Dicembre 2, 2021
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Felicità economica e immobiliare passano sempre dalla “Visione” del futuro

Nei suoi due libri, Maria Luisa Visione* racconta a investitori e addetti ai lavori come sia possibile diventare esperti dei propri bisogni e perseguire un nuovo concetto di “felicità applicata” agli obiettivi personali e familiari.

Intervista di Alessio Cardinale

Definire cosa sia la felicità risulta estremamente difficile, e chiunque troverà le definizioni più diverse per definire un concetto tra i più astratti persino per i filosofi più attenti. Per molti la felicità è una serie di emozioni deflagranti, per altri una condizione di costante e “tranquillo” appagamento esistenziale.

In realtà, dare un significato assoluto alla felicità è un’impresa ardua anche per la Scienza. Per Daniel Gilbert (psicologo e ricercatore ad Harvard), per esempio, la felicità può essere di diversi tipi: Felicità Emotiva, quella cioè legata da qualcosa di oggettivamente presente nel mondo reale, come rimanere senza fiato davanti al mare in burrasca o essere appagati da un buon piatto; e Felicità Morale, collegata ai propri comportamentimoralmente appaganti”, come essere attivamente generosi e altruisti. Secondo i dati derivanti dallo studio di Harvard “Study of Adult Development”, l’unica cosa che nella vita conta davvero sono i rapporti con gli altri, ossia i legami affettivi anche complessi che ci legano a famiglie e amici, e che quando arriva la mezza età diventano l’unico fattore per misurare la felicità.

E il denaro, che posto ha nella definizione “tecnica” di felicità? Secondo un altro studio condotto da “The journal of happiness studies”, i soldi contano solo fino ad una certa soglia di disponibilità, oltre la quale perdono di “efficacia felicitante“. Infatti, le persone con un reddito superiore a tre milioni annui non risultano essere significativamente più felici di quelle che si fermano a 70.000, e il denaro ha una correlazione diretta con la felicità solo quando riesce a sollevare una persona da una condizione di disagio economico ad una migliore, indentificata da una soglia di reddito pari a circa 35.000 euro annui. Al di sopra di quel reddito, ricchezza e felicità cambiano direzione, e ciò significa che solo la serenità economica e gli affetti più cari ci rendono veramente felici. Ed è proprio sulla scia della serenità e della concretezza economica che Maria Luisa Visione, nei suoi due libri, racconta a investitori e addetti ai lavori come sia possibile diventare “esperti dei propri bisogni” e perseguire un nuovo concetto di “felicità applicata” agli obiettivi personali e familiari. P&F l’ha intervistata per capire la “visione” della scrittrice e consulente patrimoniale.

Maria Luisa, da quanto tempo svolge la professione di consulente finanziario, e cosa ricorda dei suoi inizi?
Ho superato il ventennio. Venti anni vissuti intensamente, in un mondo che abbiamo visto mutare velocemente, con tanti momenti di cambiamento, transizione ed evoluzione, sia dal punto di vista personale che professionale. Oggi, noi consulenti siamo il risultato di questa evoluzione. Ricordo l’emozione unica dei primi appuntamenti, quando sei un fiume in piena di contenuti da raccontare e da rappresentare, consapevole di essere giovane e del desiderio di farti valere. L’emozione più grande è stata sempre quella di scoprire il vissuto del cliente, ogni volta una storia familiare diversa. 

La sua professione riesce ad emozionarla ancora?
Molto, sempre. Ho la certezza di non saperne mai abbastanza, per cui tutto per me rappresenta una continua esplorazione e una nuova scoperta. Vedo il futuro a colori, come una bambina al primo giorno di scuola, e professionalmente cerco di pormi obiettivi sempre più sfidanti.

Quando e perché ha cominciato a scrivere?
Scrivo da quando ne ho avuto la facoltà, in maniera naturale, istintiva. Scrivere è un accesso facile alla comunicazione, una via di comprensione per unire le strade della conoscenza. Che sia conoscenza finanziaria o personale, che arrivi all’educazione o all’anima, non fa differenza. Il mio primo libro è stato un passaggio fondamentale, una sfida con me stessa che mi ha portato a pensarlo, progettarlo, realizzarlo in autonomia e a continuare così ad evolvermi come professionista.

Come descriverebbe i suoi libri, a chi sono rivolti e quali concetti vorrebbero trasmettere?
Sono libri di Educazione Finanziaria, uno rivolto a tutti ed il secondo destinato ad un pubblico più tecnico ed evoluto. Nel primo, La Felicità Economica, propongo un percorso consapevole, concreto e realizzabile per diventare esperti dei propri bisogni e aumentare la probabilità di raggiungere gli obiettivi personali e familiari. I miei testi mostrano come il denaro sia uno strumento a servizio della qualità della nostra esistenza, e come la c.d. Financial Capability, cioè la partecipazione responsabile e consapevole al processo di organizzazione delle proprie risorse economiche, si realizzi veramente quando facciamo di tutto per trasformare sogni e desideri in progetti.

Lei ha adottato il termine “felicità”, quanto ha a che fare con il benessere personale?
Il termine felicità, nei miei libri, perde la sua astrattezza e diventa concreto, identificandosi nella conquista del benessere economico e finanziario personale, e soprattutto nell’autodeterminazione del contributo attivo da attuare per realizzarlo. È la presa d’atto della conoscenza di sé stessi, il termine corretto da adottare rispetto al rapporto con il risparmio e con la sua funzione di “mezzo”. Conoscere, applicare, diventare abili e scegliere consapevolmente sono passaggi accessibili a tutti, che non necessitano di particolari tecnicismi e che sono in simbiosi con il raggiungimento di una vita economica “felice”.

Secondo lei, cosa impedisce oggi la diffusione capillare dell’Educazione Finanziaria in Italia?
Non parlerei di impedimenti, ma di ritardo. Sono stati fatti molti passi in avanti rispetto anche a soli 5 anni fa, ed oggi è presente una sitografia istituzionale ricchissima dedicata all’Educazione Finanziaria con strumenti operativi, pubblicazioni, percorsi, giochi ed esperienze virtuali a disposizione di tutti. Basti guardare il ricco calendario del Mese dell’Educazione Finanziaria al quarto anno dalla prima edizione. Tuttavia, il ritardo accumulato dal nostro Paese richiede un’azione continuativa di Welfare promozionale di rete e un ulteriore tempo di semina, poiché ci vuole tempo per trasformare la conoscenza acquisita in comportamenti virtuosi.

L’Educazione Finanziaria conviene all’industria del Risparmio, oppure no?
L’Educazione Finanziaria è utile sia al singolo che alla collettività, perché alla lunga genera valore sociale, ricchezza, benessere psicologico e serenità economica, con risultati riscontrabili in termini di sicurezza e di sviluppo. Pertanto, quella di esserne parte, per l’industria del Risparmio, è una grande occasione per spostare il focus dal prodotto e dai mercati alle decisioni finanziarie consapevoli, guidate dagli obiettivi e dai momenti della vita che contano. Nella pianificazione finanziaria, per fare un esempio concreto, i conti sono sempre in sicurezza, la liquidità serve alla gestione delle spese correnti, la riserva occorre per affrontare gli imprevisti e il tempo è funzionale agli strumenti di investimento per raggiungere gli obiettivi di vita in relazione al profilo di rischio.

Quali provvedimenti prenderebbe oggi, se venisse nominata “ministro per l’Educazione Finanziaria”?
Per prima cosa destinerei ogni anno un budget di spesa fisso per programmare percorsi di Educazione Finanziaria e di Welfare aziendale destinati a tutte le fasce sociali e di età, dando risalto alla figura dell’Educatore Finanziario come operatore riconosciuto sul mercato. Poi istituirei l’insegnamento dell’Educazione Finanziaria all’interno dei programmi scolastici e universitari come oggetto di studio e di esame, in modo da portare l’Italia a diventare un esempio di eccellenza nel mondo.

Ci parli dell’ultimo libro, “La Felicità Immobiliare”.
La Felicità Immobiliare è un manuale tecnico, rivolto agli addetti ai lavori (consulenti finanziari, patrimoniali, immobiliari) e ai clienti più evoluti, che esplora la consulenza finanziaria integrata, poiché inserisce gli immobili e crea una linea di coerenza tra questi e gli asset finanziari per la gestione complessiva del patrimonio, in funzione del ciclo di vita economico e degli eventi di transizione. Il nuovo modello di servizio proposto nel libro inquadra la dinamicità del patrimonio immobiliare alla stregua del patrimonio finanziario, cogliendone gli aspetti amministrativi, economici, gestionali e fiscali. Il principio di base è che il patrimonio non è mai fermo, si evolve, si ricontestualizza ed è per questa ragione che necessita di una consulenza integrata per unire elementi strategici e specialistici, restituendo valore e utilità ai clienti. È un libro che propone un altro modo di guardare alle esigenze del cliente, affermando il ruolo strategico di Consulente Finanziario quale fiduciario della famiglia verso la costruzione del benessere e della qualità della vita,  e quindi della “felicità”.

Cosa manca, in Italia, per dare dignità professionale ed una seria regolamentazione alla professione di Consulente Patrimoniale?
Non credo che manchino le regole, ce ne sono molte, forse non sempre vengono rappresentate quale elemento di distinzione. Manca la competenza di saper scegliere a chi affidarsi, ma l’Educazione Finanziaria serve a far compiere il salto di paradigma a clienti e consulenti verso la pianificazione finanziaria funzionale agli obiettivi di sicurezza e di sviluppo, entrambi fondamentali per la ricerca della serenità.

* Maria Luisa Visione, consulente patrimoniale e scrittrice

Design Thinking, ovvero come risolvere problemi complessi partendo dalle “personas”

L’approccio all’innovazione richiede sempre una visione creativa dei processi aziendali. Inizialmente pensato per risolvere problemi complessi in campo imprenditoriale, il Design Thinking sta dimostrando il suo valore anche nel campo della Consulenza Finanziaria.

Da qualche anno si sente parlare di Design Thinking, ma pur comprendendo istintivamente che si tratta di qualcosa che ha a che fare con il modo di pensare e con la progettazione, ai più sfugge il suo significato pratico ed il suo campo di applicazione.

Il Design Thinking (“pensare in modo progettuale”, in italiano) è un particolare approccio all’innovazione di servizio e di prodotto, concepito per attribuire a chi intende avvalersene la capacità di risolvere problemi complessi utilizzando una visione creativa della propria attività. Prima di essere usato in ambito imprenditoriale, in origine il Design Thinking era un approccio metodologico “di elìte”, adottato esclusivamente da agenzie di pubblicità e studi di design. Gradualmente, si sta diffondendo in settori molto differenti, traendo nuova forza dalle sue applicazioni nel nuovo corso digitale della società economica.

Relativamente ai settori aziendali propriamente detti, il Design Thinking contribuisce alla soluzione di problemi organizzativi interni, oppure può affiancarsi alla progettazione e al lancio di una startup e rendere più efficienti i processi di realizzazione e distribuzione di un prodotto. In campo informatico, anche i grandi produttori di software – come Google Ventures, che ha generato una metodologia a supporto dello sviluppo di prodotti digitali – stanno facendo sempre più ricorso al Design Thinking per via della sua estrema utilità nel processo di trasformazione digitale che è in corso da dieci anni a questa parte.

Inoltre, grazie al Design Thinking le aziende si “mettono in discussione” e sviluppano una cultura di apprendimento continuo, lavorando con chi ha competenze nell’innovazione e sperimentando nuove idee. Questo approccio, infatti, dà il vantaggio di avere un metodo di gestione delle decisioni strategiche che abbatte drasticamente i rischi connessi ad ogni cambio di strategia. Ma il beneficio più importante si rivela nell’ambiente di lavoro, che grazie al Design Thinking diventa incline all’ascolto e alla collaborazione, favorisce il lavoro in team e consente di concentrare l’attenzione dei dirigenti apicali sui bisogni delle persone, che siano collaboratori o clienti.

Relativamente ai campi di applicazione, il Design Thinking è applicabile a tutti i tipi di problemi, sia semplici che complessi. Inoltre, il punto di partenza sono sempre le persone, ed è per questo motivo che questo approccio è molto vicino a quello che viene osservato nella Consulenza Finanziaria, dove l’attenzione al cliente è la base su cui si fonda l’intera relazione professionale. Lavorando sulle persone, infatti, i consulenti ne osservano i comportamenti e ne intuiscono i bisogni, per poi “metterli in sequenza”, per esempio, lungo una matrice temporale di priorità/necessità/urgenza.

Il Design Thinking, in definitiva, è un metodo che parte dai valori del consumatore e li trasferisce in un prodotto/servizio, creando un modello di business efficace e durevole. La sua validità è duplice a seconda della direzione verso la quale si vogliono lanciare gli effetti: verso l’interno delle organizzazioni di lavoro (aziende, team, uffici condivisi etc) il Design Thinking si rivolge a tutti coloro vogliono migliorare la propria competitività ed efficacia facendo leva sull’innovazione, come le startup, le multinazionali e gli enti senza scopo di lucro (onlus); verso l’esterno, lo stesso metodo contempla il contributo attivo dei clienti, chiamati a fornire feedback costanti sul rispetto dei loro valori all’interno del servizio richiesto.

Nel Design Thinking, naturalmente, le soluzioni da ricercare non sono identiche per tutti, ma in generale esse devono tutte soddisfare alcuni criteri fondamentali, come la centralità del cliente; l’empatia come valore, poiché ci consente di pensare “con la sua testa”; l’analisi dei comportamenti di consumo e acquisto; la sostenibilità economica della soluzione. L’empatia, in particolare, permette di conoscere il cliente e di comprenderne i bisogni (primari e secondari), le sue emozioni e gli obiettivi, fino a definire i dettagli delle c.d. “personas” e le loro caratteristiche chiave in relazione ai comportamenti d’acquisto. Gli stimoli così ricevuti identificano la base da cui partire per progettare soluzioni innovative attraverso una visione creativa di team (brainstorming), in modo tale da identificare il maggior numero possibile di idee da testare con gli utenti. Successivamente, si passa alla trasformazione delle idee in prodotti e servizi concreti, anche questi da testare preventivamente per evidenziare eventuali problemi e/o difetti.

Sono ormai numerosi i percorsi di formazione in materia di Design Thinking. la Camera di Commercio di Milano Monza Brianza e Lodi, per esempio, ha dato il via al percorso gratuito di formazione realizzato in collaborazione con Cefriel (Politecnico di Milano), focalizzato sulla metodologia di Design Thinking per generare ed elaborare idee innovative applicate al contesto turistico. Ma è nel settore bancario, assicurativo e finanziario a supporto dei processi di innovazione e formativi che questa metodologia si sta diffondendo dopo essere stata un pò in sordina fino al 2020 (solo un terzo delle istituzioni finanziarie italiane vi faceva ricorso). utilizzando questa metodologia, invece, i vantaggi percepiti dalle istituzioni finanziarie sono notevolissimi e di grande impatto per la produttività interna. Infatti, l’adozione di un processo strutturato esplicitamente per l’innovazione e  la strettissima collaborazione tra i soggetti di diverse funzioni aziendali superano le “muraglie organizzative” dei vari uffici – che spesso dialogano troppo poco tra loro – e favoriscono la cultura dell’innovazione, rendendo gli attori del processo di Design Thinking maggiormente proattivi e responsabilizzati.

Denaro in conto corrente, rischi e problemi. Dal “non si sa mai” al principio di Protezione

Con la filosofia del “non si sa mai” non ci si protegge affatto, e si presta il fianco a tutta una serie di rischi di notevole entità, privandoci così delle migliori opportunità utili a quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Di Alfonso Selva

“Tengo i soldi in conto corrente perché non si sa mai quello che può succedere ….”. Questa è la frase che noi educatori finanziari sentiamo più frequentemente quando incontriamo un nuovo cliente che tiene i suoi soldi nel conto corrente. “Lo faccio per il NON SI SA MAI”, ci rispondono quando gli chiediamo il perché di questa “immobilizazione” di denaro che, come vedremo, può essere fonte di rischio e di perdita di opportunità.

Probabilmente, al nostro cliente non è mai stato chiesto il perché dalla propria banca, il che dimostra che fino a quel momento nessuno si è mai interessato veramente a lui e ai suoi obiettivi. A monte, però, esiste un altro problema, che riguarda “l’insieme”: i dati più recenti ci dicono che sui conti correnti, sui conti deposito e su ogni altra forma liquida ci sono quasi 1927 miliardi di euro, per cui due sono le possibili interpretazioni: le banche non informano – guarda un po’… – sui rischi della detenzione di eccessiva liquidità sui conti correnti, e la maggioranza dei clienti non ha nessun professionista accanto a sé che gli insegni a gestire “l’ansia da risparmio”. In ogni caso, è una buona scelta lasciare tutti i tuoi soldi abbandonati sul conto corrente?

Certamente NO, perchè espone il nostro ipotetico cliente a rischi e problemi di opportunità.

INIZIAMO DAI RISCHI.

1) Il primo è quello del c.d. BAIL-IN, e cioè la possibilità che la banca, in caso di suo fallimento, coinvolga nella procedura tutti i depositi su conto corrente o conto deposito oltre i 100.000 euro. In pratica, tutto ciò che eccede i 100.000 di giacenza viene perso.

2) Il secondo è il rischio che il governo metta una tassa o imposta Patrimoniale, come nel 1992 (il governo Amato prese lo 0,6%, di notte). Di questo pericolo si è molto parlato nei mesi scorsi, anche prima dello scoppio della pandemia, per cui il rischio esiste ancora di più oggi, visto che lo Stato sta incassando molte imposte in meno e, prima o poi, dovrà “raschiare” il denaro da chi lo detiene e non lo mette in circolo.

RELATIVAMENTE AI PROBLEMI, il primo – e più evidente – è il mancato guadagno. Infatti, chi negli ultimi 10 anni ha investito i suoi soldi in fondi di investimento azionari ha raddoppiato, se non triplicato, il suo capitale. Il secondo problema è dato dall’inflazione: con un tasso di inflazione dell’1% all’anno, il capitale in 10 anni perde il 10%.

Pertanto, la paura del “NON SI SA MAI “ non porta affatto a buoni risultati, ma resta il problema di farlo comprendere al cliente “ansioso”. Per riuscire in questo fondamentale obiettivo di Educazione Finanziaria dobbiamo sciogliere la paura manifestata dal “NON SI SA MAI” e fare quello che la banca tradizionale non ha fatto: domande, domande ed ancora domande. Solo l’attenzione al cliente, ed alla sua storia, ci permetterà di entrare ad un livello di confidenza tale da scoprire che, dietro quella frase, ci sono paure a volte molto profonde, che dobbiamo vincere aiutando il cliente a razionalizzarle ed affrontarle. La mia esperienza di educatore finanziario mi dice che, di solito, queste paure possono essere catalogate nella serie “come me la caverei se/quando/nel caso in cui…”:

a) paure di natura personale (“…se mi ammalo e devo spendere dei soldi per curarmi?”, “…quando diventerò vecchio avrò i soldi sufficienti per vivere?”, “…se non riesco più ad essere autosufficiente, come farò a mangiare da solo, o anche solamente a lavarmi?”, “…se mi succede un incidente e rimango su una sedia a rotelle, come me la caverò?”, “…se mi ammalo di COVID 19?”…);

b) paure riferite all’attività lavorativa (“…se perdo il lavoro, o mi bloccano l’attività e non guadagno più nulla?”);

c) paure riferite al patrimonio (“…se la mia società fallisce e i creditori si portano via tutto?”, “…se mi rubano la macchina aziendale e devo ricomprarla?” “…se non ho più i soldi per pagare il mutuo?”, “…se l’Agenzia delle Entrate mi impone delle sanzioni?”, “…se lo Stato mette una tassa patrimoniale?”, “…se muoio e la mia famiglia non riesce più a pagare il mutuo?”);

d) paure riferite alla vita di tutti i giorni (“…se prende fuoco la casa e devo rifare tutto?”, “…se mi si rompe la lavatrice o il cellulare?”).

Insomma, l’elenco è lungo, ma se riesco a ragionare con il cliente in modo razionale, allora tutte le sue paure possono essere affrontate e risolte trasmettendo il valore della PROTEZIONE O DEL RISCHIO TRASFERITO.

Tranquilli, non mi riferisco né alle guardie del corpo né ad un giubbetto antiproiettile, ma a qualcosa di molto accessibile come una protezione di tipo assicurativo e una “protezione finanziaria” da attuare dopo aver pianificato tempi e modalità di raggiungimento degli obiettivi finanziari e patrimoniali.

Per essere pratici, e rimanere ai giorni nostri, partiamo dalla domanda più frequente: “se mi ammalo di COVID 19” (oppure “se ho una malattia importante, un incidente” etc) la soluzione è sottoscrivere una polizza sanitaria ed infortuni, e con pochi soldi di premio annuo riusciremo a coprire i rischi per la salute o ad avere dei soldi per tutti i giorni in cui la malattia ci impedisce di lavorare. Oppure, se siamo preoccupati per il tenore di vita da anziani o per il rischio di non essere più autosufficienti, esiste una copertura assicurativa chiamata LTC (Long Term Care, cioè assistenza a lungo termine), che eroga una rendita mensile per pagare, ad esempio, una collaboratrice domestica-personale (c.d. badante).

Relativamente alle paure riferite all’attività lavorativa, esistono delle assicurazioni che coprono il rischio di inattività lavorativa, temporanea o permanente, ad un costo sostenibile, mentre per quanto riguarda le paure riferite al patrimonio esistono polizze assicurative che coprono tutti i rischi a cui esso può essere soggetto, così come esistono, anche al di fuori delle coperture tipicamente assicurative, strumenti di protezione patrimoniale che riducono al minimo sia il carico fiscale che il rischio di aggressione  non necessaria da parte di terzi soggetti (es. creditori e/o Agenzia delle Entrate).

Per quanto riguarda le paure sulle spese impreviste “di tutti i giorni”, questo potrebbe essere l’unico caso in cui è conveniente lasciare delle piccole somme sul conto corrente. Per tutte le altre paure, i rischi più gravi del “NON SI SA MAI” non si coprono certamente con 100.000 o 200.000 euro sul conto corrente, bensì con 2 o 3 milioni di euro.

Pertanto, la cosa migliore da fare è quella di trasferire i rischi a chi lo fa di mestiere, e cioè ad una compagnia assicurativa, che gode delle medesime protezioni statali assicurate alle banche, e forse anche di più.

Con la filosofia del “NON SI SA MAI” non ci si protegge affatto, prestando il fianco a tutta una serie di rischi, come quelli che ho spiegato prima, e allo stesso tempo ci si priva di opportunità utili per quando non avremo più le stesse energie di oggi.

Tra il principio del “sapere” e quello del “non sapere MAI”, meglio scegliere il primo.

La Finanza Elementare e i suoi quattro pilastri: denaro, bisogni, obiettivi e programmazione

Non è sufficiente avere le idee chiare su bisogni e obiettivi, perchè senza una buona programmazione rischiamo di essere sempre sopraffatti dagli imprevisti. Abituarsi a programmare, ecco il segreto per gestire tutto ciò che non possiamo controllare.

Chiunque si sia trovato, nella vita, nella difficile scelta di come investire i propri risparmi, si è certamente (e inconsapevolmente) imbattuto – oltre che in una banca o in un consulente finanziario – nei c.d. tre pilastri della Finanza Elementare: mezzi (il denaro, o altro bene altamente fungibile), necessità/bisogni e obiettivi di investimento. Inoltre, a quasi tutti, sarà sfuggito che questi tre elementi sono le gambe che sorreggono, come in un tavolo ideale della nostra vita, il principio fondamentale dell’accantonamento di mezzi finanziari: “il risparmio è spesa differita nel tempo“. In pratica, risparmiare vuol dire costituire i mezzi per realizzare domani una spesa che non è possibile sostenere oggi.

Ogni tavolo che si rispetti, però, deve avere anche stabilità; pertanto alle prime tre gambe va aggiunta una quarta: la Programmazione. Infatti, possiamo avere obiettivi chiari e mezzi sufficienti per soddisfare i nostri bisogni, ma senza una buona programmazione, saremo sempre sopraffatti dagli imprevisti. Anzi, in assenza di questo elemento così importante, e senza razionalizzare tutte le sue fasi (identificazione, valutazione, formulazione, finanziamento e successiva realizzazione) persino le cose più semplici da fare ci sembreranno “straordinarie” ed “impreviste”.

Sia chiaro: gli imprevisti, quelli veri, esistono eccome, ed incidono molto sulle vicende della vita di ognuno di noi, ma se non programmiamo almeno ciò che è “programmabile”, tutto apparirà difficile, anche i compiti che svolgiamo ogni giorno.

LEGGI ANCHE: La finanza elementare e le regole del saper investire: dare all’intuito il giusto valore

La capacità di programmare non è una dote innata per tutti; infatti, bisogna abituarsi a programmare, ed a farlo nel modo corretto, cioè tenendo in buon conto alcuni interrogativi:

  • quali sono i nostri bisogni,
  • quanti sono i mezzi che abbiamo a disposizione,
  • quali obiettivi vogliamo raggiungere.
  • quanto tempo occorre per soddisfare i nostri bisogni, in base ai mezzi che abbiamo a disposizione?
  • Possiamo dilazionare nel tempo gli obiettivi?
  • Quanto dobbiamo risparmiare per avere mezzi disponibili in quantità maggiore per quel dato obiettivo?…

Potremmo continuare con decine di altri interrogativi sempre più specifici, ma per comprendere immediatamente ciò di cui stiamo parlando, facciamo un esempio pratico. Ipotizziamo di voler fare un viaggio all’estero da soli o con la famiglia. Per farlo, servirà compiere una serie coordinata di azioni più o meno semplici, e più precisamente:

  •  stabilire la destinazione finale (città, regione) ed un itinerario;
  •  acquistare il biglietto dell’aereo/treno/nave;
  •  prenotare l’albergo (o più alberghi);
  •  noleggiare un’auto.

Inoltre, servirà preliminarmente:

  •  avvisare il luogo di lavoro della vostra assenza, oppure
  •  chiedere/programmare le ferie coordinandoci con i colleghi;
  •  informarsi sui luoghi più interessanti da visitare;
  •  fare una lista delle cose da portare in valigia;
  •  altre incombenze che, mentre state leggendo, già vi vengono in mente…

Pertanto, se per organizzare un viaggio è necessario lavorare per giorni svolgendo vari compiti tutti necessari (alcuni anche indispensabili, a meno che non si voglia andare all’estero a piedi), programmare, pianificare e seguire un investimento nel tempo, a maggior ragione, richiede un grandissimo impegno.

Al mondo c’è chi risparmia solo per il gusto di farlo, perché trae beneficio dal vedere un conto in banca sempre in aumento. Poi c’è chi mette da parte il denaro senza avere alcun obiettivo di spesa già individuato, ma lo fa per il “non si sa mai”. Infine, esistono i risparmiatori che programmano gli obiettivi di spesa con una certa regolarità, sebbene siano veramente pochi (per questo esistono i consulenti patrimoniali…).

Abbiamo detto che il risparmio altro non è che spesa differita nel tempo. Ebbene, la programmazione ci aiuta a definire proprio l’entità di questo differimento, che cambierà in relazione al nostro obiettivo di spesa (es. acquistare casa). Per tradurre il principio in realtà, facciamo un altro esempio: l’acquisto di un’auto a rate, tipico dei nostri tempi, se è vero che ci consente di avere subito il possesso del bene, è altrettanto vero che richiede una programmazione mensile del risparmio con il quale pagare gradualmente il suo costo complessivo. Al contrario, se abbiamo già un’automobile, ma vogliamo sostituirla tra tre anni, dobbiamo:

  •  calcolare, con una buona approssimazione, quale potrebbe essere il valore della nostra attuale macchina tra tre anni,
  •  ipotizzare quale tipo di auto ci piacerebbe acquistare tra tre anni (ad esempio, se vogliamo salire di categoria e comprarne una più confortevole oppure no),
  •  calcolare quanto dobbiamo risparmiare periodicamente per permetterci di raggiungere la somma complessiva necessaria per l’acquisto, al netto della vendita del mezzo che possediamo adesso.

Il secondo punto, a ben vedere, definisce l’obiettivo “emozionale” di spesa (“salire di livello”), ossia la motivazione più intima che ci spinge a risparmiare. In mezzo, ossia durante i tre anni, si posiziona la possibilità di investire le somme via via risparmiate, con l’obiettivo di beneficiare di un possibile rendimento ed aumentare la somma disponibile (o raggiungere in anticipo l’obiettivo, grazie al rendimento conseguito, se la nostra capacità di risparmio non ci consente di raggiungere tutta la cifra  e se il nostro consulente patrimoniale è bravo).

L’esempio che abbiamo fatto, con le dovute differenze, sarà valido anche per obiettivi ancora più impegnativi ed ambiziosi (l’acquisto dell’abitazione, per esempio), oppure per obiettivi più semplici (viaggi, vacanze etc) ma ugualmente appaganti e significativi.

In tutti i casi, la natura stessa del bene/risultato che vogliamo raggiungere tra “enne” anni ci impone di dover attuare una programmazione, perché nessun obiettivo è uguale ad un altro, e noi siamo diversi gli uni dagli altri. Pertanto, investire il proprio risparmio ricavando un rendimento, o gestire il patrimonio in maniera oculata, determina il vantaggio di procurarsi una elevata probabilità di raggiungere in anticipo gli obiettivi di spesa, o di colmare la parte di denaro che manca per poterli raggiungere senza dover aumentare l’orizzonte temporale.

Programmare – e farlo bene, in modo corretto – è quella cosa che separa la frase “…ce l’ho fatta!” da “…quanto sono sfortunato!“. Mica poco.

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Il denaro non è la vita (Vita è ciò che fai mentre lo spendi)

Il denaro non è un obiettivo, né una necessità, né un bisogno, ma un mezzo. E allora perché non riusciamo a considerarlo con sufficiente lucidità?

Uscireste mai di casa senza avere un programma, anche minimo, su cosa fare durante la giornata? No, è ovvio. Se lasciate casa avete sempre un obiettivo. Coinvolgente, seccante, piacevole o spiacevole, è pur sempre un obiettivo, e dovrete portarlo a termine nei tempi prestabiliti da voi stessi o dalle regole del contesto in cui esso si può raggiungere.

Gli obiettivi, è evidente, non vanno confusi con le necessità. Nutrirsi, coprirsi, avere un tetto sotto il quale vivere, socializzare… sono tutte necessità che, senza obiettivi, diventano difficili da realizzare: non posso pensare di nutrirmi/abitare/vestirmi/socializzare/viaggiare per tutta la vita senza avere prima l’obiettivo di studiare e di trovare un lavoro (a meno che non siete molto, ma molto ricchi).

A loro volta, le necessità sono diverse dai bisogni, rispetto ai quali esse difettano di due requisiti fondamentali: continuità nel tempo e indispensabilità. Nutrirsi, dissetarsi, coprirsi, curarsi – solo per fare un esempio – sono bisogni, che dobbiamo soddisfare continuamente per vivere; viaggiare, fare sport (ed altro ancora) sono necessità, ma possiamo vivere senza soddisfarle.

Anche lavorare, in linea di principio, non è un bisogno, ma una necessità: si può vivere senza prestare il proprio lavoro. È oggettivamente difficile, culturalmente discutibile e piuttosto faticoso, ma c’è chi ci riesce (pensate a chi vive, in maniera sistematica e quotidiana, di carità e/o di sussidi: le nostre città, purtroppo, ne sono piene).

E il denaro, come si colloca all’interno del rapporto bisogno/necessità/obiettivi?

In un mondo privo di esso, in teoria, si potrebbe anche vivere bene (lavorando però!); basterebbe perfezionare un valido sistema di baratto tra beni scambiabili di valore equivalente, all’interno dei quali inserire anche il valore di scambio della propria forza-lavoro e della propria competenza professionale in una data materia. Ancora cinquanta o sessanta anni fa, nei piccoli centri di campagna, il medico del paese spesso veniva pagato in uova, farina, frutta, selvaggina, pollame e qualunque altro bene di prima necessità, considerato fungibile e generalmente accettato, da chi non aveva denaro ma disponeva, per via del proprio lavoro, di prodotti della terra.

In teoria, potremmo anche fare a meno di monete e banconote, sebbene la cosa, oggi, complicherebbe non poco i processi produttivi ed il libero commercio. Pertanto, il denaro non è un obiettivo, né una necessità, né un bisogno, ma un mezzo. Anzi, è “il mezzo” per eccellenza: non è commestibile, non vi difende dal freddo o dal caldo e non è un materiale adatto a costruire una casa, ma con il denaro comprate il cibo, i vestiti, la casa, il mezzo di trasporto, l’istruzione, i viaggi etc.

Per mezzo del denaro, realizzate obiettivi risolvendo necessità e bisogni. Il denaro, pertanto, è il terreno di confine tra necessità, bisogni e obiettivi. E allora, perché non riusciamo a considerarlo con sufficiente lucidità? Averne tanto, forse, è il nostro vero obiettivo? E per farne cosa? Guardarlo, toccarlo, oppure nuotarci dentro come Zio Paperone?

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Se sono queste le vostre finalità, state perdendo tempo. Il Risparmio, infatti, altro non è che spesa differita, e il denaro messo da parte non è un fine, è un mezzo per raggiungere obiettivi di vita: gli studi dei figli, viaggiare per conoscere il mondo (e noi stessi), mettere radici, invecchiare bene e con disponibilità di mezzi.

Pensare di non dover spendere mai il proprio denaro, a ben vedere, farà contenta solo la vostra banca, perchè il tempo passato a rimirarlo sul conto corrente o sul deposito titoli consentirà al vostro istituto di credito (legittimamente) ricavi costanti e durevoli. Il Tempo, invece, deve essere vostro alleato; basterà, dopo aver scelto i propri obiettivi, attribuire loro il valore del tempo entro il quale vogliamo realizzarli: il c.d. orizzonte temporale. Senza quest’ultimo elemento, i vostri obiettivi si perderanno per strada, vinti dagli imprevisti di cui è disseminato il percorso della nostra vita.

Perdere di vista il binomio obiettivo/orizzonte temporale, certamente, vi indurrà a commettere gravi errori di programmazione, che finiranno con l’influenzare negativamente la vostra vita futura. Infatti, chi non programma una spesa (meglio ancora, obiettivi di spesa) finisce col difettare di motivazione; i progetti invece aiutano a vivere meglio, ad avere entusiasmo. Condividerli con chi vuoi bene, poi, è uno degli elementi sui quali poggiano le fondamenta della nostra Società Civile, fatta di famiglie.

La Famiglia stessa, a ben vedere, è un progetto, ed attorno ad essa nel tempo ruotano tanti obiettivi di rilevanza sociale ed economica che qualcuno, oggi, vorrebbe mettere in dubbio con strane teorie.

Attorno all’individuo e alla sua famiglia, pertanto, si realizza un insieme di principi e di regole per mezzo delle quali circola il denaro.

Ma il denaro serve solo a vivere, non è la Vita. Vita è tutto ciò che fai mentre lo spendi.

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