Settembre 20, 2021
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La Fed non alzerà i tassi fino al 2023, ma il tapering comincerà prima

Tassi fermi fino al 2023, secondo Andrea Siviero, ma il tapering della Fed inizierà prima. La Federal Reserve comunicherà in anticipo le sue decisioni per evitare una grave correzione dei mercati.

“Il presidente Powell ha spesso evidenziato che qualsiasi cambiamento di strategia da parte della Fed sarà comunicato con largo anticipo: al momento non ci aspettiamo un aumento dei tassi di interesse fino al 2023”. È l’analisi di Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

Se i tassi non dovrebbero subire aumenti fino al 2023, è probabile che il processo di normalizzazione inizi prima, con una riduzione degli acquisti mensili di asset da parte della banca centrale statunitense, il cosiddetto tapering. Anche in questo caso – spiega Siviero – la Fed darà comunque indicazioni anticipate ai mercati. Se si dovesse assistere a un inasprimento prematuro della politica monetaria statunitense, ciò sorprenderebbe gli operatori e creerebbe probabilmente una grave correzione dei mercati.

Per quanto riguarda l’inflazione, nel 2020 la Fed ha cambiato il suo approccio di politica monetaria ed è passata all’Average Inflation Targeting (AIT). Ciò significa che la Fed è disposta a lasciare che l’inflazione superi temporaneamente il target del 2% per compensare i periodi in cui l’inflazione è stata inferiore. Dopo aver mancato il suo obiettivo per un periodo prolungato, la Fed non è dispiaciuta dell’attuale aumento delle aspettative d’inflazione, poiché questo aiuta ad ancorare le aspettative a medio termine a un livello più alto. In base a questa linea, la Fed non agirà preventivamente per contenere l’inflazione e il suo processo decisionale si baserà sui dati, in particolare su quelli economici e senza un piano prestabilito per un restringimento della politica monetaria.

La Fed considera l’attuale picco inflazionistico un fenomeno transitorio, favorito dalla risposta politica senza precedenti alla pandemia Covid-19, dal balzo dei prezzi delle materie prime, dalle interruzioni della catena di approvvigionamento e da un effetto base anno su anno particolarmente importante. Una volta che l’economia globale recupererà il suo livello pre-pandemia, è probabile che la crescita economica ritorni alla sua traiettoria naturale e l’inflazione dovrebbe riprendere il suo andamento pre-pandemico. La Fed non si aspetta alcun cambiamento nelle dinamiche inflazionistiche a lungo termine. Le forze strutturali predominanti durante lo scorso decennio, come la demografia, la globalizzazione e il progresso tecnologico, manterranno una pressione deflazionistica nel medio termine.

“Per quanto riguarda la zona euro, la ripresa economica è in ritardo rispetto a quella statunitense”, conclude Siviero. “Il processo di vaccinazione sta prendendo velocità e i contributi previsti dal Recovery Fund saranno probabilmente erogati nel corso dell’anno. Le economie della zona euro si stanno progressivamente riaprendo e la Bce si è chiaramente impegnata a continuare a sostenere la ripresa attraverso una politica espansiva. Le pressioni inflazionistiche nella zona euro sono contenute e non ci aspettiamo un inasprimento troppo affrettato della politica monetaria della Bce”.

Il mercato immobiliare dal 2007 ad oggi: compravendite, prezzi e mutui. Il 2021 un anno di transizione

Dalla seconda metà degli anni ’90 il mercato immobiliare italiano ha registrato una fase espansiva seguita all’introduzione della moneta unica, che ha generato una crescente domanda di abitazione. Analisi anno per anno e previsioni per il 2021.

Per spiegare le fasi che ha attraversato il mercato immobiliare italiano, bisogna attraversare soprattutto due eventi fondamentali. Il primo coincide con l’introduzione della moneta unica, che ha determinato l’abbassamento dei tassi di interesse sui mutui e, di conseguenza, una maggiore propensione all’indebitamento per l’acquisto della casa. Il secondo è di qualche anno dopo (2007), e coincide con la “grande crisi” dei mutui subprime, scatenata negli USA, che ha invertito bruscamente il trend del mercato. Il primo evento, in particolare, ha portato ad un incremento dei volumi di compravendita – con un picco nel 2006 con quasi 845 mila transazioni – e ad una crescita dei valori che si è protratta fino al 2007, quando il secondo evento ha seminato distruzione a causa dell’esplosione della bolla immobiliare statunitense.

Da quel momento (secondo semestre 2007) ha inizio la fase discendente del ciclo immobiliare, e per la prima volta dopo tanti anni i prezzi degli immobili hanno segnalato una contrazione che si trascina fino ai giorni nostri. Vediamo cosa è successo, anno per anno.

2007 – Il credito ipotecario destinato alle famiglie per l’acquisto delle abitazioni registra la prima battuta di arresto, complici la crisi del mercato dei mutui subprime che rende gli istituti di credito molto prudenti nella concessione dei finanziamenti ed il rialzo dei tassi di interesse. Tutto ciò si riflette sul mercato immobiliare che segnala una contrazione della disponibilità di spesa e, di conseguenza, la prima riduzione dei volumi (-4,6%) e dei prezzi immobiliari (-1,0%).

2008-2009 – Continua la stretta creditizia, categorie di potenziali acquirenti non riescono più ad accedere al credito (immigrati, single, lavoratori a termine), i tempi di vendita iniziano ad allungarsi, l’offerta sul mercato aumenta e di conseguenza i prezzi e le transazioni scendono ancora. Nel 2008 queste ultime registrano una riduzione del 15% rispetto all’anno precedente. E’ il primo calo importante.

2010 – Anno in cui le compravendite si stabilizzano grazie ad una ripresa dell’erogazione dei mutui stimolata da provvedimenti governativi in sostegno dell’accesso al credito e all’aumento della domanda da parte delle famiglie. Resta la tendenza delle banche ad essere comunque prudenti. Gli scambi sono a quota 611.878

2011 – La situazione economica del Paese lancia segnali negativi, la disoccupazione sale, la fiducia di imprese e consumatori diminuisce, la volontà di acquistare casa anche, il mercato del credito vede nuovamente un forte calo delle erogazioni che si trasferisce sul mercato immobiliare che vede ancora prezzi e transazioni in diminuzione.

2012 – “Annus horribilis” per il mercato immobiliare italiano: si registra la contrazione dei prezzi più importante (-10,2% in un solo anno) ed i volumi di compravendita iniziano a precipitare (-25,8% rispetto al 2011) a causa di mancanza di fiducia, di una congiuntura economica ancora fortemente negativa e un aumento del costo dei mutui che rende più difficoltoso l’accesso al credito. A questo si aggiunge la pressione fiscale che, incidendo soprattutto sulle seconde case, determina un aumento di offerta immobiliare. 

2013-2014 – Si raggiunge il picco minimo di compravendite con 403.124, si ritorna ai livelli degli anni ’80, i prezzi sono ancora in caduta (-8,7%). Sul mercato del credito iniziano ad esserci i primi segnali di ripresa della domanda di finanziamento da parte delle famiglie che, nonostante il trend non brillante di consumi e mercato del lavoro, sembrano riprendere fiducia. Nel 2014mutui ripartono, la domanda di credito delle famiglie è in salita e la Bce immette liquidità sui mercati finanziari attraverso il Quantitative Easing. Riparte la fiducia delle imprese e dei consumatori. Tutto questo determina un aumento della domanda immobiliare che diventa nel frattempo più selettiva. Aumentano le transazioni, mentre i prezzi ancora non decollano.

2015 – La domanda immobiliare continua a crescere, le transazioni anche e i tempi di vendita iniziano a contrarsi, segno che il mercato si sta avviando verso una nuova fase. Tutto ciò ancora non si trasferisce sui prezzi che continuano a diminuire meno che in passato e vanno verso la stabilità. Questo grazie al mercato del credito che registra una domanda in forte aumento anche grazie a tassi molto bassi (negativi gli indici sui tassi variabili). Tassi storicamente ai minimi e prezzi degli immobili convenienti sono una miscela che innesca una fase di ripresa del mercato.

2016 – I volumi di compravendite fanno un balzo in avanti e crescono del 18,9% supportati dalla ripresa del mercato creditizio: le erogazioni infatti crescono del 20,6% nel 2016. I prezzi vanno verso la stabilità e chiudono l’anno con una riduzione del -1,6%.

2017 – Il mercato sembra ormai aver imboccato il percorso di fuoriuscita dalla crisi immobiliare. La domanda immobiliare si riprende, gli investitori tornano sul mercato, i tempi di vendita si riducono (140 gg).  Il mercato del credito continua a dare segnali positivi anche se si intravedono i primi rallentamenti con volumi in linea con gli anni precedenti. Le compravendite sono ancora in crescita e chiudono a quota 542.480. I prezzi restano stabili. 

2018-2019 – Il trend positivo del mercato immobiliare continua: le compravendite sono in aumento e, molto probabilmente, l’anno chiuderà intorno a 580 mila transazioni. I tempi di vendita sono diminuiti gradualmente e si sono portati intorno a 134 gg. Il mercato del credito continua a dare segnali positivi e nei primi sei mesi del 2018 la ripresa si conferma, per poi ulteriormente entro la fine dell’anno. Nel 2019 il mercato immobiliare conferma l’andamento positivo. Le compravendite continuano a crescere e si stima che l’anno chiuda intorno a 600 mila. I tempi di vendita si aggirano intorno a 122 giorni. Il mercato del credito, ormai da alcuni anni, continua a dare segnali positivi anche se nella prima parte del 2019 c’è stata una leggera frenata delle erogazioni.

2020 – Il mercato apre in modo positivo ma la pandemia a marzo mette il mondo ed il mercato immobiliare in stand by. La chiusura forzata in casa però porta ad una maggiore consapevolezza della propria abitazione con la conseguenza che subito dopo la fine del lockdown la richiesta di abitazioni riprende. Le caratteristiche richieste iniziano a modificarsi con la ricerca di abitazioni dotate di spazi esterni e spazi più ampi. Gli investitori si fermano soprattutto coloro che puntavano sul segmento turistico e degli affitti brevi alla luce del calo dei flussi turistici. I tempi di vendita iniziano ad aumentare lentamente. I prezzi subiscono una battuta d’arresto a parte Milano, Verona e Bari che continuano a segnare ancora una lieve ripresa dei valori. 

In crescita l’andamento del credito relativo al 2020 che, nonostante il periodo di pandemia, raggiunge i 50,5 miliardi di euro, con una variazione del +5,2% rispetto al 2019 (48 mld), con un incremento dei volumi erogati di 2,5 miliardi di euro. Da sottolineare la crescita delle surroghe che, grazie all’onda lunga dei tassi ai minimi, da settembre 2019 sono cresciute notevolmente fino a registrare il massimo nel mese marzo 2020 (+55%), dall’altra la sostanziale tenuta delle operazioni di acquisto (-1,7%) rispetto al calo, più consistente, del numero di compravendite immobiliari (-7,7%). Alla luce dei numeri di chiusura dell’anno 2020 possiamo affermare che sebbene l’anno sia stato caratterizzato dalla pandemia che ha impattato negativamente sull’economia globale, il mercato del credito alla famiglia ha retto molto bene.

E il 2021, come si va delineando? E’ presto dirlo, perché i profondi cambiamenti dettati dalla pandemia nelle preferenze immobiliari sono tali da considerare il mercato immobiliare ancora “in divenire”, e l’assenza di punti d’appoggio più saldi – in termini di variabili strutturali – continuerà almeno fino alla fine del primo semestre 2022, allorquando gli scambi e i prezzi risaliranno al livello pre-pandemico. Allora, sarà chiaro quali potranno essere i driver del mercato, uno dei quali, però, sembra già adesso essere una certa abbondanza di offerta nel segmento immobiliare per ufficio ed in quello relativo alle abitazioni di grande quadratura (oltre i 150 mq); questi ultimi, in particolare, non rientrano più nelle preferenze delle nuove generazioni di proprietari, i quali ricercano soluzioni abitative tra i 75 ed i 100 mq.

Questo trend, già evidente alla fine del 2020, potrebbe aprire le porte al business dei frazionamenti immobiliari che, peraltro, determinerebbe un aumento di offerta di immobili di quadratura medio-piccola (bilocali e trilocali), stabilizzandone i prezzi.

Le sfide vinte da Biden nei suoi primi 100 giorni. Vaccinazioni di massa e sostegno all’economia

Secondo Andrea Siviero di Ethenea, il successo del presidente USA è dovuto alle vaccinazioni di massa e al sostegno fornito all’economia del paese con l’American Rescue Plan. La luna di miele di Biden proseguirà una volta superata la pandemia?

Joe Biden ha posto molta enfasi sull’agire rapidamente durante i suoi primi 100 giorni di presidenza. Le sue priorità sono state quelle di combattere la pandemia di Covid-19 e fornire assistenza economica alle famiglie americane, oltre che far riacquisire credibilità internazionale al paese”, sottolinea Andrea Siviero, Investment strategist di Ethenea Independent Investors.

“Sul fronte della pandemia, Biden ha posto alla sua amministrazione l’obiettivo di vaccinare 100 milioni di americani nei suoi primi 100 giorni di mandato: ci sono voluti solo 50 giorni per mantenere quella promessa. Il rilancio dell’economia ha ricevuto una spinta decisiva dal pacchetto di aiuti da 1,9 trilioni di dollari per il coronavirus, l’American Rescue Plan, a cui ora potrebbe aggiungersi l’American Jobs Plan. A livello internazionale, Biden ha rifocalizzato la politica estera degli Stati Uniti sulla diplomazia e il multilateralismo, facendo un passo oltre all’era dell’imprevedibilità”.

Con l’appoggio di un Congresso favorevole, Biden ha avuto un particolare successo nel realizzare le sue priorità politiche nei primi 100 giorni di mandato. I progressi nella lotta contro la pandemia, con la velocizzazione delle vaccinazioni e lo sfondamento di quota 100 milioni di dosi somministrate, sono stati un fattore chiave a sostegno della ripresa degli Stati Uniti, poiché hanno permesso una graduale riapertura dell’economia. Questo rilancio economico ha ricevuto una spinta decisiva dal pacchetto di aiuti dell’American Rescue Plan. Il programma non comprende solo pagamenti diretti ai cittadini statunitensi, integrazioni ai sussidi di disoccupazione e un ampliamento dei crediti d’imposta per i minori, ma anche un finanziamento supplementare destinato al piano vaccinale. Oltre a questo, Biden ha presentato un piano di investimenti infrastrutturali una tantum di oltre 2 trilioni di dollari, l’American Jobs Plan, che mira a ricostruire strade, riparare ponti, accelerare la lotta contro il cambiamento climatico e investire nella ricerca, creando milioni di posti di lavoro.

“Assieme all’American Rescue Plan, questo piano in attesa di approvazione avrà un notevole impatto sulla ripresa economica e sulla competitività a medio termine degli Stati Uniti, con rilevanti conseguenze che andranno a beneficio dell’economia globale”, sottolinea Siviero.

A livello internazionale, Biden ha sfruttato i suoi primi 100 giorni di mandato per fare alcuni passi simbolici nell’arena internazionale, tra cui la revoca delle politiche isolazioniste di Trump per rientrare sia nell’Organizzazione Mondiale della Sanità che nell’accordo sul clima di Parigi, oltre all’apertura a rientrare nell’accordo sul nucleare iraniano

I risultati del presidente in riferimento alle priorità della sua amministrazione di combattere la pandemia di Covid-19 e di far ripartire l’economia statunitense non solo hanno alimentato ulteriormente il rally del mercato azionario avviatosi con la sua elezione, ma hanno anche portato a un rapido aumento dei rendimenti del Treasury Usa a 10 anni. Le aspettative di una solida ripresa statunitense e l’aumento dei rendimenti dei bond sovrani degli Stati Uniti hanno anche portato a un allargamento del gap con i rendimenti dei titoli sovrani europei e a un rafforzamento del dollaro statunitense, che (contrariamente alle previsioni) si era apprezzato nei confronti della maggior parte delle valute durante i primi tre mesi del 2021.

Joe Biden ha iniziato la sua presidenza affrontando una serie di problematiche straordinarie”, conclude Siviero (nella foto). “In linea con lo spirito del New Deal di Franklin D. Roosevelt, l’ex vice presidente ha elaborato un programma ambizioso per i suoi primi 100 giorni di mandato. Anche se, finora, ha avuto successo nel realizzare le sue principali priorità – combattere la pandemia di Covid-19 e far ripartire l’economia – sta ancora affrontando sfide estremamente difficili per realizzare le promesse della sua campagna. Una volta che l’emergenza pandemica sarà sotto controllo e il periodo di luna di miele sarà finito, Joe Biden avrà bisogno di tutta la sua esperienza per portare avanti la sua agenda politica”.

Asset Management, per Moody’s l’outolook è negativo. Ecco le sfide di lungo termine imposte dal Covid

Analisi del mercato del Risparmio gestito effettuata dal lato dell’offerta. Tra i maggiori players della produzione e quelli della distribuzione di strumenti finanziari cambia la “visione industriale” del futuro.

Da diversi anni, l’insieme delle aziende che operano nel mercato degli strumenti finanziari viene sempre più spesso definito come una “industria”, poiché il processo di vendita di fondi, sicav, gestioni patrimoniali e polizze di vario ramo deve necessariamente sottostare ai tipici meccanismi della progettazione, autorizzazione, produzione, distribuzione e controllo, come in qualsiasi settore industriale.

Allo stesso modo, all’interno dell’industria del Risparmio esistono attori della produzione e attori della distribuzione, che a volte coincidono – lo vediamo nei grandi agglomerati dei maggiori gruppi bancari del mondo – ma sempre più spesso, soprattutto in Italia, sono ben distinti tra loro. La c.d. Architettura Aperta, nel settore della distribuzione, ne è la prova più evidente, con il “multimanager” che impera da circa 15 anni e costituisce un “mantra” della distribuzione e della consulenza.

Ciò che è meno chiaro ai più, però, è che tra le due categorie di attori – produzione e distribuzione di strumenti finanziari – cambia la “visione industriale”: di medio-lungo periodo per i primi, di breve periodo (con rare puntate nel medio) per i secondi. E così, mentre le banche-reti  (riunite in Assoreti) brindano ogni mese a nuovi record di raccolta, i players dell’Asset Management (società di gestione del risparmio), pur esprimendo fiducia nel futuro, non manifestano uguale euforia.

Questo sentimento di prudenza è ben sintetizzato da uno studio di Moody’s, che sintetizza i risultati a consuntivo e le prospettive, non esattamente entusiastiche, per il futuro. Secondo il suo report, infatti, nel corso del 2020 gli asset dei gestori di fondi europei sono saliti alla cifra record di 11,3 trilioni di euro, nonostante la pandemia, grazie alla spinta che i mercati finanziari hanno ricevuto dal supporto delle banche centrali e dagli stimoli dei governi. I gestori di fondi hanno riportato 156 miliardi di euro di flussi netti nella seconda metà del 2020, mentre la fiducia degli investitori è stata alimentata dalle misure di sostegno pubbliche e dall’ottimismo sull’avvio della campagna vaccinale. “I gestori di fondi europei hanno avuto un anno record, pur nel contesto della pandemia. I ricavi per le commissioni di gestione sono saliti del 10% durante la seconda metà del 2020, riflettendo la più alta media di asset in gestione e i più forti flussi nei fondi“, ha commentato all’ANSA Marina Cremonese (nella foto), analista senior di Moody’s. Il margine di EBITDA degli asset manager indipendenti è salito del 32%, rispetto al 29% della prima parte dell’anno, grazie a commissioni di gestione più alte, spese operative più contenute e costi di distribuzione stabili, mentre la pandemia ha ridotto i costi per i viaggi e il marketing.

Nonostante questo, però, l’outlook di Moody’s per l’industria globale dell’asset management resta comunque negativo, in quanto la crisi scatenata dal coronavirus intensificherà le sfide di lungo termine.

Eppure, l’industria del risparmio gestito in Italia appare in grande salute, nonostante la pandemia. Banca Generali, per esempio, ha totalizzato una raccolta netta di 646 milioni di euro nel mese di marzo, portando il totale da inizio anno a 1,66 miliardi ed evidenziando un significativo incremento delle soluzioni gestite, mentre Azimut ha raccolto nel primo trimestre 2021 2,5 miliardi al netto dell’acquisizione di Sanctuary Wealth, portando il totale delle masse (comprensive del risparmio amministrato) a 72,3 miliardi e quello delle masse in risparmio gestito a 50 miliardi.

Viene da chiedersi, alla luce di questi consuntivi, perché Moody’s parli di outlook negativo, e per farlo bisogna analizzare il contesto. Innanzitutto, nonostante l’aumento delle masse in raccolta gestita e quello degli utili dei gruppi bancari, la situazione prospettica non è priva di rischi “adattivi”, ancora in corso per le reti con massa critica inferiore alla “soglia di allarme” di 25 miliardi, che nel medio-lungo periodo compensano, con il loro maggior costo, la crescita dei ricavi: alto livello di oneri di trasparenza e compliance, compressione dei margini – sui quali l’ESMA è recentemente intervenuta – pressione sulla riduzione degli incentivi (inducement), ulteriore aumento della complessità degli accordi distributivi per via del controllo sui requisiti di trasparenza e, quindi, possibile concentrazione del numero di accordi distributivi diretti. Naturalmente, esistono anche le opportunità, individuabili nelle possibili soluzioni “industriali” idonee a ridurre la complessità degli accordi distributivi ed a mantenere elevata la remunerazione, gli investimenti sulle piattaforme di collocamento elettronico degli strumenti di risparmio gestito e la capacità del sistema e dei suoi addetti, rispettivamente, di sviluppare prodotti personalizzati e di intensificare il livello di relazione con i clienti-investitori.

Con la riduzione del rendimento delle asset class tradizionali e il tramonto ormai definitivo della remunerazione “cuscinetto” prestata dai comparti obbligazionari (in particolare quelli governativi), è irrinunciabile introdurre anche per la clientela “mass” e “affluent” nuove strategie di composizione del portafoglio – c.d. asset allocation – privilegiando i comparti meno tradizionali, e cioè quelli azionari e flessibili, al fine di ricercare il rendimento di medio-lungo periodo. A questa piccola/grande rivoluzione, che potremmo definire nel passaggio culturale dal ruolo di risparmiatore a quello di investitore, deve corrispondere, da parte delle aziende di asset management, una diversa strategia di marketing e di gestione per strutturare maggiormente l’offerta nel rispetto dei profili di rischio.

Successione

Pertanto, è già cambiato il modello di servizio dell’Asset Management, oggi ben costruito attorno ad un mix di canali differenziato: da un lato le reti di consulenti finanziari, che continueranno a privilegiare la distribuzione tradizionale, e dall’altro i canali digitali, maggiormente idonei a raccogliere le innovazioni di prodotto e l’avanzata inarrestabile degli ETF. In ogni caso, il comune denominatore è già la crescita di volumi e la standardizzazione degli strumenti.

Infine, i trend demografici, che spingeranno verso prodotti adatti a gestire soprattutto gli aspetti previdenziali e successori.

Come la pandemia ha cambiato le priorità finanziarie degli investitori USA. E quelli italiani?

Secondo alcune ricerche, a seguito della pandemia gli investitori USA hanno aumentato l’apporto di mezzi finanziari ai propri programmi pensionistici, e i genitori americani stanno avendo più conversazioni con i propri figli in materia di finanza. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento.

La pandemia COVID-19 ha rimodellato i modi in cui molti investitori stanno spendendo e risparmiando i loro soldi, ma per i risparmiatori statunitensi una priorità non è cambiata affatto: quella di prepararsi per la pensione.

L’americano medio, infatti, non appena trova lavoro stabile – più o meno verso i 25 anni – mette in pratica tre azioni programmatiche di risparmio di lunghissimo periodo: pagare la copertura sanitaria (quando questa non viene inclusa nel pacchetto retributivo o come benefit, totale o parziale, dall’azienda presso cui si lavora), contrarre un mutuo per acquistare casa e sottoscrivere un fondo pensionistico.

Non ci si perde tempo, queste azioni fanno parte del bagaglio educativo e del corredo sociale che ogni americano eredita dai propri genitori. Si risparmia conoscendo già tre fondamentali obiettivi di spesa, che insegnano l’investitore USA ad avere una elevata consapevolezza finanziaria in giovanissima età, anche prima di entrare al college. Non è un caso che i consulenti finanziari americani lavorino tantissimo con i giovani millennials, e adeguino continuamente la propria offerta di servizi a queste tre esigenze di vita, che richiedono un forte supporto in termini di consulenza.

Gli italiani vivono storicamente in un contesto diverso, dove il welfare state ha spento sul nascere questo modo di intendere la finanza personale. Contestualmente, ha spento anche qualunque consapevolezza finanziaria, anche adesso che servirebbe per poter colmare, tra appena 15 anni, il vuoto pensionistico che i cinquantenni di oggi vivranno sulla propria pelle, ricavando pensioni pubbliche davvero “povere” rispetto alle generazioni precedenti.

Allo stesso modo, la consulenza finanziaria italiana e americana si differiscono moltissimo, e nel nostro paese l’ottica del rendimento di breve-medio periodo e l’assenza di una programmazione specifica padroneggiano ancora i criteri di scelta di un investimento e, in definitiva, anche del proprio consulente. In particolare, il benessere personale al raggiungimento dell’età pensionabile è ancora uno degli obiettivi più trascurati in Italia, e lo scoppio della pandemia ha aumentato i risparmi senza veicolarli in programmi pensionistici né in coperture sanitarie aggiuntive. Negli Stati Uniti, secondo i nuovi risultati del sondaggio di Ameriprise Financial, nonostante la pandemia il 69% di coloro che avevano stabilito in precedenza quando sarebbero andati in pensione ha affermato che il loro obiettivo non è cambiato. Quasi uno su cinque (18%), poi, ha addirittura accelerato i propri piani di pensionamento e, di questi intervistati, l’83% ha affermato che la decisione è stata volontaria. Solo il 13% di coloro che avevano in mente una data di pensionamento ha affermato che la pandemia ha ritardato questo obiettivo.

Lo studio sulle priorità finanziarie di Ameriprise ha intervistato più di 3.000 americani con almeno $ 100.000 in asset investibili, per capire a cosa tengono di più quando si tratta dei loro soldi e come sono cambiate le loro priorità tra le sfide dell’ultimo anno. In particolare, la maggioranza degli intervistati (63%) ha affermato che il proprio reddito familiare non è stato influenzato dalla pandemia, e il 10% ha aggiunto che il proprio reddito è effettivamente aumentato. Tuttavia, il 25% del campione ha riferito di guadagnare meno denaro, a dimostrazione del pedaggio irregolare che COVID-19 ha avuto sulle finanze degli americani.

In questo contesto, più di 6 intervistati su 10 hanno affermato che proteggere le proprie attività finanziarie (63%) e pianificare l’incertezza (62%) sono più importanti per loro adesso rispetto a prima della pandemia, e più di un quarto (26%) intende aumentare l’importo investito a lungo termine nel 2021.

Allo stesso modo, quasi la metà (45%) degli intervistati ha ridotto la propria spesa durante la pandemia e il 30% di loro si aspetta di rimanere frugale in futuro, ha rilevato il sondaggio, e una volta terminata la pandemia, un quarto degli investitori prevede di spendere più soldi del solito in attività che hanno posticipato.

Non sorprende che la salute e la sicurezza siano balzate in cima come priorità per gli investitori USA. In effetti, il 71% dei partecipanti al sondaggio ha affermato che mantenere la propria famiglia al sicuro è più importante per loro ora rispetto a prima della pandemia. Inoltre, il 63% degli investitori che non disponeva di un fondo di risparmio di emergenza prima della pandemia ne ha creato uno o prevede di farlo presto. Allo stesso modo, il 44% degli intervistati che non aveva un testamento o un piano successorio in precedenza, ne ha creato uno negli ultimi 12 mesi o prevede di farlo presto.

Gli investitori stanno anche avendo più conversazioni finanziarie con i loro parenti più stretti. Tra gli intervistati USA che sono genitori, infatti, il 30% ha affermato di discutere maggiormente le finanze con i propri figli. In Italia, siamo lontanissimi da questo tipo di coinvolgimento, che presume un elevato tasso di educazione finanziaria, molto carente nel Belpaese.

“Le circostanze straordinarie dell’ultimo anno hanno convinto molte persone, anche quelle che avevano già una solida base finanziaria, a intraprendere azioni che avrebbero potuto rimandare in precedenza”, afferma Marcy Keckler, Vicepresidente della strategia di consulenza finanziaria di Ameriprise. “Gli investitori stanno prestando maggiore attenzione alle loro finanze e stanno apportando importanti cambiamenti per rafforzare la loro situazione finanziaria”.

Il contesto appena delineato amplifica le differenze tra USA e Italia: nel primo, gli investitori cercano di sostenere le proprie finanze attribuendo un valore elevato alla consulenza di un professionista, in Italia e in Europa si tende, invece, ad un affievolimento delle funzioni e del numero dei professionisti presenti, e non sono in pochi a pensare che ciò sia il risultato di un preciso disegno politico internazionale dell’EU.

Eppure, una circostanza accomuna i consulenti finanziari di entrambi i paesi: secondo un sondaggio condotto online da Artemis Strategy Group a Gennaio 2021 tra 3.028 americani di età compresa tra 30 e 70 anni e con $ 100.000 o più in asset investibili, la maggior parte degli intervistati  ha affermato che la pandemia ha confermato l’importanza di lavorare con un consulente finanziario, ed il 39% degli intervistati che non ha un consulente al proprio fianco ritiene che lavorare con uno di essi potrebbe aiutarli a resistere a cambiamenti inaspettati. Anche in Italia, gli studi effettuati subito dopo il mese di Maggio 2020 hanno rilevato gli stessi risultati in merito all’indice di soddisfazione degli investitori assistiti da un consulente, ma nessun risultato così confortante abbiamo rispetto a quanti vorrebbero averne uno.

Tempi di vendita degli immobili, lieve rallentamento. Milano e Bologna le metropoli più veloci

Analisi dei tempi di vendita negli ultimi 10 anni. Il 2012 l’anno peggiore, poi una costante diminuzione fino ai giorni nostri, dove si rileva un peggioramento dovuto alla pandemia.

La pandemia di Covid-19, com’è noto, ha apportato profonde mutazioni al mercato immobiliare e, in linea generale, alla propensione al risparmio mobiliare delle famiglie italiane, le quali hanno destinato alle abitazioni, in termini di masse complessive, uno stock inferiore rispetto al 2019. Inoltre, anche i tempi di vendita degli immobili si sono fisiologicamente allungati. il tempo necessario per collocare con successo la casa sul mercato, in particolare, è da sempre un indicatore dello stato di salute del mercato immobiliare.

Secondo l’analisi condotta dall’Ufficio Studi Tecnocasa dal 2010 ad oggi, limitato alle grandi città, evidenzia un picco dei tempi di vendita nel 2012, l’anno peggiore per il mercato, mentre dal 2013 i giorni necessari per vendere un immobile iniziano a diminuire progressivamente. Fino ad arrivare ai giorni nostri: l’ultima rilevazione effettuata conferma un lieve peggioramento, che era nelle attese.

Sono state prese in considerazione le grandi città, i rispettivi hinterland e i capoluoghi di provincia. Gli ultimi dati dicono che, nelle metropoli, i tempi di vendita sono di 118 giorni contro i 109 gg di un anno fa, quando ancora la pandemia non era scoppiata.

Nei capoluoghi di provincia si rileva una media di 146 giorni, e nell’hinterland delle grandi città di 157 giorni. I primi hanno registrato una contrazione di soli tre giorni, a conferma della buona tenuta dei piccoli centri rispetto a quelli più grandi.

Tra le grandi città, i tempi di vendita maggiori si sono avuti a Bari (162 gg), mentre le metropoli “più veloci” sono ancora una volta Milano (60 gg) e Bologna (57gg). Il capoluogo lombardo, in particolare, mostra un leggero peggioramento.

Questi dati fotografano una realtà che, dopo una ripartenza veloce subito dopo il lockdown dello scorso anno, nella seconda parte del 2020 ha frenato a causa di una maggiore prudenza dei potenziali acquirenti di fronte ai timori legati al secondo lockdown, alla tenuta del posto di lavoro e alla maggiore attenzione da parte degli istituti di credito all’analisi dei mutuatari e dei loro datori di lavoro.

Ad essere più “veloci” sono stati soprattutto gli acquirenti le cui condizioni reddituali non sono state scalfite dalla crisi economica indotta dalla pandemia, e coloro per i quali l’acquisto migliorativo non era più procrastinabile.

Relativamente a chi ha deciso di vendere, è stato più celere chi aveva necessità di cambiare l’abitazione o chi aveva necessità di reperire liquidità.

Domanda e offerta di negozi ancora in sofferenza. Uffici, lo smartworking cambia il mercato

La contrazione dei flussi turistici è la causa principale di questa “strage” delle attività commerciali su strada. La stima per il 2020 è di almeno il 50% di visitatori in meno nelle città ad alta attrattività turistica. Anche il ricorso allo smart working ha sottratto clientela alla ristorazione e alla somministrazione.

Gli effetti della pandemia non smettono di farsi sentire nel Real Estate destinato alle attività commerciali. Il segmento della ristorazione, che era stata il vero traino del mercato dei locali commerciali negli anni scorsi, ha subito i danni più gravi, sia in termini di chiusure – temporanee e/o definitive – che in quanto ad effetti sul mercato immobiliare. Molti locali, rimasti sfitti, sono ancora senza occupazione persino nelle zone di pregio delle grandi città.

La contrazione dei flussi turistici è la causa principale di questa “strage” delle attività commerciali su strada. La stima per il 2020 è di almeno il 50% di visitatori in meno nelle città ad alta attrattività turistica. Anche il ricorso allo smart working ha sottratto clientela alla ristorazione e alla somministrazione che, per sopravvivere, si sono riorganizzate ricorrendo al delivery, utilizzando le diverse piattaforme esistenti, ampliando gli spazi quando possibile e sfruttando le aree esterne per creare dehors. A parte i marchi più noti e consolidati, già attrezzati per il delivery prima della pandemia e capaci di attrarre la maggior parte delle richieste, il fatturato derivante dal delivery riesce a compensare i costi fissi solo per il 70-80%, e così sopravvivono solo le realtà con solidità patrimoniale e con abbondante liquidità a cui poter attingere in attesa del ritorno alla normalità.

La pandemia, con il suo portato di restrizioni fisiche, ha fatto riscoprire i negozi di vicinato e i minimarket di quartiere, spesso realizzati da imprenditori immigrati. In generale si è notata una migliore tenuta delle attività commerciali con un bacino d’utenza di quartiere.

In difficoltà anche i negozianti del settore non food, che ha visto brand importanti del fast fashion chiudere punti vendita anche nelle grandi città che, da sempre, hanno rappresentato una piazza attrattiva. Hanno subito un impatto minore quelle realtà, anche locali, che hanno saputo integrare il punto vendita fisico con quello online per garantire acquisti in sicurezza.

Nelle vie di forte passaggio, pertanto, la liberazione di spazi sta portando, quando possibile, a riposizionamenti per quelle realtà del retail che possono permetterselo. Nelle vie non di passaggio continua la ricerca di spazi da destinare ad uso ufficio e, quando possibile, ad effettuare un cambio di destinazione d’uso in abitazione. In questi mesi, numerosi esercenti hanno rinegoziato i canoni di locazione per sopravvivere all’emergenza e offrire una prospettiva anche ai proprietari, non appena l’emergenza dovesse finire.

Secondo i dati di Tecnocasa, oggi l’80% di chi cerca locali in locazione vorrebbe aprire un’attività di somministrazione e ristorazione. Si registra anche una buona domanda per avviare attività di servizi alla persona. In questo scenario di incertezza, gli investitori si muovono con cautela, e si chiedono rendimenti più elevati a fronte di un maggiore rischio di vacancy. Le metrature più richieste sono inferiori a 100 mq (di cui il 75,6% in locazione).

Domanda e offerta uffici, lo smart working cambia faccia al mercato – Relativamente agli uffici, al momento si segnalano rallentamenti o comunque cambiamenti legati allo smart working. Il 74,7% delle richieste interessa uffici in locazione, il 25,3% in acquisto.

Molte aziende hanno confermato tale modalità di lavoro anche dopo la pandemia, all’interno di una revisione dei processi organizzativi. Le aziende, in particolare quelle più strutturate, stanno già pensando a come rivoluzionare gli spazi che si libereranno. In questi mesi molto duri per il comparto, si sono registrate le disdette di contratti di locazione, soprattutto da parte di chi occupava ampi spazi e ha fatto un ricorso importante allo smart working. Si segnalano anche casi di aziende che hanno espresso la richiesta di soluzioni più ampie per creare il giusto distanziamento.

Continua in questo settore un fenomeno, ormai consolidato da anni, che vede gli uffici, soprattutto quelli obsoleti e inseriti in contesti residenziali, sottoposti a cambio di destinazione d’uso in abitativo. Si conferma la ricerca di spazi di rappresentanza nelle location più centrali, la preferenza per zone servite dalla metropolitana e da parcheggi, la scelta per immobili in buono stato, in strutture in grado di garantire efficienza energetica e, di conseguenza, una riduzione dei costi. Sempre più numerosi i professionisti che si associano per abbattere i costi o si spostano in strada, posizionandosi all’interno dei negozi.

I tagli più ricercati sono inferiori a 150 mq. Riscuotono successo le soluzioni nuove (come Milano ha dimostrato con “City Life”, “Porta Nuova” e “Symbiosis”). I prezzi degli uffici negli ultimi 10 anni hanno perso il 37,3% (tipologie nuove) ed il 39,4% (tipologie usate). I canoni di locazione sono diminuiti meno e hanno registrato un calo del 34,2% per le tipologie nuove e del 32,1% per quelle usate.

Consulenti finanziari, la pandemia detta i tempi della “nuova frontiera” del recruiting

P&F ha intervistato alcuni esperti di selezione di risorse umane nel settore della Consulenza Finanziaria, per comprendere come le reti di consulenza finanziaria si stanno posizionando nell’offerta di cambiamento ai consulenti finanziari.

La pandemia ha cambiato lo stile di vita di tutti, senza distinzione di etnia, nazionalità, genere, religione, sesso e colore politico. I profondi cambiamenti dettati dall’emergenza hanno investito anche tutti i settori produttivi e professionali, sebbene in misura differente da una categoria all’altra. Una di queste è quella dei consulenti finanziari, rapidamente adattati ad una improvvisa accelerazione dei cambiamenti che avrebbero richiesto ancora qualche anno.

Consulente finanziario

Ciò si è reso possibile perché le trasformazioni avvenute nell’offerta di consulenza finanziaria e nelle modalità di relazione sono state accettate velocemente anche dagli attori della domanda, ossia gli investitori, anch’essi travolti dagli eventi.

Rimanendo all’interno della categoria, è interessante analizzare “dal di dentro” se anche l’attività di recruiting – che non si è mai fermata – si sia anche, in qualche modo, “evoluta” verso modalità differenti rispetto al periodo pre-pandemia. Per farlo, P&F ha intervistato alcuni esperti di selezione di risorse umane nel settore della Consulenza FinanziariaGiorgio Kottas, Alex Mercuri e Antonella Russo di Startup Italia – per comprendere come le reti bancarie si stanno posizionando nell’offerta di cambiamento ai consulenti finanziari. A giudicare dalle risposte ricevute, le motivazioni che spingono al cambiamento sono diverse a seconda della fascia d’età e della provenienza dal mondo bancario.

In ogni caso, è evidente che, pur crescendo il bisogno di sicurezza dei consulenti (integrazione pensionistica, protezione dagli eventi riguardanti la salute), i pacchetti offerti durante i colloqui di selezione dei candidati sono ancora troppo sbilanciati verso il bonus di ingresso, e quindi su elementi attrattivi di breve periodo.

Quali cambiamenti avete riscontrato nell’attività di recruiting dallo scoppio della pandemia ad oggi?
GIORGIO KOTTAS: Tra i cambiamenti che ho notato dopo lo scoppio della pandemia posso indicare sicuramente le modalità di incontro, effettuate sempre più spesso tramite video call. Questo mezzo ha permesso di far confrontare recruiter e reti con profili che, soprattutto nella prima fase della pandemia, non avrebbero fatto incontri.
ALEX MERCURI: Sono cambiate le modalità di incontro. Se prima tutti gli incontri si facevano dal vivo, oggi è normale fare i primi e secondi incontri via video.
ANTONELLA RUSSO:  Nel primo periodo della pandemia c’è stato un incremento degli appuntamenti dovuti all’introduzione dello strumento della video call; strumento che sarà sicuramente utile anche in futuro e che permette di trovare più facilmente un punto di incontro tra esigenze del candidato e impegni professionali del manager, portando una minore caduta degli appuntamenti stessi.

Qual è l’identikit del consulente finanziario più ricercato dalle società mandanti?
GIORGIO KOTTAS: Il candidato “ideale” ha una seniority importante in termini di fidelizzazione, anni di relazione con i clienti e proattività nella ricerca di nuovi clienti. I profili adeguati , più che in termini di masse trasferibili, devono avere determinate soft skill, in particolare la mentalità imprenditoriale e la voglia di crescere professionalmente.
ALEX MERCURI: Il consulente finanziario più ricercato è quello con masse di almeno 15/20 milioni di euro, esperienza decennale nel settore e una forte spinta allo sviluppo.
ANTONELLA RUSSO:  Il candidato ideale deve avere principalmente un nucleo di clienti fidelizzati, elevate competenze in ambito commerciale che gli permettano di continuare a sviluppare clientela nel tempo e infine ambizione e voglia di crescere e migliorarsi.

Che peso ha, nella decisione di cambiare banca, l’obiettivo di “monetizzare” in anticipo il valore del portafoglio clienti costruito negli anni, e che peso ha il progetto aziendale complessivo della nuova mandante?
GIORGIO KOTTAS: Il peso dipende dall’età anagrafica: i bancari a fine carriera vedono come obbiettivo primario nel passaggio la monetizzazione delle loro relazioni, i candidati giovani, quelli dai 35 ai 40 anni, hanno come priorità trovare un progetto di crescita professionale nella nuova realtà.
ALEX MERCURI: Penso che monetizzare sia uno dei fattori che spingono i consulenti a cambiare, soprattutto i bancari, ma non è l’unico aspetto. Un consulente che ha davanti a se ancora 20/25 anni di lavoro, valuta soprattutto il marchio e le possibilità di sviluppo all’interno dell’azienda.
ANTONELLA RUSSO:  La maggior parte dei candidati non parla subito di crescita in termini economici, dando per scontato comunque che allo sforzo conseguente un passaggio corrisponda un miglioramento economico. Ad ogni modo, tale elemento emerge velocemente nei bancari che si avviano alla fine della carriera lavorativa, che hanno un’importante esperienza alle spalle e che vantano relazioni di lungo corso, oppure nei consulenti finanziari che decidono di cambiare rete. Meno evidente invece nei dipendenti bancari più giovani, che fanno riferimento invece a progetti che gli permettano di crescere professionalmente e alla possibilità di fare consulenza in modo più autonomo, svincolandosi dalle logiche della banca.

Escludendo il bonus ed il trattamento economico riservato ai candidati, quali sono gli altri elementi più attrattivi che possono rafforzare nel consulente la scelta di un cambiamento?
GIORGIO KOTTAS: Oltre a gli economics, una spinta è data dalla maggiore autonomia lavorativa e di scelta dei prodotti e servizi in termini di consulenza verso il cliente.
ALEX MERCURI: Il marchio forte sul mercato, in primis, e poi la possibilità di poter lavorare liberamente senza spingere prodotti di casa.
ANTONELLA RUSSO: I principali elementi attrattivi sono costituiti dalla possibilità di lavorare in autonomia, senza pressioni di tipo commerciale, oppure le maggiori prospettive di crescita sia in termini di sviluppo di nuovi clienti, sia in ambito manageriale; infine, la possibilità di conciliare al meglio l’attività professionale con le esigenze private e familiari (questo è riscontrabile in particolar modo nelle donne).

Esistono aziende mandanti che inseriscono nell’offerta economica strumenti di sicurezza familiare come piani pensione o polizze sanitarie? Se sì, che tipo di strumenti vengono proposti?
GIORGIO KOTTAS: A parte le polizze sanitarie, non sono a conoscenza di proposte di altro tipo da parte delle società mandanti per le quali ho lavorato.
ALEX MERCURI: Anche io non ho notizie di bonus sotto forma di piani pensione riservati ai consulenti finanziari da includere nella nuova rete.
ANTONELLA RUSSO:  Si, le polizze sanitarie sono inserite dalla maggior parte delle società mandanti, spesso allargate anche i componenti del nucleo familiare. Per quanto riguarda le integrazioni pensionistiche, solo alcune reti prevedono dei piani di accantonamento ad hoc.

Che peso danno i consulenti finanziari alle attività di formazione proposte dalle società mandanti?
GIORGIO KOTTAS: La formazione è un aspetto della nuova rete di cui si entrerà a far parte, sempre più  richiesto da parte di consulenti.
ALEX MERCURI: Tra tutti gli aspetti che motivano un consulente a scegliere una nuova rete, non penso che quello della formazione sia determinante.
ANTONELLA RUSSO:  La formazione è un aspetto sempre più  richiesto da parte dei consulenti. Anche in questo caso, la domanda è maggiore nei giovani professionisti.

In definitiva, la pandemia sta accelerando dei cambiamenti nella struttura della domanda e dell’offerta di risorse umane nella Consulenza Finanziaria, oppure no? Se no, perché?
GIORGIO KOTTAS: La struttura della domanda e dell’offerta stanno cambiando per motivi di mercato, a causa delle aggregazioni di gruppi bancari sempre più grandi. Per le banche c’è la necessità di crescere nelle masse amministrate, e questo avviene tramite acquisizioni di piccole realtà. La pandemia ha portato ad un ritardo per alcuni progetti di aggregazione e/o acquisizione all’interno di diversi istituti, e questo può influire nel malessere di alcuni candidati che aspettavano una promozione o una crescita di ruolo.
ALEX MERCURI:  La pandemia sta mettendo alla luce alcune inefficienze del sistema bancario tradizionale, che si trova indietro rispetto alla digitalizzazione e durante i lockdown ha avuto difficoltà a seguire i clienti. Non è un caso che sia stato un anno record di raccolta per le reti. Questa inefficienza sta portando molti gestori bancari a valutare un cambiamento.
ANTONELLA RUSSO:  Sicuramente c’è stato un cambiamento nell’ultimo anno, perché da un lato le principali reti presenti sul mercato hanno accelerato la loro crescita, e dall’altro le banche hanno avuto maggiori difficoltà a portare avanti progetti e prospettive di carriera dei dipendenti. Questo ha portato ad un maggiore malessere nei dipendenti, e una maggiore apertura alla valutazione di opportunità migliorative.

Quale potrebbe essere, tra qualche anno, la nuova frontiera del recruiting per i consulenti finanziari?
GIORGIO KOTTAS: L’utilizzo di strumenti di comunicazione a distanza sarà sempre più utilizzato, ma la presenza di head hunter nel settore diventerà sempre più importante per creare relazioni di lungo termine con i candidati, sempre più ricercati da tutti i player di mercato. Sarà importante “coccolare” e seguire il candidato fin dai primi contatti, e supportarlo nelle scelte fino alla firma del nuovo mandato.
ALEX MERCURI:  Penso che nei prossimi anni potrebbe affermarsi sempre di più la figura del procuratore, una figura che conosce le offerte del mercato e che può consigliare la realtà ideale al proprio assistito.
ANTONELLA RUSSO:  L’introduzione di strumenti e progetti che supportino la crescita dei più giovani. Inoltre, l’introduzione di strumenti sia a sostegno di un passaggio dalla banca alla rete, che di sostegno familiare, possono sicuramente agevolare la scelta di un cambiamento così importante.

Mercato immobiliare, 2019 vs 2020: gli effetti della pandemia sulle scelte degli italiani

Mentre diminuisce la componente degli acquisti per investimento, avanza il gradimento sulle soluzioni indipendenti e sulle case-vacanza.

Secondo i dati più recenti dell’Ufficio Studi di Tecnocasa, raccolti all’interno dell’indagine comparativa sulle compravendite realizzate nel 2019 e nel 2020, si evidenziano, trimestre per trimestre, i differenti comportamenti degli acquirenti anche in relazione alla comparsa del Covid-19 ed al seguente sviluppo della pandemia.

Analizzando la finalità delle compravendite, si nota che gli acquisti per investimento segnalano una contrazione nel 2020. Tutti i trimestri del 2020, infatti, registrano percentuali più basse rispetto agli stessi trimestri del 2019. In particolare, nel quarto trimestre del 2019, questo tipo di compravendite aveva toccato una punta del 18,8%, mentre nel 2020 non si supera mai il 17,0%. Inoltre, dal secondo trimestre del 2020 in poi, le percentuali di chi acquista per investimento non superano il 16,5%.

Appare evidente, quindi, come la comparsa del virus abbia condizionato questo tipo di compravendite, inducendo gli investitori più prudenti a desistere oppure a rimandare l’acquisto. Infatti, smart working e lockdown hanno determinato un calo delle richieste di immobili in locazione, ed in alcuni casi chi aveva pensato di comprare per mettere l’immobile a reddito ha deciso di rinunciare all’acquisto o a posticiparlo. Inoltre, la pandemia ha fortemente colpito il settore turistico determinando una concreta frenata nelle compravendite di soluzioni da adibire a B&B ed affittacamere.

Le compravendite di case vacanza (casa al mare, al lago oppure in montagna), invece, nel 2019 hanno evidenziato percentuali comprese tra il 5,2% ed il 6,8%; punta massima raggiunta nel terzo trimestre dell’anno, storicamente il trimestre più vivace sul segmento della casa vacanza. Ed è proprio il terzo trimestre del 2020 che evidenzia un forte aumento della percentuale di acquisti di queste abitazioni, raggiungendo l’8,1%. Anche in questo caso, risulta evidente come la pandemia ed il primo lockdown abbiano indotto molte persone all’acquisto di una casa vacanza che permetta, appena possibile, di lasciare le città per trasferirsi nelle località turistiche.

La tipologia più scambiata, sia nel 2019 sia nel 2020, è il trilocale, che compone circa un terzo del totale delle compravendite. Il 2020 ha evidenziato però un aumento della percentuale di acquisto di soluzioni indipendenti e semi-indipendenti: in particolare, a partire dal secondo trimestre del 2020 si arriva ad oltre il 22,0% delle compravendite, contro una media dei trimestri precedenti che si fermava intorno al 19%. Pertanto, i dati confermano che nei mesi successivi al primo lockdown è aumentato il numero di compravendite di tipologie ampie e dotate di spazi esterni, tendenza successivamente proseguita per tutto il 2020 con percentuali di acquisto sempre superiori al 22%.   

I mercati guardano un altro film rispetto alla realtà. Cribari: c’è il rischio di una crisi di fiducia sul debito

Valori di borsa poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. Una correzione significativa non è una possibilità remota. Possibile drawdown tra il -10 e il -20% entro il primo semestre 2021.

 “Una crisi di fiducia sul debito di alcuni paesi e una svalutazione generalizzata delle valute potrebbe destabilizzare tutto il sistema. Nelle ultime settimane, abbiamo assistito alla stranezza di un dollaro che si è deprezzato nonostante tassi che sono saliti: un comportamento tipico da mercato emergente, ma inatteso per quella che è l’indiscussa valuta di riserva globale. Ciò preoccupa tanto quanto la totale artificialità delle quotazioni del Btp, ormai sottratte al normale processo di determinazione dei prezzi del mercato grazie agli acquisti illimitati della Bce”. È l’analisi di Mario Cribari, Partner e responsabile della strategia e ricerca di BlueStar Investment Managers.

I mercati stanno guardando un altro film rispetto alla realtà. La maggior parte delle valutazioni mondiali, in particolare quelle americane, sono ai massimi storici di ogni tempo, escludendo il 2000, e sono poco sostenibili anche facendo finta di essere già nel 2022. L’euforia è massima e sono evidenti alcune sacche di speculazione spinte soprattutto dagli investitori retail. A fronte di elementi positivi che il mercato sta in parte già scontando, non è difficile immaginare alcuni rischi che potrebbero materializzarsi.

La pandemia potrebbe non essere finita. I contagi e i morti non accennano a diminuire, cure efficaci non ce ne sono, una terza ondata mentre la seconda non è ancora finita avrebbe conseguenze micidiali, esiste la forte incognita delle numerose varianti del virus e il piano vaccinale non sarà veloce come sperato.

La crescita economica e degli utili potrebbe intanto rivelarsi deludente a causa dei prolungati lockdown. I Pmi dei servizi restano molto deboli e la forza di quelli manifatturieri potrebbe essere solo un indicatore ritardato.

Gli interventi statali hanno mascherato la severità degli effetti economici della pandemia, soprattutto in Europa, per cui c’è il rischio che i veri effetti si vedranno solo nel tempo e paradossalmente proprio quando l’epidemia sarà finita. Multipli alti con aspettative di utili già aggressive (+25/40%) necessitano di ulteriori sorprese positive per essere confermate ed esiste poco spazio a riguardo. Gli interventi fiscali strutturali di lungo termine dovranno tramutarsi in realtà, in particolare negli Usa, ma è possibile che mercato ne stia già scontando gli effetti positivi sull’economia.

Se poi anche il mercato avesse ragione, tutto tornasse velocemente a funzionare e l’economia ripartisse già dal secondo trimestre del 2021, le prospettive sarebbero comunque grigie. Sperare nella fine della pandemia, in un’economia che rimbalza, il consumo che esplode, i lavori pubblici infrastrutturali che finalmente cominciano senza che questo abbia effetti sui tassi di interesse, sull’inflazione e sulle valute è pura fantasia.

Mario Cribari

Una crisi di fiducia sul debito di alcuni paesi e una svalutazione delle loro monete avrebbe conseguenze negative su tutto il sistema. Una presa di beneficio dopo l’eccesso speculativo su alcuni segmenti potrebbe infine contagiare l’intero mercato, in assenza di appigli a cui aggrapparsi. “Il mercato sta dando quasi tutto per risolto ed è incapace di guardare ai diversi rischi all’orizzonte, ma solo alle opportunità”, conclude Cribari. “Aspettarsi un bear market nel 2021 è obiettivamente esagerato ma una correzione significativa non è affatto una possibilità remota. Fare previsioni in termini percentuali è impossibile, tuttavia i nostri portafogli sono posizionati per fronteggiare un possibile drawdown tra il -10 e il -20% entro primo semestre 2021. Consigliamo, quindi, uno stile di investimento presente ma prudente, attivo ma critico, convinto ma diversificato. Non si può prescindere da mercati emergenti, temi secolari, real asset”.