Febbraio 21, 2024
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Politica Economica

Zest Asset Management: la recessione Usa potrebbe arrivare nel 2024?

Con un’inflazione core al 4% e un mercato del lavoro vivace, un taglio dei tassi potrebbe avere l’effetto negativo di innescare un’altra ondata di pressione inflazionistica.

“Un anno fa eravamo convinti che l’economia statunitense fosse pronta a cadere in una lieve recessione. Dodici mesi dopo, stiamo spiegando perché non è stato così. Tuttavia, la possibilità che la nostra visione sia stata ritardata piuttosto che sbagliata è reale e crediamo che i prossimi due trimestri saranno molto importanti per determinare il percorso economico che stiamo intraprendendo. Con l’eccesso di risparmio delle famiglie che tende a zero, il rischio che l’economia inizi a singhiozzare non è irrilevante”. È l’analisi di Alberto Conca, gestore di fondi Zest Asset Management Sicav e responsabile investimenti Lfg+Zest Sa.

Sebbene i tassi d’interesse siano ai massimi da vent’anni, la Cina sia afflitta da una bolla immobiliare e il suo principale partner commerciale, l’Europa, stia flirtando con la recessione e la paura del proseguimento e/o dello scoppio di nuovi conflitti armati, il 2023 per gli Stati Uniti sarà ricordato come l’anno in cui la recessione più attesa della storia non si è mai materializzata. La solidità dei consumatori statunitensi e la spesa del governo federale, che ha sostituito la crescita dei prestiti delle banche, hanno cambiato le carte in tavola. Oggi la situazione economica sembra migliorare a livello globale. La narrativa del soft landing si è rafforzata e possiamo capire perché la metà degli economisti e la stragrande maggioranza degli investitori si orienti in questo senso. L’economia sembra normalizzarsi senza precipitare, mentre i consumi delle famiglie rimangono solidi e gli eccessi del 2008 non sono presenti.

Il bilancio dei consumatori americani sembra più stabile che mai, nonostante i terribili rendimenti finanziari del 2022 e la capacità di acquisto di un’abitazione vicina ai minimi storici. È interessante notare che quest’ultima ha colpito solo marginalmente il mercato immobiliare, di solito uno dei settori che soccombe più rapidamente in previsione di una recessione imminente. Il deleveraging privato successivo alla Grande Crisi Finanziaria, sostenuto da standard di credito bancari più severi, ha determinato una minore offerta di case, che sta compensando quello che riteniamo essere un calo naturale della domanda di abitazioni. Dulcis in fundo, secondo molti la Fed è pronta a intraprendere un massiccio ciclo di tagli dei tassi di interesse (sei stimati per il 2024), garantendo il sostegno necessario all’economia per evitare una decelerazione eccessiva, scongiurando così una recessione.

soft landing sono estremamente difficili da raggiungere. Il motivo è che le autorità agiscono osservando le ultime pubblicazioni di dati, i quali però si riferiscono al passato (Pil, disoccupazione, tasso di inflazione, ecc.), di conseguenza le loro decisioni sono cronicamente in ritardo, non per colpa loro, ma semplicemente perché l’economia si evolve su base giornaliera. Vale anche la pena notare che un’economia passa sempre attraverso un soft landing prima di entrare in recessione; raramente la crescita del Pil passa da high-single digits a cifre negative. Il deterioramento richiede tempo e la crescita del Pil prima si attenua e poi cade in territorio negativo. La fase caratterizzata dalla diminuzione è quella che fa sperare in un atterraggio morbido. Se guardiamo ai casi passati di soft landing (solo tre), questi non si sono mai verificati con una curva dei rendimenti invertita. Non si tratta di magia, ma di una spiegazione piuttosto semplice: le banche prendono in prestito a breve termine e impiegano a lungo termine. Quando la curva è invertita, l’attività diventa meno redditizia (i prestiti a breve termine sono più costosi dei ricavi a lungo termine) e le banche sono meno incentivate a concedere credito alle imprese e alle famiglie, eliminando un’importante fonte di crescita. A oggi la curva è invertita e si trova in questo stato da quasi due anni. Un periodo molto lungo.

Gran parte dell’esuberanza dei mercati finanziari è riconducibile alle aspettative di un significativo taglio dei tassi nel corso del 2024. Su questo tema rimaniamo scettici. Con una base di consumatori solida, un’inflazione core al 4% e un mercato del lavoro che è ben lontano dall’essere definito debole, un taglio dei tassi potrebbe avere l’effetto negativo di innescare un’altra ondata di pressione inflazionistica. Dall’altro lato, con i tassi reali tornati in territorio positivo l’economia è soggetta a condizioni finanziarie più rigide e la Fed è ansiosa di tagliare i tassi per pianificare la fase di riduzione menzionata in precedenza. Ma non può farlo se l’economia non si deteriora ulteriormente, rischiando una recessione.

L’inversione della curva dei rendimenti ha causato una contrazione dei prestiti bancari. Ma come mai l’economia è andata bene lo stesso? Grazie al sostegno fiscale, prima direttamente alle famiglie sotto forma di helicopter money e poi sotto forma di incentivi alle imprese e alla spesa infrastrutturale, che ha più che compensato il vuoto lasciato dalle banche. Quanto può durare? Il governo degli Stati Uniti sta attualmente gestendo uno dei deficit più ampi del secondo dopoguerra, senza essere in recessione. In teoria, non ci sono limiti alla crescita del deficit e il 2024 è un anno di elezioni, quindi dubitiamo che l’amministrazione Biden voglia ridurre la spesa. Ma ci risulta difficile credere che possa crescere ancora molto. Con l’eccesso di risparmio delle famiglie che tende a zero, il rischio che l’economia inizi a singhiozzare non è irrilevante.

Dopo gli Stati Uniti, le economie dell’Europa e della Cina continuano a faticare. La Germania, motore dell’Europa, sta vacillando. La produzione industriale è in calo dall’inizio della pandemia e le condizioni monetarie rigide, l’aumento dei costi dell’energia e il rallentamento della Cina, il principale partner commerciale dell’Europa, non aiutano. Il calo della produzione tedesca è stato parzialmente compensato dai buoni risultati dei paesi orientati ai servizi come Italia, Spagna e Portogallo, che hanno beneficiato di un’ondata di spesa dopo le chiusure dovute alla pandemia. Il recente aumento dei tassi d’interesse ha colpito maggiormente gli europei, che sono più esposti al debito a tasso variabile. Tuttavia, i trilioni accumulati dai consumatori durante la pandemia sono stati spesi principalmente negli Stati Uniti, mentre continuano a crescere in Europa, nonostante l’iniziale frenesia di spesa. L’eccesso di risparmio delle famiglie europee ammonta attualmente al 14% del reddito annuo, rispetto all’11% di due anni fa, il che potrebbe limitare la portata del rallentamento economico che stiamo vivendo.

L’attività economica cinese è migliorata moderatamente negli ultimi anni, sostenuta da stimoli bassi ma incessanti, volti a stabilizzare un’economia malconcia, ma consapevoli che una significativa ri-accelerazione dell’attività potrebbe essere dannosa per una nazione indebitata. Il rallentamento della domanda esterna di beni cinesi, unito alla ripresa delle catene di approvvigionamento, ha portato l’economia cinese in uno stato di deflazione. Se da un lato ciò è negativo per la produttività e la crescita interna, dall’altro è positivo per il mondo esterno, in quanto la Cina sta esportando di fatto deflazione, aiutando le economie sviluppate nella loro battaglia contro l’aumento dei prezzi. Prevediamo che l’economia cinese rimarrà sotto pressione fino a quando i problemi legati al settore immobiliare non saranno definitivamente risolti.

Gas naturale: prezzi stabili nonostante gli eventi di geopolitica

Che impatto hanno i conflitti in Israele, gli attacchi dei ribelli Houthi e la guerra tra Russia e Ucraina sul mercato del gas in Europa e negli Stati Uniti?

di Walid Koudmani, chief market analyst di XTB

Gli eventi geopolitici in tutto il mondo, tra le altre mille preoccupazioni, stanno suscitando preoccupazioni per i prezzi del gas e ricordano il 2022, quando l’Europa non poteva più fare l’abituale affidamento sulle forniture di gas russo. Eppure, oggi l’Europa dispone di un’offerta di gas fortemente diversificata. Il conflitto tra Israele e Hamas, infatti, ha avuto un impatto minimo sugli effettivi flussi di gas a livello mondiale, ed ha invece favorito un ambiente favorevole ai militanti Houthi, che prendono di mira le navi mercantili che attraversano il Mar Rosso fino al Canale di Suez. Com’è noto, l’escalation degli attacchi ha spinto molti vettori a reindirizzare le forniture, dirottando gran parte del petrolio e del gas intorno all’Africa, aumentando significativamente i tempi e i costi di consegna. Vale la pena notare che prima del conflitto, circa l’8% di tutto il commercio di GNL utilizzava la rotta che attraversava la regione.

Per quanto riguarda il mercato statunitense, mentre il recente freddo record ha messo sotto pressione la domanda, la produzione interna di gas del paese è rimasta resiliente, contribuendo a mitigare gli aumenti di prezzo. Inoltre, le esportazioni di GNL degli Stati Uniti sono aumentate, contribuendo all’offerta globale di gas, e gli Stati Uniti attualmente forniscono circa il 50% del GNL all’Europa, e si prevede che questa quota aumenterà nella seconda metà del 2024 con l’entrata in funzione della nuova capacità di esportazione. Inoltre, l’Europa può fare affidamento sulle forniture di gas tramite gasdotti provenienti da Norvegia, Algeria e Azerbaigian, mentre il ruolo della Russia è diminuito.

Nonostante il gas GNL destinato a raggiungere l’Europa attraverso il Canale di Suez venga dirottato con costi maggiori e con tempi di consegna più lunghi, l’Europa dispone di riserve di gas sufficienti per soddisfare il fabbisogno attuale e quello del prossimo inverno. I più, l’autunno mite e l’inizio dell’inverno in Europa hanno reso evidenti gli effetti del cambiamento climatico, viste le temperature moderate fino a tutto Dicembre 2023. Tuttavia, l’Europa ha adottato misure per diversificare le proprie forniture di gas e ha iniziato ad accumulare riserve. Attualmente, gli impianti di stoccaggio in Europa sono pieni al 72%, rispetto a una media quinquennale del 62%, e si prevede che i livelli di stoccaggio supereranno il 50% alla fine del periodo invernale più freddo, garantendo una copertura parziale già per il prossimo inverno.

Questo scenario si riflette nella curva dei prezzi forward del mercato del gas. Si prevede che il prezzo del gas TTF per la consegna ai porti olandesi rimarrà relativamente stabile fino all’inizio dell’autunno 2024, con prezzi leggermente più alti per il periodo invernale del prossimo anno. Sebbene i prezzi del gas rimangano leggermente elevati rispetto ai livelli pre-pandemia, non vi sono indicazioni che torneranno ai livelli esorbitanti di 100, 200 o addirittura 300 euro per MWh osservati durante il culmine della pandemia, la guerra in Ucraina e la crescita del tasso d’inflazione.

Naturalmente, nel caso di un inverno rigido e prolungato o di una riduzione delle importazioni di gas dagli Stati Uniti, i prezzi del gas potrebbero aumentare in Europa, ma le proiezioni del mercato globale del gas suggeriscono che il mercato rimarrà complessivamente equilibrato. Anche negli Stati Uniti, infatti, il surplus di offerta del mercato del gas è attualmente significativo, con le scorte di gas superiori di circa il 10% rispetto alla media quinquennale e del 13% in più rispetto a un anno fa. Si prevede che le scorte raggiungeranno il 20-25% al di sopra della media storica entro la fine della stagione di riscaldamento, creando potenzialmente il più grande surplus di offerta della storia.

Nonostante questo surplus, i prezzi spot del gas negli Stati Uniti possono variare in modo significativo a seconda dei modelli stagionali della domanda. I periodi di congelamento possono far salire i prezzi spot di diverse centinaia di punti percentuali nelle regioni chiave del riscaldamento, anche se i prezzi futures rimangono relativamente stabili. Si prevede che l’attuale sovrapproduzione rispetto alla domanda manterrà bassi i prezzi complessivi del gas negli Stati Uniti. Ridurre la produzione non è conveniente, poiché riavviarla può essere costoso. Pertanto, è più economico estrarre e immagazzinare il gas per potenziali future interruzioni della fornitura, il che porta a spingere i prezzi attuali ancora più in basso. Nel complesso, quindi, anche se le tensioni geopolitiche potrebbero rappresentare delle sfide, il mercato globale del gas sembra essere resiliente e ben fornito. Gli Stati Uniti, con le loro vaste riserve di gas e la crescente capacità di esportazione, sono ben posizionati per svolgere un ruolo stabilizzatore nel mercato, anche se la domanda globale aumenta.

Quale sarà il futuro dei prezzi in Europa e negli Stati Uniti? Mentre il panorama geopolitico continua ad evolversi, si prevede che la tendenza generale dei prezzi del gas in Europa e negli Stati Uniti rimarrà al ribasso. È probabile che la disparità tra i prezzi del gas negli Stati Uniti e in Europa si riduca leggermente man mano che la nuova capacità di esportazione negli Stati Uniti entrerà in funzione, aumentando l’offerta verso l’Europa e l’Asia. Attualmente, i prezzi del gas naturale in Europa si aggirano al di sotto dei 30 €/MWh, e si prevede che rimarranno stabili fino all’inizio dell’autunno. Mentre il mercato prevede un leggero aumento per il periodo invernale intorno ai 35 €/MWh, l’afflusso di gas dagli Stati Uniti nella seconda metà dell’anno potrebbe spingere i prezzi ancora più in basso, potenzialmente sotto i 20 €/MWh. Tuttavia, il protrarsi delle tensioni geopolitiche potrebbe interrompere questa traiettoria.

ETHENEA: in Europa l’inflazione non raggiungerà l’obiettivo del 2% nel 2024

La Fed probabilmente ha scelto di combattere la recessione piuttosto che l’inflazione. Il ristagno economico in Europa riduce i margini di manovra della Bce.

“Nella seconda metà del 2023 l’inflazione è scesa rapidamente, ma è decisamente troppo presto per puntare su una disinflazione senza intoppi verso l’obiettivo del 2% fissato dalle banche centrali. Sebbene non vi siano più shock di approvvigionamento legati alla pandemia, le tensioni geopolitiche, il protezionismo e le misure fiscali in corso continuano a esercitare una pressione inflazionistica“. È l’analisi di Michael Blümke, portfolio manager di ETHENEA Independent Investors.

Anche se i dati più recenti dagli Stati Uniti indicano una crescita più debole e un calo dell’inflazione per via della politica monetaria restrittiva, non vi sono segnali di un’imminente recessione. La tendenza disinflazionistica è proseguita: l’inflazione complessiva è scesa al 3,1%, grazie al calo dei prezzi dell’energia, ma l’inflazione di fondo è rimasta al 4%, a causa della continua pressione sui prezzi nei settori dei servizi e degli affitti. Il rallentamento dell’inflazione è uno sviluppo positivo, ma riteniamo improbabile un rapido ritorno all’obiettivo del 2%, alla luce della solidità del mercato del lavoro, della resistenza dei consumatori e della politica fiscale espansiva dovuta all’anno elettorale. A dicembre, la Fed ha lasciato invariata la sua politica monetaria, ma ha sorpreso i mercati con toni accomodanti e ha persino annunciato di aver iniziato a discutere di tagli dei tassi. In vista delle prossime elezioni presidenziali statunitensi, sospettiamo che, nel valutare se combattere l’inflazione o evitare una recessione, i banchieri centrali abbiano scelto la seconda opzione. Con le attuali proiezioni di crescita e i tre tagli dei tassi previsti, a fronte dei sei attesi dal mercato nel 2024, l’inflazione non raggiungerà sicuramente il 2%.

La crescita dell’Eurozona è rimasta deludente nel quarto trimestre 2023, nonostante un leggero miglioramento a novembre. A dicembre, l’attività economica del settore privato si è contratta per il settimo mese consecutivo, facendo aumentare il rischio di una recessione tecnica nella seconda metà dell’anno. La debolezza della domanda globale si ripercuote sull’intera Eurozona e la produzione industriale è scesa ai minimi dal 2020. Più che un crollo economico, i dati segnalano un ristagno dell’economia. La crescita continuerà a rallentare e rimarrà debole anche nella prima metà del 2024. A novembre, la pressione sui prezzi è scesa al 2,4% su base annua, ma nel settore dei servizi è rimasta elevata, al 4%. L’inflazione di fondo è passata dal 4,2% al 3,6% su base annua. Dato che questo valore è ancora nettamente superiore all’obiettivo e che gli indici PMI continuano a segnalare un aumento della pressione sui costi e della crescita dei salari nell’intera Eurozona, il processo di disinflazione può dirsi tutt’altro che concluso.

Il ciclo di rialzo dei tassi della Bce è terminato. Tuttavia, la Presidente dell’istituto ha sottolineato che, a differenza della Fed, la Bce non è ancora pronta a discutere di tagli dei tassi. Anche in questo caso, il mercato è molto più ottimista riguardo ai futuri tagli dei tassi, scontandone fino a sei. Per le autorità europee la posta in gioco è alta: abbassare i tassi troppo presto in un contesto di inflazione persistente e stimoli fiscali costanti sarebbe un errore, mentre mantenere la politica restrittiva troppo a lungo potrebbe causare una recessione economica ancora più grave. Di fatto, la fase finale del percorso verso l’obiettivo del 2% d’inflazione sarà la più complessa e potrebbe richiedere ulteriori sofferenze economiche.

la ripresa dell’economia cinese è proseguita a un ritmo moderato nel quarto trimestre, trainata dai consumi interni. L’economia si trova ancora in un contesto deflazionistico: sia l’inflazione complessiva che i prezzi alla produzione sono negativi su base annua (-0,5% e -3%). Nell’ultimo trimestre, la situazione del credito è migliorata grazie alle ampie misure governative volte a stimolare la crescita del credito. Nell’ultima riunione dell’anno, in dicembre, il Politburo si è impegnato a promuovere la ripresa economica. La politica fiscale sarà senz’altro lo strumento principale per farlo nel 2024, ma non vi sono segnali di ampi stimoli fiscali, bensì di ulteriori misure mirate. La politica monetaria fornirà un sostegno flessibile ed efficace, ma cauto. Naturalmente, le prospettive della Cina sono un po’ più favorevoli rispetto agli ultimi mesi, ma la ripresa rimarrà graduale e il settore immobiliare continuerà ad avere problemi e a offuscare le prospettive economiche anche nel 2024.

Disuguaglianza economica e accesso alla consulenza: in Italia ancora troppi i risparmiatori esclusi

La disuguaglianza economica colpisce le varie fasce di popolazione anche in termini di accesso alle informazioni e alla consulenza finanziaria di qualità, impedendo l’accesso ad un mercato immenso.

Di Alessio Cardinale

In Italia, dal 2017 in poi la c.d. ricchezza netta mediana è rimasta sostanzialmente stabile, mentre l’indice del grado di disuguaglianza della distribuzione di ricchezza è leggermente sceso. Oggi, il 5% delle famiglie italiane più ricche possiede circa il 46% della ricchezza netta totale, con i principali indici di disuguaglianza rimasti sostanzialmente stabili tra il 2017 e il 2022, dopo un aumento tra il 2010 e il 2016. E’ quanto ha fatto sapere recentemente la Banca d’Italia con le nuove statistiche trimestrali sulla ricchezza delle famiglie italiane.

Spostando l’analisi a livello europeo, la Banca centrale europea (“statistiche sperimentali sui conti distributivi della ricchezza delle famiglie“) rileva che la disuguaglianza economica nella zona euro è diminuita negli ultimi cinque anni, sorprendendo alcune previsioni, ma solo grazie all’effetto “contabile” del boom dei prezzi degli immobili, di cui un’ampia fetta della classe media ha potuto beneficiare. Tuttavia, si tratta di una “vittoria di Pirro”, poiché per un decennio i tassi d’interesse ultra-bassi hanno favorito soprattutto le persone facoltose con un ampio patrimonio finanziario, ma hanno alimentato un boom che ha reso gli immobili, compresi gli affitti, inaccessibili per le famiglie più povere.

Adesso, la recente tendenza al calo dei prezzi delle abitazioni potrebbe riservare alle classi di risparmiatori meno abbienti una nuova discesa – sempre “contabile”, ma tant’è – della ricchezza immobiliare pro capite, dato che i tassi della Bce si trovano ora ai massimi storici e i prezzi degli immobili sono in discesa in molti Paesi della zona euro, Italia compresa. Infatti, a livello distributivo per fasce di ricchezza, lo studio di Banca d’Italia rivela che le famiglie italiane meno abbienti detengono principalmente abitazioni e depositi, mentre quelle più ricche diversificano maggiormente, detenendo anche quote significative di azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione e di altri strumenti finanziari complessi. Anche la distribuzione del patrimonio immobiliare privato, che rappresenta la metà della ricchezza degli italiani, varia fortemente in base alla ricchezza. In particolare, le abitazioni raggiungono i tre quarti della ricchezza per le famiglie sotto la mediana (ovvero il 50% più povero), si attestano poco sotto il 70% per quelle della classe centrale mentre scendono a poco più di un terzo per quelle appartenenti alla classe più ricca.

Per le famiglie più povere, i depositi sono l’unica componente rilevante di ricchezza finanziaria (17%), avente funzione di riserva senza una reale destinazione di spesa (il “non si sa mai”) e con obiettivi molto sfumati, la cui realizzazione dipende fortemente dalle dinamiche occupazionali del nucleo familiare e dal reddito familiare. Nel portafoglio delle famiglie più ricche, invece, quasi un terzo è rappresentato da azioni, partecipazioni e attività reali destinate alla produzione, e un quinto da fondi comuni di investimento e polizze assicurative; tutti strumenti acquisiti e alimentati nel tempo grazie ad una programmazione più attenta degli obiettivi di spesa e al supporto di consulenti finanziari e/o patrimoniali.

La disuguaglianza economica, pertanto, colpisce le classi di popolazione con minori mezzi finanziari anche in termini di accesso alle informazioni e alla consulenza finanziaria di qualità, che il sistema finanziario italiano rende ancora poco attrattiva per le reti, impegnate come sono a dedicare strumenti e servizi per la clientela maggiormente patrimonializzata – che assicura ritorni aziendali significativi – e a non prestare attenzione alle classi di reddito più basse e con minore ricchezza finanziaria pro capite. Eppure, la soluzione è a portata di mano, ed è quella del contratto di consulenza “pura” – senza cioè la contestuale raccolta di fondi, che possono anche rimanere in altra banca – aperto a tutte le reti esistenti nel sistema italiano, sia autonome che non autonome. Questo servizio, infatti, aprirebbe un mercato immenso che, pur essendo caratterizzato da un target di clientela numeroso e ritorni pro capite piuttosto modesti (commissioni di consulenza una tantum o pagamenti annuali sotto forma di abbonamento ad un servizio qualificato), spianerebbe la strada della qualità anche per i risparmiatori più modesti, soprattutto in termini di Educazione e Cultura finanziaria. In più, consentirebbe l’apertura di un “laboratorio di esperienza” per i giovanissimi che volessero avvicinarsi alla professione di consulente finanziario, oggi chiusa ai più per via degli altissimi costi e tempi che la formazione ex novo di giovani consulenti comporta per le reti (mediamente cinque anni di tempo e investimenti per 70-100.000 euro per ogni risorsa).

Impatto della crisi nel Mar Rosso sugli investimenti globali: analisi e prospettive

L’instabilità politica e sociale in aumento nella regione del Mar Rosso è una incognita per gli investimenti e richiede una revisione attenta delle strategie di gestione del rischio.

Di Valerio Giunta*

La crisi attuale nel Mar Rosso, scaturita dal conflitto a Gaza, presenta gravi rischi per gli investimenti globali. Gli attacchi degli Houthi contro navi mercantili, etichettati dagli Stati Uniti e alleati come “illegali e destabilizzanti”, hanno già causato deviazioni nelle rotte commerciali e innescato un potenziale aumento dei prezzi delle materie prime.

Le conseguenze di questo nuovo focolaio di crisi si stanno già manifestando in Europa. Infatti, il vicino stretto di Suez, che sbocca a sud nella zona di guerra – che è un altro stretto, sia pur naturale – vale il 12% del commercio mondiale per transito di merci, e il 30% se prendiamo in considerazione il traffico internazionale di merci tramite container. Inoltre, da Suez passa il 14,6% dell’import mondiale di prodotti cerealicoli ed il 14,5% dei fertilizzanti usati in Agricoltura. Tesla ha annunciato che dovrà sospendere per due settimane la maggior parte della produzione in territorio tedesco per via della carenza di componenti causata dagli allungamenti delle rotte, poichè molte compagnie di trasporto hanno deciso di circumnavigare l’Africa pur di non incappare negli attacchi degli Houthi.

Nella prima settimana di gennaio 2024, gli Stati Uniti hanno emesso un avvertimento agli Houthi, minacciando conseguenze in caso di persistenza degli attacchi. In risposta, gli Houthi hanno dichiarato la continuità degli attacchi finché non saranno forniti aiuti a Gaza. Le conseguenze potenziali di un simile atteggiamento potrebbero costituire, nel loro insieme, una escalation della crisi nel Mar Rosso, con impatti rilevanti sull’economia e quindi anche sui mercati finanziari europei e, successivamente, su quelli globali. Infatti, la chiusura potenziale delle rotte commerciali nel Mar Rosso comprometterebbe le catene di approvvigionamento tra Europa e oriente e medio oriente, portando a ritardi e aumenti dei costi, con conseguenze importanti per le aziende coinvolte.

Naturalmente, il sostegno iraniano agli Houthi amplifica le tensioni regionali, e innesca un conflitto più ampio tra Iran e il blocco Stati Uniti/Regno Unito, con impatti negativi sui portafogli degli investitori nei mercati coinvolti (Europa , Cina, India e sud est asiatico). Di contro l’economia europea, fortemente dipendente dalle importazioni attraverso il Mar Rosso, è esposta a rischi significativi per via dell’aumento nei prezzi del petrolio, del gas naturale e di tutti i prodotti di scambio con effetti sull’inflazione e sulla crescita economica europea, influenzando le strategie di investimento di qualunque gestore di fondi comuni e sicav.

Vista dall’esterno, l’instabilità geopolitica crescente può minare la fiducia degli investitori, che potrebbero mantenere l’attuale rallentamento nei consumi danneggiando gli investimenti e la redditività delle aziende con esposizione regionale. L’instabilità politica e sociale in aumento nella regione del Mar Rosso è una incognita significativa per gli investimenti, richiedendo una revisione attenta delle strategie di gestione del rischio. Infatti, relativamente all’andamento di azioni e obbligazioni, i loro prezzi sono già in ribasso dall’inizio dell’anno, dopo i due mesi di novembre e dicembre molto soddisfacenti. Ma è un errore ritenere che si possa trattare di fisiologiche “prese di beneficio”, poiché la profondità del crollo dei mercati nel 2022-2023 è stata tale da non poter ipotizzare un simile atteggiamento così privo di entusiasmo se non con l’arrivo di una ulteriore – la terza, dopo Russia e e Israele/Gaza – questione di politica internazionale. La motivazione del calo di inizio d’anno, pertanto, va ricercata senza dubbio nelle nuove tensioni geopolitiche, ed anche i premi sul rischio sono in aumento, generando preoccupazioni tra gli investitori e potenziali perdite di valore patrimoniale.

Viene da chiedersi perchè l’Europa stia alla finestra di fronte a questo nuovo conflitto in Medio Oriente, ma è forte il sospetto che nulla può contro gli enormi interessi mossi dagli Stati Uniti attraverso le campagne di guerra, durante le quali gli americani realizzano, sulle spalle dell’Europa, altrettanti profitti e, soprattutto, una evidente posizione di dominio internazionale ed economico. 

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

IA vs posti di lavoro: le rivoluzioni industriali sempre a braccetto con una lunga povertà

In molti temono che l’Intelligenza Artificiale possa cancellare la propria posizione lavorativa. Ecco i numeri su cosa potrebbe accadere davvero. Le “visioni” di Bill Gates non sono altro che un pessimo presagio.

di Alessio Cardinale

Nei secoli, la scoperta di nuove tecnologie ha determinato l’evoluzione dell’essere umano e plasmato le sue capacità di adattamento. Così è stato fin dalla Preistoria, e cioè quando il nomadismo alimentare dei Neandhertal è stato sostituito dai progressi nelle tecniche agricole dei Sapiens stanziali, e così è stato nei millenni successivi, soprattutto attraverso le diverse fasi della rivoluzione industriale che, attraverso la Rivoluzione Digitale, ci hanno portato ai giorni nostri.

C’è da dire, però, che durante queste rivoluzioni si è sempre verificata una profonda trasformazione delle condizioni economiche delle famiglie e di distribuzione delle aree popolate, dalle campagne alle città, che ha sempre determinato un aumento della povertà assoluta e, nelle primissime fasi della Rivoluzione Industriale (ultimi decenni del ‘700 e quasi tutto l’’800) condizioni disumane dei lavoratori, ancora non supportati dalle organizzazioni sindacali di categoria. Nonostante queste caratteristiche comuni in ogni fase storica dello sviluppo economico, il livello di sostituzione del lavoratore con le macchine ha sempre previsto a capo dei processi di produzione il fattore umano, dovendosi delegare alla macchina solo le funzioni per cui era stata progettata e periodicamente aggiornata. Con l’avvento della Intelligenza Artificiale, anche una buona parte della guida umana nelle scelte di funzionamento delle macchine verrà delegata …. ad un’altra macchina, e questo ha cominciato a preoccupare il mondo del lavoro.

Infatti, un report pubblicato di recente da Goldman Sachs ha stimato che l’avvento dell’Intelligenza Artificiale porterà all’eliminazione di 300 milioni di posti di lavoro nel mondo entro soli 5-7 anni. L’anno scorso, un’indagine a livello globale condotta da PwC aveva dimostrato che quasi un terzo degli intervistati era preoccupato di venire sostituito dall’IA entro 3 anni. E ancora, secondo uno studio CBNC sui lavoratori statunitensi il 24% di loro pensa che queste nuove tecnologie potrebbero far diventare il loro ruolo obsoleto, soprattutto tra i più giovani. Trasformando le percentuali in numeri assoluti, circa 1 miliardo di persone sono oggi preoccupate dall’avvento dell’Intelligenza Artificiale, e questa percentuale di “AI anxiety” coinvolge il 30% degli occupati con uno stipendio al di sotto dei 50.000 dollari annui e il 16% dei professionisti con stipendio superiore ai 150 mila dollari.

In Italia, secondo Confartigianato esiste il rischio di veder scomparire 8,4 milioni di posti di lavoro, con il 36,2% degli italiani che sarà coinvolto direttamente nell’attuale processo di automazione. In Europa, tale soglia sale fino al 43% in Germania, al 48% in Svezia, al 48,8% in Belgio e al 59,4% in Lussemburgo, con una media europea del 39,5%. Nel frattempo, con un tempismo alquanto singolare, mentre si dibatteva sui danni che l’IA causerà all’occupazione e al benessere di molte famiglie, Bill Gates lanciava le sue “visioni” sul mondo che verrà, dove “grazie” all’IA sarà possibile lavorare 3 ore al giorno perché le macchine produrranno cibo al posto degli uomini. Gates tuttavia non specifica come e in quanto tempo il sistema economico mondiale potrà adattarsi a tutto questo, senza poter evitare una “fase intermedia di assestamento” in cui i redditi saranno più bassi e insufficienti ad acquistare il cibo verrà in parte ancora prodotto e venduto ai costi attuali, la disoccupazione diventerà insostenibile, l’eccessivo livello di industrializzazione preesistente e le ridotte dimensioni del settore agricolo produrranno carestie in larghe zone del mondo e la povertà sarà ai massimi livelli.

Pertanto questa visione in cui, in un futuro prossimo – tra 50, 100 o 200 anni? Bill Gates non lo dice – gli esseri umani potrebbero non essere più costretti a impegnarsi intensamente nel lavoro quotidiano, poiché le macchine saranno in grado di produrre cibo e soddisfare molte altre esigenze, è una pessima notizia per noi “boomers” e, soprattutto, per la Generazione Z, che sbatterà in pieno il muso con questa nuova realtà economica e ci si dovrà adattare a caro prezzo. Di conseguenza, la Società Mondiale e le organizzazioni internazionali che la rappresentano (ONU, FAO, FMI etc) dovranno fare in modo che questa transizione sia la meno dolorosa possibile, e questo non potrà che avvenire rallentando il livello di disruption che l’IA porta con sé, come una valanga inarrestabile, e che potrebbe cancellare la maggior parte delle attività lavorative, così come le vediamo oggi, nel giro di soli 10 anni.

Il Regno Unito può salvarsi dalla recessione?

Subito dopo il Capodanno, l’attenzione nella City di Londra si sta spostando verso le prospettive per il 2024. Ripresa economica più rapida rispetto ai paesi UE, su gli affitti medi e in calo i prezzi delle case.

di Walid Koudmani, Chief Market Analyst XTB

Le domande sul ritmo dei tagli dei tassi di interesse, sulla possibilità che il Regno Unito eviti una recessione, sui tempi delle elezioni generali, e sul potenziale vincitore sono sempre più al centro dell’attenzione. PwC identifica diverse ragioni di ottimismo – tra cui un miglioramento delle condizioni delle famiglie – dal momento che il salario minimo dovrebbe aumentare di quasi il 10% in primavera. Le previsioni suggeriscono un calo dell’inflazione più rapido del previsto, vicino all’obiettivo del 2%, contribuendo a un cambiamento positivo nella fiducia dei consumatori.

Nonostante una crescita modesta, si prevede che il Regno Unito mostrerà una ripresa più rapida rispetto al periodo pre-pandemia in confronto a Germania, Francia o Giappone. Il Regno Unito sarà la quarta economia del G7 con le migliori prestazioni rispetto ai livelli pre-pandemia, con un PIL reale previsto in media più alto di circa il 2,7% nel 2024 rispetto ai livelli del 2019. Tuttavia, le sfide persistono: i prezzi al consumo, nonostante un prevedibile calo dell’inflazione, rimarranno circa un quarto più alti rispetto all’inizio del 2021. Gli affitti medi di Londra continueranno a salire, raggiungendo oltre £ 2.000 al mese entro la fine del 2024, circa tre volte superiore alla media del Nord-Est, e anche il resto del Regno Unito assisterà a un continuo trend rialzista degli affitti, con un aumento medio di oltre il 5% nel 2024. Inoltre, si prevede un notevole aumento delle insolvenze aziendali, con circa 30.000 aziende che dovranno affrontare sfide dovute agli alti tassi di interesse e all’aumento dei costi e che probabilmente saranno avvertite maggiormente dalle imprese più piccole, in particolare in settori come hotel e ristorazione, produzione, trasporto e magazzinaggio.

Tutto ciò potrebbe causare problemi significativi, se dovesse portare ad un aumento della disoccupazione proprio mentre la Banca d’Inghilterra sta iniziando a modificare la propria politica. A preoccupare è anche il settore immobiliare. Infatti, mentre entro la fine del 2024 è previsto un potenziale calo dei tassi di interesse al 4%, le spese dei mutui rimangono considerevolmente elevate rispetto agli ultimi anni, a seguito della decisione della Banca d’Inghilterra di aumentare i tassi di interesse al 5,25% nel tentativo di combattere l’inflazione persistente. Mentre i prezzi delle case nel Regno Unito hanno mostrato una crescita per il terzo mese consecutivo a dicembre, attribuita alla scarsità di immobili disponibili sul mercato, i proprietari di case sono alle prese con un aumento di 19 miliardi di sterline dei costi dei mutui a causa della scadenza di numerosi accordi a tasso fisso, costringendo i mutuatari a rinegoziare i loro mutui immobiliari durante la serie di aumenti dei tassi di interesse più notevoli degli ultimi decenni.

Con i tassi che mostrano segnali di allentamento, esiste il potenziale per un miglioramento della fiducia degli acquirenti nei prossimi mesi. Tuttavia, la crescita osservata è probabilmente spinta da un’offerta immobiliare limitata piuttosto che da una forte domanda da parte degli acquirenti. Quest’anno potremmo assistere ad un calo dei prezzi compreso tra il 2% e il 4%, poiché molti continuano a fare i conti con i costi ipotecari considerevolmente elevati derivanti dagli aumenti dei tassi della Banca d’Inghilterra. La domanda chiave sembra essere quando la banca centrale avvierà i tagli dei tassi, con i mercati finanziari che ipotizzano che la prima riduzione potrebbe avvenire entro maggio, mentre si prevede che il ritmo della riduzione dei tassi durante tutto l’anno sarà graduale, influenzato dall’andamento dei prezzi al dettaglio, che non stanno aumentando al ritmo rapido osservato in precedenza.

È chiaro che la situazione rimane piuttosto volatile e le aspettative sono contrastanti, ma con eventuali sviluppi importanti potremmo vedere un effetto diffuso non solo sul mercato immobiliare, ma sull’economia nel suo complesso.

I BRICS e la “de-dollarizzazione” degli scambi internazionali: opportunità per l’Economia Globale?

L’Iran sollecita i BRICS a creare una nuova valuta comune che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Di Valerio Giunta*

Quello dei c.d. BRICS è un raggruppamento delle economie mondiali emergenti formato inizialmente dai Paesi le cui iniziali a suo tempo formavano l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) con l’aggiunta del Sudafrica nel 2010. L’ingresso di cinque nuovi membri – Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha portato i BRICS a comprendere ora 10 paesi, con una popolazione di circa 3,5 miliardi di persone, pari al 45% della popolazione mondiale, e un PIL che rappresenta circa un terzo dell’economia globale. Non c’è, invece, l’Argentina, che era stata invitata a unirsi ai BRICS in estate, ma venerdì 29 dicembre 2023 il presidente Javier Milei ha inviato una lettera ai membri del gruppo definendo “non opportuno” l’ingresso dell’Argentina. 

In ogni caso, questa espansione costituisce una sfida rilevante per gli Stati Uniti e le economie occidentali, a lungo dominanti nell’arena economica mondiale. Infatti, adesso i BRICS rappresentano anche la più seria alternativa al G7, di cui la Russia non fa più parte dopo l’annessione della Crimea del 2014, ed emergono come un’alternativa al modello statunitense, privilegiando la cooperazione e la solidarietà tra paesi emergenti: sono accomunati dal piano di una agenda politica che vuole essere un’alternativa anti-occidentale e che guarda verso il Global South. Le aree di cooperazione vanno dalla politica alla sicurezza, dalla cooperazione economica a quella finanziaria, fino a quella culturale; tanto più che il piano di espansione prevede l’adesione di almeno altri venti paesi, il cui obiettivo è quello di “de-dollarizzare” gli scambi commerciali. Infatti, il nuovo membro dei BRICS, l’Iran, sta sollecitando l’alleanza a creare una nuova “valuta comune” che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Dietro le motivazioni di carattere economico, tuttavia, si celano quelle di natura politico/internazionale. Infatti, l’obiettivo di Iran e Russia è quello di liberarsi dalle catene di sanzioni statunitensi riducendo l’egemonia del dollaro, e una nuova valuta certamente aiuterebbe non poco a ridurre gli effetti delle sanzioni. Su tutto, spicca l’insofferenza per il fatto che le nazioni occidentali hanno il controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, che con i loro prestiti sono i maggiori creatori di debito estero per le nazioni in cui intervengono.

I BRICS, pertanto, si propongono di avere la rappresentanza delle economie emergenti, e del continente africano in particolare. Per farlo, nel 2014 i paesi BRICS hanno fondato la New Development Bank (NDB), che ha lo scopo di prestare denaro per sostenere la crescita dei paesi aderenti e/o emergenti, e alla fine del 2022 la banca aveva prestato quasi 32 miliardi di dollari per nuove strade, ponti, ferrovie e progetti di approvvigionamento idrico. Questo è uno degli obiettivi primari della Cina tra i BRICS, attraverso i quali sta cercando di accrescere il suo potere e la sua influenza, soprattutto in Africa.

Per gli investitori, l’allargamento dei BRICS comporta sia rischi che opportunità. La crescente competitività economica dei paesi BRICS presenta rischi quali la concorrenza pressante in vari settori, valute volatili e possibili barriere commerciali. D’altra parte, l’espansione dei mercati emergenti offre opportunità di diversificazione nei portafogli degli investitori, dalle infrastrutture in Cina (strade, ferrovie e porti) alle risorse naturali (Petrolio, gas naturale e metalli) fino alla Ricerca e Sviluppo, nei quali i governi e le imprese BRICS investono molto. I titoli delle aziende – governative e private – che investono in questi settori promettono rendimenti elevati, ma bisogna avere consapevolezza dei rischi legati alla volatilità delle valute e alle potenziali barriere commerciali associate a tali investimenti. Pertanto, la diversificazione e la valutazione ponderata dei rischi sono fondamentali per un approccio prudente agli investimenti nei BRICS.

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Blümke, ETHENEA: la Bce sarà la prima a tagliare i tassi nel 2024

La crescita dei salari non scoraggia la BCE, mentre la FED sembra frenata dalle elezioni presidenziali. La Cina non sarà più la locomotiva della ripresa globale.

Di Michael Blümke, Portfolio manager di ETHENEA

Con il calo dell’inflazione, il ciclo di rialzo dei tassi della BCE è di fatto giunto al termine, ma, vista la crescita sostenuta dei salari e gli incentivi fiscali, sarebbe necessario proseguire con la politica restrittiva. Tuttavia, dubitiamo che la banca centrale sia sufficientemente paziente e perseverante per farlo. Al contrario, riteniamo che taglierà i tassi prima della FED, per non penalizzare l’economia.

I dati economici dell’Eurozona indicano una crescita debole per il quarto trimestre 2023, mentre gli indicatori anticipatori PMI (Purchasing Managers’ Index) rimangono in territorio negativo per il sesto mese consecutivo: più che un crollo, i dati economici segnalano un ristagno dell’economia. Il mercato del lavoro appare solido, ma la crescita dell’occupazione rallenta notevolmente. Dal momento che vengono creati sempre meno posti di lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 6,5%. Sebbene vi siano i primi segnali di miglioramento nel settore manifatturiero e la fiducia dei consumatori si stia stabilizzando su un livello molto basso, le vendite al dettaglio continuano a scendere. In questo clima poco favorevole alla crescita e in assenza di una tendenza chiara, nei prossimi mesi l’autorità monetaria europea sarà messa alla prova: abbassare i tassi d’interesse troppo presto sarebbe controproducente, in un contesto di inflazione persistente e stimoli fiscali costanti. Mentre, d’altro canto, mantenere una politica restrittiva troppo a lungo potrebbe aggravare la recessione. Con il calo dell’inflazione al 2,4%, e al 3,6% per l’inflazione di fondo, possiamo ritenere che il ciclo di rialzo dei tassi della BCE sia di fatto giunto al termine. Tuttavia la banca centrale non vorrà penalizzare l’economia e quindi potrebbe essere la prima a tagliare i tassi nel 2024.

Se poi guardiamo agli Stati Uniti, non dobbiamo aspettarci un eccessivo dinamismo da parte della FED, visto l’approssimarsi delle elezioni presidenziali e in assenza di una recessione. Dopo un’espansione insostenibile di quasi il 5% annualizzato nel terzo trimestre, negli ultimi tre mesi dell’anno l’economia statunitense ha perso slancio, con una crescita del Pil prevista del 2%. Resta comunque improbabile una recessione nel prossimo futuro. Innanzitutto, l’imminente anno di elezioni garantirà che la politica fiscale rimanga espansiva, nonostante il disavanzo di bilancio record. In secondo luogo, i dati sui consumi americani sono incoraggianti. Quanto al mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione è salito al 3,9% e le richieste settimanali di sussidi di disoccupazione sono in lieve aumento. Malgrado questi primi segnali di rallentamento, le offerte di lavoro restano numerose e il numero totale di licenziamenti è ancora lontano dai livelli indicanti una recessione. L’inflazione ha continuato a scendere, ma le aspettative di inflazione rimangono elevate. Pertanto, probabilmente la FED resterà in attesa per qualche mese e, prima di intervenire, soppeserà attentamente i rischi di un’inflazione elevata e prolungata, rispetto a quelli di una stretta monetaria eccessiva.

Infine la Cina. La ripresa economica prosegue a un ritmo moderato nel quarto trimestre. In un contesto di crisi del settore immobiliare, le autorità continuano a fornire incentivi monetari e fiscali mirati, che stanno lentamente producendo i loro effetti e le prospettive di crescita sono in graduale miglioramento. La ripresa trainata dai consumi inizia a influire positivamente sulla produzione industriale. Tuttavia, gli investimenti continuano a risentire dell’impatto negativo del settore immobiliare e hanno ceduto l’11,3% rispetto al 2022. Le aspettative sull’attività economica futura si confermano deboli a novembre e segnalano un ristagno nei prossimi trimestri. Il rischio di deflazione è ancora concreto. Alla luce del ritmo lento della ripresa, la politica monetaria deve rimanere espansiva per favorire una ripresa autosufficiente. Tuttavia, la Cina è lontana dal diventare la locomotiva della prossima ripresa globale, come è avvenuto durante le ultime crisi.

L’Italia che muore. La “cura” dell’Unione Europea non funziona, e la classe media non c’è più

Il nostro Paese sta lentamente morendo sotto la scure della prima grande crisi economica dalla nascita dell’Unione Europea. Lo “scudo” dell’Europa non ha fornito fino ad oggi alcuna protezione ai cittadini.

Di Alessio Cardinale

Negli ultimi dieci anni, complice anche la pessima classe politica che ha governato l’Italia senza una vera alternanza di “visioni d’insieme” e interesse per i bisogni dei cittadini, il dibattito pro/contro l’Unione Europea ha finito con il distrarre l’attenzione – come fa qualunque confronto dai toni accesi e inconcludenti – da tutti quei reali problemi che, a distanza di più di venti anni dall’entrata nell’UE, oggi assumono contorni sempre più chiari.

In particolare, quella che nel 2001 sarebbe dovuta essere una “cura” per preservare l’economia del nostro Paese dagli attacchi finanziari speculativi e dalla cattiva politica, si è rivelata quasi del tutto inefficace: periodicamente il nostro debito pubblico si trova sotto attacco dei più spregiudicati hedge fund (2022-2023) e persino di alcune grandi banche tedesche e francesi (2011 e 2021); dall’Europa politicamente “illuminata” di Germania e Olanda non abbiamo preso alcun esempio di buongoverno; la “Questione Meridionale” rimane sullo sfondo di un sistema economico perennemente a due velocità (nonostante siano passati 162 anni dall’Unità); le segreterie dei partiti politici continuano a spadroneggiare imponendo i propri candidati – sempre più obbedienti e asserviti alle logiche delle lobby  – nell’amministrazione della Cosa Pubblica, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: Reddito, Trasporti e Infrastrutture rimangono allo stesso livello di trenta anni fa, Sanità e Scuola vengono gradualmente smantellate con gravi conseguenze per gli italiani in termini di mal practice e migliaia di decessi da ”malasanità”.

In più, si è accentuata la nuova ondata migratoria dei giovani, che lasciano il nostro Paese al ritmo di 100.000 ogni anno e trovano miglior fortuna in altri paesi dell’UE. E’ un fenomeno inarrestabile, ma in pochi riflettono  sugli effetti per la nostra ricchezza: negli ultimi dieci anni, quasi un milione di giovani e giovanissimi hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito, in Irlanda, in Germania e persino in Spagna, e in termini di PIL futuro, che ci viene a mancare, si tratta di una vera e propria ecatombe economica, tanto più che in Italia non si fanno più bambini ed il tasso di ricambio tra le risorse umane di generazioni successive ha una percentuale sempre negativa.

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Secondo i dati più recenti di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, oggi almeno il 63% delle famiglie in Italia fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Quasi due nuclei familiari su tre, in sostanza, ammettono di avere difficoltà (più o meno gravi) a far quadrare i conti. Il dato è superiore di oltre 17 punti percentuali alla media Ue (45,5%). Nel dettaglio, il 6,9% denuncia grandi difficoltà, il 15,4% media difficoltà e il 41,7% che parla di difficoltà saltuarie. Sotto il profilo della povertà siamo a quota 24,2% (contro una media UE del 21,6%). In particolare, sono a rischio di povertà il 26,4% delle famiglie con figli a carico, contro il 22,6% delle altre, e questo spiega in modo eloquente perché in Italia si fanno sempre meno figli: in tanti lo vorrebbero ma non possono permetterselo, anche a causa dell’inflazione elevata.

Infatti, secondo i dati dell’Osservatorio mensile di Findomestic mantenere un figlio costa quasi 500 euro al mese, il 15% in più rispetto a un anno fa, a causa dell’inflazione. Pertanto, tutto dovrebbe suggerire al governo di intervenire subito, e garantire un salario minimo che spenga la moria di giovani che vanno all’estero per fare lo stesso lavoro che farebbero qui se solo gli stipendi non fossero da terzo mondo. Un esempio? Un impiegato di farmacia, con laurea e specializzazione, in Italia guadagna in media 1.500 euro netti al mese, in Irlanda (dove la casa, i trasporti e l’istruzione costano quasi il 70% in più che in Italia, ma non certo il triplo) ne guadagna 5.100 al mese al netto delle imposte.

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L’Italia dovrebbe investire immediatamente in Sanità, Scuola e Welfare, e invece è proprio su questi settori che si continua a tagliare, non ultimo il paventato taglio delle pensioni ai medici, che migrano verso il sistema sanitario privato al ritmo di 1.500-2.000 ogni anno. Il problema, tuttavia, è ben più ampio, e riguarda il profondo mutamento socio-economico avvenuto dai primi anni ’80 e amplificato dall’avvento dell’Euro: la scomparsa della classe “consumatrice” per eccellenza, ossia la Classe Media. Si parla della crisi della classe media occidentale da circa vent’anni, ricercandone la causa sia nella crisi generale del sistema capitalistico, sia nel predominio della Finanza, che ha determinato la scomparsa della produzione reale di beni a scapito dello scambio finanziario. Il risultato è stato la creazione di enormi gruppi che fanno le regole del gioco e che hanno escluso del tutto la classe media.

L’equazione “meno classe media uguale più povertà”, pertanto, è diventata una verità assoluta, cui i matematici potrebbero dedicare dimostrazioni e teoremi, prestandoli agli economisti; almeno a quei pochi che ancora non sono asserviti alle logiche delle grandi corporation. Con il Covid-19 tale equazione ha trovato la sua dimostrazione, e in diversi paesi la rottura tra classe media e “upper class” si è ulteriormente intensificata. Negli Stati uniti, per esempio, la ricchezza dei miliardari è aumentata del 44% da metà marzo 2020 a fine febbraio 2021, mentre il 50% delle persone con istruzione elevata aveva difficoltà a pagare le normali spese domestiche. In Europa, alla fine di luglio 2020 la ricchezza dei miliardari britannici era cresciuta del 35% rispetto all’anno precedente. L’economista Thomas Piketty (nella foto), nei suoi studi, ha sommessamente fatto notare che la situazione attuale è identica a quella precedente alla Rivoluzione Francese, poiché siamo nuovamente di fronte ad una nuova classe elitaria di “super-ricchi” che si contrappone a miliardi di persone che stentano a vivere decorosamente e, soprattutto, non consumano più come una volta, legati come sono agli acquisti di sopravvivenza o al mantenimento di un tenore di vita che non permette comunque alcuna prospettiva.

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La media borghesia, motore trainante di tutte le rivoluzioni industriali, ha lasciato il posto alla grande borghesia delle grandi imprese. Questo è ciò che accade, anno dopo anno, nel vecchio continente e nel Nord America; in altre parti del mondo, invece, sta nascendo una nuova classe media: nel continente africano (Marocco e Tunisia), in Brasile e in Cina, tutti paesi che viaggiano con tassi di crescita più alti dell’Italia e dove la classe media cambierà la struttura politica e sociale del paese in cui vive. Ma noi viviamo in Italia, e non facciamo niente per cambiarla, illudendoci che lamentarci ogni tanto sui social network – vero “binario morto” di tutti i dibattiti pubblici che una volta si svolgevano in piazza – possa scoraggiare anche per un solo istante quei pochi soggetti che reggono le fila del tutto.

Una soluzione del problema passerebbe per una inversione delle cause e degli effetti: se il predominio della finanza ha determinato la graduale scomparsa della produzione reale di moltissimi beni a beneficio dello scambio finanziario, allora la Finanza nel suo insieme (SGR, sicav, private equity etc) potrebbe scavalcare il circuito bancario e compensare gli effetti negativi di tale percorso storico, finanziando direttamente le attività reali, e cioè intervenendo direttamente, al posto delle banche, alla nascita di nuovi progetti imprenditoriali geolocalizzati (startup) o allo sviluppo di quelli esistenti e dei loro obiettivi di crescita, favorendo occupazione, reddito e PIL. Del resto, la nuova normativa europea, e la possibilità di attribuire anche alle SRL un codice ISIN, aiuterebbe molto nella creazione di un nuovo mercato regolamentato, sicuramente più volatile ma non meno promettente di quello “maturo”. Chi se ne farà carico, tirando le fila?