Ottobre 3, 2022

Le imprese familiari tedesche sono più resilienti, ma l’Italia delle PMI è più penalizzata

Secondo uno studio di IPB – Deutsche Bank molte aziende tedesche a conduzione familiare riescono ad affrontare meglio le crisi complesse, come la pandemia. Eppure, in Italia le conseguenze dei contagi e dei  lockdown sono state più gravi.

Uno studio pubblicato di recente dalla International Private Bank (IPB) della Deutsche Bank ha rilevato che molte aziende tedesche a conduzione familiare sono state capaci di affrontare le crisi complesse – come la pandemia di Covid – meglio di molte altre imprese di dimensioni più grandi e con un azionariato più diffuso. L’analisi, condotta da Markus Eckey, Head of Investment Banking Solutions (IBS) di IPB, e da Sebastian Memmel, Product Specialist dell’IBS, è giunta alla conclusione che le aziende familiari presentano dei vantaggi rispetto a quelle che non hanno una famiglia come investitore di riferimento, e ciò le rende più resilienti in tempi di crisi.

“La nostra ricerca dimostra che le imprese familiari sono in grado di affrontare meglio le crisi complesse“, afferma Eckey. Mentre i prezzi delle azioni delle aziende a conduzione familiare sono crollati del 23,7% durante la prima fase di Covid, le aziende senza un azionista familiare hanno visto i loro prezzi delle azioni scendere ancora di più, del 30,7%. “Nel caso delle aziende a conduzione familiare, il crollo è in media più contenuto in caso di crisi e la ripresa è di solito molto più rapida”, spiega il dottor Eckey. Lo studio, inoltre, ha rilevato che i prezzi delle azioni delle aziende a conduzione familiare sono tornati ai livelli pre-Covid tre settimane prima.

Eckey e Memmel, nel loro studio dal titolo “Impact of COVID-19 on family business performance: evidence from listed companies in Germany“, hanno identificato tre fattori che garantiscono una maggiore resilienza nelle crisi:
– Ancoraggio emotivo. In qualità di investitori di riferimento, le famiglie o i fondatori sono spesso più legati emotivamente all’azienda rispetto agli altri investitori principali. La loro attenzione è rivolta al successo aziendale a lungo termine. Soprattutto nei momenti di crisi, questo può dare maggiore stabilità all’azienda.
– Canali decisionali brevi. Le imprese familiari sono spesso gestite a livello centrale e il processo decisionale è rapido. Ciò consente di reagire rapidamente alle situazioni di crisi e di adattarsi rapidamente ai cambiamenti. Inoltre, i membri della famiglia occupano spesso posizioni dirigenziali.
– Stabilità finanziaria. “Le imprese familiari hanno spesso una base di capitale più conservativa, che conferisce loro maggiore stabilità in caso di crisi improvvisa“, spiega Eckey. Ciò si manifesta di solito con equity ratio più elevati. Di conseguenza, le aziende familiari hanno più facilità a garantire la propria liquidità in condizioni di mercato difficili.

Un altro dato sorprendente emerso dallo studio è che le aziende familiari quotate in borsa sono più redditizie. Secondo lo studio, il loro return on equity (RoE) è stato in media del sette per cento nel 2020. Per le aziende senza azionista familiare, il RoE medio è stato di meno 11%. Markus Eckey e Sebastian Memmel ritengono che il modo in cui le imprese familiari hanno dimostrato la loro capacità di recupero durante la crisi di Covid possa servire da modello per altre aziende: “Altre aziende possono certamente imparare dalla combinazione di orientamento a lungo termine, processi decisionali brevi e stabilità finanziaria per prepararsi meglio alle crisi future”, ha aggiunto Eckey. Sembra l’identikit delle aziende che costituiscono l’ossatura dell’imprenditoria italiana, formata da una costellazione di piccole e medie aziende – alcune delle quali quotate in borsa – a conduzione familiare, più una galassia di micro aziende non quotate dello stesso tipo – che hanno decretato il successo dell’Italia in campo economico dai tempi del c.d. Boom Economico.

Già nel periodo precedente la pandemia, la riorganizzazione dell’apparato industriale dovuto all’affermazione della tecnologia ha determinato in Italia la scomparsa di decine di migliaia di micro aziende, che costituivano il c.d. indotto della grande industria, e la fusione di molte di quelle piccole/medie nelle aziende quotate di più grandi dimensioni, generando una maggiore concentrazione della produzione proprio in queste ultime e manifestando molti limiti, soprattutto in chiave occupazionale, in occasione della pandemia. Infatti, in Italia abbiamo circa 155.000 imprese, di cui 130.000 con un numero di dipendenti compreso tra 10 e 49, e 25.000 con un numero compreso tra 50 e 249. Inoltre, abbiamo circa 4 milioni di  micro imprese, aventi meno di 10 dipendenti, e tutte insieme queste tipologie di aziende impiegano l’80% dei lavoratori dipendenti italiani del settore privato, contro il 20% che lavora nelle grandi imprese (alcune delle quali non sono quotate, peraltro). 

Ebbene, secondo i risultati dello studio di IPB-Deutsche Bank, in teoria anche le imprese italiane più piccole, tutte a conduzione familiare, avrebbero dovuto subire dalla pandemia conseguenze in linea con la media europea, ma non è stato così. Infatti, se a livello europeo il 74% delle PMI ha subito un impatto negativo dal Covid, in Italia la percentuale sale al 90% sia in relazione alla diminuzione delle entrate 66% (contro una media europea del 55%), sia sui margine di profitto -64% (-52% a livello europeo), sia sui volumi di vendita -60% (-51% a livello europeo).

Ciò è accaduto perché l’Italia, sull’onda dell’orrore suscitato dalle migliaia di morti del periodo iniziale, è stata la prima ad imporre il lockdown generale a inizio pandemia (marzo 2020), ma c’è di più. Da circa quindici anni, il sistema bancario dedica molta più attenzione al settore dei risparmi e sottrae risorse a quello del credito alle micro e piccole imprese. Orbene, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende a conduzione familiare, e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiudono i battenti. Questo processo di “razionalizzazione” del credito ai danni del c.d. small business potrebbe in futuro diminuire fortemente la base dell’indotto e così trasmettersi anche alle PMI, determinando la concentrazione della produzione nelle imprese medio-grandi, tradizionalmente meno resilienti di quelle piccole, poiché ad azionariato diffuso e più difficili da gestire nel momento in cui c’è da affrontare una crisi complessa.

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