Agosto 4, 2021
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L’Italia non è un paese per Startup. Tra miti e luoghi comuni, rischiamo di rimanere indietro

Secondo molti italiani, le startup falliscono per cui è pericoloso investire in questo settore. Perché allora la Francia nel 2020 ha impiegato 4 miliardi ed ha in programma investimenti maggiori nel 2021?

Di Alberto Villa*

Il rischio di impresa è un termine conosciuto ma piuttosto inviso a molti italiani, i quali vorrebbero escluderlo a priori nel loro modo di vedere il futuro. Per quanto legittimo, mettere da parte qualunque inclinazione all’attività d’impresa – che in Italia si trasmette quasi esclusivamente da una generazione di imprenditori all’altra, mancando una “scuola” imprenditoriale diffusa – produce una serie di conseguenze riguardo l’economia reale e, soprattutto, una falsa rappresentazione del rischio, nel senso che è vero che alcune iniziative imprenditoriali possono fallire, ma è anche vero che possono avere successo ed è impensabile che possano fallire tutte, solo perché c’è il “rischio d’impresa”.

Infatti, a determinare il successo o l’insuccesso di una startup concorre una serie di elementi, ed è opportuno sfatare dei veri e propri “miti” e luoghi comuni che stanno fiorendo attorno al nascente fenomeno dell’imprenditoria giovanile trainata dai megatrend delle tecnologie in tutte le loro sfaccettature. Innanzitutto, investire nelle PMI innovative non significa soltanto “ascoltare imprenditori con idee stravaganti” – sebbene ci siano anche questi – bensì analizzare la fase di avvio di nuove imprese che nascono, crescono, producono occupazione e fanno innovazione di servizio e di prodotto. E’ questo il principio di metodo osservato dalla Francia, che nel 2020, anno della pandemia, ha visto un forte iniezione di liquidità (4 miliardi) a favore delle startup. Lo stesso presidente francese Emanuel Macron lo aveva annunciato personalmente, puntando alla leadership continentale per innovazione e tecnologia.

E in Italia, cosa succede?

Mentre in Francia sono già nate 10 startup “unicorno”, in Italia molti neanche conoscono il significato del termine e l’importanza di queste aziende per l’economia nazionale. I risultati conseguiti in Francia, però, sono anche il frutto di un ecosistema nazionale ed istituzionale che ha saputo investire con pragmatismo, facendo guadagnare ai francesi una posizione invidiabile nello scenario internazionale dei Paesi più attrattivi per le startup. A differenza dell’Italia, per esempio, in Francia esiste dal 2013 la French Tech, un’agenzia governativa che ogni anno pubblica una lista di oltre 100 startup grazie al quale è possibile conoscere in maniera approfondita il mercato ed i loro investimenti.  Anche le istituzioni creditizie giocano un ruolo importante, come la banca pubblica Bpifrance, che ha svolto varie funzioni di impulso compreso l’impiego di capitali in diversi progetti.

In sintesi, mentre la Francia è stato l’unico Paese a crescere nel 2020, raggiungendo per la prima volta i 5 miliardi di investimenti e superando Regno Unito e Germania, noi non raggiungiamo neppure il miliardo. E’ anche vero che Italia e Francia siano due economie diverse, ma possiamo escludere che i francesi abbiano intenzione di finanziare società che siano destinate a chiudere entro 3 anni. Naturalmente, anche lì c’è un elevato numero di fallimenti, ma il dato va esaminato in relazione al contesto generale di quel Paese, dove esiste una comunità che favorisce la crescita di nuove realtà. In più, entro fine anno entrerà in vigore la normativa comunitaria del settore e, in un futuro molto vicino, sarà possibile investire in queste realtà d’Oltralpe esattamente come ora si utilizzano le piattaforme di Crowdfunding per accedere alle startup italiane.

Riguardo l’alto tasso di fallimento di molte iniziative, c’è da dire che anche le PMI “tradizionali” chiudono a seguito della evidente impossibilità di proseguire, ma in percentuale molto diversa rispetto alla startup innovative. Infatti, secondo i dati presentati da Banca d’Italia prima della pandemia, un quarto delle aziende “tradizionali”, considerate come piccole e medie PMI, sopravvivevano grazie alla liquidità fornita dalle banche, le quali a loro volta utilizzano varie tipologie di garanzie come ad esempio fideiussioni o consorzi fidi per tutelarsi. Pertanto, queste realtà continuano ad esistere perché in sostanza il costo del loro fallimento sarebbe difficile da sopportare. In pratica, si tratta di “aziende zombi”, destinate comunque a chiudere. A riprova di ciò, Cerved Group, ossia l’agenzia di informazioni commerciali specializzata nel valutare la solvibilità e il merito creditizio delle imprese, ha elaborato uno studio utilizzando i dati delle società italiane e ha applicato i parametri delle nuove norme sul Fallimento, con il risultato che quasi 140 mila imprese, cioè una su cinque, è in crisi, nel senso che i loro flussi di cassa futuri non sono adeguati a coprire il livello di indebitamento dell’azienda.

Non è un caso che ad aprile scorso il Governo abbia nominato una commissione di esperti per elaborare delle proposte sul tema, compreso il differire l’entrata in vigore della riforma del Fallimento, rinviata effettivamente al 2022.

Pertanto, se l’Italia non modificherà urgentemente il modo di intendere questo settore, rischiamo di vedere crescere innovazione solo all’estero, e assistere impotenti allo spostamento di patrimoni e liquidità dei nostri investitori verso altri Paesi comunitari che assicurino soluzioni alternative e più efficaci.

* Alberto Villa, Consulente in Finanza d’Impresa, membro A.I.A.F. e Consulente Finanziario Autonomo, collabora con la rete professionale M&V Private Corporate Advisor 

Credit Suisse: dopo gli scandali, un aumento di stipendio agli asset manager per arginare le defezioni

Credit Suisse Group AG offre aumenti selettivi degli stipendi di metà anno ai migliori gestori patrimoniali, nel tentativo di arginare le defezioni dopo gli scandali Archegos Capital Management e Greensill Capital.

La cronaca finanziaria si è recentemente occupata di Credit Suisse, a seguito delle perdite per circa 4,7 miliardi dal fondo hedge Archegos. In particolare, in quella occasione l’istituto bancario svizzero aveva preso la decisione di tagliare bonus per centinaia di milioni di dollari ai propri dirigenti, nonostante fosse in grado di compensare ampiamente quelle perdite con alcune plusvalenze e così distribuire dividendi per complessivi 4,8 miliardi di dollari. In ogni caso, sembrava che il caso Archegos avrebbe potuto trasmettere, nella sua negatività, un messaggio importante al Credit Suisse, e cioè quello di privilegiare le attività della banca d’investimento – da cui si erano generati i profitti maggiori – e di “mettere in sicurezza” l’investment banking, ridimensionandolo.

Oggi, a distanza di circa tre mesi da quei fatti, l’istituto elvetico torna ad aumentare – riservatamente, non ci sono comunicati al riguardo ma solo fonti interne alla banca – gli stipendi base per le posizioni apicali del wealth e asset management (+ 20% nella fascia alta), ed estendendo gli aumenti selettivamente a tutti i livelli, dai dipendenti junior agli amministratori delegati. Sebbene non sia una novità, nel mondo della finanza, premiare i migliori talenti con un aumento di stipendio a metà anno, sembra che tali aumenti abbiano la finalità di arginare la fuoriuscita di personaggi di spicco delle gestioni patrimoniali, i quali sono stati sollecitati, a seguito degli scandali di Aprile (Archegos e il crollo di Greensill), dalla concorrenza. A ciò si aggiunge anche la previsione di una diminuzione, per gli stessi motivi, dei premi di fine anno, circostanza alquanto sgradita ai manager.

Molte partenze sono già avvenute e hanno colpito la banca di investimento, nonostante il nuovo presidente del Credit Suisse Antonio Horta-Osorio abbia affermato pubblicamente che la gestione patrimoniale è al centro della strategia della banca, la quale farà di tutto per risollevare la propria reputazione presso la clientela. Non sarà facile, dal momento che Credit Suisse ha venduto strumenti finanziari con rischio molto elevato, nei propri uffici di private banking, classificandoli come investimenti sicuri. Oggi, più di 50 dipendenti del front office se ne sono andati, compresi almeno 20 amministratori delegati in ruoli chiave nell’unità titoli, e questo la dice lunga sul difficile momento che sta vivendo Credit Suisse, e sulle strategie da mettere in atto nell’imminente futuro. In particolare, secondo l’agenzia Reuters, Credit Suisse starebbe studiando la centralizzazione delle sue attività di gestione di patrimoni privati, modificando così l’attuale organizzazione basata sulle diverse aree geografiche e diverso management. Nel frattempo, si vocifera di una possibile fusione con Ubs.

Gli NFT sono il megatrend degli investimenti del prossimo decennio?

Il saper arrivare in anticipo è fondamentale per sfruttare finanziariamente i megatrend come quello degli NFT, i quali hanno la caratteristica di manifestarsi in sordina e di non farci accorgere del loro arrivo se non quando tutti ne parlano, ed allora è troppo tardi per investire con profitto.

Di Nigel Green

Oggi non è semplice individuare quali temi specifici avranno successo durante i prossimi decenni. Secondo molti analisti, i più fiorenti megatrend del futuro saranno legati alla demografia, alla cultura, all’ambiente e persino alla politica, ma è necessario non solo prevedere con successo quali temi godranno di una crescita sostenuta, ma anche quali società specifiche associate a tali temi potrebbero prosperare sui mercati finanziari e quali, invece, potrebbero incontrare difficoltà ad affermarsi. Trenta o quaranta anni fa, per esempio, chi avrebbe mai detto che il megatrend delle banche retail sarebbe finito ai giorni nostri, con gli istituti bancari che cercano in tutti i modi di alleggerire il numero di filiali e di dipendenti?

Da uno studio di McKinsey & Co. è possibile identificare alcune metodologie di approccio che le istituzioni finanziarie e gli investitori – nella “progettazione” del portafoglio – possono adottare per individuare dei megatrend e sviluppare strategie di investimento tematico efficaci nel lungo e lunghissimo periodo. La prima è creare un “mandato tematico” – e non più un mandato basato sugli asset e sulle aree geografiche – capace di generare strategie di investimento lungimiranti. La seconda è una conseguenza della prima, e cioè quella di sovraesporre il portafoglio e l’allocazione degli asset verso i temi prescelti, aumentando l’orizzonte temporale e suddividendo l’allocazione per settore (salute, clima, biotecnologie, variabili demografiche etc) e area geografica, in modo tale da generare i rendimenti corretti per il rischio assunto a lungo termine.

Fortunatamente, nonostante i brutti momenti che a livello globale stiamo ancora vivendo, nella nostra epoca sono emersi numerosi temi che hanno il potenziale per sovraperformare nel lungo periodo. Per coglierne l’opportunità, però, serve una visione a lungo termine – che in pochi hanno – e la capacità di identificare i beneficiari di questi cambiamenti prima che vengano ampiamente riconosciuti da tutti gli investitori, appiattendo il trend di crescita del valore degli investimenti. Il timing, infatti, ed il saper arrivare in anticipo rispetto alla massa, è fondamentale nello sfruttare finanziariamente un megatrend. Che si tratti dell’emergere di una nuova tecnologia “disruptive” dell’ascesa della nuova classe media nei mercati emergenti, i megatrend hanno la caratteristica di manifestarsi davanti ai nostri occhi senza farci accorgere del loro avvento se non quando il loro arrivo è conclamato, ed allora è “troppo tardi”.

E data la nuova normalità a cui gran parte del mondo deve adattarsi, cioè quella dei tassi bassissimi – con una moderata inflazione – è ormai assodato nel comune sentire dei risparmiatori che sia necessario cercare opportunità in grado di permettere una crescita del capitale grazie a temi strutturali più resistenti nei prossimi anni e decenni, uscendo fuori dalla mentalità del risultato di breve termine. In questo, i progressi della tecnologia vengono molto in aiuto e generano dei megatrend interessanti. I token non fungibili (o NFT), per esempio, diventeranno una parte fondamentale del megatrend degli investimenti tecnologici del prossimo decennio, nonostante i cali nelle transazioni NFT del mese di Maggio. Ma il calo a breve termine delle transazioni NFT nelle ultime settimane non è affatto sorprendente, poichè questo mercato è ancora incredibilmente nuovo la maggior parte degli investitori ancora non lo capisce o addirittura non lo conosce affatto.

Gli NFT sono oggetti da collezione digitali, codificati su una blockchain; grazie ad essi è possibile creare una filigrana digitale unica, che indica la proprietà e i diritti digitali per i collezionisti che li possiedono. Negli ultimi mesi, una serie di importanti marchi di moda, franchising sportivi globali e artisti e musicisti famosi hanno lanciato i propri NFT, e ad aprile, la casa d’aste Christie’s ha venduto per 69,3 milioni di dollari “Everydays, the First 5000 Days, un’opera d’arte digitale in formato JPEG di un artista noto come Beeple. Si tratta della terza opera più costosa mai venduta da un artista vivente, e questo la dice lunga sul relativo megatrend in atto.

Il megatrend della tecnologia, di cui gli NFT diventeranno una parte essenziale, sarà inevitabilmente il megatrend degli investimenti del decennio per almeno quattro ragioni. Innanzitutto, la nostra vita quotidiana è sempre più guidata dalla tecnologia, e questo sta accelerando continuamente. In secondo luogo, ci sono i fenomeni demografici: i cosiddetti “nativi digitali” più giovani cresciuti sotto l’influenza di Internet e di altre tecnologie, faranno inevitabilmente aumentare la domanda di prodotti orientati alla tecnologia ed anche gli investimenti digitali. In terzo luogo, l’interesse e gli investimenti nelle criptovalute sono in costante aumento, ed è così che vengono acquistati gli NFT. Infine, gli NFT stanno cambiando positivamente i modelli di business, in particolare nelle industrie creative, che stanno crescendo in importanza economica, culturale e sociale soprattutto in Asia.

Nigel Green

Oggi artisti e musicisti possono offrire esperienze virtuali avanzate per collezionisti e acquirenti, possono mostrare che le loro opere non sono dei falsi e possono includere criteri per ottenere royalties ogni volta che le loro opere vengono rivendute in futuro. Naturalmente, però, il mercato degli NFT non è privo di critiche. Infatti, un certo numero di analisti ha bollato gli NFT come una moda passeggera, ma è bene ricordare che anche Internet, negli anni ’90, e i giganti dell’e-commerce come Amazon, negli anni 2000, sono stati considerati come un fenomeno limitato e passeggero.

Il fattore principale in gioco è che i millennial, in particolare i giovani della Generazione Z, conducono una “vita digitale”, ed è una evoluzione naturale quella di voler portare rappresentazioni digitali dei marchi di lusso, musica e arte in questi mondi, e questo ha valore. In ogni caso, sebbene il dominio degli NFT continuerà a crescere nel prossimo decennio, il mercato è ancora altamente speculativo, per cui i rischi a livello microeconomico sono elevati e gli investitori devono essere estremamente cauti nella scelta, evitando il fai-da-te e affidandosi ai consulenti esperti.

Traduzione dal testo originale a cura della redazione di P&F.
Fonte: 
https://www.thestreet.com/economonitor/financial-markets/nfts-the-investment-megatrend-of-the-next-decade

ASCOFIND, la formazione per SCF e consulenti autonomi alla terza edizione

Ha preso il via il corso di formazione ASCOFIND, dalla durata di 30 ore, dedicato alle Società di Consulenza Finanziaria e ai consulenti autonomi. Partecipano 82 consulenti finanziari.

In conformità con le nuove disposizioni contenute all’art. 164 del Regolamento Intermediari della Consob, in vigore dal 31 marzo 2021, i consulenti finanziari autonomi iscritti all’Organismo Unico, a prescindere dall’esercizio effettivo dell’attività, sono tenuti all’aggiornamento professionale coerentemente con la natura e le caratteristiche dell’attività prestata ai clienti, in conformità con quanto previsto dal punto 20, lettera b), degli Orientamenti AESFEM/2015/1886.

A tal fine, i consulenti finanziari autonomi hanno l’obbligo di partecipare, ogni dodici mesi, a corsi di formazione della durata complessiva di almeno trenta ore, tenuti da soggetti con esperienza almeno quinquennale nel settore della formazione in materie economiche, finanziarie, tecniche e giuridiche, rilevanti nella prestazione del servizio di consulenza in materia di investimenti.

Su queste basi, lo scorso 29 marzo ha avuto inizio la terza edizione del Corso di Formazione ASCOFIND dedicato alle Società di Consulenza Finanziaria e ai consulenti autonomi. Il Corso, che vede la partecipazione di 82 consulenti finanziari, ha una durata complessiva di 30 ore, si svolge in modalità webinar e prevede lo svolgimento di un test di verifica delle conoscenze acquisite.

ASCOFIND, guidata da Massimo Scolari, ha realizzato per tutti i partecipanti una piattaforma con disponibilità dei materiali formativi (presentazioni, registrazioni video etc), nella quale sono archiviati anche i documenti video delle due edizioni precedenti.

Il corso ASCOFIND è accreditato per 30 ore ai fini del mantenimento delle Certificazioni EIP, EFA ed EFP, in quanto conforme agli standard di Efpa Italia.

Consulenti finanziari, i gruppi bancari amano troppo il portafoglio medio. I giovani ancora esclusi

I clienti appartenenti alla Generazione Z bussano già adesso alla porta della Consulenza Finanziaria, ma ad accoglierli c’è un esercito di consulenti “anziani”, molti dei quali poco avvezzi all’uso degli strumenti tecnologici e, soprattutto, poco rappresentativi per dialogare efficacemente con clienti molto giovani, lontani anni-luce dal loro modo di pensare.

 Di Alessio Cardinale

Niente è meglio di una buona rassegna stampa per comprendere a fondo la direzione in cui un certo sistema sta andando, e soprattutto chi sono gli attori principali di quel sistema che determinano, per mezzo di scelte non troppo condivise, il destino di migliaia di persone.

Nel caso dei consulenti finanziari, il dibattito sul ricambio generazionale ha assunto una improvvisa accelerazione che, al netto delle dichiarazioni di intenti, non cambia affatto la direzione lungo la quale sia Anasf che Assoreti sembrano essere avviati senza alcuna soluzione di continuità.

“Almeno adesso se ne parla”, direbbe qualcuno. “Ora servono i fatti”, afferma qualcun altro. In mezzo, il vuoto pneumatico e tante belle parole che, al contrario, mantengono salda la rotta sul portafoglio medio quale unico parametro con cui misurare – e mercificare – il valore dei consulenti finanziari.

La rassegna stampa, dicevamo. Bellissime (e spietate) le dichiarazioni di Maurizio Bufi – ex presidente Anasf e oggi libero di parlare fuori dai denti – secondo il quale “…Sono passati dieci anni e oggi siamo in affanno nell’implementazione di quel processo di ricambio che dovrebbe essere alla base di un sano sviluppo della professione. È chiaro che si è trattato di una miopia degli intermediari e delle reti di vendita, che hanno, legittimamente, orientato la propria azione sulle masse in gestione, sul reclutamento dei bancari, sul conseguimento di ingenti utili, poi girati in gran parte agli azionisti di riferimento…”.

Al netto di queste meritorie dichiarazioni di Bufi, gli articoli che si sono succeduti nell’arco dell’ultima settimana dipingono, in relazione al passaggio generazionale, uno scenario da cui si evince la volontà “politica”, da parte delle grandi reti, di lasciare intatte le barriere all’entrata della professione di consulente finanziario per i giovanissimi ed i neolaureati più brillanti. E così, leggiamo del diffuso compiacimento per il tentativo di abbassare l’età media dei CF (oggi ben oltre i 50 anni) tramite l’ingresso di bancari appartenenti alla categoria dei millennials – gli attuali professionisti quarantenni – oppure, come accade nella “rete delle reti” Fideuram, per mezzo dell’inserimento dei figli dei consulenti “old”, che genera un passaggio generazionale interno molto redditizio in termini di continuità di portafoglio.

In mezzo, l’articolo di Francesco D’Arco, secondo il quale “….Quello che l’industria ora deve fare è passare dalle campagne marketing ai fatti (….). Il problema del passaggio generazionale all’interno dell’industria è dibattuto da anni, ma i fatti dimostrano che siamo ben lontani dall’averlo affrontato. Servono azioni concrete.…”. 

Pertanto, nonostante i titoli roboanti, nessuna azione concreta sull’ingresso nella professione dei giovanissimi – gli unici che garantirebbero continuità e prosperità alla categoria nel lungo periodo – né, soprattutto, dichiarazioni che superano lo status di belle parole ed anticipano un programma di investimenti sulla selezione e formazione di neolaureati da parte delle società mandanti iscritte ad Assoreti.

Il problema, in tutta evidenza, è quello di riuscire a distruggere una formula su cui si regge l’industria del risparmio ed il conto economico dei suoi addetti. Infatti, l’età media elevata dei consulenti ed il parametro quantitativo del portafoglio medio sono strettamente collegati tra loro in un binomio quasi inscindibile, ed il perseverare sul loro funzionamento determina l’altezza della barriera all’entrata per i giovani: più si alza l’asticella del portafoglio medio, meno giovani potranno avere la possibilità di fare ingresso nel mondo della Consulenza Finanziaria.

Se non ne siete convinti, provate a spiegare come un giovane neolaureato brillante e determinato possa raggiungere il portafoglio medio Italia di 15 milioni nel giro di due anni. E’ più probabile – e questo sia Assoreti che Anasf lo sanno – che di anni ce ne vogliano cinque, e ciò determina, da parte delle banche, un investimento che richiede il raggiungimento del break-even point in un arco temporale più ampio.

Eppure, gli utili per avviare un tale circolo virtuoso ci sono, ma essi, invece, vengono distribuiti agli azionisti di controllo (i gruppi bancari) anziché – anche o solo parzialmente – essere accantonati per un non più rinviabile programma di investimenti sulle nuove leve.

In parole povere, i grandi gruppi bancari che controllano le reti sono al momento restii a privarsi di parte degli utili conseguiti grazie al lavoro dei consulenti “anziani” e a destinarli alla selezione, formazione e retribuzione dei consulentigiovani/giovanissimi”, quelli cioè che hanno le caratteristiche personali per diventare futuri CF ma non hanno alcuna esperienza di lavoro pregressa. Dei tre capitoli di investimento (selezione, formazione e retribuzione), l’ultimo è certamente quello più costoso, perché presuppone una retribuzione “a fondo perduto” – o meglio, a break even lungo – per un periodo non inferiore a due anni. Ipotizzando l’ingresso graduale di circa 10.000 neolaureati nei prossimi tre anni, l’investimento complessivo del sistema si tradurrebbe – volendo abbondare – in circa 150 milioni di euro; una cifra che le reti sono perfettamente in grado di sostenere, e che determinerebbe l’abbassamento dell’età media a livelli di conservazione e continuità della categoria non solo nel medio, ma anche nel lunghissimo periodo.

Certamente ciò significherebbe anche l’abbandono del mantra del portafoglio medio, ma c’è da dire che l’investimento nei giovani non sarebbe del tutto a “lento break-even”, se solo il sistema decidesse di remunerare sempre di più la consulenza, rendendola indipendente dalla effettiva acquisizione delle masse del cliente, e cioè sciogliendo l’ultimo tabù – quello del contratto di consulenza indipendente “venduto” dalle reti – che potrebbe determinare buona parte della “copertura finanziaria” dell’investimento nei giovanissimi neolaureati da avviare nella professione dopo una prima fase di training (magari in affiancamento con i colleghi più esperti).  

Nel frattempo, i clienti appartenenti alla Generazione Z bussano già adesso alla porta della Consulenza Finanziaria, ma ad accoglierli c’è oggi un esercito di consulenti “anziani”, molti dei quali poco avvezzi all’uso degli strumenti tecnologici e, soprattutto, poco rappresentativi per dialogare efficacemente con clienti molto giovani, lontani anni-luce dal loro modo di pensare.

Mercati azionari, dagli USA segnali di incertezza. Il megatrend dell’Innovazione parla cinese

Opportunità di breve termine concentrate ancora sul mercato cinese, forte del suo vincente modello di difesa sanitaria e dell’Economia votata all’innovazione. Energia, tecnologia e sanità i settori azionari più promettenti per anticipare la ripresa economica del secondo semestre 2021. 

Comunque andrà a finire questa brutta storia del Covid-19, il ruolo della Cina rimane un caso di scuola: la prima ad esserne colpita, e la prima ad uscirne mantenendo in piedi il suo apparato produttivo ed economico, ed anzi elevandosi a mercato-chiave per gli investimenti finanziari dei prossimi 12 mesi.

Come abbia fatto, ormai, non è neanche un mistero, tranne per chi si ostina – anche tra le fila dei c.d. esperti mondiali – a negare l’evidenza: in Cina si è privilegiata la soluzione “strong” del problema sanitario, per un periodo di due mesi pieni, rinchiudendo i cittadini in casa e sanificando persino le condotte delle fognature; tutto ciò, relegando in secondo piano gli effetti della pandemia sull’economia, e condizionando la ripresa della produttività ad una serie di “restrizioni sostenibili” che, alla fine, hanno fatto la differenza rispetto alle altre economie mondiali e che ancora oggi vengono osservate rigidamente.

Infatti, il governo di Pechino ha sviluppato un sistema di controllo sociale capillare, tracciando e isolando i soggetti risultati positivi, ed eliminando sul nascere il 99,8% dei focolai su tutto il territorio.  Inoltre, le procedure di controllo per gli stranieri-lavoratori che rientrano nel Paese sono ancora piuttosto rigorose e tassative: viene effettuato un tampone prima di imbarcarsi, ed il passeggero è autorizzato a partire solo se l’esito è negativo. Peraltro, il risultato viene immediatamente comunicato alla sede diplomatica cinese del paese dove il cittadino straniero vive ed ha cittadinanza. Una volta tornato in Cina, gli viene effettuato un nuovo tampone all’ingresso, ed anche in caso di esito negativo egli dovrà trascorrere in quarantena 14 giorni presso uno degli alberghi designati dalle autorità, sottoponendosi al monitoraggio dei medici. Alla fine del periodo di quarantena, infine, viene effettuato un ultimo tampone, con obbligo di iscrizione ad una app sanitaria.

Con questa prassi, la Cina è riuscita ad intercettare circa 3.000 contagiati da Aprile ad oggi. Non deve sorprendere, pertanto, che essa sia ripartita immediatamente, ed oggi stia già raccogliendo i frutti della sua strategia. Infatti, nel mese di settembre le esportazioni e le importazioni cinesi hanno registrato livelli da record: importazioni su del 13,2%, e le esportazioni cresciute del 9,9%.

Al di fuori della Cina, il rischio maggiore per le dinamiche di mercato nel breve termine ederiva dall’incerto esito della tornata elettorale negli USA, perché alcuni settori potrebbero reagire in modo diverso a seconda di chi vince. Le grandi aziende tecnologiche, quelle della difesa e le società finanziarie potrebbero registrare performance migliori sotto Trump, mentre le energie rinnovabili e le infrastrutture potrebbero rivelarsi vincenti con Biden. In entrambi i casi, il percorso tracciato sugli investimenti ESG appare ormai senza freni, grazie anche alla pressione degli investitori verso le pratiche ESG ed alla conseguente accelerazione dei flussi azionari verso quella direzione.

In linea generale, pur escludendo i lockdown totali come quelli della scorsa primavera, i prossimi mesi potrebbero essere dominati da temporanee chiusure locali, con possibili rallentamenti nei consumi in tutti i paesi europei. Pertanto, è possibile immaginare che le politiche fiscali e monetarie continuino ad assicurare una generosa tutela degli apparati produttivi, soprattutto di quelli più resilienti. Come il settore sanitario, per esempio, che si è dimostrato più resistente di quelli del turismo, dei viaggi e della ristorazione, pur avendo registrato un crollo delle visite ospedaliere non urgenti.

Relativamente ai c.d. Megatrend, che individuano i settori giusti per allocare risorse finanziarie per il lungo o lunghissimo periodo, la parola d’ordine sembra essere, per tutti, “Innovazione”. Ciò che sta accadendo nel mondo, infatti, determinerà una disruption negli stessi modelli macro-economici  – in quelli micro-economici è già cominciata di brutto – che regolano l’Economia mondiale, richiedendo un livello di innovazione di prodotto che la Cina sembra cavalcare prepotentemente già da qualche anno e sul quale, in considerazione della rapida ripresa in atto, sembra correre quasi da sola.

Il difficile, semmai, è individuare le aziende che beneficeranno maggiormente di questo Megatrend, ma sembra pacifico affermare che quelle appartenenti ai settori sanitario, biotecnologico e iper-tecnologico (quest’ultimo applicato ai grandi problemi del Clima) consentano già di circoscrivere i possibili investimenti da valutare per gli asset di portafoglio di lungo periodo.

Imprese, innovazione e beni immateriali. Tassazione agevolata tramite l’opzione “Patent Box”

Ecco quali sono i titolari di reddito di impresa italiani e stranieri che possono accedere a questa opzione per la tassazione agevolata sui beni immateriali e sulle spese di Ricerca e Sviluppo, indipendentemente dal tipo di contabilità adottata e dal titolo giuridico in virtù del quale avviene l’utilizzo dei beni.

Il regime opzionale denominato “Patent  Box” prende il via grazie alla legge 23 dicembre 2014, n. 190 (articolo 1, commi da 37 a 45), ed è nato con l’obiettivo di rendere il mercato italiano maggiormente attrattivo sia per gli investimenti nazionali che esteri, ed in particolare per quelli di lungo termine. Lo scopo intrinseco è quello attrarre risorse e, contestualmente, di tutelare la base imponibile italiana, incentivando la collocazione in Italia dei beni immateriali detenuti all’estero da imprese italiane (o estere) e il mantenimento dei beni immateriali nel nostro Paese, e soprattutto rendendo più favorevole l’investimento in attività di ricerca e sviluppo.

Il regime, inoltre, è conforme ai modelli della stessa natura introdotti, relativamente alla tassazione dei beni immateriali, in altri Stati membri della Comunità Europea come Belgio, Francia, Gran Bretagna, Lussemburgo, Paesi Bassi e Spagna.

Il Patent Box è destinato a tutti i soggetti titolari di reddito d’impresa, indipendentemente dal tipo di contabilità adottata e dal titolo giuridico in virtù del quale avviene l’utilizzo dei beni, e disciplina la tassazione per i redditi d’impresa derivanti dall’utilizzo di  diverse tipologie di beni immateriali giuridicamente tutelabili. Pertanto, le dimensioni dell’impresa, la sua forma giuridica o l’entità del suo fatturato, non sono fattori che condizionano l’applicazione del Patent Box, il quale è disponibile anche per i contribuenti stranieri, a patto che abbiano un reddito di impresa imputabile a un’organizzazione che risiede in Italia, che siano residenti in uno stato che ha un accordo contro la doppia imposizione fiscale con l’Italia.

In sintesi, possono usufruirne i seguenti titolari di reddito d’impresa le ditte individuali (ma non i lavoratori autonomi), le SpA e le SApA, le SRL, le società di mutua assicurazione, le società cooperative, gli enti pubblici e privati commerciali, gli enti non commerciali (solo per quanto riguarda il reddito di impresa), le società in nome collettivo e in accomandita semplice.

L’opzione, che deve essere esercitata nella dichiarazione dei redditi relativa al primo periodo d’imposta per il quale si intende optare, è valida per cinque periodi di imposta e, in conformità con le sue finalità di supporto agli investimenti di lungo periodo, è irrevocabile ma è rinnovabile.

Alcune misure per la semplificazione delle procedure di fruizione del Patent Box sono state introdotte grazie all’articolo 4 del decreto legge 30 aprile 2019, n. 34, grazie al quale i beneficiari dell’agevolazione possano scegliere anche di determinare e dichiarare direttamente il reddito agevolabile, assumendosi le relative responsabilità in merito alle correttezza ed esattezza dei dati dichiarati, rimandando il relativo confronto con l’amministrazione finanziaria alla successiva fase di controllo; tutto ciò a condizione che le informazioni necessarie alla determinazione del reddito agevolabile vengano riportate all’interno di una idonea documentazione e che il possesso di tale documentazione venga comunicato nella dichiarazione relativa al periodo d’imposta per il quale si beneficia dell’agevolazione.

In concreto, grazie alle agevolazioni previste dal Patent Box, le imprese che svolgono attività di ricerca e sviluppo possono escludere dalla base imponibile il 50% dei redditi derivanti dall’utilizzo, anche congiunto, di determinati beni immateriali come software protetto da copyright, brevetti industriali, disegni e modelli, processi, formule e informazioni relativi a esperienze acquisite nel campo industriale, commerciale o scientifico giuridicamente tutelabili. Parimenti, beneficiano della stessa misura (50%) i redditi derivanti dalla cessione degli stessi beni immateriali, a condizione che il 90% del ricavato dalla vendita venga reinvestito nella manutenzione o nello sviluppo di altri beni immateriali prima della chiusura del secondo periodo di imposta successivo a quello nel quale si è verificata la vendita. 

In dettaglio, i redditi derivanti da marchi e brevetti, invece di subire la tassazione in misura del 31,4%, beneficeranno di una percentuale dimezzata pari al 16%; e ciò vale per  tutti i marchi d’impresa, per i software protetti dal diritto d’autore, per i brevetti delle invenzioni industriali (sia concessi che in corso di concessione), per i brevetti delle invenzioni biotecnologiche e per i certificati di protezione complementari, per i brevetti per topografie, varietà vegetali e semiconduttori, per i disegni e modelli di utilità e persino per il c.d. know how aziendale. Quest’ultimo, in particolare, è il bene che, più di tutti gli altri, racchiude in sé il maggior vincolo di complementarietà tra beni immateriali utilizzati congiuntamente per un dato processo produttivo, tanto che essi vengono giuridicamente ritenuti alla stregua di un unico bene.

Le norme sul Patent Box prevedono anche alcune categorie di beni immateriali espressamente escluse, quali i nomi a dominio, le liste clienti, le liste fornitori e, più in generale, tutte le liste di nominativi che possono essere utilizzate nel c.d. Direct Marketing.

Maurizio Novelli: crescita della Cina e dollaro debole favoriscono gli emergenti

Il mercato corporate occidentale è giunto alla fine del bull market, mentre l’oro continuerà a salire. Senza un cambiamento nell’attuale modello di crescita Usa, nuove crisi economiche e instabilità sociali sono alle porte.

“Le banche centrali puntano a creare inflazione negli Usa, e si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro. Questo avrà una serie di conseguenze, in particolare sugli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ma che ora ne usciranno vincenti. L’oro intanto è una delle asset class a maggior potenziale e continuerà a salire fino a quando scenderà il dollaro e fino a quando non si inizierà a fare politiche anti inflazionistiche”. È l’analisi di Maurizio Novelli*, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

Sono prevalentemente due i motivi che spingeranno i flussi sugli asset emergenti: il primo è l’aggancio alla crescita della Cina e il parziale decoupling dalla domanda Usa, il secondo è il fenomeno del carry trade da dollaro (con tassi reali negativi) a credito emergente in valuta locale (con tassi reali positivi). Si preannuncia quindi un vero e proprio switch dal mercato corporate occidentale, giunto alla fine del bull market, a quello emergente

I mercati finanziari confermano il totale disinteresse per l’economia reale e si muovono ormai in un mondo virtuale, creato dagli interventi delle banche centrali e dalle aspettative di un forte recupero dell’economia. Gli Usa sono impegnati a discutere uno stimolo fiscale dopo l’altro nel tentativo di evitare la prossima ricaduta del Pil, ma sarà difficile impedirlo. La ripresa dell’economia è troppo compromessa da un tasso di disoccupazione a due cifre e i consumi, che esprimevano circa il 75% del Pil, sono in decisa contrazione. L’avvelenata miscela concomitante di alta disoccupazione, calo dei consumi e restrizione del credito al consumo disegna una traiettoria di crescita piuttosto complicata e decisamente esposta a ricadute. A questi problemi si aggiunge un contesto pre-elettorale e la riduzione dei sussidi alla disoccupazione recentemente approvati. Il settore più importante dell’economia Usa, i consumi interni finanziati dal debito, è in forte crisi e non sembra imminente alcun significativo recupero.

“Il credito al consumo dipende dall’occupazione e questa dipende dalla circolazione del credito nell’economia. Allo stato attuale né una cosa né l’altra sembrano alimentarsi e le imprese non sembrano così pronte ad aumentare investimenti e occupazione in un contesto di incertezza”, sottolinea Novelli. “Si delinea uno scenario decisamente pericoloso per la tenuta di un sistema capitalistico costruito ormai su un eccesso di debito non più rimborsabile se non è sostenuto da una forte crescita economica o se non verrà ridimensionato dall’inflazione“.

In concomitanza con l’avvento della pandemia, gli interventi di sostegno al sistema hanno procurato un’esplosione del debito corporate per salvare dal default migliaia di aziende e ora le aziende Usa sono più indebitate che mai. Il debito però non ha sostenuto investimenti, bensì è stato utilizzato per non fallire. A questo punto la traiettoria del debito può seguire tre scenari: rimanere su questi livelli; scendere; salire ulteriormente. Nei primi due casi l’economia sarebbe destinata a ricadere in recessione, poiché crescita del debito privato e crescita dell’economia sono strettamente correlate. Nel terzo caso, quello favorevole a una ripresa del ciclo di crescita, sarebbe opportuno chiedersi se da qui in avanti la leva finanziaria nel sistema può effettivamente salire ancora, visto che le prospettive dell’economia e dei consumi interni non appaiono così rosee.

La priorità di tutte le banche centrali del mondo sarà quella di creare inflazione con tutti i mezzi possibili, ma la politica monetaria non è uno strumento efficace per produrre inflazione. Un sistema oberato da un eccesso di debito vive in un contesto deflazionistico, soprattutto se il debito viene utilizzato per fare finanza ed erogare sussidi a chi non arriva a fine mese. Se utilizziamo il debito per la leva finanziaria otteniamo inflazione sugli asset finanziari ma non nell’economia reale e se utilizziamo il debito per erogare sussidi o per erogare credito al consumo, costruiamo una società senza futuro, dove i profitti di tale meccanismo vengono incassati da chi eroga il credito al consumo e da chi vende beni e prodotti, mentre chi sta alla base della piramide sociale, circa il 30% della popolazione americana, sopravvive con sussidi e indebitamento.

“Il modello capitalistico americano, basato su un eccesso di finanza e poca economia reale, è destinato a implodere se non cambia direzione”, sottolinea Novelli. “La profittabilità della corporate America è sostenuta da basso costo del lavoro, tax rate da “paradiso fiscale” e credito al consumo erogato a margini da usura per sostenere la domanda interna. Anche la recente ondata di innovazione tecnologica produce soppressione di posti di lavoro e comprime i salari reali. Tuttavia, i recenti provvedimenti fiscali e monetari negli Stati Uniti non fanno che confermare la strategia di perseguire a tutti i costi questo modello fallimentare di crescita che porterà inevitabilmente a una nuova crisi economica e a instabilità”.

Per tenere in piedi il bull market si sta distruggendo l’intero sistema capitalistico con la repressione finanziaria, che serve a canalizzare le risorse disponibili verso la borsa e non verso l’economia reale. A questo punto per fare inflazione bisogna fare debito per sostenere i redditi e gli investimenti e regolare il sistema finanziario, disincentivando i buy back e incentivando gli investimenti reali. Tutta la politica economica americana è prevalentemente orientata a sostenere il mercato azionario per difendere le rendite finanziarie di chi detiene il capitale. Questo è il motivo per il quale si accentua la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, il mercato azionario si disconnette dall’economia reale e si ricorre poi al credito al consumo per sostenere consumi insostenibili dai redditi reali che devono rimanere compressi per non compromettere il Return on Equity.  Il governo si è temporaneamente sostituito ai debitori insolventi ma il sostegno non può durare. Al momento il rischio deflazionistico è quindi ancora piuttosto elevato a causa delle insolvenze in corso nel sistema e creare inflazione nel breve termine sarà piuttosto complicato.

“Per creare inflazione si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro, la cui debolezza è un fenomeno reflazionistico perché favorisce il credito internazionale (prevalentemente in dollari) e, per un paese che è un importatore netto come gli Stati Uniti, si importa inflazione“, conclude Novelli. “Il dollaro debole apre tutta una serie di riflessioni sulle asset class che finora sono vissute in un contesto di dollaro forte. I treasuries americani saranno comunque acquistati dalla Fed, che attuerà una strategia molto simile a quella della Boj. Il settore del credito sarà esposto al successo o al fallimento della strategia reflazionista, tuttavia nel breve termine più che il rischio tasso c’è il rischio solvibilità e comunque le prospettive di ampi guadagni su questi asset sono piuttosto limitate. Nel silenzio generale i tassi di insolvenza salgono a ritmi mai visti. Intanto gli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ne usciranno vincenti. Infine, le borse di Europa e Giappone risultano vulnerabili al dollaro debole, così come il Russell (small cap Usa) che è dipendente dalla domanda interna americana”.

* Maurizio Novelli, Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio con sedi a Lussemburgo, Dublino, Milano e Hong Kong.

Millennials e future abitudini di investimento. Tecnologia e sostenibilità, ma niente consulenti robot

Cosa è cambiato nelle abitudini di investimento dei millennials rispetto ai patrimonials? Tutto, sotto alcuni aspetti; niente, sotto alcuni altri. I quarantenni di oggi sono ormai giunti alla guida dei patrimoni di famiglia, ed è importante capire cosa muoverà le loro scelte nel futuro.

Da quando è stata coniata la loro denominazione generazionale, i primi “millennials” si avvicinano ormai ai 40 anni di età, ed entro il 2020 cominceranno a sostituire i Baby Boomers nelle loro attuali posizioni lavorative, anche ai massimi livelli dirigenziali. Nei prossimi 10 anni, poi, il potere d’acquisto sarà nelle loro mani, dal momento che la loro capacità di guadagno aumenterà con l’avanzare della carriera, e si aggiungerà alla ricchezza ereditata dalla generazione dei genitori.

Si tratterà di un semplice passaggio di consegne, e tutto filerà via come chi li ha preceduti?

La risposta è no. Tra la generazione dei millennials e quella dei c.d. patrimonials (i baby boomers) sussistono enormi differenze generazionali che il settore del wealth management deve necessariamente prendere in considerazione nel definire le proprie politiche di marketing.

Investitori millennials

I millennials – ed ancora di più i nativi della generazione successiva – mettono la tecnologia in ogni opzione della vita quotidiana, e quindi anche nella gestione degli investimenti. Attenzione: tutti loro apprezzano ancora i piccoli piaceri che derivano dall’occuparsi delle faccende di ogni giorno senza l’intermediazione delle soluzioni tecnologiche (fare la spesa, per esempio), ma contestualmente si trovano immersi in un mondo fatto di processi accelerati, tempi ristretti e adeguamenti rapidi; per non parlare dei c.d. mega-trend, e cioè i cambiamenti climatici, la digitalizzazione di qualunque servizio, salari in costante ribasso e richiesta di competenze sempre più elevate dal mondo del lavoro.

Tutto ciò implica una diversa prospettiva di vita, e l’esperienza della pandemia ha amplificato questa visione “problematica” del futuro, anche in materia di investimenti finanziari, per i quali la forte propensione per la tecnologia e il digitale ha già rivoluzionato trend (investimenti responsabili ed eco-sostenibili) e scelte di prodotto.

L’esplosione del Fintech – termine con il quale indichiamo universalmente tutte le innovazioni tecnologiche in tema di servizi finanziari – ne è diretta conseguenza, ma anche obiettivi di risparmio e investimento dei millennials sono mutati profondamente grazie alla tecnologia. Secondo uno studio di Accenture, i millennials sono molto propensi ad investimenti più rischiosi, a differenza dei patrimonials che sono più prudenti e tendono a difendere il capitale. In ogni caso, come i rappresentanti della generazione precedente essi richiedono ancora l’apporto umano nelle scelte di investimento più complesse, relegando quelle più semplici alla propria autonomia. Però, anche di fronte a scelte importanti della vita (es. matrimonio, attività imprenditoriale, eredità, pensione etc), i millennials ricercano consulenti in grado di disegnare soluzioni e servizi che contemplino sia consulenza umana che tecnologia.

Relativamente alle scelte di investimento, i millennials esploderanno, come “generazione guida”, entro 10 anni, allorquando il loro potere di spesa in tutto il mondo raddoppierà quello della generazione X (nati tra il 1960 e il 1980) e raggiungerà la cifra di 40 trilioni di dollari all’anno. L’attenzione ai grandi temi sociali, secondo Morgan Stanley, porterà il mercato a distribuire una quota considerevole di strumenti finanziari “sostenibili”, attenti alle problematiche del cambiamento climatico e della lotta alla povertà.

Questo, secondo gli analisti di Lombard Odier, accade perché i millennials non considerano il denaro come l’unico fattore di successo, e attribuiscono più valore ai brand che agiscono in modo socialmente responsabile. L’attenzione per gli investimenti ESG (environmental, social and governance), pertanto, costituirà nei prossimi anni una parte centrale delle strategie di investimento, e nei prossimi tre-cinque anni saranno proprio questi fattori a guidare i rendimenti.

Da un recente sondaggio sulle abitudini dei risparmiatori italiani, è emerso che il 47% degli investitori vorrebbe poter svolgere tutte le operazioni relative ai propri risparmi in una sola app mobile. Questo è certamente il portato naturale della Rivoluzione Digitale, ma pare si tratti di un estremo massimo: due investitori italiani su tre ritengono ancora il rapporto umano insostituibile.

Se il Coronavirus non si ferma, PIL e mercati a picco. Ma anche il panico si supera con la quarantena

Articolo di Matteo Bernardi#

L’epidemia di Coronavirus ha tutte le carte in regola per gettare nel panico gli investitori del nostro Paese, provocando un rallentamento del PIL dei paesi maggiormente colpiti e forti perdite per chi è esposto sul mercato azionario e liquida frettolosamente i propri investimenti.

Negli ultimi giorni il Coronavirus è arrivato in Italia contagiando centinaia di persone, mettendo in allerta il sistema sanitario e politico italiano. Il governo ha varato un decreto legge per provare a contenere i contagi da coronavirus attraverso l’adozione di misure preventive per evitare una rapida diffusione del virus, il quale, nel caso di una forte diffusione, metterebbe in crisi l’intero Paese (ed il caos di questi giorni creato nei trasporti è una valida prova di ciò che potrebbe succedere in rapida successione).

Un avvenimento di questa portata non crea problemi solamente nel campo sanitario, ma anche in quello economico, ed in particolare sui mercati finanziari, i quali già da venerdì 21 febbraio registrano cali da panic selling, con l’indice FTSE MIB che ha perso oltre il 10%. Avere un capitale investito nel mercato azionario in questo periodo può essere molto stressante, specialmente se si hanno delle aspettative di breve periodo.

Da quando il virus ha iniziato a diffondersi, i mercati finanziari internazionali sono stati colpiti da una forte incertezza, che potrebbe influenzare gli eventi ancora a lungo. Nonostante in Cina venga alimentata l’idea che il focolaio sia sotto controllo e che la maggior parte degli infettati stia guarendo, le conseguenza sul PIL del paese si prevedono già di grave entità, mentre in Italia il virus è appena arrivato, e dunque non si sa ancora come i sistemi di sicurezza del nostro Paese riusciranno a risolvere il problema (l’Italia non è la Cina….), nè quante saranno le persone che contrarranno questa malattia. Di certo, l’impatto che l’infezione avrà sull’economia e sul PIL italiano, già ridotto ai minimi termini, non sarà lieve, a meno che il contagio non venga circoscritto definitivamente entro pochi giorni.

La borsa cinese, la prima che ha risentito dell’evento, ha registrato subito forti vendite che hanno fatto perdere oltre il 10% ai principali indici cinesi. Il panico si è diffuso rapidamente su tutte le piazze asiatiche, e da lì le borse europee e americane, del tutto correlate, hanno agito di conseguenza, registrando diminuzioni di prezzo consistenti.

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E’ un vero peccato per il mercato azionario italiano, che nelle ultime settimane aveva realizzato notevoli rialzi. Il principale indice di Piazza Affari, infatti, aveva superato quota 25.500 punti, traguardo che non veniva raggiunto dal 2008, e ciò faceva ben sperare per il 2020.

In situazioni così critiche, sui mercati finanziari scatta il cosiddetto “panic selling”: gli investitori vendono le proprie attività esclusivamente sulla base delle emozioni e della paura che una situazione fa emergere. Questo fenomeno si amplifica quando esiste già una forte incertezza sui mercati finanziari globali, per cui è difficile ipotizzare un rapido ritorno alla normalità.

Quali sono i suggerimenti per non diventare vittime del c.d. panic selling?

Nonostante le borse mondiali abbiano bruciato oltre 1000 miliardi di dollari a causa del virus Covid-19, un investitore sufficientemente assennato dovrebbe sapere che mantenere i nervi saldi è la cosa più ragionevole da fare, ma non l’unica. Innanzitutto, bisogna analizzare il contesto. Il mercato italiano degli ultimi mesi si è confermato come uno dei migliori d’Europa, mettendo a segno un rialzo generoso che giustifica pienamente la giornata pesantemente negativa (-5,5%) del 24 Febbraio. Il fatto che abbia perso così tanto in un solo giorno significa che hanno prevalso i c.d. ribassisti (hedge fund in testa), accompagnati da una buona dose di risparmiatori che, con scarsa lucidità, hanno preferito liquidare frettolosamente le proprie posizioni nei fondi comuni, innescando il classico effetto domino. Invece, un modo saggio di comportarsi potrebbe essere quello di aspettare di vedere cosa succederà nelle prossime settimane, per valutare attentamente se si tratti di un ribasso di natura straordinaria (e quindi di breve durata), o se invece si tratti dell’inizio, piuttosto turbolento, di una vera fase ribassista.

Si potrebbe pensare (a ragione) che dopo settimane di continui rialzi il mercato sia pronto a ritracciare, ma tale conclusione non è affatto scontata. Amundi, proprio in queste ore, si è espressa rassicurando gli investitori che quello che stiamo vivendo in queste ore è solo un momento delicato, in cui le persone non sanno come comportarsi e preferiscono vendere le proprie attività piuttosto che rischiare di incorrere in perdite maggiori. La famosa casa d’investimenti suggerisce di mantenere le coperture, ed eventualmente di aumentarle nell’attesa di una futura stabilizzazione dei mercati, valutando i prezzi attuali per incrementare le proprie posizioni in attesa che i corsi riprendano quanto di buono hanno fatto finora.

Per rassicurare maggiormente gli investitori, ci viene in aiuto il track record (risultati passati) degli indici di borsa interessati dalle precedenti epidemie. Ebbene, in occasione della famigerata SARS, il picco di brevissimo periodo fu del -10%, ma dopo un mese l’indice MSCI China Index aveva ripreso tutta la quotazione e aveva guadagnato un altro 12% (tre mesi dopo addirittura +30%). Stesso comportamento per gli indici Mexico, Africa e Brasil in occasione, rispettivamente, dell’Influenza Suina, del virus Ebola e della Zika.

Alla fine – è evidente – basta far prevalere il buon senso; in questi casi, chi perde è solo colui che ha bisogno “adesso”, per necessità, di liquidare i propri investimenti. Chi non ha urgenza, stia a casa, lontano dalle tentazioni e, soprattutto, dalla banca o dal proprio consulente finanziario: la “quarantena da panico” è un ottimo rimedio per non diventare vittime designate del panic selling.

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