Agosto 5, 2021

100 giorni di Brexit. In aumento le ripercussioni economiche per il Regno Unito

I danni maggiori nella finanza e nei comparti interessati dalle barriere non tariffarie. La Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, e la sterlina resta lontana dai livelli pre-Brexit.

di Volker Schmidt*

All’inizio di gennaio 2021, il periodo di transizione dell’accordo sulla Brexit è giunto a termine e il Regno Unito ha lasciato per sempre l’UE. Questo non solo ha reso il Regno Unito un paese terzo, alterando profondamente le relazioni con l’Unione Europea, ma ha anche modificato l’accesso del Regno Unito al mercato unico. Oggi, 100 giorni dopo, è ormai chiaro che Brexit sta causando cambiamenti economici di vasta portata, che sembrano destinati a durare nel tempo.

Secondo le ultime proiezioni della Commissione europea, Brexit costerà all’economia britannica più di 40 miliardi di sterline entro la fine del 2022, che corrispondono a circa il 2,25% del Prodotto interno lordo del Regno Unito, pari a 2,85 trilioni di sterline. A titolo di paragone, per gli stati dell’UE è prevista una perdita media di circa lo 0,5%. A pesare sull’economia sono, in particolare, le condizioni commerciali dell’accordo. Anche se il Regno Unito e l’UE hanno stretto un accordo di libero scambio che esclude la possibilità di imporre dazi, il carico burocratico sta aumentando notevolmente. Per esempio, le aziende britanniche devono dimostrare che le merci esportate nell’UE sono state prodotte prevalentemente nel loro paese: in un’economia globalizzata, con catene di produzione complesse, questo non è affatto facile.

Oltre a questo, ci sono i controlli sanitari e di sicurezza, l’Iva sulle importazioni e altri intralci che comportano rallentamenti e ostacolano il commercio. Molte aziende, soprattutto piccole e medie, non sono in grado di affrontare le sfide burocratiche e hanno temporaneamente sospeso le loro esportazioni. Secondo il New York Times, le esportazioni che hanno attraversato la Manica in gennaio sono crollate di oltre due terzi rispetto all’anno precedente. I produttori di pesce, carne e prodotti lattiero-caseari sono stati particolarmente colpiti e vi sono casi di deperimento di tonnellate di alimenti che non sono riusciti a superare il campo minato burocratico e raggiungere i porti di Francia e Olanda.

Londra continua a perdere terreno come centro finanziario. Anche l’industria finanziaria britannica, che per molto tempo è stata il più importante e il più grande centro di negoziazione di titoli in Europa, sta risentendo delle conseguenze di Brexit. Praticamente da un giorno all’altro, il trading azionario si è spostato nell’Europa continentale, in particolare ad Amsterdam e Parigi, mentre il trading di derivati è in larga parte migrato a New York. Il colosso del settlement, Euroclear, ha recentemente completato il trasferimento a Bruxelles di circa 50 titoli irlandesi, per un valore equivalente di circa 100 miliardi di euro, prima gestiti a Londra. In precedenza, per gestire le transazioni sui titoli l’Irlanda si affidava alla filiale di Euroclear “Crest”, con sede nel Regno Unito.

Ma i cambiamenti imposti da Brexit sono solo agli inizi. Le regole sulle future relazioni commerciali sono ancora in fase di trattativa e gli scontri sulle disposizioni speciali per l’Irlanda del Nord mostrano che il capitolo Brexit è tutt’altro che concluso. Per evitare controlli alle frontiere tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda, l’accordo di uscita dall’Unione Europea prevede che le regole del mercato unico dell’Unione continuino ad applicarsi all’Irlanda del Nord. A tal fine, un confine commerciale tra Irlanda del Nord e il resto del Regno Unito doveva essere introdotto alla fine del periodo di transizione e comunque al più tardi all’inizio di aprile. Ora, però, il governo britannico ha esteso unilateralmente questo periodo di proroga, cosa che l’UE considera come una violazione dell’accordo. Poiché il governo britannico non ha ancora revocato il suo comunicato, l’UE sta portando la questione alla Corte di giustizia europea. Se la Corte dovesse pronunciarsi a favore dell’UE, potrebbero essere imposte sanzioni finanziarie. Di conseguenza, il clima tra Londra e Bruxelles sta diventando sempre più teso.

Nonostante il rialzo, la sterlina britannica è lontana dai livelli pre-Brexit. La sterlina britannica ha notevolmente recuperato rispetto all’euro da quando il Regno Unito ha lasciato l’UE. Mentre la valuta britannica era ferma a circa 1,10 a dicembre, oggi una sterlina vale già 1,16 euro. Questo è certamente dovuto in parte alla campagna vaccinale, molto più efficace nel Regno Unito: non solo è stato vaccinato il gruppo a rischio over 70, ma complessivamente un britannico su quattro ha ricevuto la vaccinazione. In secondo luogo, la valuta è sostenuta dal fatto che l’incertezza che circondava Brexit è quasi scomparsa. Ora, secondo l’opinione diffusa di molti sostenitori di Brexit, Londra ha di nuovo il controllo della propria politica estera e del proprio destino economico, e questo si riflette non soltanto nel successo della campagna vaccinale, ma, per il futuro, anche nelle rinnovate relazioni commerciali fuori dall’Europa, per esempio con Cina e Stati Uniti. Tuttavia, è anche vero che la ripresa della sterlina è partita da un livello estremamente basso in termini storici ed è ancora lontana dai livelli pre-Brexit di oltre 1,40 euro. Nel breve termine, la forza della sterlina potrebbe certamente acquisire ulteriore slancio, ma nel lungo termine, resta da vedere se Londra può trarre un vantaggio economico sostenibile dall’apparentemente sovranità riconquistata e dal vantaggio sui vaccini. 

* Senior Portfolio manager di Ethenea Independent Investors

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