2026 ha ricordato a tutti una verità spesso dimenticata: nei momenti di stress finanziario gli investitori non comprano sempre ciò che è “sicuro”, ma ciò che offre il miglior rapporto tra rendimento, liquidità e protezione immediata.

Per capire la debolezza dell’oro tra marzo e aprile, allora, bisogna partire da ciò che era successo prima. L’oro arrivava da un rally violentissimo. A inizio 2026 aveva toccato nuovi massimi storici, sostenuto da dubbi sulla sostenibilità del debito americano, tensioni geopolitiche permanenti, acquisti delle banche centrali, aspettative di tagli Fed e timori sulla svalutazione del dollaro. Molti investitori erano fortemente esposti sul metallo giallo, non solo tramite ETC o ETF fisici, ma anche tramite futures, derivati e leva finanziaria. Ed è qui che nasce il problema: quando un asset sale troppo velocemente, smette di essere soltanto un “bene rifugio” e diventa anche una gigantesca posizione speculativa. Così, quando i mercati iniziano a cambiare direzione, la vendita non è più solo razionale, diventa meccanica.

Marzo-Aprile 2026, il paradosso dei Treasury – Durante le tensioni tra Stati Uniti e Iran, molti si aspettavano un’esplosione ulteriore dell’oro. In parte c’è stata, ma è stata rapidamente riassorbita. In diversi momenti il mercato ha preferito altro, e cioè i rendimenti obbligazionari. Il Treasury decennale americano ha continuato a offrire rendimenti elevati, con il mercato che iniziava a dubitare di tagli aggressivi della Federal Reserve. Questo è un punto fondamentale: l’oro, infatti, non paga cedole, non distribuisce interessi e non genera cash flow; per cui quando i rendimenti reali dei bond salgono, l’oro perde competitività: perché tenere un asset “fermo”, quando il Treasury americano offre rendimenti elevati e considerati relativamente sicuri? 

Ed è qui che il mercato ha iniziato a ruotare. Molti fondi hanno preso profitto sull’oro, venduto posizioni speculative, spostato capitale verso Treasury ed euro bond, e non perché l’oro fosse improvvisamente diventato inutile, ma perché in quel momento il rendimento obbligazionario appariva più attraente del semplice “parcheggio” sul metallo giallo.

Un altro elemento sottovalutato è la liquidità. Infatti, nei momenti di vera tensione gli investitori vendono spesso ciò che possono vendere facilmente, non necessariamente ciò che vorrebbero vendere. Ed è esattamente quello che è successo in varie fasi di marzo e aprile. Alcuni analisti hanno parlato apertamente di “liquidazione di posizioni speculative” e di ricerca spasmodica di liquidità, per cui l’asset-oro era perfetto: molto liquido, molto profittevole dopo mesi di rally e facilmente monetizzabile. Quindi è diventato una fonte di cassa, come nel marzo 2020, durante il panic selling del Covid, quando l’oro inizialmente scese insieme all’azionario non perché avesse perso la sua funzione storica, ma perché gli investitori avevano bisogno di liquidità immediata. La stessa dinamica si è rivista nel 2026: quando il mercato entra in modalità “margin call”, e viene venduto tutto ciò che può essere venduto.

La leva finanziaria, il dettaglio che cambia tutto – Dopo mesi di rialzo quasi verticale, moltissimi investitori erano esposti sull’oro con strumenti derivati o posizioni amplificate, e questo crea un effetto devastante, poiché basta una correzione iniziale per innescare prese di profitto, margin call, vendite automatiche e ulteriori ribassi. In questo modo, il bene rifugio si trasforma temporaneamente in un asset ad alta volatilità, che tra marzo e aprile ha rappresentato una fase di “scarico” tecnico e finanziario. Alcuni report, peraltro, hanno parlato esplicitamente di un mercato diventato “vittima del proprio successo”. 

Quando i mercati diventano altamente correlati – Esiste un fenomeno molto noto nei mercati finanziari: durante le crisi serie, la correlazione tra gli asset tende ad aumentare. In parole semplici, ciò che normalmente si muove in modo diverso improvvisamente inizia a muoversi insieme. Anche diversi studi accademici mostrano come, nei momenti di forte volatilità sistemica, i mercati tendano a sincronizzarsi. Ed è per questo che in alcune fasi scendono azioni, bond lunghi, oro, criptovalute, e persino alcune commodity. Nel breve periodo, invece, la priorità del mercato non è la protezione, bensì la riduzione del rischio e la ricerca di liquidità.

Il dollaro forte, il nemico invisibile dell’oro – Un altro elemento centrale è stato il rafforzamento del dollaro. L’oro ha una relazione storicamente inversa con il biglietto verde. Tra marzo e aprile il mercato ha iniziato a riflettere su un nuovo scenario fatto di meno tagli Fed, tassi più alti più a lungo e maggiore resilienza americana, e questo ha sostenuto il dollaro e frenato il metallo giallo.  Il cash in dollari e i treasury, in pratica, si sono sostituiti all’oro nella funzione di “bene rifugio”, come accaduto già in altri momenti storici. Nel 1980, per esempio, quando, dopo il rally esplosivo degli anni ’70 alimentato da inflazione e tensioni geopolitiche, l’oro crollò violentemente allorchè Volcker alzò i tassi, i rendimenti reali salirono e il dollaro si rafforzò, costringendo l’oro ad impiegare decenni per tornare sui massimi. Ancora, durante il panic selling iniziale del 2008 l’oro scese insieme all’azionario, perché gli investitori vendevano tutto per fare cassa, e solo successivamente, con il QE e i tassi bassissimi, iniziò il grande rally del metallo giallo. Infine, a Marzo 2020 stessa dinamica: primo shock Covid e l’oro va giù, poi le banche centrali diventano ultra espansive è l’oro va su nuovi massimi.

La lezione, quindi, è sempre la stessa: l’oro non protegge sempre immediatamente. A volte protegge nella fase successiva alla crisi, non durante il panico iniziale. Ciò fa il pari con l’errore di molti investitori moderni, che negli ultimi anni hanno iniziato a vedere l’oro come un trade veloce, quasi una tech stock difensiva. Invece, l’oro funziona meglio nel lungo periodo, nei processi di svalutazione monetaria, nei cicli di perdita di fiducia verso le valute fiat, non necessariamente nei movimenti geopolitici di breve termine, e soprattutto non è progettato per rendere ogni mese.

In definitiva, l’oro ha davvero fallito? La risposta, probabilmente, è no, poiché quello che è fallita è stata l’aspettativa irrealistica di molti investitori, convinti com’erano che l’oro dovesse salire ogni giorno di guerra, indipendentemente da tassi, dollaro, liquidità e positioning. In realtà il metallo giallo resta un asset strategico, continua a essere accumulato dalle banche centrali e mantiene una funzione di protezione monetaria di lungo periodo, ma nel breve termine può comportarsi in modo molto diverso da ciò che l’immaginario collettivo si aspetta. La vera domanda, guardando ai prossimi mesi, è forse un’altra, e cioè cosa succederà quando le tensioni si ridurranno, i rendimenti obbligazionari inizieranno a scendere, le banche centrali torneranno più accomodanti e il debasement monetario del dollaro continuerà lentamente il suo percorso.

A ben vedere, qui emerge un paradosso interessante. Infatti, se la guerra dovesse finire il rischio geopolitico diminuirebbe, ma potrebbero diminuire anche i rendimenti reali, e il dollaro potrebbe indebolirsi; e storicamente a tassi reali in calo corrispondono un dollaro più debole e liquidità abbondante, ossia condizioni molto favorevoli per l’oro. Quindi il vero interrogativo non è “perché l’oro non ha protetto durante la guerra?”, bensì “il ritorno della normalità monetaria potrebbe riaccendere il prossimo grande ciclo dell’oro?”. Perché alla fine il metallo giallo non combatte solo le guerre, combatte soprattutto la perdita di valore della moneta. E quella, forse, è una guerra che non finisce mai.

BCE e FED alla ricerca di un equilibrio difficile. Un 2026 dominato dalla prudenza

Fed e BCE stanno cercando un equilibrio estremamente difficile: da un lato devono evitare che l’inflazione torni a salire, dall’altro lato non possono ignorare il progressivo rallentamento economico.

di Francesco Megna, responsabile commerciale Hub banca ed esperto di finanza e mercati 

Le decisioni della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea di lasciare invariati i tassi di interesse rappresentano uno dei passaggi più delicati dell’attuale fase economica globale. Dopo anni segnati prima da politiche monetarie ultra espansive e successivamente dalla più aggressiva stretta monetaria degli ultimi decenni, il 2026 si sta trasformando nell’anno dell’attesa che coinvolge mercati finanziari, imprese, famiglie e sistema bancario. Sia la Fed sia la BCE, infatti, stanno cercando di capire se l’inflazione sia realmente sotto controllo oppure se esistano ancora fattori in grado di alimentare nuove tensioni sui prezzi.

Il mantenimento dei tassi invariati non deve quindi essere interpretato come un segnale di tranquillità assoluta, bensì come la conferma di una forte prudenza da parte delle banche centrali. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve continua a sorprendere per la cautela mostrata negli ultimi mesi. L’economia americana infatti continua a evidenziare una crescita superiore rispetto a quella europea grazie alla forza del mercato del lavoro, ai consumi interni e soprattutto alla spinta proveniente dagli investimenti tecnologici e dall’intelligenza artificiale. Wall Street continua a beneficiare dell’enorme flusso di capitali indirizzati verso il comparto tech e questo contribuisce a mantenere elevata la fiducia degli investitori.

Tuttavia, l’inflazione americana non può ancora considerarsi definitivamente sconfitta. I servizi continuano a registrare dinamiche di prezzo sostenute mentre il mercato del lavoro resta molto robusto. Una situazione che potrebbe mantenere elevata la pressione salariale. Inoltre il contesto geopolitico internazionale continua a rappresentare un elemento di forte incertezza soprattutto per quanto riguarda energia, logistica e materie prime. Per questo motivo la Fed preferisce mantenere i tassi fermi evitando mosse premature. Il timore principale della banca centrale americana è quello di ripetere errori storici già visti negli anni Settanta, quando un allentamento monetario anticipato provocò una nuova accelerazione inflazionistica costringendo successivamente a interventi ancora più aggressivi.

In Europa il quadro appare differente ma altrettanto complesso. La BCE si trova infatti davanti a un’economia molto più fragile rispetto a quella americana. Germania e Francia stanno mostrando una crescita debole mentre il settore manifatturiero europeo continua a soffrire per il rallentamento globale e per il costo ancora elevato del credito. Nonostante ciò Christine Lagarde mantiene una linea prudente. La BCE osserva con attenzione soprattutto l’inflazione nei servizi e l’andamento dei salari. In diversi Paesi europei infatti la crescita salariale resta sostenuta e questo rischia di rallentare ulteriormente il processo di discesa dell’inflazione verso il target del 2%. Il risultato è una situazione estremamente particolare: economie deboli ma tassi ancora elevati. Uno scenario che fino a pochi anni fa sembrava improbabile e che invece oggi rappresenta la nuova normalità per famiglie e imprese.

Le conseguenze sul sistema economico sono evidenti. Il credito continua a essere selettivo. Le banche mantengono criteri di concessione prudenti soprattutto nei confronti delle imprese più esposte finanziariamente. Le aziende con bilanci solidi riescono ancora ad accedere al credito in condizioni accettabili mentre le realtà più fragili iniziano a incontrare maggiori difficoltà. Inoltre, particolarmente delicato appare il comparto immobiliare, poichè il mantenimento di tassi elevati continua a pesare sul mercato dei mutui e molte famiglie rinviano decisioni di acquisto immobiliare. Di conseguenza, il settore delle costruzioni inizia a risentire della riduzione della domanda. Anche sul fronte corporate si osserva un rallentamento degli investimenti soprattutto nei settori più dipendenti dal finanziamento bancario.

In Italia la situazione assume caratteristiche ancora più particolari. Il sistema produttivo italiano è composto in larga parte da piccole e medie imprese fortemente legate al credito bancario. Tassi elevati per un periodo prolungato rischiano quindi di comprimere investimenti, liquidità e capacità di crescita. Non a caso negli ultimi mesi molte imprese hanno intensificato la ricerca di strumenti alternativi di finanziamento e strategie di ottimizzazione finanziaria. Anche le famiglie italiane stanno cambiando approccio, dopo anni in cui la liquidità non produceva rendimento e dopo che il ritorno di tassi elevati ha modificato le scelte di risparmio della clientela retail. Fondi monetari, titoli di Stato e obbligazioni investment grade sono tornati al centro dell’interesse degli investitori.

Il fenomeno dei BTP continua a rappresentare uno degli aspetti più interessanti del mercato italiano. Rendimenti più elevati hanno spinto numerosi risparmiatori a incrementare l’esposizione verso il debito pubblico italiano, percepito come alternativa interessante rispetto alla volatilità azionaria. Anche i conti deposito e le soluzioni obbligazionarie a breve termine stanno registrando forte attenzione da parte della clientela bancaria. Parallelamente, però, cresce anche il rischio di eccessiva prudenza. Molti investitori stanno infatti privilegiando strumenti conservativi rinunciando completamente all’esposizione azionaria: una scelta comprensibile nel breve periodo ma che potrebbe diventare penalizzante nel lungo termine soprattutto in presenza di future riduzioni dei tassi.

Su tutto, i mercati finanziari stanno vivendo una fase di continua alternanza tra entusiasmo e tensione, e ogni dato macroeconomico pubblicato negli Stati Uniti o in Europa viene interpretato come possibile indicazione sulle future mosse delle banche centrali. Un dato inflazionistico superiore alle attese provoca immediatamente volatilità, mentre segnali di rallentamento economico alimentano le aspettative di futuri tagli dei tassi. Wall Street continua a mantenersi su livelli elevati grazie soprattutto ai grandi gruppi tecnologici. Tuttavia numerosi analisti iniziano a interrogarsi sulla sostenibilità delle valutazioni raggiunte da alcune società legate all’intelligenza artificiale. Il rischio di euforia eccessiva non può essere escluso soprattutto in un contesto in cui il costo del denaro rimane ancora molto elevato.

Anche il mercato obbligazionario sta attraversando una fase nuova rispetto agli ultimi dieci anni. I rendimenti tornati interessanti hanno riportato attenzione verso asset che per lungo tempo erano stati quasi ignorati dagli investitori. Oggi molti portafogli stanno aumentando il peso della componente obbligazionaria proprio per sfruttare cedole più elevate e maggiore prevedibilità dei flussi. Dal punto di vista geopolitico il mantenimento dei tassi elevati rappresenta anche una forma di protezione preventiva contro la volatilità dei settori azionari. Le tensioni internazionali continuano infatti a influenzare energia, trasporti e materie prime. Eventuali nuovi shock potrebbero riaccendere rapidamente la pressione inflazionistica rendendo ancora più complesso il lavoro delle banche centrali.

Fed e BCE stanno quindi cercando un equilibrio estremamente difficile. Da un lato devono evitare che l’inflazione torni a salire. Dall’altro lato non possono ignorare il progressivo rallentamento economico che inizia a manifestarsi in diversi settori. Per i prossimi mesi il quadro resterà fortemente dipendente dai dati macroeconomici. Inflazione, occupazione, salari e consumi continueranno a guidare le aspettative dei mercati. Ogni dichiarazione delle banche centrali sarà analizzata nel dettaglio dagli operatori finanziari. Lo scenario più probabile appare quello di una graduale riduzione dei tassi nella seconda parte del 2026 ma con tempistiche molto più lente rispetto a quanto il mercato immaginava solo pochi mesi fa.

Francesco Megna

Le banche centrali, pertanto, vogliono evitare accelerazioni eccessive e preferiscono mantenere un approccio prudente e progressivo. Per il sistema finanziario questo significa convivere ancora per diversi mesi con un costo del denaro relativamente elevato. Una situazione che continuerà a influenzare credito, investimenti e strategie di portafoglio. La nuova fase economica sembra quindi destinata a essere caratterizzata non più dal denaro facile ma dalla selezione. Selezione nella concessione del credito, selezione negli investimenti e selezione nelle strategie aziendali. In questo contesto la capacità di gestire rischio, liquidità e diversificazione diventerà sempre più centrale tanto per le imprese quanto per i risparmiatori.

Mercato immobiliare, l’Italia si distingue in Europa per offerta e attrattività internazionale

In Italia 14 immobili in vendita ogni 1.000 abitanti, contro i soli 3 della Germania. Boom di investitori stranieri: raddoppiano le vendite a compratori internazionali (20%).

Nel 2025 nel mercato immobiliare europeo si è delineato uno scenario a due velocità: se da un lato la scarsità di offerta ha continuato a spingere i prezzi in gran parte del continente, l’Italia si è distinta come un mercato più equilibrato, capace di offrire maggiore scelta e di attrarre capitali globali. È quanto emerge dall’edizione 2025 di Housing Insider – European Real Estate Insights, il report di REMAX Europe che analizza le dinamiche dei principali mercati immobiliari europei.

L’Italia si distingue nettamente dai principali mercati europei per la disponibilità di immobili. Nel 2025, il nostro Paese ha registrato circa 850.000 immobili in vendita, pari a 14 abitazioni ogni 1.000 abitanti. Un dato in forte contrasto con la Germania, dove la carenza di offerta limita il mercato a soli 3 immobili ogni 1.000 residenti. Quest’ampia disponibilità garantisce al mercato italiano una maggiore stabilità e permette agli acquirenti di muoversi in un contesto meno competitivo rispetto al resto d’Europa, privilegiando qualità ed efficienza energetica. “In Italia, gli acquirenti stanno manifestando nuove esigenze abitative da cui deriva una crescita della domanda di immobili di alta qualità, in particolare di quelli ristrutturati e ad alta efficienza energetica”, commenta Dario Castiglia (nella foto), CEO & Founder di REMAX Italia.

Mentre l’Italia registra un aumento dei prezzi contenuto al +2,7% (con gli appartamenti al +3,4%), altri mercati europei mostrano tensioni molto più forti dovute alla scarsità dell’offerta e alla mancanza di nuove costruzioni:
– Portogallo: prezzi in aumento del 17%, con il segmento appartamenti che vola al +20%.
– Spagna: crescita del 10%, con picchi del +15% per gli appartamenti.
– Germania: segna un recupero del +4%.
– Turchia: in controtendenza con un calo del -9%, penalizzata da tassi di interesse molto elevati.

Il 2025 segna un record per l’interesse internazionale verso il patrimonio immobiliare italiano. Una casa su cinque (20%) è stata acquistata da compratori stranieri, un dato quasi raddoppiato rispetto all’11% del 2024. L’Italia compete con la Spagna (71.000 case vendute a stranieri nel primo semestre 2025) come meta privilegiata per investimenti ad alto patrimonio. In Italia, la stabilità del mercato e un contesto fiscale competitivo spingono gli investitori non solo verso le grandi città come Roma e Milano, ma sempre più verso location turistiche di prestigio.

Secondo i dati analizzati nel report REMAX, la tensione abitativa si sposta anche sul comparto locazioni. Nel 2025 i canoni sono cresciuti sensibilmente: Spagna (+9%) e Italia (+7%) guidano la classifica dei rincari, seguite da Portogallo (+6%) e Germania (+2%). La crescita più contenuta in Germania è dovuta principalmente a limiti normativi e a un mercato che ha già raggiunto i massimi livelli di accessibilità economica.

In aumento le probabilità di rialzo dei tassi da parte della BCE. Azionario Europa a sconto

L’azionario offre occasioni di acquisto sui ribassi. Sul fronte dei tassi, il mercato attribuisce una probabilità del 53% a un rialzo già nella riunione di aprile.

di Andrea Scauri, gestore del fondo azionario Lemanik High Growth

Restiamo positivi sui titoli azionari europei e prevediamo una forte ripresa degli afflussi di capitali verso le borse europee a fini di diversificazione, con un’ulteriore riduzione dello sconto dei titoli europei rispetto a quelli statunitensi. Per quanto riguarda la Bce, il mercato attribuisce una probabilità del 53% a un rialzo già nella riunione di aprile e sta scontando circa 70 punti base di aumento cumulativo dei tassi di interesse entro la fine del 2026, con il tasso di riferimento atteso intorno al 2,70%.

Nonostante le turbolenze economiche legate all’Iran, i titoli azionari dell’UE hanno registrato una riduzione sostenuta dello sconto rispetto agli Stati Uniti. Ricordiamo che lo sconto LFL (crescita a parità di perimetro) tra Europa e Stati Uniti ha superato il suo intervallo di tendenza al ribasso all’inizio di quest’anno e i precedenti casi di superamento hanno visto lo sconto ridursi auna cifra. Suggeriamo di usare questa fase di calo del mercato azionario per acquistare sui ribassi per i seguenti motivi: Trump non ha l’opinione pubblica dalla sua parte e, in secondo luogo, in prospettiva delle elezioni di medio termine non crediamo che Trump possa permettersi di arrivare a novembre con un mercato azionario in frantumi. Quindi la guerra deve finire presto.

Il mese di marzo è stato caratterizzato da un forte aumento della volatilità sui mercati finanziari, innescato dall’escalation del conflitto in Medio Oriente e dalle conseguenti tensioni sul fronte energetico. La chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz ha rappresentato un elemento di discontinuità rispetto ai precedenti shock geopolitici, introducendo il rischio – almeno teoricamente – non solo di un aumento dei prezzi dell’energia, ma anche di vincoli fisici all’offerta. I mercati azionari hanno subito una correzione significativa (Azioni globali -7,7% in USD, -5,4% in EUR), sebbene in modo ordinato. La performance dei mercati azionari europei e italiani (STOXX600 -7,1%, FTSE Italia All-Share -6,5%) è rimasta nel complesso in linea con quella dei mercati americani (S&P500 -6%, Nasdaq -6,2%) e ha leggermente sovraperformato i mercati emergenti (-9,3% in EUR).

La correzione dei mercati azionari a marzo appare coerente con episodi storici di conflitti regionali, che in genere generano ribassi nell’ordine del 5-10%, con picchi più elevati solo in presenza di shock energetici prolungati. Ai livelli attuali, una parte significativa della correzione sembra già essere scontata, specialmente nello scenario di base di una graduale de-escalation o, almeno, di un contenimento degli effetti macroeconomici più estremi. Anche i tassi d’interesse hanno rispecchiato un contesto più complesso e aspettative riviste: i rendimenti sono saliti, con il titolo decennale statunitense in rialzo di +38 pb (al 4,31%) a marzo, il Bund tedesco di +38 pb (al 3,02%) e il BTP di +65 pb (al 3,92%), con un conseguente ampliamento dello spread BTP-Bund di circa +27 pb a 90 pb.

Per quanto riguarda la Fed, la curva dei tassi sta ora scontando livelli sostanzialmente stabili rispetto a quelli attuali alla fine del 2026, a fronte di aspettative che alla fine di febbraio incorporavano circa due tagli e mezzo (-60 pb). Non prevediamo mosse imminenti da parte delle banche centrali, poiché l’impatto degli attuali aumenti dei prezzi dell’energia appare finora più contenuto rispetto al 2022, le aspettative di inflazione rimangono ancorate (swap sull’inflazione EUR/USD a 5 anni rispettivamente al 2,15% e al 2,31% dal 2,08% e dal 2,38% di inizio mese) e i segnali di effetti di secondo ordine su salari e prezzi rimangono per il momento limitati, consentendo alla Fed e alla Bce di mantenere un approccio attendista e fortemente basato sui dati.

L’oro ha subito una correzione particolarmente significativa, in calo di circa il 15% rispetto ai massimi di inizio anno e scendendo da livelli record vicini ai 5.500 dollari all’area dei 4.600 dollari. A nostro avviso, il movimento è stato determinato principalmente da dinamiche di presa di profitto e di riduzione della leva finanziaria da parte degli investitori speculativi, nonché da rendimenti reali più elevati, legati alle aspettative di un aumento dei tassi di interesse. Riteniamo che, in un contesto di predominanza fiscale e data la necessità per i governi di monetizzare il debito, l’oro continui a rappresentare una classe di attività di riferimento. 

A livello di investimenti, i nostri temi preferiti includono le energie rinnovabili e le infrastrutture, trainate dagli investimenti pianificati dal fondo tedesco per il rinnovamento energetico, digitale e infrastrutturale (Danieli Sav.), mentre siamo molto selettivi sui finanziari, con una preferenza per BPER e BMPS. Altri titoli che consideriamo interessanti sono STM e Saipem, Stellantis, in virtù delle recenti notizie molto negative relative alle svalutazioni che hanno portato il prezzo delle azioni a livelli che consideriamo un punto di ingresso molto interessante, Telecom Italia Svg, che rimane un solido caso di investimento, supportato da un panorama competitivo migliore e da una governance molto più lineare con l’ingresso di Poste Italiane.