Ottobre 3, 2022
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Ecco cosa porta Wall Street al limite. I rischi aumentano in tutto il mondo

Le banche centrali hanno dato uno straordinario supporto agli stati negli ultimi 15 anni, ma le loro politiche hanno creato fragilità economica. Adesso ci affidiamo a loro per affrontare le medesime fragilità.

Mentre la Federal Reserve intensifica gli sforzi per domare l’inflazione, rafforzando il dollaro e mandando le obbligazioni e le azioni in tilt, cresce la preoccupazione che la strategia della banca centrale possa generare conseguenze indesiderate e potenzialmente disastrose.

I mercati sono entrati in una fase pericolosa la scorsa settimana, in cui le mosse statisticamente insolite tra classi di attività stanno diventando comuni. La discesa del valore delle azioni ottiene la maggior parte dei titoli dei giornali, ma è nelle rotazioni e nell’interazione dei mercati globali molto più grandi per valute e obbligazioni che i problemi si stanno preparando, secondo gli analisti “veterani” di Wall Street. Infatti, dopo essere stata criticata per essere stata lenta nel riconoscere l’inflazione, la Fed ha intrapreso la sua serie più aggressiva di rialzi dei tassi dagli anni ’80. Da quasi zero a marzo, la Fed ha spinto il suo tasso di riferimento a un obiettivo di almeno il 3%. Allo stesso tempo, il piano di liquidare il suo bilancio di 8,8 trilioni di dollari in un processo chiamato “stringimento quantitativo” (o QT) – che consente ai proventi dei titoli che la Fed ha sui suoi libri contabili di non essere reinvestiti – ha scoraggiato i più grandi acquirenti di Treasury.

La sensazione è che non ci siano precedenti storici che possano suggerire i possibili sviluppi di ciò che sta succedendo oggi nei mercati. Al  momento, è il rafforzamento irripetibile del dollaro che sta facendo riversare liquidità sugli asset statunitensi ad alto rendimento grazie alle azioni della Fed. Tuttavia, la forza del dollaro USA ha storicamente portato ad un periodo di crisi finanziaria o economica, poichè i picchi passati della valuta americana, in passato, hanno coinciso con la crisi del debito messicano dei primi anni ’90, con la bolla azionaria tecnologica statunitense della fine degli anni ’90, con la bolla immobiliare che ha preceduto la crisi finanziaria del 2008 e la crisi del debito sovrano del 2012. Inoltre, il dollaro forte sta destabilizzando le economie d’oltremare perché aumenta le pressioni inflazionistiche al di fuori degli Stati Uniti. Infatti, la Fed sta sovraccaricando il dollaro in un modo che era difficile prevedere, e oggi i mercati potrebbero sottovalutare l’effetto inflazionistico di un dollaro in aumento sul resto del mondo.

Ci sono due grandi categorie di preoccupazioni in questo momento. La prima è l’aumento della volatilità in quelli che dovrebbero essere gli strumenti a reddito fisso più sicuri al mondo potrebbe sconvolgere l’”impianto idraulico” del sistema finanziario. Poiché i Treasury sono supportati dalla piena fiducia e credito del governo degli Stati Uniti e sono utilizzati come garanzia nei mercati di finanziamento overnight, il calo del loro prezzo e i conseguenti rendimenti più elevati potrebbero rovinare il buon funzionamento di quei mercati, e la Fed potrebbe dover stabilizzare il prezzo dei Treasury con finanziamenti di emergenza. Ciò probabilmente costringerà la Fed a interrompere il suo programma di inasprimento quantitativo prima del previsto, proprio come ha fatto la Banca d’Inghilterra. Sebbene ciò confonderebbe il messaggio della Fed secondo cui si sta comportando in modo duro sull’inflazione, la banca centrale potrebbe non avere scelta.

La seconda preoccupazione è che i mercati così indeboliti possano esporre i gestori patrimoniali, gli hedge fund o altri attori a rischi di liquidità e di sovra indebitamento. In una tale situazione,  è possibile che le richieste di margine e le liquidazioni forzate possano aumentare ulteriormente la correzione mercati. In tal senso, gli operatori di carry trade, che implicano l’assunzione di prestiti a tassi bassi e il reinvestimento in strumenti ad alto rendimento (spesso con l’aiuto della leva finanziaria) hanno una storia di implosioni. Inoltre, il dollaro più forte rende più difficili da rimborsare ampie fasce di obbligazioni denominate in dollari emesse da operatori non statunitensi, il che potrebbe mettere sotto pressione i mercati emergenti già alle prese con l’inflazione. E altre nazioni potrebbero scaricare i titoli statunitensi nel tentativo di difendere le loro valute, esacerbando le mosse dei Treasury.

Ironia della sorte, sono le riforme emerse dall’ultima crisi globale ad aver reso i mercati più fragili. Ciò che sta diventando più evidente, infatti, è che sarà difficile per gli Stati Uniti e per le altre grandi economie europee e mondiali rinunciare allo straordinario supporto che le banche centrali hanno dato negli ultimi 15 anni. Il problema è che sono le loro stesse politiche che hanno creato la fragilità, e ora ci affidiamo alle loro politiche per affrontare le medesime fragilità.

Mercato immobiliare: buono il 2022, il 2023 alla prova delle variabili economiche

I prossimi mesi fino a tutto il 2023 saranno un banco di prova per il mercato immobiliare, che dovrà fare i conti con l’inflazione, con i tassi di interesse più elevati che limiteranno l’accesso al credito e con la carenza di offerta.

Di Fabiana Megliola*

Il mercato immobiliare nella prima parte del 2022 dimostra ancora un buon dinamismo, la domanda è vivace, l’offerta è in diminuzione e i valori sono in aumento in tutte le realtà territoriali, grandi città, capoluoghi di provincia e hinterland delle grandi città.

Si segnala un ritorno all’investimento immobiliare: l’inflazione e la liquidità accumulata anche nel periodo del lockdown hanno suggerito il mattone come forma di difesa del capitale. Quest’ultimo è stato riversato nuovamente nella casa da mettere a reddito (dopo il rallentamento dei precedenti semestri) ma ancora di più nella casa vacanza. Le grandi città segnalano una crescita dei valori, in linea con quanto registrato nel semestre precedente. Siamo di fronte al rialzo maggiore dal secondo semestre del 2017, quando il mercato riemerse dalla lunga crisi che lo aveva interessato. Spicca Milano che mette a segno il recupero dei prezzi più elevato.  

Analizzando le grandi città, si conferma una tenuta delle zone periferiche. Nell’hinterland delle metropoli le case continuano ad acquistare valore, particolarmente brillante il trend dei prezzi in provincia di Milano e Bologna. Bene anche quello di Verona, grazie al traino delle località turistiche del lago di Garda che ormai da diversi semestri si stanno distinguendo per essere dinamiche e attrattive.  I capoluoghi di provincia, pur con prezzi in aumento, forniscono un risultato leggermente peggiorativo rispetto al precedente semestre, in seguito all’andamento meno dinamico di alcune città. Tra le realtà capoluogo di provincia ce ne sono però diverse che spiccano per i loro risultati superiori alla media, tra queste Trieste e Ferrara.  

Prezzi in crescita anche sulle nuove costruzioni, ma la rete conferma un rallentamento delle attività a causa della difficoltà di approvvigionamento dei materiali e dell’aumento dei costi degli stessi che non sempre garantiscono la marginalità attesa. Questa è una delle cause della contrazione dell’offerta sul mercato. Non accennano a rallentare i tempi di vendita che, anche a giugno, sono ancora in diminuzione e toccano il minimo storico degli ultimi dieci anni: nelle grandi città occorrono in media 108 gg, sei giorni in meno rispetto a un anno fa. A Milano si vende più velocemente che altrove. Lo sconto medio, altro indicatore di buona salute, si riduce e si porta all’8,4%.

Tiene anche nella prima parte del 2022 il mercato della casa vacanza: prezzi in aumento al mare, in montagna e al lago. Il mercato delle locazioni, dopo il brusco calo dei valori che si era verificato a causa della pandemia, ha registrato un recupero non appena le restrizioni sono venute meno. Con il rientro degli studenti fuori sede e con il ritorno importante dei turisti che hanno ridato vigore al segmento degli affitti brevi, i canoni di tutte le tipologie immobiliari hanno ripreso a salire anche se meno di quanto registrato nella seconda parte del 2021. Ed è sempre Milano a mettere in luce variazioni dei canoni più elevati rispetto alle altre città.

I prossimi mesi, ma ancora di più il 2023, saranno un banco di prova per il mercato immobiliare, che dovrà fare ancora i conti con l’inflazione, con l’aumento dei tassi di interesse che limiterà l’accesso al credito (in particolare per alcune categorie di acquirenti), con una carenza di offerta che le agenzie lamentano da mesi, con il quadro economico che si sta deteriorando e un peggioramento della fiducia. Al momento, le previsioni per il 2023 restituiscono ancora un aumento dei prezzi tra +1% e +3%. Come Ufficio Studi Tecnocasa, stiamo ultimando le analisi, approfondendo le dinamiche nei diversi territori al fine di definire un quadro completo che sarà presentato a Milano durante la conferenza stampa nazionale del prossimo 19 ottobre.  

* Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa

USA: cosa aspettarsi nei mercati la prossima settimana

Dopo il crollo della scorsa settimana, negli Stati Uniti in arrivo aggiornamenti su indicatori economici molto importanti: prezzi delle case, fiducia dei consumatori, indice dei prezzi al consumo di beni personali.

Di Mack Wilowski

I mercati azionari statunitensi sono crollati la scorsa settimana, con il Dow Jones che è caduto brevemente in territorio di mercato ribassista e ha chiuso a un nuovo minimo del 2022 sulla scia delle preoccupazioni sui rischi di recessione, che sono aumentati dopo che la Federal Reserve ha aumentato i tassi di interesse di 75 punti base per frenare l’inflazione.

Il Dow Jones è sceso del 4% e lo S&P 500 ha perso il 4,7%, mentre il Nasdaq si è contratto del 5%. Nel frattempo, i rendimenti dei Treasury sono saliti ai livelli più alti in oltre un decennio. L’inversione della curva dei rendimenti si è accentuata, in quanto il rendimento del biennale è salito sopra il 4,2%, in segno di crescente pessimismo sulla salute a breve termine dell’economia.

Venerdì i prezzi del petrolio sono scesi mentre i timori di recessione globale e di un dollaro più forte, che è salito ai massimi pluridecennale contro euro e sterlina, hanno scosso i mercati energetici globali. Il prezzo del greggio West Texas Intermediate (WTI) è sceso del 5% a 79 dollari al barile, il livello più basso dall’inizio di gennaio. Da oggi gli investitori hanno in agenda diversi aggiornamenti economici chiave nella prossima settimana. Martedì, infatti, saranno disponibili gli ultimi rapporti sul mercato immobiliare, con il rilascio delle vendite di nuove case di agosto e l’indice dei prezzi delle case S&P Case-Shiller per luglio. Il Consumer Confidence Index (CCI) del Conference Board e il Consumer Sentiment Index (MCSI) dell’Università del Michigan offriranno aggiornamenti sul sentimento dei consumatori.

Giovedì, il Bureau of Economic Analysis (BEA) pubblicherà la sua stima finale per la crescita del PIL del secondo trimestre. L’indicatore di inflazione preferito dalla Fed, l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE), arriverà venerdì. Nike, Micron Technology, Carnival Corporation e Bed Bath & Beyond saranno tra le società che registrano utili. Vale anche la pena notare che la prossima settimana è l’ultima settimana del terzo trimestre, con venerdì l’ultimo giorno di negoziazione di settembre, storicamente uno dei peggiori mesi dell’anno per le azioni. Attraverso 182 giorni di negoziazione finora quest’anno, il 2022 ha visto il quinto peggior inizio di qualsiasi anno nella storia per le azioni statunitensi.

Martedì, S&P Global rilascerà il suo ultimo indice dei prezzi delle case Case-Shiller, tracciando i prezzi delle case nazionali. È probabile che la crescita dei prezzi sia ulteriormente decelerata a luglio, dopo che i prezzi sono aumentati di appena lo 0,4% a giugno, segnando il tasso di crescita più lento in due anni. La crescita dei prezzi delle case ha raggiunto il picco a marzo e da allora è rallentata, poiché l’aumento dei tassi ipotecari e il calo dell’accessibilità economica pesano sui potenziali acquirenti. I prezzi sono aumentati del 18% a giugno rispetto a un anno fa, e anche i guadagni annuali sono previsti in decelerazione. Sempre martedì, Freddie Mac rilascerà il suo House Price Index (HPI) relativo al mese di luglio. I prezzi erano aumentati dello 0,1% a giugno – il guadagno più lento da maggio 2020 – con la crescita annuale dei prezzi in decelerazione a un tasso annuo del 16,2%, in calo rispetto al picco del 19,3% di febbraio.

Sempre martedì, il Conference Board rilascerà l’aggiornamento di settembre al suo Consumer Confidence Index (CCI), che misura l’ottimismo dei consumatori riguardo alle loro finanze personali e allo stato dell’economia. Stime preliminari prevedono un leggero aumento della fiducia dei consumatori, a 104 da 103,2 di agosto. L’Università del Michigan pubblicherà venerdì la lettura finale di settembre del suo Consumer Sentiment Index (MCSI). Gli economisti prevedono una lettura dell’indice invariata a 59,5, rispetto a 58,2 di agosto e un minimo storico di 50 a giugno. Il sentiment dei consumatori è leggermente migliorato all’inizio di settembre, poiché i prezzi del gas sono diminuiti e le aspettative di inflazione futura si sono attenuate. Tuttavia, l’indice è rimasto vicino ai minimi storici, poiché l’inflazione costantemente elevata continua a incidere sul sentiment.

L’inflazione frena la ripresa, ma non la fa deragliare. Prezzi favorevoli per ribilanciare i portafogli

Gli attuali livelli di sconto sono già una opportunità per gli investitori, che potrebbero sfruttare l’attuale situazione per ribilanciare i portafogli e aggiungere investimenti di qualità a prezzi più favorevoli.

Di Angelo Kourkafas, CFA

L’inflazione rimane la kryptonite dei mercati finanziari quest’anno. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) della scorsa settimana più caldo del previsto per il mese di agosto ha innescato il più grande calo giornaliero dello S&P 500 in oltre due anni, e ha spinto al rialzo le aspettative sui tassi di interesse. Le ampie pressioni sui prezzi sfidano la Fed a continuare e suggeriscono che la strada verso l’obiettivo del 2% sarà probabilmente lunga e potrebbe includere alcune difficoltà economiche lungo il percorso. Ma ci sono barlumi di speranza che la tendenza di fondo dell’inflazione sarà probabilmente in calo nei prossimi trimestri.

In sintesi, il rapporto sull’inflazione americana di agosto ha tradito le aspettative di un lieve calo mensile, e l’IPC ha sorpreso al rialzo salendo dello 0,1% ad agosto da luglio. Il tasso di inflazione annuale, però, è sceso dall’8,5% all’8,3%, ma è stato comunque superiore all’8,1% previsto. 

Più preoccupante e fondamentale per le banche centrali è stato il fatto che il cosiddetto indice core, che esclude le categorie volatili di cibo ed energia, è passato dal 5,9% di luglio al 6,3%, vanificando la piccola moderazione dell’indice, poiché gli aumenti di prezzo di tutti i beni rimangono ampi, aggiungendo pressioni al rialzo. I prezzi delle auto usate, per esempio, sono diminuiti dello 0,1%, ma i prezzi di quelle nuove sono aumentati dello 0,8%.

Qual è la prospettiva? La persistenza e l’ampiezza dell’inflazione suggeriscono che il compito delle banche centrali sarà piuttosto difficile. Infatti, i prezzi in aumento degli immobili e i salari più elevati stanno esercitando pressioni al rialzo sull’inflazione nel prezzo dei servizi, ma sia in USA che in Europa ci sono segnali che la tensione del mercato del lavoro si sta lentamente allentando, che le catene di approvvigionamento si stanno normalizzando, che i prezzi delle materie prime continuano a indebolirsi e che la domanda dei consumatori si sta moderando, mentre gli aumenti dei tassi rallentano l’economia. Per questi motivi, prevediamo che la traiettoria dell’inflazione sarà più bassa nel breve periodo, anche se non in linea retta.

Nei prossimi mesi, pertanto, è più probabile prevedere un tiro alla fune tra inflazione dei servizi e inflazione dei beni, con i primi che spingono al ribasso e i secondi al rialzo. Il calo generalizzato dei prezzi del petrolio creato un certo sollievo, e questo trend è la prova che le catene di approvvigionamento si stiano lentamente normalizzando, mentre la domanda di beni si sta attenuando poiché i consumatori spendono meno per articoli discrezionali. I tempi di consegna sono in miglioramento, come riportato dall’Indice dei direttori degli acquisti, e le tariffe di spedizione dall’Asia sono inferiori del 50-60% rispetto al picco, pur rimanendo elevate. I prezzi pagati dalle aziende manifatturiere sono scesi ai minimi da giugno 2020 e i prezzi pagati dalle società di servizi ai minimi da gennaio 2021, mentre l’aumento delle scorte inizia a esercitare pressioni al ribasso sui prezzi delle auto usate.

Invece, l’inflazione immobiliare potrebbe persistere a un ritmo più elevato per un po’, poiché tende a essere lenta e persistente. Storicamente, l’inflazione nei prezzi di affitto degli alloggi rimane indietro di diversi trimestri rispetto alla variazione dei prezzi in acquisto delle case, poiché i contratti di locazione sono generalmente fissati per più di un anno e, anche quando sono in fase di rinnovo i proprietari sono riluttanti ad aumentare troppo i prezzi sugli inquilini esistenti e comprovatamente affidabili. Tuttavia, l’attività immobiliare si sta già raffreddando, il che implica che probabilmente non passerà molto tempo prima che i prezzi inizieranno ad attenuarsi. La scorsa settimana il tasso ipotecario fisso a 30 anni ha raggiunto negli USA il 6% per la prima volta dal 2008, il doppio di quello di un anno fa. Con il costo dei prestiti in forte aumento, le richieste di mutuo per l’acquisto di una casa sono inferiori di circa il 30% rispetto a un anno fa.

Quali sono le prospettive per la Fed? Il rapporto CPI di agosto suggerisce che la Fed ha più lavoro da fare nella sua lotta contro l’inflazione, e il FOMC potrebbe aumentare i tassi di altri 75 punti base (0,75%) quando si riunirà questa settimana, portando il tasso sui fondi federali al 3,00% – 3,25%. Sebbene i prezzi di mercato suggeriscano una probabilità significativa (del 25%) di un aumento di un punto percentuale, la Fed non sceglierà di sconvolgere i mercati con un rialzo jumbo, ma piuttosto aggiungerà più rialzi nelle riunioni future, ma solo se ritenuto necessario. Infatti, dopo la sorpresa al rialzo dell’inflazione le aspettative vanno verso un tasso di picco più elevato, per cui il mercato obbligazionario ora prevede che la Fed fermi i rialzi dei tassi a circa il 4,5% dal 4,0% precedente, con l’ultimo aumento previsto a marzo 2023. In risposta, i rendimenti dei Treasury si stanno adeguando a un percorso di rialzo dei tassi più aggressivo.

In tutta probabilità, quindi, le pressioni sui prezzi si attenueranno abbastanza da consentire alla Fed di rallentare il suo ritmo di inasprimento entro la fine dell’anno, per poi fermarsi l’anno prossimo, ma non abbastanza per iniziare a tagliare i tassi nel corso del 2023. Per la Bce, la previsione è pressoché identica, ma ritardata di circa sei mesi per via della “reazione lenta” della Banca Centrale Europea verso lo shock di offerta. Il rischio più grande per questo scenario è rappresentato da un eventuale e ulteriore altro rally dei prezzi delle materie prime energetiche, ma la discesa dei prezzi del petrolio al di sotto di $ 100 appare solida e confortante.

Quali sono le implicazioni di mercato? Una maggiore incertezza sulla rapidità con cui l’inflazione si raffredderà significa una maggiore volatilità nei mercati finanziari. Nel breve termine, la pressione al rialzo sui rendimenti obbligazionari potrebbe innescare una certa debolezza nei segmenti in crescita del mercato. Fino a quando non sarà stabilito un modello di letture di inflazione più basse (probabilmente tre o più consecutive), le azioni avranno difficoltà a montare un rimbalzo sostenibile. Inoltre, gli investitori a lungo termine dovrebbero considerare che si possa avverare un ulteriore ribasso nelle stime degli utili, ma la maggior parte dell’aggiustamento al ribasso delle valutazioni potrebbe essere già alle nostre spalle. Negli ultimi 26 anni il rapporto prezzo/utili (P/E) si è contratto in media del 24% durante le forti flessioni del mercato e i mercati ribassisti. Il calo del 26% di quest’anno nel rapporto P/E dello S&P 500 sembra scontare adeguatamente i rischi al ribasso, anche perché le azioni storicamente tendono a toccare il fondo molto prima che i dati inizino a migliorare.

Il doloroso ribasso di obbligazioni e azioni di quest’anno ha già migliorato i rendimenti futuri a lungo termine, e i punti di partenza sia dei rendimenti obbligazionari che delle valutazioni azionarie sono ora molto diversi rispetto all’inizio dell’anno, risultando molto appetibili in valore assoluto. Ma con la Fed determinata ad alzare i tassi con fermezza e con il probabile rallentamento della crescita, il contesto macroeconomico richiede pazienza da parte degli investitori, poiché i mercati – mai come adesso – dovrebbero iniziare a riprendersi solo quando le banche centrali diventeranno meno aggressive. In ogni caso, a questi  livelli di sconto rispetto ai massimi gli investitori possono già sfruttare l’attuale situazione come un’opportunità per ribilanciare i portafogli e aggiungere investimenti di qualità a prezzi più favorevoli.

L’economia globale e gli utili societari si stanno mostrando resilienti. Azioni da accumulare

Secondo Filippo Garbarino di Lemanik, ha senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti, in vista di un miglioramento delle condizioni di mercato nei prossimi 4-6 mesi.

“Anche se è molto difficile individuare i bottom del mercato, riteniamo abbia senso per gli investitori di medio-lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti. A livello settoriale, il nostro portafoglio non ha banche e petroliferi, settori considerati troppo rischiosi, mentre è sovrappeso sul settore consumi discrezionali, sanità e industriali. Il portafoglio è sottopesato sui consumer staples, mentre i tecnologici sono equipesati”. È l’analisi di Filippo Garbarino, gestore del fondo Lemanik Global Equity Opportunities.

Nel mese di agosto i mercati azionari globali hanno subito una lieve correzione, perdendo parzialmente i guadagni di luglio. L’indice Msci World è sceso del 3% in euro. La correzione è stata guidata da dichiarazioni della Federal Reserve che ha confermato la sua determinazione nella lotta contro l’inflazione e tassi di interesse in salita con lo US 10y Treasury Bond yield che è aumentato approssimativamente di 50 bps.

La narrazione che prevale oggi sui mercati è quella secondo cui le banche centrali sono in ritardo e dovranno aumentare ancora di molto i tassi per contenere l’inflazione e che tale aumento causerà necessariamente una recessione globale, che la recessione frenerà gli utili societari e in conseguenza di tutto questo i mercati correggeranno ulteriormente. “Ragionando in una prospettiva di quattro/sei mesi, la futura narrazione prevalente sui mercati potrebbe cambiare”, sottolinea Garbarino. “La narrazione potrebbe diventare che il picco dell’inflazione è stato superato; le banche centrali alzeranno ancora i tassi di interesse ma meno aggressivamente rispetto a prima (la Federal Reserve potrebbe passare da aumenti di 75 bps a 25 bps); l’economia globale si sta dimostrando resiliente, così come gli utili societari”.

La transizione dalla narrazione attuale a quella ipotizzata futura dovrebbe supportare i mercati azionari. Inoltre, il forward P/E dell’S&P500 è più basso di circa il 30% rispetto ai livelli di inizio anno. Tale contrazione del multiplo indica che i mercati hanno già scontato molti fattori negativi. In questo contesto ha senso per gli investitori di medio lungo periodo accumulare azioni ai prezzi correnti. “In una situazione di questo tipo il fondo ha venduto Zoetis (farmaceutico), riallocando i proventi su Thermo Fisher (sanità), Sherwin Williams (vernici), Iqvia (sanità), Accenture (tecnologia) e HCA (ospedali)”, conclude Garbarino.

 

Le obbligazioni tornano ad attrarre gli investitori, ma c’è poco da stare allegri

Grazie all’aumento dei rendimenti delle obbligazioni, nei portafogli di investimento tornano gli asset bilanciati. Però nessuno canti vittoria: è frutto di eventi eccezionali e di errori madornali.

Di Alessio Cardinale

In meno di 12 mesi, le obbligazioni non indicizzate all’inflazione – cioè la stragrande maggioranza dei titoli governativi – sono crollate mediamente del 30%, con punte del 37% per i bond più lunghi. In tutta evidenza, l’entità e la velocità con cui i prezzi sono scesi supera qualunque correzione di mercato mai vista negli ultimi 35 anni nel mondo delle obbligazioni. Le cause sono diverse, e si sono manifestate con una consecutività talmente diabolica da configurare la classica “tempesta perfetta”.

A ben vedere, però, l’inflazione elevata ed il conseguente aumento dei tassi di interesse sono solo le ultime concause che hanno determinato la debacle dei bond in tutto il mondo, e la congiuntura odierna altro non è che il frutto di un ciclo finanziario tanto inusuale quanto inaspettato. Infatti, allorquando la Bce ha avviato la sua politica dei tassi d’interesse a zero (e addirittura negativi), nessuno si sarebbe aspettato che il calo dei rendimenti, da fenomeno temporaneo, sarebbe durato per dieci anni, definendo un fenomeno a tutti gli effetti strutturale. Tuttavia, tale fenomeno è stato alimentato da una serie di politiche espansive che, rendendo possibile tagliare i tassi di intervento delle banche centrali, hanno così eliminato del tutto i meccanismi spontanei di mercato, appiattendolo alla soglia zero per un intero decennio grazie ai generosi Quantitave Easing. In tal modo, le quotazioni delle obbligazioni, “drogate” dagli acquisti seriali da parte delle banche centrali, sono state caricate a molla verso l’alto per lungo tempo e poi crollate in soli sei mesi, rimaste improvvisamente orfane dei tassi d’interesse ultra-bassi e dell’inflazione super moderata.

L’elenco delle concause non è terminato. Sul banco degli imputati, infatti, siedono anche nefaste decisioni di politica internazionale – soprattutto da parte degli USA – che hanno creato forti tensioni geo-politiche tra Stati Uniti e Cina e posto un freno alla globalizzazione. Questi eventi sono arrivati ben prima delle interruzioni nelle catene di approvvigionamento causate da Covid-19 e dai lockdown, che in Cina continuano ancora facendo più danni all’economia cinese di quanti non ne deriverebbero se si permettesse al virus di circolare liberamente. Ad aggravare lo scenario, la guerra in Ucraina con le conseguenti sanzioni senza precedenti degli stati occidentali contro la Russia, che hanno fatto venire alla luce gli anni di sottoinvestimenti dell’Europa nell’estrazione di petrolio, gas e metalli industriali. Le banche centrali – in particolare Fed e Bce – hanno reagito molto tardi, dimostrando una certa incapacità a gestire gli eventi, e anche se adesso stanno cercando di riprendere il controllo della situazione, l’economia mostra ancora di risentire delle loro mosse da principianti.

C’è da dire, a loro parziale discolpa, che una buona percentuale dell’inflazione non è causata dalla politica monetaria, poiché dipende da uno shock di offerta che non è sotto il controllo diretto delle banche centrali. Questo crea oggi un aspetto positivo, e cioè il ritorno di rendimenti assoluti finanziariamente significativi per le obbligazioni dell’area euro e di quelle statunitensi, restituendo una certa serenità agli investitori, sia privati che istituzionali. I primi, infatti, potrebbero trovare conveniente non aumentare l’entità degli asset azionari presenti nel proprio portafoglio – come invece accaduto soprattutto negli ultimi cinque anni – pur di ottenere rendimenti reali decorosi, magari forzando la mano ed eccedendo in quei comparti in cui non avevano voluto investire nei decenni passati. I secondi – in particolare le compagnie di assicurazione e le casse previdenziali – potranno reinvestire le obbligazioni in scadenza con altre recanti lo stesso rendimento netto, e le grandi aziende potranno remunerare la tesoreria iscrivendo aspettative superiori rispetto al recente passato.

Tuttavia, se oggi il rendimento dei portafogli obbligazionari ha nuovamente un livello medio del 3,0%, ciò è avvenuto a caro prezzo, poiché i risparmiatori hanno imparato sulla propria pelle, in soli nove mesi, che anche le obbligazioni possono crollare rovinosamente come le azioni. Paradossalmente, questo potrebbe rendere il ricorso ad un maggiore peso di azioni nei portafogli come strutturale nelle abitudini di investimento degli italiani, una sorta di “passaggio evolutivo” che permetterà in futuro un adeguato livello di confidenza con gli strumenti più volatili ed un più alto grado di tolleranza verso di essi, grazie ai quali i rendimenti medi di lungo periodo dei portafogli – guerra ed errori delle banche centrali permettendo – potrebbero aumentare.

In ogni caso, il ritorno di interesse verso le obbligazioni permette la “rinascita” dei portafogli bilanciati, poco attenzionati durante questi ultimi dieci anni per via delle circostanze narrate. Infatti, nell’ultimo anno la performance dei fondi (teoricamente) bilanciati è crollata miseramente a causa del doppio crollo di azioni e obbligazioni, evento piuttosto raro in finanza poiché, di regola, i due comparti si muovono in direzioni opposte e permettono una sufficiente diversificazione anche con i tassi a zero. Ma anche questo fenomeno è figlio dei continui interventi sui mercati da parte delle banche centrali, le quali hanno così creato artificialmente un contesto di tassi d’inflazione permanentemente bassi e, soprattutto, oscillazioni dei prezzi delle obbligazioni molto al di sotto delle media storica.

Quanto durerà questa nuova attrattività del comparto obbligazionario, dal momento che lo shock di offerta (che tiene alta l’inflazione) è certamente un fenomeno temporaneo e le banche centrali stanno apertamente perseguendo l’obiettivo di tornare ad una inflazione del 2% entro il 2024? La risposta non è facile, poiché il contesto attuale è dei più complicati degli ultimi cinquant’anni. Infatti, a causa dei rialzi aggressivi dei tassi di interesse la congiuntura potrebbe rallentare in maniera sensibile, ma non così l’inflazione, mantenuta elevata finchè dureranno le interruzioni nelle catene di approvvigionamento, in particolare dalla Cina. In base a questo scenario, le banche centrali dovrebbero lottare contemporaneamente contro recessione e inflazione, finendo con il privilegiare uno solo dei due obiettivi, che è dichiaratamente quello di far scendere l’inflazione anche a costo di causare una recessione più profonda di quanto non si preveda già adesso.

Del resto, dopo gli errori grossolani compiuti da Lagarde e Powell nel 2021, il livello di fiducia verso questi attori delle politica monetaria è sceso vertiginosamente, ed il timore che il “volerci mettere una pezza” ad ogni costo sui danni causati dall’impreparazione possa produrne altri, anche più gravi. Tutto ciò, ovviamente, in attesa che la Cina smetta di fare un uso politico della finanza, e gli Stati Uniti un esercizio di supremazia internazionale delle armi.

Località turistiche e rendimenti immobiliari, così gli investitori combattono l’inflazione

Acquistare un bilocale per metterlo a reddito rende in media il 5%. Nella classifica delle grandi città Genova, Verona e Palermo sul podio. La mappa del Gruppo Tecnocasa tra mare, lago e montagna.

L’anno scorso, circa il 16,5% delle compravendite immobiliari è stato realizzato per investimento, e questo trend non ha mostrato  segnali di cedimento anche in questo primo scorcio dell’anno (I semestre 2022). Il driver principale è l’inflazione in crescita, che spinge ad allocare maggiori risparmi sul mattone allo scopo di generare un rendimento reale che possa coprire in parte o del tutto l’indice dei prezzi al consumo e l’erosione del valore reale del proprio patrimonio. A rinforzare il fenomeno anche il ritorno dei flussi turistici, che ha portato di nuovo alla ribalta gli acquisti di immobili da destinare a ricettività sia nelle città più attrattive sia nelle località turistiche, soprattutto quelle “emergenti”.

L’analisi considerata dal gruppo Tecnocasa prende in esame locazioni a lungo termine, e non stagionali (che possono essere ancora più convenienti, se gestite adeguatamente). La possibilità di ottenere canoni di locazione continuativi induce prudenza nei proprietari, soprattutto negli ultimi tempi, alla luce dell’incertezza e dei rincari dei costi energetici. I rendimenti annui da locazione restano comunque interessanti: per un bilocale di 65 mq nelle grandi città italiane si è attestato intorno al 5,0%. Le metropoli che spiccano per avere i rendimenti maggiori sono: Genova con il 6,2%, Verona con il 6,0% e Palermo con il 5,9%, grazie all’abbondanza di appartamenti anche di piccolo taglio nelle zone preferite dagli investitori, e cioè le aree con la presenza di atenei, di servizi (il cui peso è sempre maggiore dopo i vari lockdown) e le aree sottoposte ad interventi di riqualificazione.  

In generale, se si guarda solo al rendimento da locazione, sono le zone più periferiche a rendere maggiormente in proporzione ai prezzi più contenuti degli immobili. Tuttavia, chi investe nel settore immobiliare non guarda solo ai rendimenti da locazione, ma anche e soprattutto alla rivalutazione del capitale, opzione ritenuta possibile dopo un decennio di larghi ribassi, al netto di Milano (dove le quotazioni hanno tenuto). Se andiamo sul lunghissimo periodo, però, la prospettiva cambia. Infatti, dal 1998 al 2021, limitando l’esame alle grandi città italiane, chi ha investito in un immobile ha  beneficiato di una rivalutazione media del 40,7%, con Milano in testa (+117,3%), seguita da Firenze (+71,4%).

Negli ultimi anni, gli investitori si sono diretti sempre più spesso nel settore degli affitti brevi nelle località turistiche, ed il settore è letteralmente esploso anche nelle grandi città a forte afflusso turistico, come Roma, Palermo, Firenze e Bologna. Secondo l’Ufficio Studi Tecnocasa, le località più promettenti sono quelle che possiamo definire come “turistiche emergenti”, ossia quelle alternative alle località più conosciute e apprezzate pervia dei prezzi più accessibili. È risaputo che dopo la pandemia la domanda di casa vacanza è aumentata, e questo sta portando ad una ricerca più estesa; inoltre, molti stranieri acquistano volentieri in Italia e spesso prediligono proprio le zone più interne sia al mare che in montagna e che al lago. Sul lago di Garda spiccano due località, ben posizionate nel territorio interno ma non distanti dalle sponde. Cresce l’appeal di Costermano, alle spalle del lago sulla sponda veronese, dove sono in fase di realizzazione interventi di nuova costruzione molto lussuosi, con prezzi che sfiorano i 4.000 euro al mq, mentre l’usato è inferiore a 2.500 euro al mq. Discorso simile per Polpenazze e Puegnago, collina bresciana, dove i prezzi oscillano da 1.800 a 2.500 euro al mq.

Per quanto riguarda il mercato turistico della montagna, la località che attualmente accoglie la domanda di chi non riesce ad acquistare a Ponte di Legno è quella di Temù, mentre restando sull’arco alpino Gallio e Roana piacciono perché sono vicine ad Asiago e offrono piste recentemente ristrutturate. Invece, nell’area nord est si segnala La Magdeleine, scoperta di recente dai potenziali acquirenti; poco considerata fino a qualche anno fa, è stata particolarmente apprezzata subito dopo il lockdown perché offre tranquillità ed è soleggiata, inoltre i prezzi medi sono intorno a 1.300 euro al mq. Infine, nell’area centrale della Penisola il piccolo borgo dell’entroterra abruzzese, Rivisondoli, attira turisti del centro sud, perché più accessibile rispetto a Roccaraso e perché è rinomato per chi pratica sport invernali e le escursioni naturalistiche.

Relativamente alle località di mare, la costa laziale ha catalizzato l’attenzione dell’importante bacino di Roma: Terracina è una delle località più apprezzate grazie ai collegamenti con la provincia di Frosinone e di Roma. In Puglia va segnalata Nardò, che si sta sviluppando come uno dei più fervidi centri d’interesse turistico del Salento vista la breve distanza dal mare. Risalendo lo Stivale, sulla costa adriatica, Pesaro registra ultimamente una buona domanda sia di prima sia di seconda casa, perché offre sia i servizi tipici di una cittadina sia strutture turistiche. Inoltre, la comodità del collegamento è un altro aspetto molto gradito agli investitori, e questo sta spingendo l’acquisto sia di prima che di seconda casa.

Ethenea: il contesto è difficile, ma non ci sarà un hard landing

Il rallentamento ci sarà, ma difficilmente assisteremo a un atterraggio duro. Il calo dell’euro rispetto al dollaro non spinge l’export a causa dei costi delle materie prime espressi in dollari. Le azioni non hanno ancora toccato i minimi.

Le preoccupazioni per una recessione globale stanno guadagnando terreno. A luglio, gli Stati Uniti hanno registrato il secondo trimestre consecutivo di contrazione economica, che è la definizione consolidata di recessione. Per contro, l’economia dell’Eurozona è in territorio positivo, nonostante i diffusi pronostici di sventura, con i Paesi a tradizionale vocazione turistica dell’Europa meridionale che registrano performance particolarmente positive. Un altro indicatore di recessione è un forte calo dei rendimenti a lungo termine come ad esempio i rendimenti dei Bund a 10 anni, che sono scesi dall’1,75% allo 0,85% a giugno.

“Anche noi siamo rimasti sorpresi dalla velocità con cui i rendimenti sono scesi, mentre l’inflazione in Europa e negli Stati Uniti saliva a nuovi massimi storici”, afferma Volker Schmidt, senior Portfolio Manager di EtheneaAndrea Siviero, Investment Strategist di Ethenea, aggiunge: “Il 21 luglio, la Bce si è accodata al ciclo mondiale di rialzi dei tassi di interesse con un aumento dei tassi di riferimento superiore alle attese, di 50 punti base: si tratta di un passo nella giusta direzione, che lascia alla Banca centrale un certo margine di manovra per ulteriori rialzi dei tassi e che potrebbe allo stesso tempo prevenire il rischio di frammentazione del mercato. Tuttavia, la situazione rimane particolarmente difficile per la Bce, che si sta destreggiando tra i rischi di stagflazione, recessione e tensioni politiche all’interno dell’eurozona”. L’euro debole non sta aiutando gli esportatori. Il forte deprezzamento dell’euro negli ultimi tempi sta danneggiando le prospettive di inflazione e i consumatori europei. Secondo Andrea Siviero, una delle ragioni principali della debolezza dell’euro è la divergenza delle misure regionali di politica monetaria: “Un’azione decisa della Bce potrebbe dare una spinta all’euro e proteggere l’Eurozona da un’ulteriore accelerazione dell’inflazione“.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro Usa non sta attualmente avvantaggiando gli esportatori europei e nemmeno l’Ue in generale. Philip Bold, gestore di portafoglio di Ethenea, spiega che “le esportazioni di beni e servizi verso i Paesi non appartenenti all’area euro rappresentano generalmente una quota sostanziale del Pil (circa il 20% nel 2021). Tuttavia, solo una parte di queste (circa il 15%) è destinata agli Stati Uniti. Per valutare la competitività dell’euro serve un confronto con un paniere di valute più ampio e ponderato per il commercio, come il tasso di cambio EER-42 pubblicato dalla Bce, che tiene conto del peso degli scambi con i 42 principali partner commerciali dell’Ue. Rispetto a questo paniere di valute, l’euro è sceso solo del 4% circa dall’inizio della guerra in Ucraina raggiungendo la parità con il dollaro Usa. Il vantaggio competitivo internazionale acquisito dall’euro è quindi notevolmente inferiore a quanto suggerisce la variazione del tasso di cambio euro-dollaro“. “Inoltre, la debolezza dell’euro rispetto al dollaro comporta uno svantaggio significativo”, prosegue Philip Bold, “in quanto l’energia e le materie prime sono generalmente quotate in dollari. Il duplice onere dell’aumento dei prezzi dell’energia e delle materie prime e dell’apprezzamento del dollaro probabilmente più che compenserà il leggero vantaggio competitivo derivante dalla debolezza generale dell’euro. La caduta dell’euro nei confronti del dollaro non è quindi motivo di festa, nemmeno per i forti esportatori europei”.

Quale recessione aspettarsi? Gli investitori confidano nel fatto che le banche centrali riusciranno a tenere sotto controllo l’inflazione in tempi brevi. “Questo è evidente, ad esempio, dalle aspettative di inflazione che si riflettono nei prezzi delle obbligazioni sovrane decennali indicizzate all’inflazione“, afferma Volker Schmidt. “Le aspettative a lungo termine per l’inflazione media nei prossimi dieci anni si attestano attualmente a poco più del 2%, sia per la Germania che per gli Stati Uniti. La maggior parte degli economisti prevede inoltre un calo significativo dell’inflazione nel 2023. Se l’economia globale dovesse davvero scivolare in recessione, le banche centrali potrebbero effettivamente pensare a nuovi tagli dei tassi di interesse già nel 2023. La Federal Reserve statunitense vede il livello neutro a lungo termine dei tassi d’interesse al 2,5%: è probabile che questo livello venga superato entro settembre 2022, aprendo così la strada a futuri tagli dei tassi”.

Ma che tipo di recessione dobbiamo aspettarci? “La disoccupazione è bassa e c’è una forte carenza di manodopera qualificata e non”, fa notare Volker Schmidt. “D’altra parte, i grandi gruppi tecnologici stanno annunciando stop alle assunzioni o stanno già effettuando licenziamenti. Anche qui è probabile un rallentamento della crescita economica e c’è persino la possibilità di una recessione tecnica in Europa, definita come due trimestri consecutivi senza crescita economica. Tutto questo potrebbe condurre a un atterraggio duro, con un aumento significativo dei tassi di disoccupazione? Non credo”. In questo contesto, la gestione del portafoglio del fondo Ethna-DEFENSIV di Ethenea rimane prudente: “La nostra convinzione più forte riguarda le valute”, afferma Volker Schmidt. “Abbiamo quindi aumentato l’allocazione in dollari al 25% e rimaniamo investiti nel franco svizzero e nella corona norvegese. Siamo solo leggermente esposti al rischio di tasso d’interesse. La duration media del portafoglio obbligazionario è estremamente bassa (3,1). Questo, insieme all’alta qualità delle nostre posizioni – il cui rating medio è di circa AA – riduce la minaccia di un aumento dei premi di rischio per le nostre obbligazioni societarie. Abbiamo ridotto ulteriormente il rischio di tasso d’interesse grazie alla copertura dei tassi d’interesse tramite futures”.

Per quanto riguarda il fondo multi-asset di Ethenea, Ethna-AKTIV, Michael Blümke (Senior Portfolio Manager), spiega: “Alla luce dell’inflazione dilagante, riteniamo che i rendimenti dei Bund e dei Treasury, rispettivamente dell’1% e del 2,75%, non abbiano senso. Per quanto riguarda le azioni, non condividiamo la teoria secondo cui abbiamo già toccato il fondo”. “Con l’aumento dei livelli di interesse, anche le azioni hanno perso il loro status di unico asset di rischio disponibile”, aggiunge Christian Schmitt, che gestisce il fondo Ethna-DYNAMISCH di Ethenea. “Inoltre, le prospettive di guadagno delle aziende si stanno indebolendo in termini economici reali, ad eccezione del settore energetico. I fattori di stress di questa stagione di bilanci – inflazione dei costi, indebolimento della domanda dei consumatori, forza del dollaro – continueranno probabilmente anche nella seconda metà dell’anno. Le attuali prospettive delle imprese sono quindi modeste”.

Le oscillazioni di valore dei mercati azionari nella prima metà dell’anno sono già scontate nei prezzi e le valutazioni (a seconda del rapporto utilizzato) sono generalmente tornate ai livelli medi. “Tuttavia, continuiamo a prevedere un contesto difficile e volatile per il resto dell’estate”, afferma Christian Schmitt.  “Questo è dovuto ai driver top-down che sono negativi. Pertanto, rimaniamo prudenti e di recente – in particolare durante la fase di forza del mercato all’inizio di luglio – abbiamo ridotto in modo anticiclico la nostra allocazione azionaria nell’Ethna-DYNAMISCH da circa il 40% al 30%, utilizzando strumenti di copertura. Nel frattempo, continuiamo a mantenere un livello elevato di liquidità, pari a circa il 65%, compresi gli equivalenti di liquidità e gli hedge azionari, per garantire la stabilità del portafoglio in un contesto di mercato negativo.”

Bce, l’uscita dall’inflazione comincia solo oggi. Cattiva strategia o mancanza di coraggio?

La politica degli annunci e del non-fare messa in atto dalla Bce sta costando agli investitori europei una tassa inflattiva inaccettabile, che non appare frutto del caso o della congiuntura. Servirebbe un cambio di stile.

La Banca centrale europea si appresta a varare oggi il suo primo rialzo dei tassi dopo 11 anni di sonnacchiosa gestione di bassa inflazione. Il “sogno tedesco” di un indice dei prezzi al 2% si è scontrato bruscamente con alcuni eventi imprevisti – come la pandemia – e prevedibili già nel 2020 – come la guerra in Ucraina e l’alta inflazione – ma ampiamente sottovalutati dalla peggiore presidenza nella storia della Bce. E così, il Consiglio direttivo giovedì alle 14 dovrebbe stabilire la prima mossa concreta sui tassi, e da lì comincerà il lungo cammino che porterà l’inflazione europea a rientrare verso percentuali più sostenibili, non senza aver prima abbattuto il valore reale del maggior indebitamento pubblico assunto durante l’emergenza, e averlo scaricato sui cittadini europei sotto forma di una tassa occulta che vale mediamente circa 2.500 euro a famiglia solo nel 2022. 

La conferenza stampa di Christine Lagarde è prevista a seguire, per le 14.45 di giovedì, e tutti sono in attesa di capire quale sarà lo stile della politica monetaria restrittiva che l’Unione Europea a guida tedesca intende intraprendere. Mentre quasi tutte le banche centrali del mondo stanno già portando avanti manovre di correzione delle rispettive linee monetarie (rialzando i tassi), la Bce soltanto adesso dovrebbe alzare i tassi di 25 punti base su tutti e tre i riferimenti: il rifinanziamento principale (che è a zero), le operazioni marginali (0,25%) e i tassi sui depositi che sono ancora a -0,50%. Alcune voci autorevoli hanno richiamato la possibilità di un aumento dello 0,50%, e questa ipotesi potrebbe rientrare tra le possibilità, dal momento che sarebbe giustificata dal livello del carovita raggiunto nell’area euro, che secondo Eurostat è salito all’8,6%.

La Bce aveva anche preavvertito che procederà ad un ulteriore rialzo alla riunione di settembre, e che in quel caso sarebbe stato più alto (0,50%) di quello che con verrebbe annunciato giovedì. E allora, perchè non farlo adesso, con le quotazioni del mercato obbligazionario che già incorporano un rialzo di tre quarti di punto, accompagnando la decisione con l’annuncio di un ulteriore rialzo di 25 punti base in Settembre, magari aggiungendo una chiosa beneaugurante come “a meno che l’inflazione non sia scesa in modo apprezzabile“? Sia il clima generale che le quotazioni ne trarrebbero giovamento, ma sembra che questo cambio di stile – a metà strada tra quello americano e quello inglese – alla Germania non vada proprio giù. Peraltro, il Consiglio direttivo della Bce ha sempre detto che le sue decisioni sarebbero state basate sui dati: di quali altri dati avrebbe bisogno la Bce oltre ad una inflazione vicina al 9%? Forse la Bce ritiene che siano ancora valide le previsioni di un carovita 2022 al 6,8%, del 3,5% nel 2023 e del 2,1% nel 2024? 

Se è così, Christine Lagarde lo dica a gran voce; ma dubitiamo che lo farà, che sia per cattiva strategia o mancanza di coraggio. Del resto, relativamente al PIL dell’Eurozona, i tecnici della Bce prevedevano un +2,8% quest’anno e un +2,1% sia nel 2023 che nel 2024, ma il conflitto in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia contro le forniture di beni e materie prime avranno contraccolpi sulla nostra economia, soprattutto se verranno estese su petrolio e gas. Inoltre, le interruzioni nelle catene di approvvigionamento create dalla politica cinese del contagio-zero creano ulteriori pressioni sui prezzi, ed il crollo dell’euro sul mercato dei cambi rispetto al dollaro rivela la previsione di un rialzo dei tassi ancora più sostenuto del previsto da parte della Federal Reserve. Questo rischia di creare, per la prima volta dopo venti anni, inflazione “importata” dagli USA

Nel frattempo, la lentezza con la quale il c.d. scudo anti-spread viene discusso dal Consiglio Europeo dimostra ciò che avevamo già compreso in occasione del suo annuncio: la Lagarde non ha ancora idea di che sostanza sarà fatto, e certamente non c’è unità di intenti sulle sue caratteristiche. L’Italia, che è il primo “beneficiario naturale” di tale misura, è in preda ad una stranissima crisi di governo – voluta dallo stesso Draghi e dalla sua maggioranza schiacciante, primo e (probabilmente) ultimo caso nella storia della Democrazia – e in queste condizioni il nostro Paese difficilmente avrà voce in capitolo, poichè non sarà in grado di fronteggiare politicamente le ennesime condizioni capestro imposte dall’Europa.

Schmidt, Ethenea: Bce inadeguata, serve un nuovo “whatever it takes”

I rialzi dei tassi attesi da parte della Banca centrale europea fino all’1.25% potrebbero non bastare per difendere l’euro. Possibile un ulteriore aumento dei rendimenti a breve termine.

“È ora che la Bce metta fine alla politica monetaria degli ultimi dieci anni e inizi ad adottare misure coerenti e credibili per contenere l’inflazione. Come ha dimostrato di saper fare, invece, la Banca nazionale svizzera, aumentando a sorpresa il tasso d’interesse di riferimento dello 0,5% per difendere il cambio del franco svizzero”, sostiene Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors. “Gli strumenti più importanti nell’arsenale di una banca centrale non sono gli acquisti di obbligazioni o i tassi d’interesse di riferimento, bensì l’integrità e la credibilità”, prosegue Schmidt. “La Bce ha perso buona parte di entrambe negli ultimi anni, ma è ancora in tempo per riconquistare la fiducia dei cittadini. Ciò richiede una consistente svolta di politica monetaria, un nuovo momento whatever it takes”.

Sono passati circa dieci anni da quando, il 26 luglio 2012, l’allora presidente della Banca centrale europea e attuale campo del Governo italiano, Mario Draghi, pronunciò quel famoso Whatever it takes, che avrebbe dato una svolta alla crisi dell’euro. In quel periodo, i paesi dell’Europa meridionale come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo erano afflitti da enormi problemi di rifinanziamento a causa di deficit delle partite correnti persistentemente elevati, dell’andamento del debito pubblico nel periodo precedente la crisi finanziaria e dell’eliminazione dei meccanismi di cambio dovuta all’Unione monetaria europea. Nel giro di pochissimo tempo, i rendimenti dei titoli di Stato italiani a 10 anni schizzarono oltre il 6%. Solo il coraggioso intervento delle autorità politiche e della Banca centrale europea, con al centro l’annuncio del presidente della Bce, a settembre 2012, di voler acquistare quantità illimitate di titoli governativi degli Stati dell’Ue, riuscì a frenare il massiccio aumento dei rendimenti dei titoli dei Paesi del Sud e a stabilizzare l’economia dell’area dell’euro. “Gli attuali dati sull’inflazione mostrano che ci troviamo di nuovo in un momento whatever it takes”, sottolinea Schmidt. “Con un aumento dei prezzi del 7,9% in Germania a giugno, gli economisti prevedono un’inflazione media del 6,8% nell’area euro per l’intero 2022 e un’inflazione in rallentamento ma ancora elevata nel 2023 a causa degli effetti di base”.

Naturalmente è difficile fare previsioni nell’attuale contesto economico. La crisi ucraina, le misure contro il Covid-19 e le strozzature lungo le catene di approvvigionamento rappresentano un mix difficilmente prevedibile di variabili in costante evoluzione e il desiderio di non spegnere subito la timida ripresa economica dell’area euro dopo la crisi sanitaria è più che comprensibile. Tuttavia, tassi d’interesse di riferimento pari al -0,5% non sono più graditi ad ampie fasce della popolazione, visto l’attuale andamento dell’inflazione, e, nel peggiore dei casi, determineranno una notevole perdita di fiducia e spaccature sociali.

La Banca nazionale svizzera (Bns) ha recentemente dimostrato che esistono alternative, aumentando a sorpresa il tasso d’interesse di riferimento dello 0,5% e portandolo a -0,25%, in risposta a un tasso d’inflazione che a maggio aveva raggiunto il massimo da 14 anni ma che, al 2,9%, resta nettamente inferiore a quello dei vicini Paesi europei. Con questa mossa, l’istituto centrale svizzero anticipa la Banca centrale europea, che probabilmente annuncerà un primo rialzo dei tassi dello 0,25% nella prossima riunione di luglio. Se la Bns non avesse alzato i tassi, il franco svizzero si sarebbe probabilmente svalutato in misura significativa, alimentando ulteriormente le pressioni inflazionistiche con l’aumento dei prezzi delle importazioni.

Per sottolineare ulteriormente la posizione della Bns, il presidente dell’istituto, Thomas Jordan, ha indicato che in futuro continuerà a monitorare l’andamento dei mercati dei cambi e, se necessario, interverrà vendendo titoli di Stato dell’area euro, Bund in primis, al fine di rafforzare il franco svizzero. “La svolta di politica monetaria è arrivata”, è convinto Schmidt. La Federal Reserve statunitense ha recentemente innalzato dello 0,75% l’intervallo obiettivo per il tasso sui federal funds, ora compreso tra l’1,50% e l’1,75%, la Bank of England (BoE) ha aumentato per la quinta volta consecutiva il tasso d’interesse di riferimento dello 0,25% portandolo all’1,25% nonostante i crescenti timori di recessione e persino la banca centrale svizzera ha aumentato a sorpresa i tassi d’interesse dello 0,5% nonostante livelli d’inflazione a una sola cifra. Solo la Banca centrale europea sembra paralizzata e continua ad aderire alla sua politica di tassi d’interesse bassi. “L’istituto di Francoforte non potrà esimersi dall’intraprendere un nuovo corso. La banca centrale d’oltreoceano è troppo influente perché la Bce possa opporsi alla sua politica monetaria, rischiare una svalutazione dell’euro e, nella peggiore delle ipotesi, alimentare ulteriormente l’inflazione”, conclude Schmidt. “Il mercato prevede quindi almeno cinque rialzi dei tassi, per un totale di ben l’1,25%. Riteniamo addirittura che ciò non sarà sufficiente e che nel corso del prossimo anno la Banca centrale europea dovrà portare il tasso di riferimento ben oltre la soglia dell’1,5%, in direzione del 2%, al fine di contrastare un ulteriore deprezzamento dell’euro. Vediamo pertanto il potenziale di un ulteriore aumento dei rendimenti a breve termine (calo dei prezzi delle obbligazioni) e abbiamo posizionato i nostri portafogli di conseguenza vendendo futures sui tassi d’interesse in euro”.