Affitti, bollette, trasporti e assicurazione sanitaria, per non parlare del mutuo. Nella prima delle guide di P&F dedicate alle mete lavorative più sognate dagli italiani le informazioni utili a scegliere (o meno) la Grande Mela.
Di Marco D’Avenia
Quanto costa vivere a New York? E’ la domanda più frequente ed esplorata dai “sognatori” di tutta Europa, grazie anche alla corposa cinematografia passata dai nostri schermi: da “Taxi Driver” a “Colazione da Tiffany”, passando per “Wall Street” e “The Wolf of Wall Street”. La Grande Mela, infatti, ha sempre colpito l’immaginario collettivo di noi italiani, senza distinzione di età e attraversando almeno 4 generazioni. Inoltre, negli ultimi quindici anni, in Italia si è radicato un certo spirito transnazionale che ha generato una grande ondata migratoria di giovani e giovanissimi verso altri Paesi europei, alcuni dei quali – Irlanda e Regno unito, soprattutto – sono dei veri e propri trampolini di lancio verso gli Stati Uniti, dove molte grandi corporation presenti a Dublino e Londra hanno lì la propria casa madre.
New York, naturalmente, è la meta lavorativa più sognata, ma sia per i millennials in carriera sia per i “boomers” con figli ambiziosi è necessario capire quanto costi veramente viverci. Pertanto, oltre ad altre informazioni di redazione, per completare questa indagine ci siamo affidati a Forbes Advisor, ossia uno dei portali più autorevoli in materia di costi medi nelle città americane. La Grande Mela, infatti, offre opportunità uniche: è l’incarnazione del sogno americano ma contemporaneamente è una delle metropoli più care al mondo. Chi volesse valutare concretamente il trasferimento in questa città, non deve essere precipitoso e deve avere un piano ben preciso, avendo bene in mente quali siano i costi che deve affrontare. Partire senza queste informazioni potrebbe essere un enorme errore, capace di determinare il classico scenario del “pugno di mosche in una mano” e del biglietto di ritorno nell’altra.
Se il raggiungimento di un grande obiettivo nasce sempre da un piccolo passo, cominciamo dal viaggio di “sola andata” verso gli USA, che ha un grande valore simbolico ed emozionale. Esso, infatti, determina il distacco che segna la differenza tra viaggiare per turismo e viaggiare per trovare un lavoro adeguato lasciando il proprio paese e la propria famiglia. Per questa tratta si spendono mediamente da 400 a 600 euro dall’aeroporto di Fiumicino, a cui vanno aggiunti i costi accessori (bagaglio, posto assegnato etc) ed il costo del viaggio per raggiungere lo scalo romano. Prima di essere atterrati all’aeroporto John Fitzgerald Kennedy e arrivare in città (e prima ancora di farsi ipnotizzare dai billboard pubblicitari di Times
Square), si presume che si abbia avuto l’accortezza di cercare preventivamente una sistemazione, per evitare di ritrovarsi sul lastrico in men che non si dica. Ed è qui che le cose si fanno interessanti. La città infatti sembra inghiottirti con i suoi 785 km² di estensione. Tuttavia, c’è sempre una costante che caratterizza ogni grande agglomerato urbano del mondo: vivere in zone centrali costa molto di più che vivere in periferia, per cui è meglio scegliere una via di mezzo ed evitare tre ore al giorno di viaggio – dal lunedì al venerdì, tra andata e ritorno – da casa al lavoro.
Il distretto newyorkese del Queens, per esempio, è vicinissimo agli aeroporti più importanti della città (J.F.K. e La Guardia) e include i seguenti quartieri: Long Island, Astoria, Jackson Heights, Flushing, Forest Park, Jamaica e Rockaways. Il Queens è la manifestazione di uno dei melting-pot culturali più vivaci di New York, grazie alle molte etnie che lo abitano. Qui si trovano facilmente famiglie di origine italiana, che rappresentano l’8,4% dei 2,2 milioni di persone complessive che lo abitano (praticamente gli abitanti della città di Milano in un unico distretto/quartiere metropolitano). Ma quanto costa vivere nel Queens? Innanzitutto, per mantenere uno standard di vita dignitoso è necessario avere un reddito annuo di circa 60mila dollari, ossia circa il 15% in meno rispetto a quanto costa vivere a Brooklyn e il 40% in meno di quanto costa mediamente vivere a Manhattan. Un’informazione davvero preziosa, visto che il Queens non è uno dei distretti più celebri della Grande Mela.
Gli esperti di vita newyorkese suggeriscono di non spendere più del 30% del proprio stipendio per garantirsi un tetto sopra la testa, perché molti dei costi che in Italia sono gratuiti – o presunti tali, come la Sanità – negli USA sono a pagamento e costano tantissimo (come l’assicurazione medica). Nel Queens partiamo da una base di circa 1.500 dollari al mese per un monolocale di 50 metri quadrati. A questa spesa vanno aggiunti i contributi obbligatori imposti dalla municipalità (un pò come la nostra TARI) e gli extra come il servizio lavanderia (molte case a New York non hanno la lavatrice in casa), aria condizionata e persino la lavastoviglie. Il costo totale dell’abitazione, pertanto, si attesta a non meno di 2.500 dollari al mese.

Relativamente al capitolo trasporti, dobbiamo fare i conti con il fatto che New York è la metropoli più grande del pianeta e la seconda al mondo per numero assoluto di abitanti, seconda solo a Londra e a qualche megalopoli cinese. Pertanto, trovare lavoro lontano dalla propria abitazione comporta, oltre al disagio, costi notevoli. Per esempio, una singola corsa – con il biglietto unico che vale per tutti i mezzi di trasporto – costa 2,90 dollari, mentre l’abbonamento settimanale alla MetroCard costa invece 34 dollari (il mensile 132 dollari).
Possedere un’auto personale, anche se piccolina, è fortemente sconsigliato, e rifiutare di muoversi con i mezzi pubblici a New York potrebbe rappresentare un problema insuperabile; il rischio è quello di rimanere imbottigliati nel traffico più cinematograficamente rappresentato di tutti i tempi, arrivare tardi al lavoro e il rischio di venire licenziati in tronco (due ritardi nella stessa settimana sono già una giusta causa di licenziamento). Qualora però le circostanze lavorative permettano l’uso della macchina, la benzina costa poco (in media 0,88 euro al litro), però ogni newyorkese perde in media 117 ore all’anno bloccato negli ingorghi cittadini.
Come dicevamo, garantirsi un reddito adeguato è fonte di stabilità per vivere a New York, molto più di quanto non succeda in Italia, dove la Sanità gratuita e la rete familiare assicura un rifugio sicuro in caso di difficoltà. Secondo PayScale, il reddito medio annuo di un abitante della Grande Mela ammonta a circa 89mila dollari. New York è conosciuta per il suo settore terziario, una vera eccellenza a livello globale. Ecco alcuni dei lavori che puoi trovare nella metropoli americana con il corrispondente reddito annuale medio: software engineer (115mila dollari), project manager (85mila dollari), marketing manager (84mila dollari), solo per citarne alcuni. Buoni anche gli stipendi di altri lavori meno qualificati, come ad esempio il cameriere: parliamo di un’entrata che si attesta sui 70mila dollari per anno.
Una volta trovato casa e lavoro, è bene analizzare quanto costa nutrirsi a New York. La spesa alimentare, infatti, potrebbe incidere molto sulla tenuta economica. Nella Grande Mela un litro di latte intero costa oggi circa 1,30 dollari, 125 grammi di pane bianco 1,17 dollari, mentre una dozzina di uova arriva a 5,50 dollari. Per quanto riguarda il caffè, invece, nota dolente per noi italiani: un espresso a New York potrebbe costare anche 4 dollari, ossia quasi 4 volte di più rispetto al costo della tazzina nei bar italiani. Una cena (o un pranzo) per due persone al ristorante non costa meno di 150 dollari (antipasto, una portata principale e dolce, vini esclusi), mentre il più famoso “benchmark” nutrizionale del mondo, ossia la pizza margherita, si compra (da asporto) a 15 dollari, e cioè circa due volte rispetto all’Italia.
Il capitolo sanità è molto importante, poiché costituisce una percentuale significativa del budget di ogni americano. Negli Stati Uniti, infatti, non esiste un servizio sanitario gratuito, e quindi è necessario possedere un’assicurazione sanitaria per evitare di prosciugare il proprio portafoglio tra le corsie di un ospedale. Infatti, una visita generica dal medico di base può costarti 163 dollari, lo stesso vale per un appuntamento col dentista, mentre una visita agli occhi arriva a 136 dollari. Una prescrizione farmaceutica tocca invece quota 406 dollari, ma uno dei farmaci più comuni, l’Ibuprofene, è venduto a circa 11 dollari. Senza assicurazione medica, un giorno di ricovero in ospedale può costare circa 3.600 dollari; pertanto è indispensabile rivolgersi a compagnie assicurative che propongono piani sanitari personalizzati. I più economici costano da 877 dollari al mese per una copertura individuale a 1.755 dollari al mese per due adulti, fino a 2.500 dollari al mese per un’intera famiglia.
In definitiva, New York si rivela una meta lavorativa piuttosto impegnativa e, al contempo, una sfida tra le più dure in termini di competizione e ambizione personale. Per chi pensa di non reggere a ritmi frenetici e standard di produttività attesa molto al di sopra di quelli europei (e anche rispetto a quelli americani “ordinari”), questa metropoli potrebbe rivelarsi un obiettivo troppo duro, a cui non è semplice abituarsi. Ma l’America non è solo New York…



Stati Uniti. Negli Stati Uniti, il trend disinflazionistico perde vigore ma resta finora intatto. Siamo tuttavia convinti che il mercato sbagli ad attendersi un taglio dei tassi già a marzo e che ulteriori dati economici positivi getteranno un’ombra sulle aspettative ottimistiche di un allentamento monetario. Con un aumento del Pil del 3,3 % nel quarto trimestre 2023, l’economia statunitense ha ancora una volta sorpreso i mercati in positivo. Negli Stati Uniti, la congiuntura è cresciuta a ritmi che non si vedevano da sette mesi, sospinta dall’elevato numero di ordinativi. Le prospettive del primo trimestre 2024 fanno prevedere una robusta espansione. Infatti, se l’attività industriale ristagna, il sentiment dei consumatori è decisamente migliorato, per cui non sorprende che la crescita economica continui a beneficiare delle solide vendite al dettaglio.
Anche il mercato del lavoro continua il proprio processo di normalizzazione ritornando ai precedenti equilibri. Il mercato immobiliare è sostenuto dal ribasso dei tassi ipotecari e dovrebbe quindi esibire un miglioramento nei prossimi mesi. Mentre a dicembre l’indice dei prezzi al consumo è salito al 3,4%, i dati sul PCE (spesa per consumi personali) forniti dalla Fed sono più incoraggianti. A dicembre, il PCE core è sceso al di sotto del 3% e anche le aspettative di inflazione sembrano tuttora ben ancorate. Il rallentamento dell’inflazione rappresenta uno sviluppo positivo. In particolare, la solidità del mercato del lavoro, i consumi
robusti e gli ulteriori stimoli fiscali in vista delle elezioni presidenziali di novembre determineranno probabilmente il prolungamento del ciclo disinflazionistico, rendendo più difficile un rapido ritorno all’obiettivo di inflazione del 2%. Pertanto, mancano le premesse per un taglio dei tassi, malgrado le notizie positive. La Fed dovrebbe ancora attendere il pieno dispiegarsi degli effetti della sua campagna di inasprimento. L’istituto centrale resta naturalmente alle prese con un dilemma: una reazione troppo tardiva rischierebbe, in primo luogo, di causare un eccessivo rallentamento economico e, in secondo luogo, di far apparire l’istituto come politicamente motivato in vista delle elezioni.
Eurozona. “Nell’Eurozona, i dati macroeconomici fanno presagire una stabilizzazione dell’economia fino a metà anno e gli spread dei titoli di Stato non danno adito a timori di frammentazione, pertanto nemmeno qui vediamo motivi per cui la Bce dovrebbe agire frettolosamente”. I dati del quarto trimestre 2023 provenienti dall’Eurozona restano deboli. Nella seconda metà del 2023, l’economia della regione è scivolata in una recessione tecnica, ma i dati disponibili ci inducono a ritenere che il peggio sia passato. La crescita rimarrà debole anche nella prima metà del 2024, ma non
prevediamo una grave recessione, semmai una crescita economica stagnante. A dicembre, la disoccupazione nell’Eurozona è scesa al 6,4%, un livello mai registrato prima. A differenza degli Stati Uniti, a gennaio la fiducia dei consumatori dell’area euro è diminuita ulteriormente e a fine 2023 le vendite al dettaglio si sono ulteriormente ridotte. L’aumento dei salari reali e la disoccupazione ai minimi storici dovrebbero tuttavia sostenere la domanda privata nei prossimi mesi. L’incremento della domanda dei consumatori e i crescenti costi del lavoro potrebbero però rendere più vischiosa l’inflazione, impedendo un rapido processo disinflazionistico.
La debolezza della domanda globale crea problemi ai paesi e ai settori orientati alle esportazioni. Il settore manifatturiero tedesco ne risente particolarmente. Gli ordini in entrata e la produzione nel settore industriale hanno subito un’ulteriore contrazione. L’indagine della Bce sull’erogazione del credito mostra condizioni di prestito ancora tese, ma indica anche che ci siamo ormai lasciati alle spalle il picco dell’inasprimento. A quota 3,6%, l’inflazione di fondo è scesa su base annua, pur restando nettamente al di sopra dell’obiettivo della banca centrale. La Bce manterrà un atteggiamento dipendente dai dati, attendendo di vedere gli sviluppi dei prossimi mesi.
Cina. Le prospettive della Cina sono leggermente migliorate rispetto agli scorsi mesi, ma i futuri sviluppi continueranno a dipendere dalla velocità con cui si risolveranno i problemi del settore immobiliare. L’economia cinese resta debole. L’anno scorso la crescita complessiva del paese ha raggiunto il 5,2%, in linea con l’obiettivo ufficiale di crescita del 5% circa. Il 2023 si è chiuso con risultati eterogenei: inflazione debole, calo del settore dei servizi e livelli ancora modesti di erogazione del credito da parte delle banche a fronte della stabilizzazione del settore manifatturiero e del miglioramento delle esportazioni rispetto ai precedenti bassi livelli. I consumi restano uno dei principali motori della crescita grazie anche al solido aumento delle vendite al dettaglio nel terziario.
Anche nell’industria si delinea un trend ascendente, mentre il settore immobiliare resta il fanalino di coda, nonostante il lancio di progetti di edilizia residenziale a prezzi accessibili, diverse misure di allentamento e iniezioni di liquidità. Il contesto economico resta deflazionistico, mentre l’inflazione di fondo a +0,6% rimane positiva su base annua. I sondaggi sull’attività economica futura sono ancora deboli e fotografano un’economia stagnante. In reazione a tali risultati, le autorità politiche si stanno dando maggiormente da fare. Pur in assenza di notizie più dettagliate, il deficit di bilancio dovrebbe rimanere intorno all’8% del Pil. Le autorità monetarie sosterranno la politica fiscale espansiva. La Banca centrale cinese ha di recente sorpreso i mercati riducendo di 50 punti base i coefficienti di riserva minima, un taglio superiore alle aspettative e preannunciando il varo di ulteriori misure.
Osservando la “Performance Contribution” cumulata dell’S&P500 da inizio anno, si può notare come solo 17 titoli hanno generato circa il 100% della performance dell’indice, mentre gli altri 483 non hanno apportato crescita, azzerandosi a vicenda. Ciò significa che, a oggi e come nel 2023, avere un portafoglio diversificato non è stata una scelta ottimale. Al contrario, avere un portafoglio concentrato, soprattutto in determinati titoli, è risultato vincente. Lo stesso concetto può essere osservato in ottica settoriale. Il 74% del rendimento dall’inizio dell’anno dell’S&P500 è stato realizzato da due settori: Information Technology e Communication Services. Aggiungendo il terzo settore, l’
I “Magnifici 7“, i grandi trionfatori del 2023, in questo inizio di 2024 hanno perso due colossi del mercato mondiale come Apple e Tesla, che sono scesi dal carro dei vincitori. Le restanti cinque società, invece, hanno contribuito per più della metà della performance da inizio anno dell’S&P500. La significativa ristrettezza del mercato a cui stiamo assistendo oggi è un fenomeno che si è già verificato in passato. Se si osserva l’andamento dell’indice S&P500 dal 1971, emerge che abbiamo raggiunto un livello mai toccato prima in termini di peso dei primi cinque titoli, il quale in parte è giustificato dalla straordinarietà di
queste società. Rispetto ai competitors (se esistono) queste società crescono di più e hanno free cash flow maggiori, e quindi ritorni sul capitale più alti. “Questa condizione non sembra essere sostenibile nel lungo periodo”, conclude Conca (nella foto). “Se si osserva il trend storico, dopo un periodo in cui i primi cinque titoli hanno pesantemente sovraperformato gli altri, gli anni successivi sono stati caratterizzati da performance dell’indice notevolmente allargate, con la contribuzione al risultato finale molto più omogenea. Inoltre, sembra che dopo questi picchi generati da pochi titoli, la successiva discesa è significativamente auto-correlata, ovvero gli investitori scaricano i Top 5 dai propri portafogli per acquistare azioni delle altre società più piccole”.
Da qui la definizione di Anasf come un “non-sindacato”, sia per la natura statutaria dell’Associazione – che prevede un’ampia attività di tutela degli aderenti ma non la qualifica specifica di organizzazione “sindacale” – sia per la sostanziale improduttività di tale relazione “contro natura”. Ad oggi, infatti, non c’è ancora traccia del tanto agognato contratto unico nazionale dei
appetibile la professione per i giovani, con uno status più riconoscibile e stabile, tutelare meglio i risparmiatori, risolvendo i principali conflitti d’interessi…”. In tutta evidenza, però, promuovere un inquadramento unico europeo senza aver vissuto l’esperienza indispensabile di un contratto unico nazionale appare oggi come l’ambizioso tentativo di saltare un passaggio fondamentale in ambito domestico; tanto più che, di quell’obiettivo continentale, non se n’è fatto nulla.
Dopo la sua elezione, nel 2020, il presidente Luigi Conte (nella foto) si è oggettivamente mosso verso un
autorevoli, ma insufficienti e troppo generici per intravedere in essi la volontà di trovare finalmente delle soluzioni ai temi centrali della categoria dei
Prof. Marucci, come si spiega secondo lei questo atto di forza del presidente Conte verso Alfonsino Mei?
Nel concreto, cosa può aver mosso Mei ad agire in modo così sorprendente?
Quanto è sentito dalla base dei consulenti finanziari il tema delle maggiori tutele generate da un contratto unico nazionale?
A cosa si riferisce in particolare?
Questo scontro di potere allontanerà o avvicinerà il momento in cui finalmente il tema del contratto verrà affrontato da Anasf in modo concreto?
La forza trainante dietro questa ondata di crescita è rappresentata, in primis, dall’impatto della digitalizzazione sui servizi di consulenza sanitaria. L’impiego e l’utilizzo del digitale e delle sue applicazioni, infatti, è in grado di trasformare i modelli di business, contribuendo a generare valore e favorendo la scoperta di preziose informazioni sulla gestione e il monitoraggio delle patologie. Ciò ha applicazioni dirette anche sulla rapida espansione del mercato globale dei programmi di supporto al paziente (PSP) che, secondo quanto riportato da un’analisi svolta da Insight Ace Analytic, raggiungerà i 64,36 miliardi di dollari di valore entro il 2031 con un tasso annuo di crescita del +16,62%. I PSP sono molto richiesti all’interno
dell’industria farmaceutica in quanto l’assistenza sanitaria è sempre più incentrata sul paziente che ora non vuole più solo farmaci ma anche ricevere informazioni, supporto, risorse e strumenti per poter gestire efficacemente i problemi di salute. Questi strumenti sono molto utilizzati nel trattamento di malattie croniche come il diabete, il cancro e i disturbi autoimmuni, in quanto possono migliorare l’aderenza terapeutica dei pazienti, i risultati complessivi in termini di salute e l’esperienza sanitaria, diventando così sempre più una parte importante della moderna assistenza sanitaria.
Un trend, quello dell’espansione del mercato dei programmi di supporto al paziente, che sta guidando il mercato dei servizi di consulenza sanitaria anche in Italia, come confermato anche dal parere degli esperti. “La centralità del paziente è uno degli obiettivi principali che dovrebbe perseguire il nostro Servizio Sanitario Nazionale, perché ciascun soggetto è portatore di una propria complessità e necessita di risposte specifiche lungo il percorso di cura e assistenza sanitaria – spiega Davide Lucano (nella foto), amministratore delegato di
aggiunto. Uno dei primi passi in questo senso è quello di garantire una presa in carico multidisciplinare che abbatta gli steccati tra le varie discipline, attuando un cambiamento organizzativo nei modelli di cura. È necessaria poi anche una rivoluzione culturale, con medici, infermieri e operatori sanitari che devono ribaltare il loro punto di vista, imparando a utilizzare le tecnologie digitali a sostegno della cura clinica. Solo così avremo persone in grado di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalle apparecchiature digitali in ambito sanitario e che siano davvero orientati al soddisfacimento della patient experience”.
In Europa è la Germania il principale mercato europeo dei servizi di consulenza sanitaria, che arriverà a toccare i 4 miliardi di dollari di valore entro il 2030 con un tasso di crescita annuale del 10,6%, di poco inferiore a quello fatto registrare da Regno Unito (10,9%) e Francia (12,7%) nel medesimo periodo. In Italia, invece, il settore della consulenza in ambito sanitario non ha ancora espresso le sue piene potenzialità e ha degli importanti margini di miglioramento. Anche in Italia, infatti, si prevede che nei prossimi anni la frequenza dei tumori e delle malattie croniche aumenterà, e si registra un costante aumento della popolazione anziana. Per questi motivi è probabile un aumento della digitalizzazione nelle soluzioni di information technology sanitarie e un aumento della spesa pubblica e del settore privato in questo tipo di infrastrutture, al fine di favorire nei grandi ospedali le reti sanitarie integrate e migliorare il coordinamento dell’assistenza al paziente.
L’espansione del mercato dei servizi di consulenza sanitaria, per via delle notevoli implicazioni a livello informatico, aumenta le preoccupazioni sulla privacy dei dati dei pazienti. Sincronizzare l’infrastruttura IT dei grandi ospedali, infatti, è un compito molto difficile per gli specialisti, e ciò rappresenta un ostacolo significativo all’espansione del mercato, dal momento che tutti i vecchi sistemi devono essere modificati quando vengono utilizzati con sistemi incompatibili. Inoltre, la carenza di professionisti IT qualificati nel settore sanitario potrebbe rappresentare un ulteriore barriera allo sviluppo dei servizi di consulenza sanitaria, soprattutto nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, che non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base. I questi paesi, tuttavia, l’impennata dei progressi tecnologici nel campo degli smartphone e della connettività Internet accelereranno la crescita del mercato nei prossimi anni e creeranno un’attività redditizia.
Evidenziando che circa il 90% dei diplomati della Scuola ha già fatto il suo ingresso nel 
La business school, di matrice professionale con finalità fortemente collegate al mondo del lavoro, assicura una formazione completa, grazie a una faculty unica composta da docenti, manager d’azienda, consulenti, giornalisti, con esperienza diretta dei diversi mercati. I percorsi in aula, contraddistinti da un approccio pragmatico, orientato al business, uniscono alla teoria delle nozioni la pratica del mondo delle 
Gli anziani di oggi sono per lo più in buona forma fisica, e solo poco più del 20% – ossia la fascia over 85 anni – non è del tutto autosufficiente o ha problemi di autosufficienza. Ma se tra i 65 e i 75 anni questo quadro è piuttosto comune, dopo i 75 (e specie dopo gli 80) cresce l’incidenza di malattie, perdita di autonomia e necessità di assistenza. Più che in passato, proprio perché si raggiungono età più estreme. Infatti, I dati ci dicono che abbiamo ormai un’aspettativa media di vita di 83,5 anni, ma chi supera gli 80 ha buone possibilità di viverne mediamente altri 9 (8 uomini, 10 donne), portando l’aspettativa a 89 anni. Inoltre, nel prossimo futuro gli assegni pensionistici non saranno più adeguati a mantenere il tenore di vita del periodo precedente al
Con una longevità così estrema, nemmeno le nostre case sono più adatte ai residenti molto anziani, che vivono in condizioni ambientali a rischio di cadute o di isolamento. Questi fattori sono responsabili, alla lunga, di perdita di autonomia e ricovero nelle RSA. Del resto, è risaputo che l’isolamento e la mancanza di scopo in tarda età segnano e riducono la qualità della vita più degli acciacchi e delle malattie della vecchiaia. Così, per prepararsi alla longevità in modo consapevole, occorre pensare a come e dove spendere le proprie terza e quarta età, abbandonando il tradizionale approccio verso la vecchiaia fatto di improvvisazione e “attesa del destino”.
Infatti, la prospettiva del sistema contributivo è di un assegno pensionistico che nel migliore dei casi (lavoratori dipendenti) sarà pari al 60% dell’ultimo stipendio e nel peggiore (lavoratori autonomi) intorno al 40-50%, e gli anni di vita successivi al pensionamento vedranno un graduale peggioramento delle condizioni di salute e dell’autonomia. Pertanto, è imprescindibile che l’attività del
In una ipotetica attività di consulenza, poi, è fondamentale che il consulente sia in grado di effettuare una corretta simulazione del reddito pensionistico e poter metterlo a confronto con il tenore di vita sostenuto fino a quel momento. Per farlo, è necessario calcolare il tenore di vita desiderato e moltiplicarlo per gli anni teoricamente residui in base alle statistiche dell’aspettativa di vita, per poi raffrontare l’importo annuale ottenuto col il reddito pensionistico che presumibilmente si ricaverà dalla propria pensione e scoprire l’eventuale esistenza di un gap di reddito e i risparmi (o l’extra reddito) che serviranno per coprirlo. In questa analisi rientrano tutti gli altri asset presenti e futuri costituenti il patrimonio nel momento dell’ingresso in Longevity: immobili, rendite da altri immobili, eventuale TFR e possibili successioni familiari. A tutto questo, poi, bisogna aggiungere i margini di razionalizzare del patrimonio per ottimizzare il carico fiscale e liberare risorse finanziarie tramite il risparmio fiscale.
Ma non è tutto qui. Serve, ancora, “monetizzare” le future scelte del cliente allorquando si troverà di fronte alla sua fase di Longevity e determinarne il costo mensile per trovarne la relativa copertura finanziaria. In tal senso, è fondamentale conoscere se il cliente prevede cambiamenti importanti per la vecchiaia in termini abitativi e l’eventuale necessità di alienare il proprio immobile per creare ulteriore liquidità e vivere presso un’abitazione più piccola e sicura (senza dislivelli, senza tapparelle manuali, con vasca da bagno ad ingresso laterale, senza armadietti situati troppo in alto, etc). L’adeguamento
degli appartamenti di proprietà in vista o durante la longevità è un argomento importante, che va pianificato per ridurre rischi, aumentare la tutela (anche da elementi esogeni) e il comfort, realizzando ristrutturazioni leggere ma fondamentali per il miglioramento della qualità della vita: adozione di strumenti di domotica, sistemi di alert, vasca o doccia con accesso confortevole anche con sedia a rotelle, maniglie, illuminazione più abbondante, abbassamento dei pensili, pianificazione di un posto letto aggiuntivo per un eventuale futuro caregiver, etc.

In uno studio pubblicato dalla rivista economica del National Bureau of Economic Research i due studiosi propongono un nuovo metodo per misurare l’economia informale (attività economiche in grado di generare reddito, nonostante la scala ridotta della loro dimensione, le tecnologie semplici e lo scarso capitale iniziale – es.: artigiani, lavoratori a domicilio, piccoli commercianti, gestori di chioschi, venditori ambulanti, lustrascarpe, intrattenitori di strada, etc) nei paesi dell’Unione Europea scoprendo che l’andamento dell’evasione fiscale è anticiclico: l’evasione cresce nella
La misura dell’
E così, nonostante il leggero calo (-1% rispetto al 1° semestre 2023), l’
Il miglioramento atteso sulla profittabilità è ulteriormente rafforzato dal fatto che un numero inferiore di aziende (nel mondo dal 55% al 50%; in Europa dal 50% al 47%; in Italia dal 45% al 34%) prevede di aumentare i prezzi di vendita nei prossimi dodici mesi. Tuttavia, ad una crescita attesa della redditività si accompagna una contrazione del numero di aziende che prevede un aumento dei ricavi per il prossimo anno, che scende dal 60% al 59%. L’indice è in leggero peggioramento anche in Italia, passando dal 56% al 54% e in Europa, dove scende al 53% dal 54%.
Nonostante più della metà delle 
Guardando agli investimenti, restano al primo posto quelli destinati alla
of Tax di Bernoni Grant Thornton, commenta “l’indice di fiducia delle nostre imprese ha registrato un calo generalizzato, che si inserisce nel più ampio quadro di incertezza sulle previsioni economiche internazionali, a causa dell’inasprimento dei conflitti geopolitici e del persistere delle politiche monetarie restrittive. Di contro, le aziende si mostrano fiduciose sulla buona tenuta della redditività nel prossimo anno, che dipenderà in gran parte da come sapranno rispondere alle sfide del contesto economico nel quale si troveranno ad operare. Questo processo dovrà necessariamente passare dal ripensamento dei modelli organizzativi, l’automazione dei processi, il potenziamento delle competenze e, non ultima, una maggiore spinta agli 
In uno scenario del genere, quindi, quali strategie di investimento adottare? In considerazione degli eventi storici che hanno caratterizzato i fenomeni economici degli ultimi anni, risulta particolarmente difficile perseguire una strategia d’investimento basata sui fondamentali dell’economia e dei
L’attuale correzione sui bond governativi a 10y/30y è stata determinata dalla Fed. Politiche fiscali espansive e politiche monetarie reflazionistiche non sono positive per i tassi a lunga scadenza. La correzione attuale dei bond non può durare comunque molto senza procurare ulteriori effetti negativi sul ciclo e sulle variabili finanziarie, aumentando comunque il rischio di
I mercati azionari UE si muovono in correlazione con quelli Usa, ma le prospettive macro in Europa sono poco favorevoli e l’economia è già in stagnazione e così vi rimarrà per un bel po’ di tempo. Le posizioni short equity su Eurostoxx sono vulnerabili a rialzi poco significativi. In sintesi, la potenzialità di upside del mercato azionario UE è più limitata rispetto al potenziale downside procurato da una recessione o da politiche antinflazionistiche, per cui lo scenario per l’economia UE implica
I
Se la Fed cadrà nella “trappola” di reflazionare l’economia, le aspettative d’inflazione in Usa saliranno e questo produrrà problemi ai Treasuries e alla borsa. A questo punto appare difficile scommettere su ampi ribassi dei tassi in Usa, salvo l’arrivo di una
Ovviamente, dei tre scenari probabili, la borsa ha scelto l’ultimo. Ma se in questo momento l’Equity sa sta prezzando tassi giù, tale scenario reflazionistico è destinato a trasformarsi in negativo per: 1) aspettative di rischio di ritorno dell’
già scritto nei dati di bilancio delle banche e nel credito cartolarizzato: avremo una recessione innescata dalla restrizione del credito all’economia da parte dello Shadow Banking System e dall’accentuarsi della crisi bancaria in America iniziata lo scorso anno. Anche nel 2007 il governo americano continuava a pubblicare dati macro che evidenziavano sempre espansione economica, ma nel frattempo la crisi finanziaria nello Shadow Banking System era già iniziata. Mentre il Pil cresceva i fallimenti bancari erano già in corso e le insolvenze sul credito salivano. Questo dovrebbe farci capire che alcuni dati macro sono platealmente politicizzati e non sono un indicatore della solidità del sistema.








