Settembre 20, 2021
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Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

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TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

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* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.

Principi di Finanza Elementare: le obbligazioni ed il rischio emittente

Non è difficile scegliere un titolo su cui investire, è sufficiente esaminare il suo rating e conoscere il suo emittente.

Finita piuttosto presto la tanto temuta fase di rialzo dei tassi di interesse (mentre scriviamo, Agosto 2019 – gli USA hanno già esaurito la fase rialzista e Trump sollecita la FED ad abbassare i tassi per stimolare l’Economia), in Europa – spread o non spread – viviamo ancora in uno scenario di tassi di breve termine prossimi allo zero che non accenna a finire. Molti investitori, di fronte a questo scenario che dura ormai da quattro anni, hanno compreso che, per ricavare un rendimento dai propri investimenti, è necessario cambiare le proprie abitudini.

Per comprendere meglio lo scenario, facciamo un esempio preso a prestito dalla vita di ogni giorno. Se a colazione sono abituato a bere succo di mela verde, e le mie adorate mele verdi non si trovano più neanche a pagarle a peso d’oro, devo fare una scelta: rinunciare, oppure cambiare frutto da cui ricavare la mia preziosa spremuta quotidiana.
Potrei sempre optare per un buon cappuccino, ma nella sostanza la questione rimane la stessa: devo cambiare abitudini.

Allo stesso modo, nell’amministrazione dei nostri risparmi, oggi, è accaduto qualcosa che ci ha costretto ad abbandonare le vecchie abitudini del tasso fisso remunerativo, per cui è più importante di prima avere una guida. Il buon tasso di interesse di breve periodo, al pari delle mele verdi del nostro esempio, è quasi scomparso, e non si sa quando farà ritorno. Anzi, a giudicare dalla situazione attuale (calo dei consumi e bassa inflazione), gli amati interessi a cui eravamo abituati da generazioni potrebbero tardare molti anni prima di riapparire.

Ciò detto, introduciamo alcuni concetti che ci permetteranno di rendere semplice i principi di Investimento Elementare. Per cominciare, enunciamo quella che appare come una banale ovvietà: “Il denaro, prima di essere speso nell’acquisto di un bene o di essere investito in qualunque strumento finanziario, è liquido e disponibile”.

Fino a ieri, lo status di “liquidità” del denaro era visto, dalla generazione dei patrimonials©[1] (cioè i “figli del miracolo economico italiano” degli anni ‘50-’60, quelli che viaggiavano con i BOT al 15.00% annuo…) come nefasto, improduttivo e inopportuno: “…ma come…dovrei lasciare i soldi sul conto e non percepire alcun interesse…???”.
Oggi la liquidità – dovrebbero insegnarlo anche alla scuola materna – è invece un asset talmente strategico che, se usato con saggezza, permette di poter accettare i c.d. rischi “sostenibili” (che non sono folli né imprevedibili), anche per i risparmiatori poco avvezzi al rischio ma oggi orfani del tasso di interesse. Anche perchè, i risparmiatori abituati a comprare obbligazioni hanno imparato, ormai da tempo, a fare i conti con il cosiddetto rischio emittente.

Cos’è il “rischio dell’emittente”? In poche parole, è il rischio legato all’acquisto di un titolo emesso da un’azienda (o da uno stato) economicamente debole e, quindi, ritenuto scarsamente affidabile al momento di pagare gli interessi o restituire il capitale.

Per meglio comprendere ciò di cui scrivo mi ricollego ad una delle regole auree del saper investire in maniera semplice: “Compro un titolo obbligazionario = divento creditore di chi lo ha emesso”. In pratica, se compro un’obbligazione dello Stato Italiano (es. un BTP, buono del tesoro poliennale) a 5 anni, io PRESTO il mio denaro all’Italia per una durata massima di 5 anni, durante i quali, ogni anno, prendo gli interessi stabiliti dal regolamento di quella emissione di BTP (es. 1.50% annuo o 0.75% semestrale). Alla scadenza del quinto anno, se non ho venduto prima il titolo (è sempre possibile sul c.d. mercato secondario, alla quotazione ufficiale del giorno in cui lo vendete), lo Stato mi restituirà in unica soluzione tutto il capitale prestato.

Non è un caso, infatti, che lo chiamino Prestito Obbligazionario: l’obbligazione che abbiamo comprato è esattamente un prestito che noi facciamo all’emittente, un vero e proprio titolo di credito nei confronti dello Stato (ma potrebbe essere anche un’azienda privata come ENEL, ENI etc).

Per maggiore chiarezza, facciamo l’esempio inverso, e ipotizziamo di volerci indebitare per 5 anni al tasso del 5.00% annuo allo scopo di acquistare un’auto nuova che costa 10.000,00 euro, ma la finanziaria presso cui abbiamo ottenuto il prestito, anziché concordare il pagamento di rate comprensive del capitale e degli interessi (e restituire tutto poco alla volta con somme mensili sempre uguali), ci fa pagare per tutta la durata (i 5 anni) piccole rate con i soli interessi, e ci chiede il capitale prestato (i 10.000,00 euro) solo al quinto anno, in unica soluzione. In questo caso, sarà necessario mettere da parte, a riserva, ogni anno una somma che ci consentirà, tra 5 anni, di poter pagare tutto l’ammontare in un’unica soluzione, senza affanno o (come succede con il debito pubblico) senza bisogno di doversi indebitare nuovamente per pagare il debito precedente.

L’obbligazione funziona esattamente così, per cui comprenderete bene che dobbiamo acquistare soltanto quelle per le quali il rimborso del capitale (che è la parte più grande del prestito, e ti viene restituita solo alla fine) è sicuro e non ci crea alcuna “ansia da mancato rimborso”. Come sapere in anticipo se l’emittente dell’obbligazione che intendiamo acquistare è affidabile, ed il rimborso del capitale al termine (o la sua vendita nel mercato secondario) è certo?

Grazie a due elementi: il buon senso (vostro e del vostro consulente patrimoniale), ed il Rating. Relativamente al primo, esso corre in aiuto per guidarci lungo i meandri del mondo delle obbligazioni. Infatti, il rating è un giudizio sulle capacità di una società di pagare o meno i propri debiti, che viene espresso da un soggetto esterno e (si suppone) indipendente da chi emette il titolo: l’agenzia di rating.  Questa valuta la solvibilità di un soggetto che emette obbligazioni; in altri termini attribuisce un giudizio circa la sua capacità di far fronte agli impegni presi nei confronti dei creditori. Tale giudizio è sottoposto a revisione periodica, e tutti possono controllarlo, essendo pubblico.

Gli stati sono i maggiori emittenti in assoluto; le agenzie di rating valutano e classificano i loro titoli in base alla loro capacità di mantenere gli impegni e, durante la vita di un titolo, in base agli sviluppi della propria economia e ai rischi intervenuti relativamente a certe scelte del Governo. I titoli con un rating pari a “AAA” sono nella fascia massima di solvibilità e sicurezza, mentre quelli con rating “CCC”, per esempio, hanno una probabilità del 16.0% di non rimborsare il capitale (1 probabilità su 6)…

Una roba semplice, reperibile su Google in un decimo di secondo. In fondo, la Finanza, prima ancora che una materia di numeri, è sempre stata una questione di buon senso.

[1] Gruppo di individui nati tra il 1950 ed il 1965, ognuno dei quali è a capo di un patrimonio familiare, tra beni mobili ed immobili, superiore a 750.000 euro.

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