Febbraio 2, 2023
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Educazione finanziaria, l’Italia sconta l’assenza di un modello virtuoso

In Italia pesa l’assenza di un “modello virtuoso” che contempli l’insegnamento dell’educazione finanziaria fin dalle scuole superiori ed anche a livello accademico. In Europa siamo perennemente sotto la media OSCE.

Di Marco D’Avenia

Di fronte allo scenario di elevata inflazione e perdita del potere d’acquisto in cui ci troviamo, gli italiani stringono la cinghia e, mai come adesso, scontano gli effetti di un basso livello di educazione finanziaria. Infatti, nel nostro Paese si fa sentire sempre di più la scarsa conoscenza degli insegnamenti di educazione finanziaria, ovverosia quell’insieme di nozioni e di comportamenti utili a fronteggiare i momenti più complicati della nostra vita finanziaria ed economica, sia a livello individuale che familiare. Nonostante ciò, la domanda esistente incontra un’offerta inadeguata da parte delle istituzioni e del tessuto bancario, evidentemente entrambi poco inclini ad andare oltre alle periodiche operazioni di facciata.

Secondo l’ultimo report IACOFI (Indagine sull’Alfabetizzazione e le Competenze Finanziarie degli italiani), si evidenziano in Italia le carenze in educazione finanziaria già registrate nel primo sondaggio, risalente al 2017. Su un campione di 2.000 persone, comprese in un’età tra i 18 e i 79 anni, sono stati elaborati quattro profili: escluso, incompetente, competente ed esperto. Ebbene, dall’indagine risulta che il 51% della popolazione italiana non raggiunge la sufficienza. Nel dettaglio, il 21% degli italiani è di fatto ignorante in materia di finanza, non partecipa ai mercati finanziati e ha una forte inclinazione alla spesa, invece che al risparmio. Mentre il 30% è incompetente, il che si traduce in una conoscenza appena sufficiente dei concetti economici di base, che non consentono però di attuare comportamenti prudenti in campo finanziario. E l’OSCEOrganizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa – ha evidenziato un gap tra l’Italia e il resto del mondo. Lo Stivale si colloca infatti in 25esima posizione su 26 paesi considerati nell’indagine. Il punteggio italiano, calcolato dalla combinazione di tre criteri (conoscenze, comportamenti ed attitudini finanziarie) è 11,2, mentre la media degli stati interpellati è 12,7, addirittura 13 per i paesi OSCE.

Eppure, in Italia si recepisce in misura sempre maggiore l’esigenza di possedere più competenze in educazione finanziaria. È quanto emerge dal rapporto EdufinComitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria – targato 2022, secondo il quale l’89,1% degli italiani è favorevole all’introduzione di questa nuova materia nei programmi scolastici. Anche sul posto di lavoro si avverte la necessità di avere più strumenti per la gestione dei propri risparmi, con una percentuale che sfiora l’80% degli intervistati.

La spaccatura tra questo desiderio di maggiori competenze in ambito finanziario e ciò che poi viene offerto in termini di formazione pubblica è però abissale. Il decreto interministeriale (D.L. 237/2017) che ha istituito l’Edufin ha stilato un programma triennale (2017-2019) molto ambizioso. Infatti, tra le linee guida è compreso l’obiettivo del conseguimento di “conoscenze e competenze finanziarie per tutti, per costruire un futuro sereno e sicuro”. Tuttavia, complici le congiunture internazionali degli ultimi due anni, il futuro degli italiani è tutto tranne che sereno e sicuro. Per di più, secondo un sondaggio “Doxa”, Edufin è conosciuto solo dal 12,1% della popolazione, mentre l’educazione finanziaria non è riuscita a sfondare né in ambito scolastico, né sui luoghi di lavoro (obiettivi contenuti nel Programma Nazionale).

Nel corso del 2022 Annamaria Lusardi, presidente di Edufin e University Professor presso la The George Washington University School of Business, è stata sentita in audizione presso la Commissione Istruzione Pubblica e Beni Culturali e ha evidenziato come “insegnare l’educazione finanziaria nella scuola” sia un elemento “essenziale, decisivo e necessario per consentire all’Italia di fare un balzo in avanti in termini di crescita e sviluppo, anche dei mercati finanziari”. Un appello, che però, sembra essere caduto nel vuoto, poiché il tentativo di cambiare i programmi scolastici comporta, com’è noto, una sistematica levata di scudi da parte di insegnanti e dirigenti d’istituto. Tuttavia, ha dichiarato la professoressa Lusardi, “rendere obbligatorio l’insegnamento dell’educazione finanziaria nella scuola italiana ci permetterebbe di colmare il divario con gli altri Paesi”.

Il divario di competenze in educazione finanziaria fra Italia e gli altri paesi è dovuto soprattutto alla mancata attuazione di una strategia organica. In Germania, ad esempio, le casse di risparmio sono tenute per legge ad attuare iniziative di educazione finanziaria, assicurando la continuità e l’efficacia delle loro azioni. In Irlanda, l’autorità di regolamentazione monetaria ha istituito un servizio di informazione sulle finanze personali, potenziato anche da un numero verde in grado anche di rispondere per iscritto, mentre l’educazione finanziaria è massicciamente pubblicizzata attraverso i mezzi d’informazione. In Francia, già dal 2012 esiste un’iniziativa chiamata “Le chiavi della banca”, offerta dalla Federazione bancaria francese. “Les Clés de la Banque” fornisce informazioni e consigli utili a comprendere i meccanismi bancari, in modo tale da utilizzarli in modo coscienzioso e ottimale, mantenendo un registro comunicativo semplice e didattico.

Insomma, in Italia l’educazione finanziaria stenta a decollare e l’incerto scenario macroeconomico destabilizza un quadro finanziario già fragile. Per di più, non esiste nel nostro Paese una specializzazione verticale in questo ambito, il che contribuisce alla poca diffusione della materia tra la popolazione, che andrebbe istruita e guidata meglio in tema di risparmi e finanza personale. Infatti, i canali attraverso i quali erogare corsi di educazione finanziaria non mancherebbero; tuttavia, senza un “modello virtuoso” che unisca alla periodica iniziativa del Governo la formazione scolastica superiore e accademica, risulterà sempre complicato colmare il gap degli italiani in modo capillare ed efficace. Quello che traspare, invece, è l’assenza di una chiara volontà politica nel voler attuare concretamente questi programmi. Così ben imbastiti, ma solo su carta. 

Educazione finanziaria e assicurativa, nasce Edufin Index

Gli italiani tengono alle proprie finanze ma ancora l’80% di loro preferisce rivolgersi ai professionisti come consulenti assicurativi e banche per informarsi e accedere ai mercati finanziari e assicurativi.

ROMA (ITALPRESS) – Alleanza Assicurazioni con Fondazione Mario Gasbarri e la collaborazione scientifica di SDA Bocconi presenta Edufin Index, il primo Osservatorio sulla consapevolezza e sui comportamenti finanziari e assicurativi degli italiani.

L’Osservatorio, presentato di recente a Roma, è il primo studio a mettere in relazione le conoscenze finanziarie e assicurative degli italiani con il loro comportamento: il “sapere” viene rapportato quindi al “fare”. Inoltre, per la prima volta vengono indagate anche le conoscenze finanziarie e assicurative dei “nuovi italiani” (cittadini filippini, sudamericani e rumeni residenti nel nostro Paese) attraverso delle interviste effettuate in lingua madre. “L’educazione finanziaria e assicurativa riveste elevata rilevanza sociale: per questo, chi fa assicurazione deve interpretare un ruolo centrale e complementare al sistema pubblico – afferma Davide Passero, CEO di Alleanza Assicurazioni e Country Chief Marketing & Product Officer di Generali Italia -. Come Alleanza siamo impegnati da anni in questo ambito, con investimenti di risorse e competenze che hanno portato allo sviluppo del Piano Nazionale di Educazione Finanziaria e Assicurativa. Oggi presentiamo Edufin Index 2022, che mostra quanto l’educazione finanziaria e assicurativa possa essere una leva per promuovere equità sociale e benessere”.

Il principale dato che emerge dall’Osservatorio è la necessità di migliorare il livello di educazione finanziaria e assicurativa degli italiani. Le persone intervistate raggiungono complessivamente un livello di Edufin Index pari a 55 su 100 (il livello di sufficienza è 60 su 100). L’Edufin Index analizza due aspetti in una scala da 1 a 100: da un lato l’Awareness Index, cioè quanto gli italiani “sanno” e come si valutano (che raggiunge in questa analisi un livello di 51 su 100), e dall’altro il Behavioural Index, cioè come si comportano e cosa “fanno” quando decidono delle proprie finanze (che raggiunge un livello di 58 su 100). Inoltre, gli intervistati sono consapevoli del loro gap di conoscenza, ma adottano comportamenti attenti: si dimostrano interessati e si attivano per le proprie finanze e per definire come allocarle. Infatti, i due sotto-indici che misurano il comportamento e l’attitudine raggiungono rispettivamente quota 64 e 62 su 100.

Secondo l’Osservatorio, gli italiani tengono alle proprie finanze ma preferiscono rivolgersi ai professionisti del settore, come consulenti assicurativi e banche. Circa l’80% dichiara, infatti, di affidarsi a professionisti per informarsi e accedere ai mercati finanziari e assicurativi. Dall’Osservatorio emergono alcuni gruppi che vengono definiti “più fragili”: casalinghe/i (con un livello di 48 su 100), non occupati (con un livello di 48 su 100), studenti (con un livello di 51 su 100) e donne (con un livello 52 su 100). Le donne dimostrano comunque un interesse elevato ad informarsi e a comprendere le tematiche finanziarie e assicurative e hanno la propensione ad affidarsi maggiormente a specialisti del settore. I giovani, la cosiddetta “generazione Z” (età inferiore ai 25 anni), pur con bassi livelli di conoscenze e comportamenti poco strutturati per accedere ai mercati finanziari e assicurativi, utilizzano siti internet e app finanziarie per informarsi e investono più della media in criptovalute (16% vs 7%). Inoltre, dall’Osservatorio emerge che gli italiani considerano le proprie finanze un tema importante e quindi investono e si assicurano, ma non con una corretta percezione del rischio: il livello di “percezione del rischio” è di 47 su 100 e indica una percezione soggettiva del rischio distante da quella oggettiva.

Oltre alla ricognizione sulla popolazione italiana, per la prima volta nel nostro Paese, l’Osservatorio indaga la conoscenza e l’alfabetizzazione finanziaria e assicurativa su un campione di “nuovi italiani” (cittadini filippini, sudamericani e rumeni residenti in Italia e intervistati in lingua madre), che rappresentano una quota sempre più importante della popolazione (8,7% secondo i dati Istat 2022). L’indicatore che misura il loro livello di conoscenza legato a questi temi ha raggiunto un livello pari a 46 su 100. I livelli più elevati sono stati registrati tra coloro che hanno una buona padronanza della lingua italiana (65 su 100), un alto reddito (73 su 100), vivono da molti anni nel nostro Paese e risultano ben integrati nella comunità in cui vivono (59 su 100). (ITALPRESS).

Appello FEduF, l’educazione finanziaria sia un diritto per i giovani

Le competenze di economia non sono percepite come una priorità formativa dagli italiani: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli.

ROMA (ITALPRESS) – Il percorso verso un’adeguata diffusione dell’educazione finanziaria nel nostro Paese è ancora lungo, malgrado i numerosi studi promossi sia da soggetti istituzionali sia da soggetti privati ne confermino l’urgenza. Tuttavia, le competenze di economia non sono percepite come una priorità formativa dagli italiani: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli, contro il 43% che ritiene prioritaria la formazione nell’ambito della salute per la prevenzione delle malattie; il 41% che si focalizza sulla sostenibilità per limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente; il 27% che si indirizza verso i temi dell’alimentazione legati alla salute e al consumo di risorse (L’approccio all’economia e il vissuto degli italiani, Ipsos per FEduF, giugno 2022).

Dopo i saluti introduttivi del presidente dell’ABI Antonio Patuelli, del direttore generale dell’ABI Giovanni Sabatini, di Stefano Lucchini – presidente della FEduF, del direttore generale della DG Ordinamenti del ministero dell’Istruzione Fabrizio Manca, della direttrice del Comitato Nazionale Edufin Annamaria Lusardi e di Marcello Presicci, presidente dell’Advisory Board della Fondazione, la priorità della formazione economica delle nuove generazioni è emersa con forza durante l’incontro “La giornata dell’educazione finanziaria – Perchè il risparmio parte dai giovani“, moderato da Roberto Sommella – direttore di MF-Milano Finanza. L’evento ha rappresentato un’occasione di riflessione tra circa 400 studenti delle scuole secondarie di II grado e alcuni protagonisti del mondo economico – Andrea Abodi, già presidente Istituto per il Credito Sportivo – Francesca di Carrobio, amministratore delegato Hermes Italia – Cristina Catania, Senior Partner McKinsey e Massimo Lapucci, segretario generale Fondazione CRT – sul diritto dei giovani ad acquisire competenze economiche di base, nel rispetto dell’art. 47 della Costituzione.

“Il dibattito di oggi concentra l’attenzione sulla indispensabile esigenza di accelerare il processo di crescita delle competenze economiche degli italiani, a partire dai più giovani e da chi, da questo punto di vista, ha più bisogno. Oggi tutto ciò diventa ancora più importante poichè le conseguenze economiche della guerra alle porte dell’Europa ci riguardano come cittadini, consumatori e risparmiatori e ci riportano bruscamente all’indietro, ai tempi della grande inflazione e della crisi energetica degli Anni Settanta del secolo scorso – commenta Stefano Lucchini (nella foto), presidente della Fondazione per l’Educazione Finanziaria – Nessuno di noi da solo può contrastare gli effetti della geopolitica o i movimenti dei mercati, ma un accesso più ampio all’educazione finanziaria può aiutare a mitigarne gli effetti sulle famiglie e sul Paese: per questa ragione oggi abbiamo scelto di diffondere il nostro appello per l’educazione finanziaria, competenza sempre più centrale e diritto universale per tutti ma, in particolare, per le generazioni più giovani”.

Le nuove generazioni vivono oggi un momento particolarmente complesso perchè si trovano ad affrontare il più grande aumento di prezzi degli ultimi quarant’anni: un alto tasso di inflazione è particolarmente dannoso per tutti ma specialmente per i più giovani perchè non hanno a disposizione le risorse necessarie per far quadrare i conti nonostante l’impennata dei prezzi. “Essere in grado di gestire le proprie finanze, soprattutto in un periodo storico caratterizzato da eventi inattesi e con effetti negativi sull’economia e sul benessere delle persone, è il requisito fondamentale per vivere bene sia personalmente sia come società nel suo insieme – commenta Marcello Presicci (nella foto), presidente dell’Advisory Board della Fondazione per l’Educazione Finanziaria e a Risparmio – ed è per questa ragione che il dibattito sull’educazione finanziaria con le giovani generazioni diventa centrale in un’ottica di miglioramento della gestione del proprio denaro, ossia di risparmio”.

“La giornata dell’educazione finanziaria – Perchè il risparmio parte dai giovani”, è realizzata da FEduF (ABI) in collaborazione con Milano Finanza e rientra nell’ambito delle iniziative del Mese dell’Educazione finanziaria (#OttobreEdufin2022), promosso dal Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria che per tutto ottobre porterà in tutta Italia eventi e iniziative dedicate alle conoscenze e competenze finanziarie, assicurative e previdenziali.

(ITALPRESS).

L’Educazione Finanziaria e i “dummies”. Federica Dossena: la conoscenza domina emozioni ed errori

Secondo l’autrice di “Educazione finanziaria for dummies”, il consulente deve avere un alto livello di Educazione Finanziaria, senza il quale non potrà trasferire la propria conoscenza alle famiglie-clienti.

Puntuale come ogni anno, il Comitato per la programmazione e il coordinamento delle attività di educazione finanziaria sta promuovendo (1 -31 ottobre) la quinta edizione del “Mese dell’Educazione Finanziaria” (#OttobreEdufin2022), con le quali vengono attuati nell’intero territorio nazionale moltissimi eventi (anche con modalità webinar e conferenze online) dedicati allo sviluppo delle conoscenze finanziarie nelle famiglie italiane, anche e soprattutto in chiave previdenziale (Settimana dell’educazione previdenziale, in programma dal 24 al 30 ottobre).

In particolare, la presente edizione porta avanti lo slogan “Costruisci oggi quello che conta per il tuo futuro”, sottolineando l’importanza di avere anche obiettivi di lungo-lunghissimo periodo nella gestione dei propri investimenti, grazie ai quali far fronte a lontane – ma inesorabili – esigenze di natura previdenziale, che segneranno il passaggio dall’epoca delle pensioni adeguate a quella delle pensioni “di mera sopravvivenza”, che sarà necessario integrare con un trattamento aggiuntivo per far fronte ai crescenti bisogni della vecchiaia. In tema di Educazione Finanziaria, poi, la Banca d’Italia e il ministero dell’Istruzione conducono dal 2008 il Progetto “Educazione finanziaria nelle scuole”, che sin dalla Scuola Primaria introduce gli studenti ai concetti base della finanza e dell’economia con un approccio di “formazione ai formatori”, cioè agli insegnanti, cui è affidato il compito di trattare la materia in modo molto semplice dopo aver partecipato a un incontro di circa due ore organizzato dalla Banca d’Italia (che fornisce loro materiali didattici come le guide per l’insegnante, i quaderni didattici per gli studenti e un sito internet dedicato). 

Eppure, nonostante questo dispiego di forze in campo, il livello di Educazione Finanziaria degli italiani rimane sensibilmente più basso rispetto a quello degli altri cittadini europei o di quelli dei paesi asiatici, parecchio più “educati” finanziariamente degli italiani. Pertanto, è evidente che il sistema nazionale deve poter fare di più, non limitandosi a dare lustro alla materia solo in un periodo dell’anno, bensì tenendo alta l’attenzione degli utenti senza soluzione di continuità, magari creando delle figure professionali specifiche – quelle degli educatori finanziari – da affiancare all’attività di banche e reti di consulenza, in qualità di veri e propri “ambasciatori” del sistema presso le scuole e le università. Il rischio, infatti, è di affidare il miglioramento del livello di Educazione Finanziaria semplicemente attendendo che le future generazioni di italiani – oggi studenti presso tutte le scuole dove si svolgono queste attività educative, sia pure in modo insufficiente – possano esprimere un grado di conoscenza e competenza finalmente in linea con quello degli altri paesi.

Nel frattempo, in attesa che le cose migliorino, trovano legittimo spazio le iniziative di “capitani coraggiosi” che, forti della propria missione professionale sul campo, regalano al pubblico dei risparmiatori il proprio lavoro concettuale sotto forma di libri, che presto diventeranno dei veri e propri “evergreen” dell’Educazione Finanziaria. E’ il caso di Federica Dossena, consulente finanziario di una nota rete di consulenza, che ha recentemente pubblicato “Educazione finanziaria for dummies” (208 pp, € 19,90, Ed. Hoepli), un testo che andrebbe inserito con pieno diritto in tutte le scuole superiori e – perché no – da far leggere ai genitori degli attuali studenti, soprattutto per via della semplicità con cui l’autrice tratta la materia, proprio come se si trovasse di fronte ad una famiglia di risparmiatori “ignoranti” e bisognosi di conoscenza.

Educazione finanziaria for dummies” è un “manuale efficace per pensare al proprio domani in termini finanziari e prendere decisioni in merito al patrimonio, un vero e proprio corso preparatorio, che aiuta a prendere le decisioni più corrette nella gestione del patrimonio, a compiere le scelte più appropriate anche nei rapporti con le banche, a scegliere un consulente finanziario, ad attivare un piano di accumulo o anche, semplicemente, a definire la percentuale del reddito da dedicare agli investimenti”, non senza dedicare spazio alle commissioni degli strumenti di risparmio gestito.

P&F ha rivolto alcune domande a Federica Dossena sul suo libro e sullo stato dell’arte dell’Educazione Finanziaria in Italia.

Federica, chi sono esattamente i “dummies” in Educazione Finanziaria? Può farci un loro identikit?
I “dummies” in generale sono i principianti, i neofiti. In realtà, quando si parla di finanza spesso si toccano argomenti sensibili e molto legati alle emozioni, che portano i risparmiatori a  confrontarsi esattamente come per il gioco del calcio, dove di fronte a partite particolarmente avvincenti si diventa tutti un pò allenatori. Tanti pensano di avere le verità in tasca, ma di solito la scarsa conoscenza porta a dire castronerie. In finanza tutti pensano di aver fatto l’investimento migliore, poi il tempo galantuomo svela gli errori commessi. L’identikit del dummy è quello che pensa di sapere tutto, ma si perde in un bicchiere d’acqua.  Poi ci sono i dummies che “sanno di non sapere”, e decidono di informarsi con la giusta curiosità e apertura.

Quali sono i veri vantaggi dell’Educazione Finanziaria per gli investitori, e quali per i consulenti?
Attraverso l’Educazione Finanziaria l’investitore giunge ad una consapevolezza finanziaria che aiuta a liberarsi da pregiudizi fuorvianti . Avere coscienza di quali siano gli strumenti finanziari base, del funzionamento della macchina economica, avere contezza di quale sia la propria capacità di risparmio  e cosa farne, è fondamentale per sentirsi più pronti e sicuri a vivere in un mondo dominato da incertezze. Allo stesso tempo, tutto ciò favorisce il lavoro del consulente, che con maggiore efficacia può guidare il proprio cliente a districarsi nel complicato mondo dei mercati finanziari. Parlando la stessa “lingua” è più facile capirsi, e si lavora anche meglio.

Cosa non ha funzionato fino ad oggi nella diffusione dell’Educazione Finanziaria in Italia, visto il livello di “ineducazione” che si riscontra tra le famiglie italiane?
Un mix tra eccesso di confidenza delle proprie competenze, lato investitore, e una insufficiente preparazione da parte degli addetti al settore. Questo mix è stato finora decisivo a mantenerci ultimi in tutte le classifiche nell’ambito dell’Educazione Finanziaria.

Secondo lei, il ruolo di educatore finanziario è accessorio a quello di consulente, oppure potrebbe aspirare ad avere una sua individualità professionale in futuro?
Un consulente finanziario DEVE avere un’ottima Educazione Finanziaria, e deve essere in grado di trasferirla ai propri interlocutori. La figura dell’educatore finanziario sarebbe utile anche nei contesti laddove l’educazione viene impartita quindi, per esempio, nelle scuole. Non sarebbe male inserire una figura di questo tipo negli istituti. Una figura che insegni agli studenti cosa significa investire e gestire le proprie finanze.

L’Educazione Finanziaria ha un contenuto economico misurabile, oppure no?
Secondo me sì. Ogni prestazione di servizio intellettuale che va a migliorare la vita delle persone è giusto e corretto che venga adeguatamente retribuita. Troppo spesso si confonde la prestazione di risultato con la prestazione di servizio. Tant’è che oggi in Italia, con il recepimento delle normative europee, si è portato ad esplicitare i costi per i consumatori e in particolare ad evidenziare il costo riferito alla consulenza.

Con l’aumentare del livello di Educazione Finanziaria degli investitori, in che modo ritiene che possa cambiare la professione di consulente finanziario?
Sarà più semplice comunicare e sarà meglio rivalutato il ruolo del consulente finanziario che oggi, secondo me, non può essere sostituito da nessun robot advisor. L’elemento umano continua ad essere necessario per la gestione dell’emotività sia nei momenti di euforia che nei momenti di grandi ribassi. Inoltre, le consulenze di grandi patrimoni richiedono la mediazione di una figura professionale competente che consenta al cliente di potersi rivolgere alle strutture e ai professionisti giusti per soddisfare le più disparate esigenze.

Che accoglienza ha avuto il suo libro presso il pubblico, e dove è possibile ordinarlo o comprarlo?
Il libro è uscito da due settimane circa, e sta generando interesse. Ottobre è ricordato come il mese dell’Educazione Finanziaria, quindi mi auguro che venga portato all’attenzione anche da chi ha il compito di divulgare la materia. Si acquista in tutte le librerie di Italia e sugli store online (Amazon incluso).
Scriverà nuove edizioni in futuro, o sta già lavorando ad un altro testo?
Ho tanti progetti in mente che per ora sono ancora tali. Per ora sono concentrata a promuovere questo libro, che ho cercato di scrivere con tanta dedizione e umiltà.

FEduF, dall’educazione finanziaria una risposta alle difficoltà dell’economia

Dall’assemblea annuale della FEduF un forte appello a sviluppare sempre di più l’Educazione Finanziaria anche come risposta alle difficoltà dell’economia. “Le competenze di base riducono i danni della congiuntura economica”. 

MILANO (ITALPRESS) – La Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio (FEduF) è nata su iniziativa dell’ABI per diffondere l’educazione finanziaria in un’ottica di cittadinanza consapevole e di legalità economica. Obiettivo della Fondazione è il coinvolgimento di tutti i soggetti interessati a promuovere una nuova cultura di cittadinanza economica, valorizzando le diverse iniziative, superando gli individualismi e mettendo a fattor comune le esperienze maturate in nome dell’interesse della comunità. Opera in stretta collaborazione con il ministero dell’Istruzione e gli Uffici scolastici sul territorio e diffonde, nelle scuole di ogni ordine e grado, programmi didattici innovativi nella forma e nei contenuti, anche attraverso l’organizzazione di eventi per gli studenti, gli insegnanti e i genitori. La Fondazione lavora sulla mediazione culturale tra contenuti complessi e strumenti divulgativi semplici ed efficaci, e le sue iniziative si rivolgono anche agli adulti, in collaborazione con le Associazioni dei Consumatori.

Un forte e motivato appello a sviluppare sempre di più l’educazione finanziaria anche come risposta alle difficoltà dell’economia è venuta dall’assemblea annuale della FEduF (la Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio, nata in seno all’ABI per diffondere le competenze finanziarie): Stefano Lucchini, presidente della Fondazione, Antonio Patuelli, presidente dell’ABI, Stefano Zamagni, docente di Economia Politica all’Università di Bologna e presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, e Magda Bianco, responsabile del Dipartimento Tutela della clientela e educazione finanziaria della Banca d’Italia hanno spiegato perchè è fondamentale avere le competenze di base per ridurre i danni della congiuntura economica e, anche per questa via, migliorare il benessere sociale.

Nella sua relazione iniziale Lucchini è stato molto netto: “Nessuno di noi da solo può contrastare gli effetti della geopolitica o i movimenti dei mercati, ma una educazione finanziaria più diffusa può meglio governarne gli effetti sia sui conti personali sia su quelli del Paese. Per questo è importante diffondere la comprensione dei meccanismi economici. Stiamo lavorando molto – ha sottolineato – nel coinvolgimento dei più giovani, ma anche la vulnerabilità dei seniores in materia finanziaria è un tema decisivo e dobbiamo, con tutte le istituzioni finanziarie, cercare le misure appropriate per colmare le tante carenze. Il benessere sociale correlato all’educazione finanziaria è di cruciale importanza sia per il futuro delle giovani generazioni sia per la vulnerabilità alle quali sono esposte le persone più anziane: si tratta di due elementi che sfuggono a una visione utilitaristica e individuale dell’economia”. “Alla luce dei dati emersi oggi da un lato è evidente come sia ancora molto il lavoro da svolgere e dall’altro come il tema dell’educazione finanziaria non sia secondario nel dibattito sull’economia, grazie a valide iniziative come quella odierna o come “Young Factor” dell’Osservatorio Giovani Editori presieduto da Andrea Ceccherini che si è tenuta nei giorni scorsi”, ha aggiunto Lucchini.

Infatti, e lo ha documentato l’indagine Ipsos esposta da Nando Pagnoncelli al dibattito moderato da Daniele Manca, vicedirettore del Corriere della Sera, le competenze di economia in Italia non sono purtroppo ancora percepite come una priorità formativa: solo il 21% dei nostri connazionali le ritiene essenziali per agire in modo responsabile e fare scelte consapevoli, contro il 43% che ritiene fondamentale la formazione nell’ambito della Salute per la prevenzione delle malattie, il 41% che si focalizza sulla sostenibilità per limitare l’impatto delle attività umane sull’ambiente, il 27% che si indirizza verso i temi dell’alimentazione legati alla salute e al consumo di risorse. Risultati, del resto, facilmente spiegabili dopo due anni di pandemia e mentre è in corso la campagna europea per la transizione ecologica.

Tuttavia, proprio il cambiamento della congiuntura non potrà che favorire l’attenzione verso l’educazione finanziaria. Nella rilevazione Ipsos, il timore per l’aumento del tasso di inflazione attualmente preoccupa il 65% degli italiani, e il 77% degli intervistati è consapevole degli effetti che la perdita di potere di acquisto del denaro può avere sul proprio stile di consumo. A fronte di questa consapevolezza, alla domanda “Se avesse a disposizione dei risparmi per un importo pari a diecimila euro come li investirebbe…”, il 27% degli intervistati risponde che terrebbe tutto il denaro sul conto corrente, il 36% che lo investirebbe solo una minima parte, depositandone il resto sul conto corrente. Solo il 24% invece investirebbe la maggior parte del risparmio minimizzando la liquidità.

Andando a indagare il sentimento degli italiani nei confronti del risparmio, la ricerca rileva alcune associazioni positive: il 35% della fascia tra 16-24 anni lo associa con futuro, 32% della fascia 45-65 anni alla tranquillità, e il 19% fascia 16- 34 anni e 25-34 anni alla progettualità, e altre negative: il 26% nella fascia 16-24 anni e il 23% della fascia 35-44 anni lo correla al sacrificio. (ITALPRESS).

Boggio Robutti (Feduf): “Educazione finanziaria decisiva per i giovani”

Secondo la Consob, le conoscenze finanziarie di base delle famiglie italiane risultano ancora poco diffuse. Gli strumenti oggi disponibili nel Paese non sono sufficienti. Giovanna Boggio Robutti: “manca una visione sistematica”.

ROMA (ITALPRESS) – “L’educazione finanziaria costruisce una componente di cittadinanza senza la quale i giovani non potranno affrontare la sostenibilità economica del proprio futuro perchè non avranno gli strumenti per capire e per scegliere consapevolmente, per esempio rispetto ai temi della previdenza“. Lo ha detto Giovanna Boggio Robutti (foto in basso), dg di FEduF (Fondazione per l’Educazione Finanziaria e al Risparmio), che in un’intervista all’Italpress ha sottolineato l’importanza della promozione dell’educazione finanziaria, anche alla luce della necessità di una transizione economico-culturale negli italiani. “Per noi è vitale parlare di una forma di educazione che in Italia non è ancora così diffusa me che è fondamentale per i ragazzi“. Per Boggio Robutti “attraverso la scuola e le famiglie bisogna cominciare a far sì che i ragazzi ricevano, nelle modalità più adatte alla loro età, informazioni di carattere economico con le quali devono cominciare a familiarizzare”.

Secondo i dati Consob, emersi dall’ultimo rapporto sulle scelte di investimento delle famiglie italiane, le conoscenze finanziarie di base risultano ancora poco diffuse. In questa situazione, ci si chiede se possano essere sufficienti gli strumenti oggi disponibili nel Paese o se forse si debba fare di più. “Abbiamo tantissimi strumenti”, ha spiegato la dg di FEduF, parlando anche di “programmi di educazione finanziaria validi”. “Secondo me, quello che manca nel nostro paese – ha aggiunto – è una visione sistematica, attraverso la quale queste iniziative trovino una cornice, un’architettura generale. Finchè restano iniziative singole o sporadiche – ha proseguito – non si riesce a incidere. Quello che vogliamo sottolineare è che si sta cercando di costruire una forma di cultura che nel nostro paese non c’è ancora”.

Ciò che è necessario, secondo Boggio Robutti, è diffondere “l’educazione economica di base”. “Non si parla di fare diventare tutti esperti – ha evidenziato – ma di mettere le persone nelle condizioni di capire quali sono le proprie esigenze finanziarie e di scegliere le soluzioni migliori. E’ qualcosa che deve fare chi governa il Paese insieme alla scuola e alle famiglie. Si tratta di fare sintesi, di fare sistema e impostare una progettualità continuativa che dia modo a tutte le forze in campo di agire sotto una regia unica”.

Con la pandemia è emersa anche l’importanza della rete, con un aumento delle attività svolte online. Per il dg di FEduF si tratta di “un’enorme opportunità che la pandemia ha accentuato ma che porta dietro anche un rischio, se non c’è cultura e consapevolezza”. Per esempio, le “piattaforme di trading online sono strumenti ottimi e positivi – ha spiegato – ma possono rappresentare boomerang soprattutto per i giovanissimi, se non vengono inquadrati in una cultura di consapevolezza. Dall’ultimo rapporto Consob sugli italiani e le loro attitudini al risparmio – ha continuato – emerge che c’è una nuova generazione di investitori che utilizzano il trading online ma che sono culturalmente meno evoluti di chi tradizionalmente investiva in prodotti finanziari. E’ un rischio perchè i giovani si muovono perfettamente sulle piattaforme ma non è detto che siano consapevoli di che cosa stanno facendo e delle possibili conseguenze”.

Di fronte all’esigenza di fornire strumenti per affrontare temi così complessi è nata la piattaforma didattica “Investiamo sul futuro“, un percorso formativo realizzato dalla collaborazione tra FEduF (ABI) e ASVIS. “Tutti questi temi dell’educazione finanziaria – ha detto – portano dietro il tema della sostenibilità. Aiutare i ragazzi a capire quali scelte fare per il loro futuro economico significa anche dare loro sostenibilità economica per il futuro”. Si uniscono, quindi, i temi dell’educazione finanziaria con quelli della “sostenibilità economica“, parlando “ai ragazzi di tutti i nuovi paradigmi economici, come l’economia circolare, in cui vivono”.
(Articolo liberamente tratto da ITALPRESS).

Banche, il “no core” aumenta la prossimità presso i clienti e apre nuovi mercati

Il modello di business in declino e la riduzione dei margini costringono a ripensare l’offerta dei consulenti finanziari non autonomi e delle stesse società mandanti. Il “multi-service” sembra essere la struttura più promettente per stabilizzare i ricavi, fidelizzare la clientela e permettere l’ingresso di nuove leve.

Di Alessio Cardinale

Un virus si aggira da molti anni tra i grandi gruppi bancari italiani, e come tutti i virus è invisibile ad occhio nudo, ma molto potente. A causa della sua diffusione, le banche sono costrette quasi ogni biennio a cambiare rapidamente i propri piani di sviluppo, aggiornandoli in base a quelle che solo in apparenza sembrano essere le mutate condizioni del mercato o la differente congiuntura economica. In realtà, il virus di cui parliamo è endogeno allo stesso sistema bancario, ed ha come effetto quello di generare la famigerata “sindrome da innovo-deficienza acquisita”.

I sintomi di questa malattia auto-immune, resi ancora più evidenti dall’azzeramento dei tassi di interesse e dalla scomparsa della tradizionale fonte di ricavo delle banche (la “forbice dei tassi”), sono sempre più evidenti: incapacità di trovare nuove fonti di ricavo, necessità di continui processi di accorpamento, affannosa ricerca di economie di scala al proprio interno, perenne standardizzazione del modello distributivo per massimizzare il numero di clienti al minimo costo e, infine, chiusura dei punti-vendita (filiali) e costante diminuzione dei margini di ricavo alla rete. Il sistema bancario, pertanto, esprime una certa incapacità a rivoluzionare l’offerta in senso modulare, mostrando una certa lentezza sia nel mettere in pratica gli intenti già dibattuti che nel progettare servizi ad alta possibilità di personalizzazione, in modo tale da costruire soluzioni ritagliate in base agli specifici bisogni e desideri dei clienti.

Non sembrano esserci differenze di scenario anche nelle banche-reti, che continuano ad investire nel recruiting di risorse umane già operative nel settore e nello sviluppo dei canali digitali, senza però cogliere la grande sfida del contratto di consulenza indipendente e, soprattutto, del marketing virtuale, ossia di quel nuovo modello distributivo ibrido che già in altri paesi occidentali utilizza efficacemente la tecnologia per mettere in contatto i propri wealth manager con il pubblico indistinto e per esaltare le loro competenze professionali acquisite nel tempo. E’ evidente, infatti, che legando strettamente la consulenza alla distribuzione dei prodotti finanziari non possa esserci alcuna affermazione presso il pubblico di utenti della consulenza finanziaria da remoto, che già oggi potrebbe essere fruibile attraverso la tecnologia video, sempre più  all’avanguardia, di cui disponiamo.

In definitiva, nonostante la fase di maturità e declino del core business bancario imporrebbe un integrale ripensamento del modello aziendale, le banche italiane – e con esse le banche-reti – continuano a voltare lo sguardo, incuranti dei richiami all’innovazione dell’offerta, dal momento che l’innovazione di prodotto è ai massimi livelli. Per definire in modo semplice ciò che sta accadendo, è come se le banche avessero raffinato in modo ineguagliabile il proprio modo di cucinare prodotti di pasticceria, ma avessero completamente dimenticato come si cucinano due uova al tegamino.

DALLA PERFORMANCE DI PORTAFOGLIO ALLA “PERFORMANCE DEL CONSULENTE”

Eppure, relativamente al mondo delle banche-reti, una delle possibili soluzioni è a portata di mano, e basterebbe richiamarsi alle innate capacità di adattamento dei consulenti finanziari – e alla loro abilità nel saper trattare sufficientemente bene di ogni cosa, abituati come sono ad essere creativi – per vederla con chiarezza e tracciare un solco tra il passato ed il futuro. Il sistema, infatti tende ancora ad osannare il portafoglio medio e a privilegiare il vecchio modello di competenza e relazione basato sulla performance di portafoglio, e fa una certa fatica a sposare una nuova ottica, quella di “performance del consulente” nel soddisfare le esigenze di benessere dei clienti. Questa ottica, infatti, impone anche alle società mandanti ed al mercato intero dei profondi mutamenti di approccio professionale, di fronte al quale l’approccio commerciale di oggi scompare anche idealmente. Il successivo passaggio, poi, al concetto di “performance della banca-rete” diventerebbe immediato, e forse mette paura all’industria del risparmio che si fonda ancora sulla qualità dei processi ma non sulla qualità del risultato complessivo per la clientela.

Invece, il passaggio dalla performance di portafoglio alla performance del consulente permetterebbe di scollegare la propria attività dalla performance, e quindi potrebbe essere una opportunità anche per l’industria del risparmio, i cui strumenti finanziari fanno fatica a superare i vari benchmark per via della necessaria presenza dei costi annui. Peraltro, le banche-reti e le società di gestione hanno già un modello a cui ispirarsi, quello del Wealth Management, oggi riservato ai detentori di buoni patrimoni ma del tutto estendibile, con i dovuti accorgimenti, a qualunque fascia di clientela, che lo scoppio della pandemia ha costretto ad un forzoso adattamento dei costumi e, soprattutto, delle modalità di consumo. In tal senso, le banche oggi potrebbero far valere il proprio livello di prossimità e la propria capacità di attrazione verso la clientela per distribuire servizi “no core”, ossia quelli di natura anche molto differente da quelli “core” ma del tutto adattabili all’offerta bancaria, che così guadagnerebbe nuove fonti di ricavo per sé e per i propri addetti.

Ma come può avvenire tutto ciò, quale può essere la strategia da adottare per un simile cambiamento? Il principio da osservare è simile a quello utilizzato in qualunque azienda multi-prodotto o multi-service, e cioè individuare dei “contenitori” che fungano da volano per servizi di natura diversa da quelli tradizionali ma piuttosto profittevoli. Il contenitore “naturale” delle banche-reti non può che essere l’Educazione Finanziaria di base, valorizzata in termini di formazione al consulente, elevata a servizio vero e proprio verso i clienti e non più relegata a mero optional discrezionale in mano ai consulenti più sensibili ed evoluti. Per fare alcuni esempi pratici, le banche-reti potrebbero strutturare corsi di educazione finanziaria alle famiglie, da svolgere presso il domicilio dei clienti e/o tramite video-call, divisi in più appuntamenti settimanali e con un programma sartoriale, da seguire con l’ausilio di dispense informatiche (o cartacee, per i clientiolder“) personalizzate a cura di un ufficio dedicato.

Educazione finanziaria

Il mercato di sbocco di un simile approccio, grazie ad un ulteriore aumento del grado di prossimità alle famiglie, potrebbe essere quello dei servizi “no core”, gratuiti e/o a contenuto economico-partecipativo (indiretto). In particolare, tra i servizi gratuiti, da erogare in collaborazione con primarie aziende di settore, potrebbero individuarsi in quelli di:
– livelli successivi di Educazione e Cultura Finanziaria diversi dal livello di base;
– consulenza per studi all’estero dei figli (vacanza-studio e università, con collegamenti personalizzati con i college stranieri);
– servizi di vacanza-studio estivi presso college in tutto il mondo con alloggio alberghiero o presso famiglie ospitanti, anche per i clienti adulti (corsi di lingua sia all’estero che in loco, per il mantenimento del livello o l’ottenimento di certificazioni);
– servizi di agenzia di viaggio.

Tra i servizi “no core business” a contenuto economico – e quindi con conseguimento di ricavi per la banca-rete ed il consulente – potremmo annoverare, solo a titolo di esempio:
– supporto attivo per servizi notarili-successori;
– supporto attivo per servizi legali-societari;
– supporto attivo per servizi tributari;
– supporto attivo per servizi di intermediazione immobiliare;
– supporto attivo per servizi di noleggio auto di lungo termine e/o leasing;
– supporto attivo per servizi di acquisto orologi di pregio;
– supporto attivo per servizi di acquisto auto d’epoca;
– supporto attivo per servizi di ingegneria e interior design.

Già oggi, quasi tutti i consulenti finanziari vengono regolarmente coinvolti in eventi familiari e relative richieste di consigli utili che nulla hanno a che fare con la finanza operativa e la gestione del risparmio, per cui il passaggio tra l’attuale sistema di offerta e quello del futuro, ben strutturato (anche) sui servizi no core, sarebbe più vicino che mai, e permetterebbe di assicurare l’ingresso di nuove risorse umane da formare persino in attesa del conseguimento dell’esame di stato da consulente finanziario, poiché la distribuzione di quasi tutti i servizi no core esaminati non richiede l’autorizzazione della Consob. Il problema è che le banche-reti, questo passaggio, non riescono ancora a vederlo, oppure non vogliono vederlo.

E’ proprio vero che il cambiamento, anche quando ci attrae, mette sempre un po’ di paura.

Felicità economica e immobiliare passano sempre dalla “Visione” del futuro

Nei suoi due libri, Maria Luisa Visione* racconta a investitori e addetti ai lavori come sia possibile diventare esperti dei propri bisogni e perseguire un nuovo concetto di “felicità applicata” agli obiettivi personali e familiari.

Intervista di Alessio Cardinale

Definire cosa sia la felicità risulta estremamente difficile, e chiunque troverà le definizioni più diverse per definire un concetto tra i più astratti persino per i filosofi più attenti. Per molti la felicità è una serie di emozioni deflagranti, per altri una condizione di costante e “tranquillo” appagamento esistenziale.

In realtà, dare un significato assoluto alla felicità è un’impresa ardua anche per la Scienza. Per Daniel Gilbert (psicologo e ricercatore ad Harvard), per esempio, la felicità può essere di diversi tipi: Felicità Emotiva, quella cioè legata da qualcosa di oggettivamente presente nel mondo reale, come rimanere senza fiato davanti al mare in burrasca o essere appagati da un buon piatto; e Felicità Morale, collegata ai propri comportamentimoralmente appaganti”, come essere attivamente generosi e altruisti. Secondo i dati derivanti dallo studio di Harvard “Study of Adult Development”, l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri, ossia i legami affettivi anche complessi che ci legano a famiglie e amici, e che quando arriva la mezza età diventano l’unico fattore per misurare la felicità.

E il denaro, che posto ha nella definizione “tecnica” di felicità? Secondo un altro studio condotto da “The journal of happiness studies”, i soldi contano solo fino ad una certa soglia di disponibilità, oltre la quale perdono di “efficacia felicitante“. Infatti, le persone con un reddito superiore a tre milioni annui non risultano essere significativamente più felici di quelle che si fermano a 70.000, e il denaro ha una correlazione diretta con la felicità solo quando riesce a sollevare una persona da una condizione di disagio economico ad una migliore, indentificata da una soglia di reddito pari a circa 35.000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità cambiano direzione, e ciò significa che solo la serenità economica e gli affetti più cari ci rendono veramente felici. Ed è proprio sulla scia della serenità e della concretezza economica che Maria Luisa Visione, nei suoi due libri, racconta a investitori e addetti ai lavori come sia possibile diventare “esperti dei propri bisogni” e perseguire un nuovo concetto di “felicità applicata” agli obiettivi personali e familiari. P&F l’ha intervistata per capire la “visione” della scrittrice e consulente patrimoniale.

Maria Luisa, da quanto tempo svolge la professione di consulente finanziario, e cosa ricorda dei suoi inizi?
Ho superato il ventennio. Venti anni vissuti intensamente, in un mondo che abbiamo visto mutare velocemente, con tanti momenti di cambiamento, transizione ed evoluzione, sia dal punto di vista personale che professionale. Oggi, noi consulenti siamo il risultato di questa evoluzione. Ricordo l’emozione unica dei primi appuntamenti, quando sei un fiume in piena di contenuti da raccontare e da rappresentare, consapevole di essere giovane e del desiderio di farti valere. L’emozione più grande è stata sempre quella di scoprire il vissuto del cliente, ogni volta una storia familiare diversa. 

La sua professione riesce ad emozionarla ancora?
Molto, sempre. Ho la certezza di non saperne mai abbastanza, per cui tutto per me rappresenta una continua esplorazione e una nuova scoperta. Vedo il futuro a colori, come una bambina al primo giorno di scuola, e professionalmente cerco di pormi obiettivi sempre più sfidanti.

Quando e perché ha cominciato a scrivere?
Scrivo da quando ne ho avuto la facoltà, in maniera naturale, istintiva. Scrivere è un accesso facile alla comunicazione, una via di comprensione per unire le strade della conoscenza. Che sia conoscenza finanziaria o personale, che arrivi all’educazione o all’anima, non fa differenza. Il mio primo libro è stato un passaggio fondamentale, una sfida con me stessa che mi ha portato a pensarlo, progettarlo, realizzarlo in autonomia e a continuare così ad evolvermi come professionista.

Come descriverebbe i suoi libri, a chi sono rivolti e quali concetti vorrebbero trasmettere?
Sono libri di Educazione Finanziaria, uno rivolto a tutti ed il secondo destinato ad un pubblico più tecnico ed evoluto. Nel primo, La Felicità Economica, propongo un percorso consapevole, concreto e realizzabile per diventare esperti dei propri bisogni e aumentare la probabilità di raggiungere gli obiettivi personali e familiari. I miei testi mostrano come il denaro sia uno strumento a servizio della qualità della nostra esistenza, e come la c.d. Financial Capability, cioè la partecipazione responsabile e consapevole al processo di organizzazione delle proprie risorse economiche, si realizzi veramente quando facciamo di tutto per trasformare sogni e desideri in progetti.

Lei ha adottato il termine “felicità”, quanto ha a che fare con il benessere personale?
Il termine felicità, nei miei libri, perde la sua astrattezza e diventa concreto, identificandosi nella conquista del benessere economico e finanziario personale, e soprattutto nell’autodeterminazione del contributo attivo da attuare per realizzarlo. È la presa d’atto della conoscenza di sé stessi, il termine corretto da adottare rispetto al rapporto con il risparmio e con la sua funzione di “mezzo”. Conoscere, applicare, diventare abili e scegliere consapevolmente sono passaggi accessibili a tutti, che non necessitano di particolari tecnicismi e che sono in simbiosi con il raggiungimento di una vita economica “felice”.

Secondo lei, cosa impedisce oggi la diffusione capillare dell’Educazione Finanziaria in Italia?
Non parlerei di impedimenti, ma di ritardo. Sono stati fatti molti passi in avanti rispetto anche a soli 5 anni fa, ed oggi è presente una sitografia istituzionale ricchissima dedicata all’Educazione Finanziaria con strumenti operativi, pubblicazioni, percorsi, giochi ed esperienze virtuali a disposizione di tutti. Basti guardare il ricco calendario del Mese dell’Educazione Finanziaria al quarto anno dalla prima edizione. Tuttavia, il ritardo accumulato dal nostro Paese richiede un’azione continuativa di Welfare promozionale di rete e un ulteriore tempo di semina, poiché ci vuole tempo per trasformare la conoscenza acquisita in comportamenti virtuosi.

L’Educazione Finanziaria conviene all’industria del Risparmio, oppure no?
L’Educazione Finanziaria è utile sia al singolo che alla collettività, perché alla lunga genera valore sociale, ricchezza, benessere psicologico e serenità economica, con risultati riscontrabili in termini di sicurezza e di sviluppo. Pertanto, quella di esserne parte, per l’industria del Risparmio, è una grande occasione per spostare il focus dal prodotto e dai mercati alle decisioni finanziarie consapevoli, guidate dagli obiettivi e dai momenti della vita che contano. Nella pianificazione finanziaria, per fare un esempio concreto, i conti sono sempre in sicurezza, la liquidità serve alla gestione delle spese correnti, la riserva occorre per affrontare gli imprevisti e il tempo è funzionale agli strumenti di investimento per raggiungere gli obiettivi di vita in relazione al profilo di rischio.

Quali provvedimenti prenderebbe oggi, se venisse nominata “ministro per l’Educazione Finanziaria”?
Per prima cosa destinerei ogni anno un budget di spesa fisso per programmare percorsi di Educazione Finanziaria e di Welfare aziendale destinati a tutte le fasce sociali e di età, dando risalto alla figura dell’Educatore Finanziario come operatore riconosciuto sul mercato. Poi istituirei l’insegnamento dell’Educazione Finanziaria all’interno dei programmi scolastici e universitari come oggetto di studio e di esame, in modo da portare l’Italia a diventare un esempio di eccellenza nel mondo.

Ci parli dell’ultimo libro, “La Felicità Immobiliare”.
La Felicità Immobiliare è un manuale tecnico, rivolto agli addetti ai lavori (consulenti finanziari, patrimoniali, immobiliari) e ai clienti più evoluti, che esplora la consulenza finanziaria integrata, poiché inserisce gli immobili e crea una linea di coerenza tra questi e gli asset finanziari per la gestione complessiva del patrimonio, in funzione del ciclo di vita economico e degli eventi di transizione. Il nuovo modello di servizio proposto nel libro inquadra la dinamicità del patrimonio immobiliare alla stregua del patrimonio finanziario, cogliendone gli aspetti amministrativi, economici, gestionali e fiscali. Il principio di base è che il patrimonio non è mai fermo, si evolve, si ricontestualizza ed è per questa ragione che necessita di una consulenza integrata per unire elementi strategici e specialistici, restituendo valore e utilità ai clienti. È un libro che propone un altro modo di guardare alle esigenze del cliente, affermando il ruolo strategico di Consulente Finanziario quale fiduciario della famiglia verso la costruzione del benessere e della qualità della vita,  e quindi della “felicità”.

Cosa manca, in Italia, per dare dignità professionale ed una seria regolamentazione alla professione di Consulente Patrimoniale?
Non credo che manchino le regole, ce ne sono molte, forse non sempre vengono rappresentate quale elemento di distinzione. Manca la competenza di saper scegliere a chi affidarsi, ma l’Educazione Finanziaria serve a far compiere il salto di paradigma a clienti e consulenti verso la pianificazione finanziaria funzionale agli obiettivi di sicurezza e di sviluppo, entrambi fondamentali per la ricerca della serenità.

* Maria Luisa Visione, consulente patrimoniale e scrittrice

Sistema bancario vs Educazione Finanziaria, un duello ancora in corso

Dopo tante dichiarazioni di intenti sul tema dell’Educazione Finanziaria, forse per il sistema bancario e per le Istituzioni è arrivato il momento di disegnarne i confini entro cui farla funzionare davvero. Tuttavia, per ottenere risultati bisogna affrontare tematiche “politicamente scorrette”, che normalmente vengono sussurrate o sottaciute per convenienza o per necessità.

Negli ultimi cinque anni abbiamo assistito ad una fioritura di contenuti in tema di Educazione Finanziaria provenienti dalle fonti più autorevoli e disparate. Dell’argomento, infatti, si è occupato lo Stato Italiano – con il decreto-legge del 23 dicembre 2016, n. 237, convertito nella legge del 17 febbraio 2017, n. 15 (“Disposizioni urgenti per la tutela del risparmio nel settore creditizio“) – che ha avviato una strategia nazionale per l’educazione finanziaria da cui sono scaturite diverse iniziative ed una comunicazione costante (con un sito web dedicato).

Sulla sua scia, il sistema bancario e le reti di consulenza hanno fornito la loro versione della materia, facendo anch’esse dell’educazione finanziaria professione di buoni principi. Anche numerosi consulenti, individualmente, hanno cominciato ad aggiungere al proprio biglietto da visita l’appellativo di “educatore finanziario”, dandone ampia visibilità nella Rete e nei social network grazie ad una buona produzione di contenuti destinati agli utenti. Molte domande, però, rimangono sospese, ed il tema – la cui importanza è stata ribadita in tutte le più importanti sedi internazionali – sembra non decollare, rimanendo allo stato di enunciato e dichiarazione di buone prassi. Infatti, l’Istituzione fondamentale di impulso (il Governo) e gli attori protagonisti di settore (l’industria del risparmio) non appaiono esattamente “innamorati” dell’educazione finanziaria e, in qualche modo, sembrano quasi tenerla un po’ a distanza, facendo per essa lo stretto necessario e non, come forse qualcuno si sarebbe aspettato, utilizzandola come un vero cavallo di battaglia della propria comunicazione al pubblico.

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Del resto, sia la proto-professione di consulente patrimoniale che quella ancora più abbozzata di educatore finanziario rimangono senza una propria regolamentazione, e salvo l’iniziativa di chi vuole colmare, con il proprio impegno formativo o associativo, l’evidente vuoto normativo sulla più ampia consulenza patrimoniale (che non coincide affatto con la consulenza finanziaria, ma la include) chiunque oggi può appropriarsi delle due denominazioni – strettamente collegate al concetto di educazione finanziaria – anche senza averne né le caratteristiche né la preparazione adeguata.

Pertanto, sul tema dell’Educazione Finanziaria ci troviamo in una evidente fase di transizione verso un orizzonte dai contorni ancora troppo sfocati,  e ci si chiede se l’attuale sistema bancario italiano, comprendendo in esso anche l’universo della consulenza finanziaria imperniato sul ruolo dominante della banca-rete, sia concretamente pronto ad accogliere a piene mani, accettandone le conseguenze commerciali per tutti i suoi settori industriali (dalla produzione di strumenti finanziari alla loro distribuzione), l’aumento del livello medio di conoscenze finanziarie dei risparmiatori, che sta già determinando una progressiva diminuzione dei costi all’investitore ed una ulteriore diminuzione dei margini di ricavo alle reti di consulenti. In particolare, ci si chiede come un sistema fortemente incline a favorire le logiche industriali della quantità – budget, portafoglio medio, commissioni di gestione, totale expense ratio etc – possa fare propria un’attività come l’educazione finanziaria che, invece, è un elemento propedeutico ad affermare le logiche di qualità in base ai quali gli investitori indirizzeranno sempre di più le proprie scelte in futuro.

Forse, dopo aver speso tutte le possibili dichiarazioni di intenti sul tema dell’educazione finanziaria, per il sistema bancario è arrivato il momento di disegnarne il perimetro entro cui farla funzionare davvero, in un rapporto chiaro di causa-effetto che consenta anche di tracciare un confine oltre il quale i costi di tale fondamentale elemento di crescita della Società Economica Italiana non debbano più essere scaricati sulle reti di professionisti della consulenza, ai quali mancano oggi importanti innovazioni capaci di compensare la continua diminuzione dei ricavi alla rete. Per fare tutto ciò, bisogna parlare “fuori dai denti”, ed affrontare tematiche “politicamente scorrette” che normalmente vengono sussurrate o sottaciute, per convenienza o per necessità, dal mainstream dell’industria. In particolare, è necessario rispondere in modo chiaro alle frequenti domande che ogni consulente si è posto in questi ultimi anni, dandosi egli stesso le risposte più disparate non avendo trovate quelle adeguate all’interno del sistema lavorativo di cui fa parte.  

1) Cosa si intende per Educazione Finanziaria?
Come affermato da Maurizio Nicosia, l’“educazione finanziaria” non corrisponde alla “cultura finanziaria”, nel senso che nell’educazione finanziaria è certamente compresa la cultura, ma la semplice conoscenza degli strumenti e dei rischi legati agli stessi non definisce affatto l’educazione finanziaria. Per arrivare a questa, infatti, serve collegare l’universo dei singoli investimenti a degli obiettivi di spesa programmati all’interno di un orizzonte temporale, ed è questo collegamento che rende un investitore “finanziariamente educato”. Questa fondamentale differenza comporta, da parte del sistema bancario e delle Istituzioni, un cambio di passo che non è affatto avvenuto. Infatti, tutte le iniziative che si stanno mettendo in atto adesso sono circoscritte essenzialmente alla “cultura finanziaria”, e non all’aspetto più importante, e cioè quello “educativo”, che il risparmiatore non impara dai libri o da Internet, ma dal confronto con personale specializzato. E a poco vale introdurre gli elementi di cultura finanziaria nelle scuole secondarie, poiché la fascia di età in cui si inizia a risparmiare è sempre più ritardata nel tempo e, se non si farà nulla per educare i millennials e i babyboomers, si dovranno aspettare circa venti anni prima di avere una società con un livello complessivo soddisfacente di educazione finanziaria.

2) Se il cliente diventa “educato” finanziariamente, non avrà più bisogno di un consulente finanziario?
Questo timore è privo di fondamento. A meno di non diventare tutti dei veri appassionati di finanza e mercati ed abbandonare il nostro lavoro, l’educazione finanziaria non trasferisce né la conoscenza tecnica degli strumenti né l’esperienza sul campo, ossia i due elementi fondamentali che differenziano un consulente da un non-consulente. Sostenere una simile teoria, infatti, equivarrebbe a dire che non serve avere un avvocato se si è a conoscenza che, perdendo una causa in primo grado, si può ricorrere in appello.

3) Se l’investitore acquisisce sempre maggiore consapevolezza del proprio ruolo, come dovrà cambiare il ruolo del consulente?
La fondamentale funzione dell’educatore finanziario – quella che consentirebbe al risparmiatore il passaggio dall’essere finanziariamente “acculturato” ad essere “educato” – non è attualmente regolamentata nè retribuita, per cui oggi questo compito di grande responsabilità viene lasciato alla discrezione del singolo consulente o della singola filiale di banca; questi ultimi, a loro volta, non sono incoraggiati dal sistema a far evolvere i propri clienti, dal momento che sono costretti a privilegiare gli elementi quantitativi (budget, portafoglio medio, etc) rispetto a quelli di qualità. Di conseguenza, finchè le competenze di educatore finanziario non verranno regolamentate – come si sta cercando di fare per la consulenza patrimoniale, per mezzo di diplomi privatistici che attestano il compimento di un percorso formativo specifico – il ruolo del consulente finanziario non subirà alcuna variazione di rilievo, anche perché le iniziative del sistema, come evidenziato nel precedente punto n. 1, non aiutano certo i risparmiatori “ineducati” a percepire la differenza tra un consulente-educatore ed un consulente “ordinario”.

4) Il processo di progressiva Educazione Finanziaria aumenterà ancora di più il livello di trasparenza sui costi dell’investimento e causerà un minore guadagno per i consulenti finanziari?
Finchè il sistema bancario scaricherà sulle reti commerciali i minori ricavi conseguenti all’aumento della trasparenza sui costi alla clientela, è certo che ai consulenti finanziari verranno richiesti ulteriori sacrifici in termini di margini provvigionali, così come è sicuro che le filiali di banca continueranno ad essere chiuse in gran numero. In particolare, il numero dei consulenti attivi è destinato a diminuire, a meno che il sistema non si decida – finalmente – a mettere mano a quei cambiamenti che potrebbero attribuire dignità professionale ai ricavi da consulenza finanziaria, il cui modello di business trova un limite invalicabile nell’impossibilità di slegare l’attività di consulenza dalla distribuzione di fondi e sicav, e non permette anche alle reti dei professionisti non autonomi la possibilità di far sottoscrivere il contratto di consulenza indipendente – che disciplinerebbe anche i servizi in materia di patrimonio immobiliare – ed uscire parzialmente dalla logica del portafoglio medio e della continua raccolta.

5) Il passaggio dalla cultura alla Educazione Finanziaria determinerebbe maggiori o minori ricavi per il sistema?
La questione non riguarda i ricavi, ma la sostenibilità del conto economico delle banche e gli utili che la gallina dalle uova d’oro della consulenza finanziaria distribuisce ogni anno alle capogruppo e/o agli azionisti. Fino ad oggi, la diminuzione dei margini – iniziata nel 2009 e non ancora finita – ha consentito al sistema di reggere l’onda d’urto delle due MiFID, ma ha lasciato dietro di sé migliaia di “vittime”, ossia moltissimi bravi consulenti con portafoglio sotto la media espulsi dall’industria del risparmio per via della diminuzione di risorse da spendere nell’affiancamento commerciale e nella loro formazione a causa dei notevolissimi costi di adattamento alle nuove Direttive. Il risultato finale è un numero sempre crescente di consulenti “anziani” e piuttosto in avanti con l’età – ormai diventati la metà del totale – ed un sistema chiuso e incapace di rigenerarsi.

In conclusione, se la volontà “politica” del sistema bancario e delle Istituzioni è quella di lasciare il mondo così com’è, limitando alle dichiarazioni di intenti la propria attivazione in tema di educazione finanziaria dei risparmiatori, non si vedono grandi cambiamenti all’orizzonte, ed è ancora lontanissimo il momento in cui le uniche innovazioni strutturali capaci di creare il terreno educativo più fertile – ossia il contratto di consulenza indipendente alle reti, la nascita delle società o studi associati di consulenti finanziari non autonomi e la loro partecipazione agli utili delle banche-reti – vedranno finalmente la luce. 

Consulenti finanziari, non generatori di performance. Clienti “invisibili”, attenti a chi consiglia il fai da te

Come per tutte le altre professioni, il valore della consulenza finanziaria non risiede nelle somme da amministrare insieme al cliente, ma “all around”, e cioè nella capacità di ampliare anche per i clienti con pochi risparmi lo scenario di valutazione e le soluzioni più efficaci, partendo dal presupposto che le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.

Di Laura Facchin*

Se hai un capitale di 30mila euro non ti puoi permettere un consulente finanziario”. A sostenerlo non è la fioraia sotto casa, ma un articolo de “Il Sole 24 Ore di qualche giorno fa. A scriverlo è Giorgio Carlino, gestore professionista la cui “carriera è stata funzione dell’amore per gli investimenti, dell’asset allocation, della costruzione di portafoglio e della voglia di ispirare le persone intorno a me“. Secondo Carlino, l’opportunità di beneficiare dei suggerimenti di un professionista della finanza e del patrimonio sarebbe preclusa al risparmiatore c.d. “invisibile” (quello che detiene risparmi di modesta entità) sulla base del principio squisitamente numerico – e totalmente infondato – secondo cui a questa tipologia di investitori converrebbe soltanto il fai-da-te, al fine di evitare di sostenere i costi “troppo elevati” di un consulente finanziario e pregiudicare quasi del tutto la performance dell’investimento.  

Oggettivamente, a leggere questi ragionamenti non ci si sente tanto “ispirati”, e per diversi motivi. Il primo, è che i costi annui di gestione degli strumenti finanziari, ed in particolare di quelli appartenenti all’universo del Risparmio Gestito, sono applicati in proporzione (percentuale) alla somma investita. Il secondo è che anche le eventuali commissioni di ingresso “una tantum”, che fanno ormai parte della preistoria delle reti di consulenza, sono calcolate in percentuale – e non in quota fissa – sulla somma investita, per cui non si comprende come possano miracolosamente pesare di meno a chi detiene somme maggiori rispetto al risparmiatore “invisibile”. Il terzo motivo riguarda i costi relativi alla consulenza finanziaria, che per gli investitori con un portafoglio modesto sono regolarmente azzerate o molto ridotte grazie alle tariffe “flat”, le quali difficilmente superano i 300 euro l’anno (al massimo, quindi, l’1% sui famosi 30.000 euro, e non il 3,3% a cui arriva).

Infine, c’è il quarto motivo, il più importante di tutti, che riguarda  proprio la “cura” che l’autore dell’articolo del Sole 24 Ore suggerisce incautamente al piccolo investitore, e cioè il c.d. fai-da-te. Quella che, solo a prima vista, potrebbe sembrare un consiglio disinteressato, quasi fraterno, rivelerebbe invece come l’articolo si sia ispirato al concetto che “va bene tutto, tranne che rivolgersi ad un consulente finanziario”. Infatti, pur di sostenere questa tesi – per semplice deduzione – l’autore si spinge in un vero e proprio terreno minato, e suggerisce al suo ipotetico investitore invisibile “…Che ti piaccia o no, la strada è una sola, informarti per acquisire le basi minime per poter gestire i tuoi soldi ed ottenere in autonomia un rendimento medio del 3-4%. So che la cosa ti spaventa e non ti senti all’altezza, ma ho una bella notizia per te. Non è così difficile come sembra....in giro ci sono un sacco di corsi fatti molto bene che costano circa 200 euro e ti possono veramente aiutare a gestire bene ed in autonomia i tuoi risparmi….“. Ebbene, ci vuol poco a capire, per gli addetti ai lavori, che il suggerimento dell’autore, anzichè arrecare benefici, si può trasformare in un pozzo inesauribile di costi a carico per chi si volesse cimentare, per esempio, nell’acquisto diretto di titoli a mercato, per non parlare degli enormi rischi che si corrono su tutto o su parte del capitale quando, anziché un consulente finanziario, al fianco dell’investitore c’è un docente virtuale che è interessato a venderti il suo corso low cost da 200 euro, oppure il “cugino esperto” o, peggio ancora, uno dei moderni truffatori seriali delle piattaforme online non autorizzate.

Forse, per il Sole 24 Ore che ospita questi contenuti, il consulente finanziario deve essere solo un “generatore di performance” per giustificare la sua stessa esistenza? Oppure il cliente è solo un numero da qualificare in base al suo portafoglio, e non in relazione al suo diritto di ricevere una assistenza (e una tutela) di qualità, a prescindere dall’entità dei suoi mezzi finanziari? In tal senso, si può essere d’accordo che un investitore con mezzi finanziari ingenti possa avere bisogno di soluzioni più elaborate e, in un certo modo, più “sartoriali”; ma è accettabile il principio secondo cui il cliente con pochi risparmi a disposizione debba essere abbandonato a sé stesso ed al fai-da-te solo per l’entità del suo portafoglio?

Se poi consideriamo che, nel panorama dell’offerta di servizi finanziari online, esistono già alcune piattaforme per le quali il risparmiatore “esiste” solo se ha un patrimonio finanziario di almeno 250mila euro, noi consulenti potremmo tranquillamente appendere al chiodo gli scarpini con i quali volevamo giocare la partita dell’educazione finanziaria in Italia, e non c’è partita da poter giocare se prima non si definiscono i confini del campo da gioco e le regole a cui tutti, gregari e fuoriclasse, devono sottostare.

Consigliare un corso da 200 euro ed il fai-da-te ad un investitore finanziariamente “ineducato” è come dire ad un malato di cercarsi la cura più adatta su Google, a meno che egli non possa permettersi la parcella di uno specialista. In questo modo, il messaggio che viene dato al risparmiatore è “tu vali soltanto 30mila euro, non meriti nessun tipo di servizio, arrangiati”, salvo poi fargli risalire la speciale classifica delle caste finanziarie se il risparmiatore “invisibile” vende casa e incassa improvvisamente 300-400.000 euro da investire, oppure eredita un patrimonio importante. Invece, bisogna sempre comprendere perché una persona, in un determinato momento della propria vita, detiene pochi risparmi, e capire in quale di queste fasi egli si trova esattamente. Potrebbe, per esempio, aver comprato casa ma avere un figlio disabile da tutelare, oppure avere redditi consistenti ma una gestione disordinata delle proprie finanze, e magari avere figli da mandare all’università in un’altra città. Potrei continuare all’infinito con gli esempi e, facendo leva sui fatti della vita, trovare mille motivazioni per cui vale la pena seguire anche il cliente con poche disponibilità, e seguirlo bene.

Laura Facchin

Noi consulenti finanziari non valiamo solo se interpretiamo bene il ruolo residuale di “generatori di performance”, poiché la nostra professione è esattamente pari a quella di qualunque professionista: non contiene una obbligazione di risultato, ma di mezzi, all’interno di una cornice di norme di comportamento da osservare. Così come gli avvocati vengono pagati anche quando perdono le cause – a meno che non sia il risultato di negligenza o dolo – anche i consulenti finanziari devono essere pagati persino nei momenti in cui la performance degli investimenti è negativa, e ciò giustifica pienamente i costi degli strumenti di investimento (o la parcella, per i consulenti autonomi). Infatti, il valore della consulenza finanziaria non risiede in quei 30mila euro, ma “all around“, e cioè nella capacità di ampliare lo scenario di valutazione per individuare soluzioni efficaci, efficienti e integrate, partendo dal presupposto che le cose fatte bene hanno bisogno di tempo.

E se la performance annuale del portafoglio di un cliente è stata pari all’8%, ma il suo consulente non si è preliminarmente preoccupato di tutelare i suoi interessi e proteggere il futuro dei suoi cari, lo si può tranquillamente sostituire con un robo-advisor oppure, se si ha poca immaginazione, leggere il Sole 24 Ore e gli articoli di Giorgio Carlino.

Laura Facchin, Consulente Finanziario e patrimoniale, certificato European Financial Advisor