Dicembre 8, 2022
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Boomers, millennials e giovanissimi sempre più digitali. Che futuro ci aspetta?

I filtri virtuali nell’attività di relazione a lungo andare potrebbero portare gli esseri umani a “disimparare” quasi del tutto il corretto modo di socializzare. Ci aspetta un futuro fatto di solitudine?

Sempre di più i millennials e i più giovani – per non parlare dei giovanissimi – sono in perenne connessione con internet e i social media, e scorrendo in sù le fasce d’età anche l’estremo inferiore dei c.d. babyboomers (quelli compresi tra i 48 e i 60 anni di età) hanno oggi grandissima familiarità con il mondo virtuale, tanto da averne fatto una sorta di “seconda casa” in fatto di percezione e gestione delle relazioni sociali. I motivi di questo fenomeno dilagante sono tanti e svariati: Internet è diventato prestissimo un mezzo di comunicazione a tutti gli effetti – alcuni tra i primissimi giornali online hanno già compiuto i 25 anni di età – e viene usato sia per intrattenimento che per studio o lavoro. Ma è effettivamente così preoccupante questo “abuso” del digitale, e soprattutto quali controindicazioni porta per gli utenti più assidui?

Quanto sono “digitali” gli italiani?
Secondo alcuni dati di Kepios, agenzia di consulenza strategica che si occupa di studiare il comportamento digitale degli utenti, nel 2022 circa l’84% degli italiani ha accesso ad Internet e lo usa quotidianamente. L’Italia, quindi, si pone sopra la media mondiale, pari al 62,5%. Altro dato molto interessante è il tempo medio trascorso su Internet quotidianamente: gli utenti italiani di età compresa tra i 16 e i 64 anni trascorrono su Internet circa 6 ore e 10 minuti al giorno, ossia un quarto di giornata. Ciò accade per diversi motivi. Innanzitutto, il Web è una fonte di istruzione ormai fondamentale, e molta della attività di formazione che ancora fino al 2019 si svolgeva prevalentemente in aula, oggi viene svolta attraverso i corsi digitali, che si possono trovare ovunque al pari dei video tutorial. In secondo luogo, Internet è una fonte di informazione capillare, fatta da milioni di testate giornalistiche online, blogs e vlogs di ogni tipo e materia. Infine, per molti – soprattutto per i giovanissimi nativi digitali – il Web è una fonte di intrattenimento con i suoi podcast, streaming musicali, video, videogames e molto altro. 

La Rete è anche un modo per relazionarsi ad altri utenti e condividere i propri momenti. Sempre secondo Kepios, quasi 8 italiani su 10 ha uno o più account social. E, sui social media, gli italiani trascorrono poco meno di due ore al giorno (in media). Insomma, gli italiani sono sempre più digitali, ed in particolare i più giovani. Ma tutto questo iperdosaggio di realtà digitale-virtuale non è privo di controindicazioni. In primis per via dell’eccessivo utilizzo dei social media, che può risultare dannoso anche per l’ambiente dato il costante consumo energetico che le infrastrutture Internet richiedono: un’ora di streaming, per esempio, produce una quantità di CO2 che varia dai 150 ai 1000 grammi; TikTok, invece, è il social media più inquinante di tutti, poiché emette più di 2,5 grammi di C02 al minuto. 

C’è da preoccuparsi? 
L’avvento di Internet nella vita di tutti i giorni è stato graduale ma rapido, e si è svolto nel giro di un solo salto generazionale (dai babyboomers ai millennials), da cui è poi dilagato verso i più giovani. Dopo soli 30 anni (scarsi), quindi, nelle stesse famiglie oggi convivono individui poco avvezzi – o del tutto ignoranti – in materia di Internet e individui che fanno del collegamento costante alla Rete la propria ragione di vita, con tutto ciò che ne consegue in termini di rischi per gli adolescenti, esposti come sono al pericolo di subire cyber bullismo o adescamento e furto d’identità; per non parlare del fenomeno dei crimini sessuali online, strettamente collegati all’utilizzo intensivo dei social media.

Nonostante per alcuni anni le vecchie generazioni si siano impegnate in un disperato tentativo di tenere le nuove leve il più possibile lontane dai device elettronici, la Rivoluzione Digitale non ha conosciuto ostacoli, e presto ci si è resi conto che era impossibile tornare indietro. Tanto vale, quindi, analizzare i benefici che smartphone e computer portano nel momento in cui vengono utilizzati nel giusto modo. Per quanto l’esplosione del Web abbia significato l’agonia della carta stampata, è anche vero che, a compensazione, oggi esiste la possibilità di informarsi dalle fonti più disparate su tutti gli argomenti desiderati, anche in lingua straniera (persino con un comodo traduttore, per i più pigri). Internet, inoltre, con la possibilità di farci conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature, ci aiuta ad imparare nuove cose e incentivare la nostra creatività e fantasia. Inoltre, il digitale ha reso le nostre vite più comode, e per molti oggi rappresenta un mezzo indispensabile per la vita di tutti i giorni (dalla scuola alla spesa alimentare).

Semmai, bisognerebbe chiedersi quale potrà essere il passo successivo, e dove ci porterà l’innovazione tecnologica e digitale con la sua rapidissima evoluzione. Infatti, fino a 200 anni fa il mondo è migliorato a un ritmo piuttosto lento. A partire dall’inizio della Prima Rivoluzione Industriale – oggi siamo già alla quarta – invece, i ritmi si sono accelerati e il mondo è cambiato. L’aspettativa media di vita, per esempio, è passata da meno di 30 anni di fine Ottocento a più di 70 anni nel Secondo Dopoguerra, determinando un crescente bisogno di materie prime agricole. Ma è negli ultimi vent’anni che queste trasformazioni sono state rapidissime. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi, tuttavia, un unico filo conduttore ha guidato la Società Umana e industriale verso le vette che conosciamo oggi: la Tecnologia. Quest’ultima è stata la protagonista di questa modificazione delle nostre abitudini e dei nostri stili di vita. Si è passati dalle lettere e cartoline – che arrivavano quando ormai si era tornati in città – alle foto e ai selfie inviati per raccontare in tempo reale una vacanza o un viaggio di lavoro; oppure dal “rito” della visita al direttore della banca – che aveva un carisma pari a quello del vescovo o di un deputato – ad avere la banca a casa propria, su un semplice smartphone dal quale possiamo fare qualunque operazione, anche le più complesse.

Il futuro imminente ci parla di nuove frontiere della tecnologia, dal lavoro ibrido al c.d. Metaverso, passando per intelligenza digitale e machine learning. Mixed reality (un mix tra realtà aumentata e virtuale), robot casalinghi, social media e sostenibilità rappresentano le tendenze tecnologiche del momento, e sembrano portarci sempre di più verso forme strutturali di distanziamento sociale che, a ben vedere, potrebbero causarci difficoltà di relazione. Tra venti e trenta anni, secondo gli esperti, i giovanissimi di oggi potrebbero aver consolidato l’abitudine di esprimere l’80% della propria vita di relazione (scuola, formazione, amicizia e relazioni sociali, lavoro e intrattenimento) in modalità virtuale. Il timore è che, a questa immersione massiva nel mondo digitale, potrebbe opporsi una simmetrica  “disabitudine” alle modalità tradizionali di relazione diretta tra le persone. In parole povere, i filtri virtuali a cui già oggi siamo abituati, a lungo andare potrebbero portare gli esseri umani ad aver “disimparato” quasi del tutto a socializzare nel modo corretto, in un futuro fatto di persone sempre più isolate all’interno delle proprie case – a loro volta sempre più piccole – e, di conseguenza, sempre più sole.  

Articolo ispirato dal link: https://internet-casa.com/news/utilizzo-internet-italiani-social-media/ 

Immobiliare residenziale 2021, è iniziata l’era dello “stop&go”. Metropoli in crescita

Buoni segnali di ripresa dal mercato immobiliare italiano, ma nei comuni più piccoli la pandemia fa sentire ancora i suoi effetti. Transazioni e prezzi in aumento nelle metropoli. Ecco l’analisi su Milano, Roma e Napoli.

Il mercato immobiliare-residenziale italiano si sta riprendendo, ma i segnali di ripresa non coinvolgono tutto il territorio nazionale, dove prevalgono aree estese con quotazioni ancora lontane dal livello pre-pandemico. E’ questa la sintesi dell’analisi elaborata dai maggiori network di compravendita residenziale relativamente al primo semestre dell’anno in corso.

Nelle c.d. metropoli, a differenza dei piccoli comuni, la ripresa si va consolidando ogni giorno di più, facendo crescere il divario con le quotazioni dell’immediato entroterra. Infatti, il numero di compravendite concluse nei primi sei mesi del 2021 è in netto aumento rispetto anche agli anni precedenti, e adesso il capitolo pandemia, almeno dal punto di vista del mercato, sembra essere dimenticato nonostante il trend dei contagi non sia affatto rassicurante. Probabilmente, gli operatori non escludono l’ipotesi di nuove ondate e nuove restrizioni – i vaccini non sembrano così efficaci contro le varianti – ma si sono semplicemente adattati alla possibilità di un ciclo “stop&go”, fatto di pause e riprese fulminanti durante le quali concentrare i fatturati.

Relativamente alle tipologie più comprate, nel periodo considerato le scelte degli acquirenti si sono dirette verso il trilocale, con il bilocale stabile ed il monolocale in discesa. La superficie media è di circa 110 mq, e i tempi medi di vendita si sono ridotti, rispetto allo stesso periodo del 2020, da 168 giorni a 141. I tempi medi di locazione, invece, continuano a soffrire il rallentamento determinato dalla minore domanda proveniente da studenti e lavoratori fuori sede, che oggi fruiscono – ormai strutturalmente – dell’offerta formativa online e dello smartworking.  Le regioni più reattive sono state finora la Lombardia e il Lazio, con Milano e Roma a trainare il mercato.

Contestualmente all’aumento della domanda, si è registrato anche un aumento sensibile dello stock di mutui erogati, soprattutto alle fasce più giovani dei millennials sulla scorta delle agevolazioni del decreto Sostegni bis. Stranamente, c’è un interesse particolare per il tasso variabile, che in un momento di elevata inflazione (importata e prospettica) dovrebbe essere accuratamente evitato. Interessante, infine, la componente dei single, che aumenta sensibilmente: le donne sono il 41% del totale dei single, mentre gli uomini il 59%.

MILANO – A Milano aumenta  sensibilmente la domanda, con preferenza verso i bilocali (in città) e i trilocali (in periferia e nell’hinterland). In considerazione dei prezzi medi al mq – a Milano le quotazioni non sono scese nell’ultimo decennio – la quadratura media venduta è di 77,3 mq (-30% rispetto al dato nazionale, e -10% rispetto alla quadratura media della provincia milanese). E se anche a Milano le locazioni non crescono (prezzi in linea con il 2020), i tempi medi di compravendita sono da record: 102 giorni, 39 giorni in meno rispetto alla media nazionale. La domanda di mutui è sorretta, per il 75%, dai lavoratori a tempo indeterminato, per i quali la preferenza va stranamente ai mutui a tasso variabile.

ROMA – A Roma e provincia, un terzo degli acquirenti preferisce i trilocali, ma sono apprezzati anche i bilocali. La quadratura media degli immobili scambiati è di 93 mq a Roma e di 105 mq in provincia. Anche i tempi medi di vendita sono diminuiti, da 156 a 135 giorni, mentre quelli necessari per definire una locazione passano da 85 a 74 giorni. I prezzi delle abitazioni residenziali, però, scendono complessivamente del 2,7% nel secondo trimestre rispetto al primo, ed anche a Roma lo stock maggiore di mutui riguarda il tasso variabile, e gli acquirenti più numerosi sono quelli delle fasce di età che permettono l’accesso agli incentivi del decreto Sostegni bis.

NAPOLICompravendite in forte crescita (+30%), e per la fine dell’anno in corso la stima è di un risultato finale superiore al +20% rispetto al 2020. I prezzi sono stabili (+0,2%), ma sono destinati a crescere per via dell’effetto-traino delle compravendite, la cui domanda è composta soprattutto da famiglie millennials e da giovani finora in affitto che decidono di acquistare la prima casa tramite mutuo, sfruttando le agevolazioni previste dal Governo con il Fondo Consap dedicato agli under 36.

Relativamente alle previsioni di mercato per tutto il territorio nazionale, lo scenario sembra essere decisamente positivo anche per le altre regioni del Paese, confermando il ruolo fondamentale del settore immobiliare per l’intera economia nazionale. Infatti, esso è capace di generare un quinto del PIL ed entrate fiscali pari a 40 miliardi di euro (dati 2019). L’efficientamento energetico e la riqualificazione degli edifici previsti dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), poi, ha aperto un mercato da 14 miliardi di euro che dovrebbe contribuire ancora di più alla crescita del PIL nazionale.

I millennials, le ansie da investimento e i consigli sui social. Accumulo, o compro casa?

I millennials si confrontano ogni giorno sui social, e discutono senza troppe riserve di tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del denaro. Navigare nei gruppi a tema finanziario offre uno spaccato delle reali esigenze degli investitori più giovani.

Di Massimo Bonaventura

Scrivere di consulenza finanziaria operativa – che è cosa diversa dalla consulenza strategica – insegna a fare molte cose solo apparentemente inutili. Una di queste è quella di girovagare tra i gruppi social di investitori italiani, e cercare di capire come la pensano realmente in materia di investimenti. Al netto degli “invasati” da criptovalute – sono tantissimi! – i social network sono addirittura meglio dei vecchi forum, dove dominano i nickname e gli interlocutori sono piuttosto elitari (alcuni veramente appassionati e competenti). Nei social, invece, troverete tantissimi millennials che, senza alcun candore, si raccontano su tutti gli aspetti della propria vita, compresa la gestione del proprio denaro.

Per un consulente finanziario, i gruppi Facebook di risparmiatori e investitori sono come un corso di formazione a cielo aperto, delle vere e proprie piazze virtuali dove poter entrare, possibilmente in punta di piedi e senza essere troppo “commerciali“, e conoscere i bisogni più intimi della generazione dei millennials, che sta prendendo il posto di quella dei babyboomers e che tra pochi anni costituirà l’ossatura di qualunque portafoglio clienti degno di questo nome. Eppure, pochi professionisti si cimentano in queste frequentazioni virtuali, e quelli che lo fanno spesso risultano un po’ maldestri nei loro tentativi di dirigere le discussioni verso i prodotti finanziari, quando ciò che chiedono i giovanissimi investitori è di essere ascoltati e di ricevere buoni consigli sulle scelte di vita da fare, non sugli specifici servizi di investimento.

I millennials non vogliono cultura finanziaria – quella, i social-investitori, già ce l’hanno – bensì un confronto da cui ricavare vera educazione finanziaria. Scrivono tutto, con tanto di nome, cognome e profilo anagrafico (alcuni pubblicano persino il proprio indirizzo e-mail), spaziando liberamente dalle cifre a disposizione alle possibilità di accantonamento. In più, quasi tutti dimostrano di conoscere bene l’importanza di individuare i bisogni e l’orizzonte temporale, nonché quella di fare una programmazione finanziaria delle proprie risorse, sia mobiliari che immobiliari.

Recentemente, mi sono imbattuto in questo post, che riporto qui fedelmente: “Da un po’ di tempo, ogni mese investo 700 euro in un PAC e dai 100 ai 150 euro in ETF che sembrano profittevoli, fermandomi ad un numero massimo di 100 azioni per ogni ETF. Mi si è aperta l’occasione di comprare un bilocale di 75 mq per 95.000 euro, sebbene necessiti di una ristrutturazione (solo facciata e balcone, ma ci sono incentivi del 110%). Questo bilocale risponderebbe al mio bisogno di andare via da casa dei miei genitori, che mi stanno mettendo un po’ di fretta (ho 32 anni). Certo, non pago bollette né cibo, ma ho una fidanzata che studia ancora e non lavora, per cui vorrei aspettare che lei sia indipendente prima di mettere su casa. Pertanto, stavo pensando di comprare questo bilocale, viverci per un po’ di tempo ed in futuro, tra una decina d’anni, affittarlo a 500 euro al mese, oppure venderlo. Ma così facendo potrei accumulare molto meno per via del mutuo, e personalmente ritengo inutile un PAC fatto con meno di 500 euro al mese. Avete qualche consiglio da darmi?”.

A prima vista, un consulente finanziario “older” potrebbe scambiare il post per uno di quei quesiti artefatti che si vedono nei corsi di formazione, dove il docente cerca di coinvolgere i discenti – tutti appartenenti ad una rete commerciale – sull’analisi dei bisogni. Ma il nostro millennial ha davvero le idee chiare: ha scelto dove investire, per quanto tempo investire e gli piace anche farlo, lo rende orgoglioso. Eppure, sente il “peso” di vivere ancora con i genitori, che più o meno velatamente lo sollecitano ad uscire da casa e diventare autonomo, imparando a gestire il proprio reddito. Il suo dilemma è chiarissimo: continuo ad accumulare, o compro casa? Le risposte ed i consigli che riceve sono tra i più disparati, ma si fa presto a capire l’identikit sociale di chi glieli dà. Eccone alcuni, tra i più rappresentativi.

1) Il consiglio del babyboomer: “… Personalmente continuerei il PAC, su di lui non paghi bollette e non va imbiancato periodicamente, per non parlare delle riunioni di condominio….”.

E-book gratuito sulla protezione del patrimonio familiare.

2) Il consiglio del millennial 1:  “…Da 33enne quale sono, capisco il tuo bisogno di indipendenza. La prima casa è importante per una futura convivenza, per cui parlane con la tua ragazza. Secondo me ti conviene sospendere temporaneamente il PAC, andare a convivere e riprenderlo in tempi migliori. Nella vita non esistono solo i soldi, e costruire una famiglia è di uguale importanza, se non superiore….”.

3) Il consiglio del millennial 2: “…Da qualche parte devi pur vivere. La questione non è tra bilocale o PAC, la domanda da porsi è: vivo per sempre dai miei genitori, mi compro una casa o ne cerco una in affitto? Io quando ho comprato casa non l’ho fatto basandomi su una scelta economica, ma sulla soddisfazione che la casa mi dava rispetto ad accumulare soldi. Farmi una famiglia era la mia priorità…”.

4) Il consiglio del consulente finanziario: “…In generale non giudico gli immobili un buon investimento, per quanto in questo periodo di cosiddette occasioni ce ne sono molte. Inoltre, le previsioni di inflazione in crescita faranno crescere il valore dei beni reali come gli immobili. Continua per quanto possibile i PAC, perché lavorare sul costo medio non ha mai deluso nessuno. Valuterai il futuro quando la tua ragazza avrà un lavoro e/o quando avrai esigenze abitative differenti. Ricordati di tutelare il capitale umano con delle polizze e di pensare anche alla tua pensione….”.

E voi, cosa avreste consigliato…?

Banche, i megatrend per l’anno 2025. Dai servizi finanziari al “miglioramento finanziario individuale”

Le banche che prospereranno in futuro saranno quelle che effettueranno la transizione del modello di offerta: dalla fornitura di servizi finanziari alla consulenza sul ”miglioramento finanziario individuale”.

Di Massimo Bonaventura

Gli ultimi 14 anni ci hanno dimostrato che le banche non sono esentate dal subire gli effetti delle perturbazioni mondiali. Anzi, sono persino capaci di crearle, le perturbazioni, e farle camminare sottotraccia per anni, finchè non esplodono. E così le banche hanno dovuto affrontare le ricadute della peggiore crisi finanziaria mai vista prima, ed anche il suo naturale portato di riforme normative e di nuovi concorrenti; fino ad una pandemia globale, che avrebbe messo in ginocchio il sistema bancario – e con esso, l’intera popolazione della Terra – se solo non ci fosse stata la crisi del 2007-2008, che in qualche modo ha “preparato” la finanza mondiale all’adozione di tutti quegli strumenti (immissione massiva di liquidità, aiuti economici a fondo perduto, Quantitative Easing) che hanno tenuto su l’economia mondiale.

La crisi dei mutui subprime, pertanto, nella sua tragicità è servita a qualcosa, ma ciò che da essa si è imparato non è sufficiente per rientrare semplicemente in ciò che si faceva prima, e adesso è chiaro a tutti che per superare la tempesta attuale e costruire una maggiore resilienza per il futuro, il settore bancario dovrà vivere una rapida evoluzione, fino ad una vera e propria rivoluzione di servizio che avverrà al massimo entro i prossimi 5-10 anni, a causa della quale le banche che sopravviveranno  e prospereranno dovranno essere necessariamente migliori di quelle attuali, in tutti i sensi: migliori per i loro clienti, migliori per la società degli utenti e migliori per l’ambiente in cui esse operano (ancorandosi sempre più ai criteri ESG).

Oggi una recessione potrebbe non essere più evitabile, nonostante le enormi misure economiche di salvataggio messe in atto dai governi. Qualcuno afferma che ci siamo già, in recessione, e che manchino solo i dati definitivi per poterlo dire con certezza nel 2022, ma le banche sembrano essere più robuste di prima, e in una posizione migliore per resistere alla tempesta dell’incertezza economica. Per questo motivo è giunto il momento per le banche di riformare le proprie attività, e costruire una resilienza ancora maggiore. La buona notizia, in tal senso, è che la tecnologia aiuta le banche a tenere il passo e a soddisfare gli standard di qualità richiesti, che stanno avanzando rapidamente. L’Intelligenza Artificiale (IA) si sta sviluppando sempre di più come componente della forza lavoro, e ciò determinerà la scomparsa (o il mancato ricambio) di alcune mansioni tradizionali, ma ne saranno create di nuove.

Mantenere la relazione umana è comunque fondamentale. L’uomo è un “animale sociale”, e l’interazione diretta con i suoi simili fanno parte del bagaglio degli “istinti primordiali” che è impossibile eliminare. Ma l’uomo si relaziona anche con la Tecnologia, il che comporta una riqualificazione delle persone che devono lavorare servendosi di essa. Secondo una recente ricerca americana, un quarto dei dirigenti senior afferma che le proprie aziende prevedono di re-immaginare radicalmente le proprie attività con l’intelligenza artificiale entro la fine del 2021 (rispetto al 14% nel 2017), per cui il sistema si trova, proprio adesso, in mezzo ad una fase di transizione, nella quale da un lato devono attrarre nuovi talenti per avere successo con l’IA, e dall’altro devono riqualificare gli addetti meno giovani per il suo corretto utilizzo.

Analizzando la domanda di servizi bancari, tutti i clienti – soprattutto i millennials – oggi si aspettano un’esperienza-cliente senza interruzioni, una sorta di “continuum” che riesca a far percepire la banca come un servizio sempre in posizione “ON”. Secondo Anu Sachdeva (Global Practice Leader, Commercial Banking, Genpact), “c’è una domanda in continua evoluzione che sta costringendo le banche commerciali a concentrarsi fortemente sul percorso del cliente, che oggi è carente. Infatti, il settore bancario commerciale sta vivendo un’enorme slancio al cambiamento ed alla creazione di percorsi senza soluzione di continuità per i loro clienti finali. La finanza, però, è diversa. È una esperienza fatta di emozioni, e ci sarà sempre bisogno di consigli e supporto umani”.

Per spiegare meglio quale possa essere il futuro prossimo del sistema bancario, dobbiamo partire dal contesto economico generale, per nulla favorevole, in cui esso si trova ad operare dal ventennio precedente allo scoppio della pandemia. Negli ultimi anni, infatti, le persone hanno cominciato a nutrire sospetti sulla bontà del modello economico capitalista e, per usare le parole di Mark Carney, Governatore della Banca d’Inghilterra. “….nonostante gli immensi progressi della tecnologia, molti cittadini delle economie avanzate stanno affrontando maggiore incertezza e  lamentano una perdita di fiducia nel sistema. Piuttosto che una nuova era d’oro, la globalizzazione è associata a salari bassi, occupazione precaria e disuguaglianze sempre più marcate”. Pertanto le banche, grazie al loro elevato livello di prossimità con gli utenti, hanno l’opportunità di migliorare il modo in cui aiutano i propri clienti a immaginare e pianificare un futuro migliore di quello attuale. I millennials, in particolare, sono stati davvero influenzati negativamente da questo scenario tardo-capitalistico, e oggi si chiedono quale potrà essere l’alternativa; soprattutto, quali caratteristiche salienti può avere questa “alternativa”.

Tre sono i macrotrend che danno forma al mondo come sarà nel 2025, e le banche devono adattarsi per prosperare. Il primo megatrend è quello della Realtà Ottimizzata, che secondo Devie Mohan (un noto ricercatore del settore Fintech) “è nata per imporre una forte personalizzazione al modello di servizio (anche) delle banche. Nel 2025 nuove esperienze renderanno l’offerta bancaria più fluida, personalizzata e creativa di oggi. Le banche utilizzeranno i dati in modo sempre più innovativo, adattando prodotti e servizi alle persone in tempo reale. Le persone si aspetteranno esperienze che si sintonizzano sui loro stati d’animo e comportamenti a un livello quasi inconscio, mentre le banche avranno bisogno di un codice di condotta per regolare il processo decisionale sull’IA, più un solido quadro di governance in grado di garantire che le esperienze siano ‘vendute’ in modo etico e sicuro”. Pertanto, le banche utilizzeranno i dati per potenziare le relazioni, e i clienti al dettaglio si rivolgeranno alle interfacce digitali che garantiranno, per le operazioni che non richiedono ragionamenti molto complessi, velocità ed efficienza.

Non mancano le ultra-innovazioni, alcune delle quali si distinguono per la sintesi sapiente tra tecnologia e iniziativa commerciale. In Polonia, per esempio, sono una realtà le banche strutturate per incontrare i clienti esattamente dove si trovano nella loro vita di ogni giorno. Idea Bank, per esempio, è una banca polacca che gestisce filiali popup e spazi di co-working sui treni dei c.d. pendolari, dove dipendenti di Idea Bank aiutano i clienti con le transazioni, direttamente dentro vetture “customizzate” con lo stile ed il layout della banca, con l’ausilio di un semplice cellulare o di un tablet collegato con la rete bancaria. UBS, invece, ha iniziato a sperimentare un avatar realistico di Daniel Kalt, il suo chief investment officer in Svizzera, per confrontarsi in ogni momento con la clientela.

Abitazioni, in aumento l’offerta di quelle di piccolo taglio. Invariata la domanda dei millennials

Mercato inondato dai bilocali in tutte le grandi città. Chi possiede una casa di ampia metratura, invece, oggi decide di non venderla, diminuendo l’offerta dei tagli più ampi e determinando tempi di compravendita più veloci.

Nelle grandi città italiane l’analisi dell’offerta evidenzia che la tipologia più presente è il trilocale, con il 32,3%, a seguire il quattro locali con il 24,4% ed i bilocali con il 24,0%.

In aumento, rispetto a gennaio 2020, le percentuali di monolocali e bilocali sul mercato, mentre è in calo la percentuale di offerta dei cinque locali. Quest’ultima tendenza è stata rafforzata anche dal Covid-19: è probabile che chi possiede una casa di ampia metratura decida di non venderla. Allo stesso tempo la domanda crescente di tagli più ampi fa in modo che l’offerta di queste soluzioni sia assorbita in tempi più veloci.

Anche l’aumento della concentrazione di bilocali sul mercato è sicuramente un effetto legato alla pandemia in quanto è diminuita la domanda per investimento e quindi la tipologia è meno richiesta. Non mancano poi gli investitori che, in passato, avevano acquistato bilocali con finalità turistiche e che ora, trovandosi in difficoltà, decidono di dismettere l’investimento.

Questo effetto è stato particolarmente rilevante in alcune delle grandi città. A Bologna la percentuale dei bilocali presenti sul mercato passa da 13,3% a 19,6%, a Milano dal 40,1% al 44,5% e a Firenze dal 15,6% al 19,8%. 

L’Ufficio Studi Tecnocasa ha analizzato le scelte abitative (acquisto e locazione) degli under 44 (i c.d. millennials) a livello nazionale nel primo semestre del 2020. Ne emerge che il 71,8% di loro ha comprato casa, mentre il 28,2% è andato in affitto. Le percentuali appena descritte, seppur rilevate in un periodo caratterizzato dall’emergenza sanitaria legata al Covid-19, risultano sostanzialmente invariate rispetto al primo semestre del 2019. 

I millernnials hanno comprato soprattutto l’abitazione principale (86,8% dei casi), mentre sono basse le percentuali di acquisti per investimento e per case vacanza (rispettivamente il 10,4% ed il 2,9%). Un anno fa si registravano percentuali sostanzialmente uguali, confermando quindi come l’investimento e l’acquisto della casa vacanza siano operazioni che si realizzano spesso in età più avanzata.

La tipologia più scambiata si conferma il trilocale (36,4% delle scelte), ma si segnala un aumento della percentuale di acquisti di “5 locali ed oltre” che si attestano al 5,8% (si fermavano al 3,9% un anno fa). La leggera crescita della percentuale dei tagli più ampi può essere stata determinata anche dall’emergenza sanitaria e dal periodo di lockdown che ha spinto, in alcuni casi, all’acquisto di soluzioni più grandi.

Il 30,3% degli acquirenti millennials è single, mentre per il 69,7% dei casi si tratta di coppie e famiglie. Anche nel primo semestre del 2019 si registravano percentuali molto simili.

Analizzando il mercato delle locazioni, emerge che il 70,3% ha optato per questa soluzione come scelta abitativa, il 26,2% per motivi legati al lavoro e il 3,5% per motivi legati allo studio. Rispetto ad un anno fa diminuisce la percentuale di affitti legati al lavoro (-2,9%) ed anche in questo caso potrebbe aver inciso lo stato di emergenza sanitaria che ha ridotto la domanda di abitazioni in affitto da parte di lavoratori trasfertisti.

La tipologia più affittata dai millennials è il bilocale con il 41,2% delle scelte, a seguire i trilocali che si attestano al 31,2%. Inoltre, gli inquilini millennials sono single nel 40,7% dei casi, in aumento rispetto ad un anno fa quando si fermavano al 37,3%, mentre sono coppie e famiglie nel 59,3% dei casi.

Auto d’epoca, il mercato tiene ma scambi in calo. Aste spagnole e millennials sostengono i prezzi

Il mercato delle auto d’epoca ha retto bene alla prova del Coronavirus, mantenendo i valori espressi nei dieci anni precedenti nonostante un calo delle transazioni pari al 20%. I millennials, che ancora qualche anno fa sembravano disinteressati al settore, stanno diventando i principali investitori.

Il comparto delle auto d’epoca, trainato da un numero sempre più alto di appassionati, si era già affermato come una buona opzione di investimento dopo la crisi economica del 2008, e oggi conferma il livello di quotazioni, nonostante i mesi turbolenti del Coronavirus ed un calo sensibile – ma non vistoso – degli scambi.

E’ questa la sintesi dell’analisi di mercato effettuata da Patrimoni&Finanza riguardo al settore delle auto d’epoca, anche in base ai prezzi generati dalle ultime aste (soprattutto online) organizzate in Spagna e USA.

L’auto d’epoca si conferma come bene rifugio, al pari dell’Oro – quest’ultimo cresciuto a dismisura, e con un trend ancora in crescita – per molti investitori, e vede apparire in primo piano la nuova generazione di collezionisti, i millennials, che ancora qualche anno fa sembravano disinteressati al settore.

Facendo un raffronto tra i vari indici di investimento, l’indice HAGI – che misura l’evoluzione di questa tipologia di veicoli – è cresciuto del 4,11% nel 2020, mentre, ad esempio, l’indicatore di borsa Euro Stoxx 50 è sceso di oltre l’11%. Dal 2008, questo indicatore, secondo i dati di Historic Automobile Group, ha moltiplicato il suo valore per tre.

C’è da dire, però, che durante la pandemia il numero di transazioni è diminuito del 20%, ma il valore delle acquisizioni è leggermente cresciuto. In Spagna, nelle ultime settimane, sono passati di mano modelli molto esclusivi e di alto valore, a prescindere da focolai di contagio o delle aree geografiche più colpite dal virus. La casa d’aste online Catawiki, ad esempio, ha chiuso la più grande operazione della sua storia: una Ferrari 330 GT 2 + 2 del 1966, che ha lasciato un fortunato garage spagnolo per approdare in uno ancora più fortunato in Francia. Fuori dai nostri confini, l’asta di Silverstone (che quest’anno si tiene online) ha raggiunto livelli record, riuscendo a vendere il 76% delle auto, per un valore di oltre 20 milioni di euro. Protagonista assoluta una Lamborghini Miura SV del 1972, battuta per 2.130.000 euro.

Francisco Carrìon

“Le auto classiche sono un buon investimento, poiché mantengono il loro valore”, spiega Francisco Carrion, lo specialista di veicoli classici di Catawiki. “Sono un buon investimento durante una crisi, soprattutto se non sei sotto pressione per vendere e puoi aspettare il momento migliore”, ha aggiunto. Secondo Dietrich Hatlapa, fondatore di HAGI e autore di “Better Than Gold: Investing in Classic Cars“, il mercato “è strutturalmente illiquido, e questo può essere uno svantaggio se hai bisogno di vendere con una certa urgenza”, avverte.

Il Coronavirus, concordano entrambi, non ha paralizzato il mercato. Secondo Carrion “oggi c’è molta incertezza, ma dobbiamo precisare che subito dopo la crisi del 2008 il mercato delle auto d’epoca era salito alle stelle, e la maggior parte di loro ha continuato a valere il doppio o addirittura il triplo, e in alcuni casi sono salite a livelli stratosferici, dieci volte più di quanto valevano nel 2008. Ora questa crisi è appena iniziata e non sappiamo ancora cosa accadrà, ma ci sono molte vendite e molti acquisti. Investire in alcuni classici è paragonabile a investire in opere d’arte, ed infatti molti collezionisti di auto d’epoca sono anche ottimi investitori in arte”.

Difficile, comunque, replicare nel medio periodo i risultati degli ultimi 12 anni. In Spagna, lo scorso luglio, all’asta della collezione di Desguaces La Torre, è stata battuta la Ford 817T che Franco usò durante la Guerra Civile, e 46 dei 54 lotti sono stati venduti. “Gli obiettivi sono stati più che raggiunti, è stato venduto molto più del previsto e nel migliore dei casi superiore al valore atteso”, spiegano da IAG Auction, organizzatore dell’offerta.

Le auto più apprezzate rimangono quelle che possono essere guidate su strada senza problemi. “Ciò significa che sono in perfette condizioni, meccanicamente e in apparenza, e hanno la documentazione in ordine”, spiega Hatlapa. Nonostante l’offerta sia molto eterogenea, dalla Seat 600 alle Ferrari da trenta milioni di euro, quello che cambia poco a poco è il profilo dell’acquirente. “Cominciano anche ad esserci donne”, spiega Carrión, incoraggiate dalla visibilità sui social, soprattutto Instagram, “ma sono ancora poche”. Non esiste, tuttavia, un acquirente “tipo” di veicoli d’epoca, perché ci sono anche auto di ogni tipo e condizione, senza alcuno standard.

Il mercato spagnolo sembra essere quello con i maggiori margini, sebbene la gran parte degli appassionati di auto si comporta come “hobbysti di qualità”, e ama le famose auto spagnole degli anni ’60 e ’70 (Seat 600 e 850, Renault 8, 2CV etc). Però, come accaduto in Italia già da circa 10 anni, si fanno strada i collezionisti di “youngtimer”, Porsche o Mercedes degli anni ’80 o ’90 soprattutto.

I modelli di maggiore pregio messi all’asta negli ultimi 12 mesi sono stai quelli della Casa Reale. In particolare, due o tre Mercedes hanno avuto molto successo, le auto con base d’asta pari a 10.000 euro hanno raggiunto un prezzo di vendita di 40.000.

Negli USA, invece, grandi assenti le gare di eleganza a Pebble Beach, la cittadina californiana che ogni agosto diventa l’epicentro globale del lusso automobilistico. Ci saranno diverse aste online e Sotheby’s assicura che saranno le migliori della storia. L’ultima ha esibito ben 100 veicoli, tutti dal valore elevatissimo anche per Pebble Beach – dove fino ad oggi molte auto di prezzo medio si affiancavano a due o tre “pezzi pregiati” -, come una Ferrari 275 GTB / 4 Scaglietti del 1967 (valore tre milioni di euro, e una Bugatti Type 57C Ventoux del 1937 da 700.000 euro. L’auto di maggior valore è stata una Ferrari 550 GT1 Prodrive del 2001, battuta a circa 3.6 milioni di euro.

Relativamente all’età media dei collezionisti, quella dei millennials sta rapidamente diventando la fascia demografica in maggiore crescita tra le fasce più benestanti (giovani manager e dirigenti, ma non solo). Del resto, i più “vecchi” di loro hanno circa 40 anni, e adesso molti di loro hanno soldi da spendere, determinando una sorta di ricambio generazionale tra le schiere degli appassionati. Eppure, cinque anni fa non molti millennials erano interessati alle auto da collezione, mentre oggi hanno una particolare preferenza per le auto della fine degli anni ’60 e dei primi anni ’70, che rappresentano il 70% delle loro preferenze insieme alle “eterne” muscle car (sempre molto apprezzate) e ai camion d’epoca.

Millennials e future abitudini di investimento. Tecnologia e sostenibilità, ma niente consulenti robot

Cosa è cambiato nelle abitudini di investimento dei millennials rispetto ai patrimonials? Tutto, sotto alcuni aspetti; niente, sotto alcuni altri. I quarantenni di oggi sono ormai giunti alla guida dei patrimoni di famiglia, ed è importante capire cosa muoverà le loro scelte nel futuro.

Da quando è stata coniata la loro denominazione generazionale, i primi “millennials” si avvicinano ormai ai 40 anni di età, ed entro il 2020 cominceranno a sostituire i Baby Boomers nelle loro attuali posizioni lavorative, anche ai massimi livelli dirigenziali. Nei prossimi 10 anni, poi, il potere d’acquisto sarà nelle loro mani, dal momento che la loro capacità di guadagno aumenterà con l’avanzare della carriera, e si aggiungerà alla ricchezza ereditata dalla generazione dei genitori.

Si tratterà di un semplice passaggio di consegne, e tutto filerà via come chi li ha preceduti?

La risposta è no. Tra la generazione dei millennials e quella dei c.d. patrimonials (i baby boomers) sussistono enormi differenze generazionali che il settore del wealth management deve necessariamente prendere in considerazione nel definire le proprie politiche di marketing.

Investitori millennials

I millennials – ed ancora di più i nativi della generazione successiva – mettono la tecnologia in ogni opzione della vita quotidiana, e quindi anche nella gestione degli investimenti. Attenzione: tutti loro apprezzano ancora i piccoli piaceri che derivano dall’occuparsi delle faccende di ogni giorno senza l’intermediazione delle soluzioni tecnologiche (fare la spesa, per esempio), ma contestualmente si trovano immersi in un mondo fatto di processi accelerati, tempi ristretti e adeguamenti rapidi; per non parlare dei c.d. mega-trend, e cioè i cambiamenti climatici, la digitalizzazione di qualunque servizio, salari in costante ribasso e richiesta di competenze sempre più elevate dal mondo del lavoro.

Tutto ciò implica una diversa prospettiva di vita, e l’esperienza della pandemia ha amplificato questa visione “problematica” del futuro, anche in materia di investimenti finanziari, per i quali la forte propensione per la tecnologia e il digitale ha già rivoluzionato trend (investimenti responsabili ed eco-sostenibili) e scelte di prodotto.

L’esplosione del Fintech – termine con il quale indichiamo universalmente tutte le innovazioni tecnologiche in tema di servizi finanziari – ne è diretta conseguenza, ma anche obiettivi di risparmio e investimento dei millennials sono mutati profondamente grazie alla tecnologia. Secondo uno studio di Accenture, i millennials sono molto propensi ad investimenti più rischiosi, a differenza dei patrimonials che sono più prudenti e tendono a difendere il capitale. In ogni caso, come i rappresentanti della generazione precedente essi richiedono ancora l’apporto umano nelle scelte di investimento più complesse, relegando quelle più semplici alla propria autonomia. Però, anche di fronte a scelte importanti della vita (es. matrimonio, attività imprenditoriale, eredità, pensione etc), i millennials ricercano consulenti in grado di disegnare soluzioni e servizi che contemplino sia consulenza umana che tecnologia.

Relativamente alle scelte di investimento, i millennials esploderanno, come “generazione guida”, entro 10 anni, allorquando il loro potere di spesa in tutto il mondo raddoppierà quello della generazione X (nati tra il 1960 e il 1980) e raggiungerà la cifra di 40 trilioni di dollari all’anno. L’attenzione ai grandi temi sociali, secondo Morgan Stanley, porterà il mercato a distribuire una quota considerevole di strumenti finanziari “sostenibili”, attenti alle problematiche del cambiamento climatico e della lotta alla povertà.

Questo, secondo gli analisti di Lombard Odier, accade perché i millennials non considerano il denaro come l’unico fattore di successo, e attribuiscono più valore ai brand che agiscono in modo socialmente responsabile. L’attenzione per gli investimenti ESG (environmental, social and governance), pertanto, costituirà nei prossimi anni una parte centrale delle strategie di investimento, e nei prossimi tre-cinque anni saranno proprio questi fattori a guidare i rendimenti.

Da un recente sondaggio sulle abitudini dei risparmiatori italiani, è emerso che il 47% degli investitori vorrebbe poter svolgere tutte le operazioni relative ai propri risparmi in una sola app mobile. Questo è certamente il portato naturale della Rivoluzione Digitale, ma pare si tratti di un estremo massimo: due investitori italiani su tre ritengono ancora il rapporto umano insostituibile.

Tecnocasa, crescono le compravendite degli over 64. Analisi di un segmento che vale il 9%

Nel mercato immobiliare italiano cresce il segmento degli over 64, che rappresentano una fetta importante delle compravendite. Dietro i dati, una forte diversificazione delle motivazioni di acquisto.

Quello degli acquirenti over 64 anni (i c.d. baby boomers) diventa sempre di più un mercato importante in fatto di case, consolidando una tendenza tutta italiana che vede nei c.d. patrimonials (la generazione dei genitori dei millennials) gli attori principali del patrimonio immobiliare, soprattutto per via della maggiore dotazione di mezzi finanziari e di pensioni più elevate.

Secondo Tecnocasa, i dati delle compravendite effettuate nel 2019 su tutto il territorio nazionale evidenziano che la fascia di età più attiva sul mercato è quella compresa tra 35 e 44 anni (27,8%), seguita dalla fascia di età compresa tra 18 e 34 anni (27,1%). Il 22,4% degli acquirenti ha un’età compresa tra 45 e 54 anni, il 13,8% tra 55 e 64 anni e il 9,0% è rappresentato dagli over 64, quest’ultima fascia in lieve crescita rispetto al 2018, quando si fermava all’8,4%.

Il 60,5% degli over 64 ha acquistato la casa principale, il 20,6% ha investito per mettere a reddito, il 10,0% ha comprato la casa vacanza e l’8,3% ha acquistato l’immobile per i figli. Da segnalare anche qualche acquisto per realizzare Bed & Breakfast e Affittacamere (0,5%). Rispetto al 2018 diminuisce la percentuale di acquisti per i figli (-1,6%), mentre aumentano le percentuali di acquisti di abitazioni principali (+1,3%) e di acquisti per investimento (+0,7%).  

La tipologia preferita dagli over 64 è il trilocale (34,9%), seguita dal bilocale (26,9%). Rispetto al 2018 si registra un aumento delle percentuali di acquisto dei tagli più ampi, dai 4 locali in su. Aumenta anche la percentuale di compravendite di soluzioni indipendenti e semindipendenti che passa dall’11,6% del 2018 all’attuale 12,9%.  

Infine, nel 58,4% dei casi gli acquirenti over 64 sono pensionati.

I dati provenienti dalle maggiori reti, pertanto, vedono un consuntivo 2019 in aumento, ma il Covid19 sta già facendo sentire i propri effetti anche nel primo semestre del 2020, che si prevede molto contrastato soprattutto per gli acquirenti di età più giovane, costretti a rinviare a tempi migliori l’acquisto dell’abitazione a causa del Covid19.

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Per gli over 64, invece, è più plausibile la tenuta del livello delle compravendite, grazie al migliore status economico complessivo di cui gode questo segmento.

Gli anziani e la passione per gli appartamenti spaziosi. Eredi, la salvezza è il frazionamento

Sugli asset immobiliari degli anziani italiani incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, i quali non hanno la stessa passione per le case con molte camere o, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere. Come frazionare gli immobili sovradimensionati e realizzare maggior valore e rendita.

In Italia, gli anziani sono tornati improvvisamente – e tragicamente – a destare interesse per via della loro estrema fragilità di fronte alla pandemia di Covid19. Negli ultimi tre mesi, infatti, ci si è resi conto più di prima della loro grandissima importanza sociale all’interno delle reti familiari: gli anziani si prendono cura dei nipoti, hanno contatti frequenti con i propri figli adulti e li aiutano, sempre più spesso, economicamente.

Sfortunatamente, il contatto strettissimo dei giovani con i propri “anziani di famiglia” (nonni e zii) ha determinato un canale attraverso il quale il Covid19 si è trasmesso, con le conseguenze che conosciamo bene e che, in migliaia di casi, riguarderanno anche il patrimonio immobiliare oggetto di successione. In particolare, una volta che gli eredi saranno entrati in possesso delle abitazioni degli anziani genitori (o dei nonni), dovranno adottare le decisioni più disparate: andare a vivere in quelle abitazioni, lasciarle sfitte, affittarle o venderle. Negli ultimi due casi, chi ha ereditato si scontrerà ineluttabilmente con un mercato immobiliare che già prima dello scoppio della pandemia mostrava segni di “schizofrenia”: prezzi degli immobili di buona quadratura in costante diminuzione e con scambi rarefatti, e quelli della case al di sotto dei canonici 100 mq con prezzi stabili e scambi vivaci; in più, mercato dell’affitto tradizionale reso difficile dalla elevata percentuale di morosità, e “affitto breve” in ascesa.

Per chi vuole vendere gli appartamenti più grandi, pertanto, è definitivamente tramontato il mito del “mattone che sale sempre di valore” ed è necessario adattarsi a prezzi da svendita rispetto a soli cinque anni fa, ed il trend di discesa delle quotazioni non sembra aver toccato ancora il fondo.

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C’è da dire che la passione per il mattone ha sempre colpito quella fascia di popolazione che oggi, dopo molti anni di distanza dal Boom economico, costituisce la categoria degli anziani. Infatti, secondo gli ultimi dati di Bankitalia-Abi, la popolazione con 65 anni o più (circa 15 milioni di italiani), che costituisce il 20% del totale, possiede il 73% della ricchezza nazionale, di cui oltre il 61% in immobili. Questo è avvenuto perché negli ultimi trent’anni in Italia la quota di famiglie proprietarie della casa è passata da circa il 60% del 1982 a circa il 70% del 2001, anno in cui la tendenza si è stabilizzata con le nuove generazioni.

In sintesi, si rischia di far passare di mano, da una generazione all’altra, immobili difficili da gestire ad eredi che hanno redditi bassi, esattamente come un quinto degli anziani di oggi.

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Su questo enorme asset immobiliare incombe il passaggio generazionale a favore dei c.d. millennials, che non hanno la stessa passione per le case con molte stanze e, nella maggior parte dei casi, non se le possono permettere economicamente. Tale avversione, inoltre, viene alimentata dalle rendite sempre più basse degli immobili, dai loro costi di manutenzione e dalla fiscalità crescente.

Tutte queste case hanno caratteristiche che le rendono poco appetibili agli occhi dei 30-35enni di oggi. In primo luogo, esse sono dotate di finestre di scarse dimensioni per via dei metodi di costruzione tipici degli anni della crisi energetica (1970), ed anche i balconi sono del tutto inutilizzabili anche per prendere un caffè o pranzarci dentro. In secondo luogo, gli standard di costruzione non sono dei migliori, soprattutto in relazione alle norme antisismiche, e le famiglie più giovani contano generalmente un solo figlio, per cui non serve avere molte camere da letto e due servizi. In terzo luogo, gli impianti ormai vetusti richiedono continui interventi di manutenzione,  le rifiniture di capitolato (o anche quelle derivanti dalle modifiche apportate dagli attuali proprietari) non incontrano il gusto dei più giovani e richiedono, in aggiunta al prezzo dell’acquisto, anche il costo (e il disagio) di una ristrutturazione.

Quest’ultima via, però, rappresenta l’unica veramente possibile laddove si voglia realizzare una vendita più conveniente e più rapida. Frazionare un appartamento di 150 mq in due appartamenti di 65-70 mq ciascuno non richiede un investimento eccessivo (dai 15.000 ai 20.000 euro) ed i lavori, oltre ad essere finanziabili, consentono di accedere a notevoli agevolazioni fiscali.

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I vantaggi di un frazionamento sono evidenti, sia in caso di vendita, sia in caso di locazione. Relativamente alla vendita, se da un appartamento di 160 mq commerciali in una zona semi-centrale di Palermo – identico ragionamento è valido, con le dovute proporzioni, per Roma, Milano e tutte le città italiane – si possono ricavare 240.000 euro, due appartamenti da 75 mq (+ 10 mq di parti comuni), ricavati dal primo e ristrutturati, frutteranno  141.500 euro ciascuno, e cioè un totale di 283.000 euro, con una plusvalenza (al netto dei costi di ristrutturazione) di circa 20.000 euro. Per quanto riguarda le locazioni, il maggior ricavo è ancora più evidente. Infatti, nell’esempio considerato, l’immobile intero potrebbe essere affittato per 690 euro mensili (8.300 euro l’anno), mentre in caso di frazionamento ciascun appartamento non frutterebbe meno di 500 euro mensili, attribuendo una rendita maggiore rispetto all’intero (12.000 euro l’anno, + 3.700 euro) e dando la possibilità di ammortizzare i costi di ristrutturazione in soli cinque anni.

In aggiunta all’aspetto economico, ce n’è uno che riguarda il “disagio” legato tipicamente alle operazioni immobiliari: grazie al frazionamento, i tempi di attesa per entrambe le soluzioni (vendita o locazione) si ridurrebbero notevolmente, diminuendo anche il disagio complessivo dell’operazione.

Consulenti finanziari: addio al bonus di ingresso, spazio ai nuovi strumenti di reclutamento

Sempre più in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, “alleggeriti” anche dalla riduzione dei margini determinata dalla MiFID II. Nuovi strumenti di reclutamento ai nastri di partenza

Il 2020 è l’anno in cui la generazione dei cosiddetti “baby boomers” (o patrimonials, come li chiamiamo noi) compirà 75 anni, mentre quella dei “tardo-millenials” entrerà nei  40 anni. Le differenze tra le due classi demografiche sono nette: i primi si caratterizzano per l’elevata ricchezza accumulata nel corso dei passati decenni, mentre i secondi iniziano adesso a guadagnare e risparmiare. La diversità tra primi e secondi, inoltre, si intravede nelle rispettive propensioni al rischio. I patrimonials hanno saputo investire anche nei comparti azionari, mentre i 40enni millennials investono principalmente in quelli obbligazionari.

In ogni caso, entrando nella fase dell’anzianità, i padri passeranno gradualmente il testimone ai figli, i quali si troveranno a gestire sia i patrimoni mobiliari già investiti in azioni (o in risparmio gestito di categoria equivalente), sia la relazione con i consulenti finanziari che seguivano i genitori. Relativamente a quest’ultimo aspetto, i tardo-millennials sapranno adattarsi ai professionisti legati, per esperienza ed affinità culturale, ai baby-boomers?

Infatti, anche l’età dei consulenti è cresciuta, e si presuppone che essa si trovi in una fascia demografica mediana, equidistante sia dai patrimonials che dai loro figli; pertanto, i professionisti del risparmio dovranno essere capaci di gestire il “passaggio delle consegne” lavorando di anticipo, e cioè ponendo in essere azioni propedeutiche alla trasmissione generazionale prima ancora che si verifichi la scomparsa dell’anziano capo famiglia.

E l’asset allocation attuale di quei portafogli, che fine farà? Saranno capaci, i consulenti, di educare  gli eredi dei patrimonials alla gestione del rischio e dell’emotività che esso comporta, oppure dovranno piegarsi alle scelte prudenti che sembrano prevalere negli investitori più giovani?

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Dalla risposta a queste domande, in tutta evidenza, dipende l’esistenza futura di molti strumenti che caratterizzano oggi l’offerta di servizi finanziari, nonchè i margini di ricavo delle società mandanti e dei consulenti. Uno di questi è il bonus di ingresso, ossia quell’investimento che una banca effettua nel momento in cui cerca di assicurarsi la professionalità e la clientela di un consulente appartenente ad un’altra rete. Com’è noto, il bonus offerto (in media pari al 2.0% delle masse migrate, in un periodo massimo di 24 mesi), per essere finanziariamente significativo, deve essere ammortizzato dalla banca-rete in un periodo massimo di tre anni, e richiede che il nuovo collega aumenti, per quanto possibile, la contribuzione di fondi e sicav azionarie (o flessibili) – che hanno spese correnti più ricche – per rendere sostenibile l’investimento e farlo arrivare al c.d. break-even entro il periodo considerato. Pertanto, se la trasmissione del patrimonio mobiliare dai baby-boomers ai millennials (poco avvezzi e “ineducati” ai comparti azionari) dovesse segnare una maggiore contribuzione degli asset obbligazionari – che sono più “poveri” di spese correnti – l’ammortamento dell’investimento nei consulenti finanziari con portafoglio consolidato dovrà avere una durata non inferiore a cinque anni, in ciò determinando la necessità di un cambio di strategia nelle politiche di recruiting delle banche-reti.

All’interno di questo scenario, che vede in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, si aggiungerà la riduzione dei margini determinata dall’avvento della MiFID II. La prima vittima di tutto ciò sembra essere proprio il “vecchio” bonus di ingresso, il quale non verrà subito accantonato, ma fortemente ridimensionato e “spalmato” nei primi anni di contratto, magari sotto forma di maggiorazione “a tempo” del livello provvigionale e del management fee, per poi sparire del tutto entro 5-7 anni. Resta da capire come l’affievolimento del bonus, molto caro ai consulenti anche per via della sua funzione previdenziale (il bonus una tantum è considerato dai professionisti come un vero accantonamento per la vecchiaia, visto il basso livello pensionistico a cui essi sono destinati), potrà essere compensato da altri strumenti ugualmente motivanti. Ad esempio, esso potrebbe lasciare il posto a piani pensionistici integrativi personalizzati, che peraltro hanno il pregio di essere maggiormente fidelizzanti per i consulenti e le società mandanti.

Un altro strumento di reclutamento, che potrebbe farsi strada nei prossimi anni, è quello dello sviluppo e supporto gratuito per il personal marketing, e cioè la realizzazione (a carico dell’azienda) di siti personalizzati e fortemente interattivi, che diano al professionista la possibilità di accedere a programmi di video-meeting con i clienti (potenziali ed effettivi) più evoluti, soprattutto quando le società mandanti aggiungeranno all’offerta tradizionale di strumenti finanziari anche il servizio di consulenza indipendente.

La maggioranza dei millennials adora la tecnologia digitale, e gli studi più recenti dimostrano come il contatto in video e la firma elettronica vengano considerati, al contrario di quanto pensato dagli anziani patrimonials, come dei mezzi più che accettabili per il mantenimento della relazione professionale, alternata occasionalmente ad incontri de visu.

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