Luglio 30, 2026
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Clima, “some like it hot”. Tecnologia avanzata contro il riscaldamento globale

Una delle strategie fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi sarà l’impiego delle più avanzate tecnologie ambientali. Le industrie che mirano alla tutela del clima saranno tra i grandi vincitori del cambiamento climatico.

Di Wolfgang Pinner*

La discussione sul cambiamento climatico causato dall’uomo risulta controversa solo in qualche raro caso. Sussistono prove scientifiche, e ci sono solo pochi che si rifiutano a credere che il cambiamento climatico stia avvenendo. L’accordo sul clima di Parigi del 2015 è stata una decisione politica comune e rivoluzionaria per contrastare il cambiamento climatico, limitando l’effetto serra a livello globale. La COP21, la 21ª Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici è sicuramente, per quanto riguarda la sua importanza, da porre sopra quella del Protocollo di Kyoto. Una delle strategie fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi sarà l’impiego delle più avanzate tecnologie ambientali.

Le singole tecnologie e industrie che mirano alla tutela del clima, pertanto, sono tra i grandi vincitori del cambiamento climatico, con il quale si intende il cambiamento del clima sulla Terra e, in particolare, il riscaldamento tendenziale della temperatura superficiale. Il termine “clima” si riferisce a un periodo più lungo, e non va confuso con il concetto di “tempo meteorologico”, che riguarda invece la situazione attuale dell’atmosfera, quella di breve periodo. L’espressione riscaldamento globale, di contro, indica l’innalzamento delle temperature medie dei bassi strati atmosferici e dei mari osservato nel corso degli ultimi decenni. Ciò premesso, nella storia della Terra si sono più volte manifestati dei cambiamenti climatici, ma quelli del recente passato sono riconducibili esclusivamente all’influenza dell’uomo. Questo lo dimostrano anche i calcoli dei modelli sul clima.

Il Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente (UNEP) nel 1988 ha istituito il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC, www.ipcc.ch). L’IPCC, nei suoi rapporti pubblicati all’incirca ogni sei anni, riassume i risultati delle ricerche mondiali in materia di cambiamenti climatici ed illustra così lo stato attuale delle conoscenze sul clima. Il quinto rapporto di valutazione dell‘IPCC è stato pubblicato nel 2013, e mostra che dall’inizio del XX secolo la temperatura media globale dell’aria è aumentata di 0,9 gradi. La quantità di neve e ghiaccio si è ridotta significativamente, e da allora il livello del mare si è alzato di 20 cm. Riguardo alla sensibilità climatica futura gli scienziati prevedono che, indipendentemente dall’avverarsi dei diversi scenari modello, entro la fine del secolo ci sarà un riscaldamento compreso nell’intervallo tra 1,5°C e 4,5°C. Per quanto riguarda l’innalzamento del livello del mare, entro la fine del secolo si rischia un aumento compreso tra 26 cm e gli 82 cm circa. Nel settembre del 2019 l‘IPCC ha presentato un rapporto speciale su oceani e criosfera, cioè le riserve di ghiaccio. Nel rapporto si parla, tra l’altro, dell’innalzamento del livello del mare, del ritiro dei ghiacciai, del cambiamento delle correnti globali negli oceani e dei fenomeni meteorologici globali.

L’effetto serra ha una parte fondamentale nella questione. Esso è il fenomeno che indica che la radiazione termica proveniente dalla superficie terrestre è trattenuta nell’atmosfera grazie alle molecole dei gas riflettenti (nei gas a effetto serra come CO2, metano, idrofluorocarburi o ozono troposferico). In sostanza, l’effetto serra fa sì che la terra non rilasci troppo calore e quindi si raffreddi. A causa di grandi quantità di emissioni la quantità di gas serra nell’atmosfera può diventare eccessiva e, di conseguenza, rimandare indietro troppo calore. Come in una serra, questo comporta un continuo aumento della temperatura sulla terra.

Quali sono le conseguenze negative dell’aumento della temperatura in relazione al cambiamento delle condizioni meteorologiche? Per quanto riguarda l‘idrosfera e l’atmosfera, l’aumento della temperatura comporterà una variazione su scala globale dei regimi delle precipitazioni. Aumenta il rischio di eventi meteorologici estremi quali forti precipitazioni, inondazioni, piene e, d’altra parte, periodi di gran caldo. L’aumento dello scioglimento dei ghiacci, nonché l’espansione termica dell’acqua, comportano l’innalzamento del livello del mare, ed inoltre è in pericolo l’approvvigionamento di acqua potabile delle persone che dipendono dallo scioglimento dei ghiacci. Il crescente scioglimento dei ghiacciai alpini porterà in una prima fase all’aumento del livello dell’acqua dei corsi d’acqua. Nel lungo periodo, tuttavia, diminuiranno drasticamente le acque di fusione ghiacciali, e questo avrà ripercussioni sulla flora e fauna, ma anche sulla produzione di energia con le centrali ad accumulazione attive e i bacini artificiali. Inoltre, la frequenza dei cicloni tropicali probabilmente diminuirà, aumenteranno però di intensità. Di positivo c’è che la crescita delle piante è aumentata negli ultimi decenni, in particolare nei tropici e nelle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Inoltre, grazie alle temperature più alte, l’agricoltura nelle regioni alle alte latitudini avrà maggiori opportunità, e un passaggio a nord-ovest libero dal ghiaccio potrebbe dar luogo a un accorciamento della rotta marittima tra il Pacifico e l’Atlantico.

Quali industrie contribuiscono particolarmente al cambiamento climatico? In base ai dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente UNEP del 2012, la quota dell’approvvigionamento energetico sulle emissioni globali di gas serra è del 41% e si colloca quindi chiaramente al primo posto, mentre il settore dei trasporti è responsabile del 14% e le industrie del 21% delle emissioni. Le quote dell’agricoltura e della silvicoltura sono pari al 24%. Secondo uno studio del 2020 dell’IIASA, l’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg, la produzione di energia e calore totale è responsabile di un quarto delle emissioni globali di gas serra. Un altro 25% viene causato dall’agricoltura e dalla silvicoltura. La causa principale è il metano rilasciato durante la produzione di latte e carne. Circa un quinto delle emissioni globali di gas serra sono da attribuire all’industria, poco meno di un settimo viene causato dal settore dei trasporti.

Come si può far fronte al cambiamento climatico? Il risparmio energetico offre grande potenziale nella lotta al cambiamento climatico, il miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione delle energie rinnovabili sono spesso considerati i principali obiettivi e le opportunità più promettenti. Una produzione alimentare e una alimentazione maggiormente sostenibili potrebbero ridurre le emissioni di gas serra nel contesto dei prodotti alimentari, con impatti in particolare sull’agricoltura, sulla lavorazione, sul trasporto, sul commercio al dettaglio, sul consumo e i rifiuti. In questo contesto è particolarmente problematica la produzione di carne e di latticini. Tra le opportunità tecniche nella lotta al cambiamento climatico troviamo le tecnologie spesso non ancora economicamente disponibili della cattura e stoccaggio del carbonio, della fusione nucleare e della geoingegneria. La cattura e lo stoccaggio del carbonio – considerando l’attuale stato delle tecnologie – consuma troppa energia per poter essere utilizzata su ampia scala. Inoltre, non sono prevedibili le conseguenze ambientali dello stoccaggio. Anche le tecnologie della fusione nucleare e della geoingegneria sono associate ad un rischio elevato – in relazione alla geoingegneria si discute circa l’installazione di specchi nello spazio e la produzione di alghe nei mari.

In conclusione, il cambiamento climatico ha accelerato i nuovi sviluppi in materia di energia ambientale e produzione di energia. Le aziende, soprattutto nei settori efficienza energetica e delle energie rinnovabili, si trovano di fronte a un contesto di mercato estremamente positivo. D’altra parte, la discussione sul cambiamento climatico ha anche portato a misure talvolta dubbiose soprattutto in tema di politica energetica, quali una politica di sovvenzioni esagerata e difficilmente finanziabile a lungo termine.

*Responsabile team investimenti, head of corporate responsibility division di Raiffeisen Capital Management

Mutui: il mercato gioca la scommessa sul tasso variabile, ma il rischio rimane

Cresce sensibilmente il numero delle richieste di mutui a tasso variabile, ma la scommessa sulla discesa dell’inflazione e sulla fine del rialzo dei tassi è ancora tutta da giocare. Evitare il mutuo a tasso misto con opzione.

In soli otto mesi, da Novembre 2021 a oggi, i mutui a tasso fisso sono passati da una media dell’1.0% a quella odierna del 3.0% (e anche di più), mettendo alla prova il mercato del credito ipotecario. Fortunatamente, la domanda crescente di immobili residenziali ha sorretto le richieste, anche perché il c.d. “impatto emozionale” del tasso di interesse applicato, in coloro che hanno bisogno di un mutuo per comprare casa, è tradizionalmente ridotto. Non a caso, in passato, circa il 70% degli italiani ha comprato casa anche con tassi medi dell’8-10%, sebbene con le condizioni economiche di quell’epoca abbiamo oggi in comune solo l’inflazione elevata.

Grazie alla competizione tra banche e all’evoluzione dell’informazione finanziaria, resa disponibile a tutti anche dai media nazionali, gli italiani sono mediamente più informati sulla differenza – fondamentale – tra mutui a tasso fisso e mutui a tasso variabile, e la storia recente – la famigerata crisi mondiale nata nel 2008 dai mutui subprime americani a tasso variabile – ha svelato la necessità di effettuare con molta cura la scelta tra le due tipologie. Pertanto, per chi richiede un mutuo la scelta tra fisso e variabile non è più così scontata come soltanto otto mesi fa, quando la forbice dei tassi era quasi pari a zero, e la convenienza di stipulare un mutuo a tasso variabile oggi è da soppesare con estrema attenzione; essa, infatti, deriva esclusivamente dalla scommessa – tutta da giocare – che dal 2023 l’inflazione si riduca sensibilmente, i tassi delle banche centrali fermino la loro corsa al rialzo e, successivamente, scendano di nuovo, com’è negli obiettivi delle banche centrali in tema di politica monetaria e controllo dell’inflazione.

L’odierna offerta bancaria vede una “forbice” di 1,50% a svantaggio del tasso fisso e in costante aumento, per cui il rapporto di convenienza tra fisso e variabile sta gradualmente cambiando, come emerge dalle analisi effettuate dall’Ufficio Studi di 24MAX, società di mediazione creditizia del Gruppo RE/MAX. Analizzando i dati da gennaio a giugno 2022, il tasso fisso continua a prevalere nettamente rispetto al variabile, con picchi pari al 94,12% a febbraio e al 90,91% a giugno. La tendenza, però, cambia se si osservano gli andamenti delle pratiche caricate ma ancora in fase di elaborazione, che rivelano un cambio di rotta fino a giugno, quando la proporzione tra fisso e variabile sfiora il pareggio, con il fisso che rappresenta il 53,73%. “Questi dati vanno letti alla luce dello scenario generale di grande incertezza che trasmette instabilità anche ai consumatori finali. Riteniamo che questo cambio di passo proseguirà nei prossimi mesi, tanto che già da luglio si potrebbe manifestare il sorpasso del variabile sul fisso“, commenta Riccardo Bernardi, Chief Development Officer di 24MAX.

Inoltre, scende notevolmente l’importo medio dei mutui erogati, che passa da quota di 124.106 euro del 2021 a 105.204 euro del primo semestre 2022. “Una tendenza che potremmo interpretare come una scelta cautelativa dei clienti che, dopo anni di tasso fisso, non sono ancora pronti all’idea di orientarsi verso il variabile. Al rischio di pagare rate crescenti preferiscono finanziarsi per importi inferiori”, spiega Marco Boidi, Head of Sales Network di 24MAX. “Il contesto economico generale si è notevolmente inasprito a partire da marzo con l’inizio del conflitto e il costante aumento dell’inflazione. La crisi di Governo di questi ultimi giorni e la possibilità che vengano a mancare le agevolazioni fiscali che finora hanno contribuito ad alimentare il mercato immobiliare, rendono difficili eventuali previsioni nel medio-lungo termine”, aggiunge Marco Boidi. I dati in questione, comunque, non devono infondere pessimismo, poiché il 97% dei mutui riguardano l’acquisto della prima casa – ed esulano dunque dalle logiche di investimento – e i tassi, seppur aumentati, rimangono comunque sostenibili rispetto agli anni di boom del mattone, durante i quali i richiedenti erano abituati a percentuali del 6/7%. Del resto, il costo del denaro negli ultimi anni ha toccato minimi storici davvero senza precedenti, e chi ha sottoscritto un mutuo a tasso fisso entro Dicembre 2021 ha fatto “l’affare del secolo”, ipotecando, oltre alla casa, una rata molto bassa.

A copertura del rischio di ulteriore rialzo dei tassi di interesse, oggi il mercato dei mutui offre un ventaglio di proposte adeguate, come i tassi variabili a rata fissa e i variabili con CAP; nei primi, a variare può essere soltanto il periodo di ammortamento, e non la rata mensile che rimane sempre uguale; i secondi, invece, pongono un limite al rialzo del tasso, in modo tale da assicurare uno stop all’eventuale aumento della rata. A questi si aggiungono i cosiddetti mutui green,  che offrono un tasso favorevole e condizioni contrattuali agevolate a chi sceglie di comprare un immobile nuovo o ristrutturato in classi energetiche A e B o superiori. Questi tipi di mutuo sono destinati ad avere un buon successo nei prossimi anni, poichè i bonus a pioggia erogati dal governo italiano consentono ad edifici e immobili con un elevato livello di vetustà di beneficiare di una classe energetica superiore, e questo avrà un effetto-traino sui mutui “green”

Ormai superata, invece, appare la formula dei mutui a tasso misto con opzione, che sono una formula intermedia tra i mutui a tasso fisso e quelli a tasso variabile. In questo tipo di mutuo, durante la durata e con una cadenza prestabilita (ad esempio ogni tre anni o cinque anni) è possibile scegliere tra fisso e variabile, ma per tutta la durata del periodo precedente alla data di opzione il tasso e la rata rimarranno fissi o varieranno esattamente come nel caso di un fisso o variabile classici. Lo svantaggio di questo tipo di mutuo è che si tratta di un “insieme” di mutui più corti (con periodi intermedi di 3-5 anni); pertanto, se la tipologia di partenza è il tasso fisso e, alla prima scadenza, non lo vogliamo cambiare, il tasso sarà comunque ricalcolato sulla base del parametro Euribor del momento successivo, e non sulla base di quello iniziale. Ciò comporta che la rata varierà, a dispetto dell’obiettivo di mantenerla costante nel tempo.

Raiffeisen Capital Management: davanti a noi una interessante stagione degli utili

A partire da metà luglio è iniziata la stagione degli utili relativi al secondo trimestre del 2022, generando particolare attenzione. Il mondo aziendale finora quasi indifferente agli indicatori macroeconomici negativi.

di Ingrid Szeiler*

In linea di principio, ogni stagione degli utili è ovviamente impattante e decisiva per l’andamento del mercato. Tuttavia, la stagione degli utili per il secondo trimestre del 2022, appena iniziata, potrebbe essere di particolare interesse, perché finora il mondo aziendale sembra essere stato quasi indifferente agli indicatori macroeconomici anticipatori, che già da qualche tempo non mostrano risultati esaltanti. Nell’ultima stagione degli utili, gli effetti negativi dell’inflazione sono stati discussi più intensamente dalle aziende e, per la prima volta, sono stati registrati margini di profitto in leggero calo, ma le sorprese positive hanno comunque superato le stime degli analisti.

Come previsto, il secondo trimestre produrrà il tasso di crescita degli utili più basso da oltre un anno a questa parte, ma si prevede comunque una crescita sia del giro d’affari che degli utili. E non solo per il trimestre appena concluso, ma anche per i trimestri successivi. E questo in un momento in cui la discussione su una possibile recessione è chiaramente aumentata di intensità a causa delle note sfide ed incognite. Di conseguenza, nelle prossime settimane l’attenzione degli operatori di mercato si concentrerà probabilmente ancora più del solito sulla capacità delle aziende di soddisfare queste aspettative ancora ottimistiche nonostante il contesto più difficile. Infatti, sebbene di recente si siano verificati alcuni isolati “profit warnings” (ovvero dichiarazioni ufficiali in cui si avvisa che gli utili del trimestre saranno in calo) da parte dei dirigenti delle società, nel complesso non vi sono ancora segnali di una recessione degli utili a livello generale. Pertanto, la stagione degli utili potrebbe ancora una volta offrire al mercato azionario un sostegno almeno temporaneo. 

Tuttavia, se gli utili e/o le prospettive deluderanno, è probabile che il mercato ribassista proseguirà nella propria tendenza. Rimaniamo quindi cautamente posizionati sulle azioni. Di recente, infatti, i mercati azionari internazionali si presentano come persistentemente deboli. Le preoccupazioni per l’aumento dei rendimenti sembrano essere state sempre più sostituite dai timori di un significativo deterioramento degli utili. Tuttavia, consideriamo ancora il contesto di liquidità sempre più restrittivo come uno dei maggiori fattori negativi per i prossimi mesi. A differenza dei mercati obbligazionari, non vediamo ancora un sufficiente riflesso di questo problema nei prezzi delle azioni. Le azioni dei mercati emergenti non possono sfuggire alla generale tendenza ribassista, ma rispetto ai mercati azionari sviluppati si può attualmente notare che i mercati emergenti possono resistere meglio, in parte grazie alle grandi riserve di materie prime. D’altra parte, soprattutto per quanto riguarda la Cina e l’India, un approccio opportunistico all’approvvigionamento di materie prime si è rivelato essere molto utile. Anche per quanto riguarda l’andamento dell’inflazione, in questi Paesi le persone sono più abituate a gestire tali situazioni (sono già stati attuati forti aumenti dei tassi di interesse). 

Per quanto riguarda i titoli di Stato, scorgiamo opportunità interessanti soprattutto nei titoli italiani, dopo che gli spread sono aumentati in modo significativo e la BCE ha annunciato lo scudo anti-spread allo scopo di voler “evitare una frammentazione del mercato dei titoli di Stato in euro”. Con questa formulazione, la banca centrale ha di fatto comunicato al mercato un limite di spread per le obbligazioni italiane di circa 200 punti base. Prediligiamo inoltre i titoli di Stato di breve termine (Germania, USA) e prevediamo una curva dei rendimenti più ripida nel medio termine. Invece, Nel mercato delle obbligazioni societarie preferiamo attualmente le obbligazioni bancarie a quelle non finanziarie (obbligazioni industriali), ma anche i titoli investment grade in euro alle obbligazioni societarie ad alto rendimento (“high yield”) in euro.

I premi di rischio delle obbligazioni ad alto rendimento in euro segnalano un chiaro aumento dei rischi di insolvenza ma, a nostro avviso, non scontano ancora in modo sufficiente il previsto rallentamento economico. Sebbene i premi per il rischio delle obbligazioni in valuta forte dei mercati emergenti appaiano interessanti, gli indicatori economici sempre più deboli in Asia/Cina e gli effetti difficilmente prevedibili delle politiche restrittive contro il Covid ci inducono a non considerare questa classe obbligazionaria per il momento.

Infine, di recente i mercati delle materie prime si sono indeboliti in modo generalizzato. Soprattutto i metalli industriali ciclici hanno dovuto accettare perdite a causa dei crescenti timori sulla crescita economica. Il settore dell’energia continua a svolgere un ruolo particolare, in quanto fortemente influenzato dalle notizie sulla situazione in Ucraina e dagli sviluppi nel settore del gas naturale. 

* CIO di Raiffeisen Capital Management

 

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Tutela del patrimonio vs azione revocatoria: uno scontro dall’esito affatto scontato

L’Azione Revocatoria viene proposta quando i beni del debitore vengono ceduti a terzi allo scopo di frodare il creditore. Non si tratta, però, di uno strumento infallibile.

Nell’ambito della responsabilità patrimoniale, particolare rilevanza assume lo strumento dell’Azione Revocatoria, che il nostro Ordinamento (art. 2901 Codice Civile) mette a disposizione dei creditori quando ritengono che i beni del debitore siano stati ceduti – anche in modo fittizio, cioè simulando una vendita avvenuta solo formalmente – per evitare di essere “aggrediti” da chi vanta un credito. Con l’azione revocatoria, infatti, il creditore può chiedere di far dichiarare inefficaci gli atti di disposizione che il debitore abbia compiuto in pregiudizio delle sue ragioni creditorie, che possono sorgere sia in relazione ad un debito contratto, per esempio, in ambito bancario (crediti non assistiti da garanzie reali), sia in altri ambiti (es. forniture commerciali non pagate).

Esiste poi una terza categoria di eventi che generano debiti nei confronti di terzi, anche se essi non sono sorti in virtù di un rapporto bancario o commerciale. Ci riferiamo alle somme di denaro stabilite in sede giudiziale per il risarcimento del danno, eventualità che può colpire sia i liberi professionisti (la c.d. responsabilità professionale) sia tutte le altre persone (c.d. responsabilità civile). Infatti, il risarcimento del danno – si pensi ad un incidente stradale con colpa compiuto da un guidatore non coperto da polizza RCA – crea “quasi istantaneamente”, a seconda dell’entità del danno, una potenziale posizione di debito che fino al giorno prima non aveva ragione di esistere. In casi come questo, il debitore tende a proteggere il proprio patrimonio, nell’interesse proprio e/o della famiglia, compiendo atti di disposizione che, in teoria, rischiano di compromettere l’efficacia delle future azioni risarcitorie dei terzi danneggiati a vario titolo. Questi ultimi temono che chi li ha danneggiati (il futuro debitore, o debitore “in pectore”) possa vendere i beni facenti parte del suo patrimonio e  sfuggire così ad eventuali azioni esecutive.

Per evitare che questo accada, il creditore ha cinque anni di tempo per esercitare in tribunale l’azione revocatoria e far dichiarare privi di effetto – nei suoi confronti – gli atti di alienazione compiuti dal debitore e poter agire in esecuzione sui suoi beni anche se sono stati già venduti. L’azione revocatoria, pertanto, costituisce un mezzo per conservare la garanzia patrimoniale del debitore; tuttavia, essa non annulla gli atti di disposizione compiuti dal debitore, ma li rende inefficaci solo nei suoi confronti. Ciò significa che nei riguardi del terzo acquirente in buona fede gli eventuali atti di alienazione (es. la casa già venduta) sono perfettamente validi ed efficaci.

Affinchè l’azione revocatoria possa essere esperita, però, occorrono alcuni presupposti fondamentali, per i quali è importante analizzare il profilo probatorio. Innanzitutto, serve il c.d. Consilium Fraudis, e cioè deve esserci stata una frode da parte del debitore, che pertanto avrebbe dovuto conoscere il pregiudizio che un particolare atto di disposizione poteva arrecare al creditore. Inoltre, se l’atto è stato compiuto prima che sorgesse il credito – o il diritto al credito, come nel caso del risarcimento danni – è necessario che ci sia anche il dolo, ossia la volontà di ingannare il creditore, e che questi lo possa dimostrare (cosa per nulla facile).

In secondo luogo occorre l’eventus damni, e cioè l’atto di disposizione effettuato dal debitore deve essere tale da poter danneggiare concretamente il creditore. Pertanto, gli atti di disposizione compiuti dal debitore non sono in assoluto effettuati in frode ai creditori; infatti, il debitore potrebbe possedere un patrimonio di valore molto ingente, e la vendita di una sua parte potrebbe non danneggiare affatto gli interessi del creditore, il quale potrebbe sempre rivalersi sugli altri beni.

In terzo luogo, oltre la frode e il danno, è anche necessario che il terzo acquirente sia in malafede – e cioè consapevole del pregiudizio causato al creditore – soprattutto se l’atto di disposizione è stato compiuto prima della nascita dell’obbligazione. Serve, ai fini dell’azione revocatoria, che il terzo abbia partecipato al dolo, e per dimostrare la malafede del terzo basta qualunque mezzo, anche puramente indiziario (es. un valore di compravendita sensibilmente più basso rispetto al valore di mercato del bene).

La casistica degli atti di disposizione volti a proteggere (vanamente) l’aggressione dei creditori, di solito, vede prevalere vendite frettolose e fittizie a figli, genitori, fratelli e parenti stretti nel momento in cui si riceve la formalizzazione di una pretesa creditoria, ma in questi casi non c’è modo di evitare l’azione revocatoria. Diversamente accade per gli atti compiuti prima che sia incardinata l’azione revocatoria, poiché il creditore dovrà esercitare l’azione volta a dichiarare la simulazione, provandone l’esistenza. Infatti, poiché ad agire con la revocatoria è il creditore, spetta a quest’ultimo l’onere della prova, e cioè l’onere di dimostrare che una vendita o una donazione siano state effettuate dal debitore con l’intento di frodarlo. Si tratta di una prova non semplice, ed è sufficiente che il debitore si costituisca in giudizio e contesti le richieste del creditore per ottenere un lungo periodo di tempo durante il quale, tra udienze e rinvii, le prove possono rivelarsi meno appropriate.

La difesa patrimoniale da una revocatoria passa anche dall’indicazione di altri beni su cui il creditore possa soddisfare le sue pretese, magari di valore più modesto ma non sensibilmente inferiore. In questo caso, infatti, sarà onere del creditore provare che i beni indicati dal debitore non sono economicamente congrui, oppure sono di difficile vendibilità. In ogni caso, la mossa più frequente effettuata dai debitori rimane quella della vendita del bene. Infatti, in questo caso spetta al creditore dimostrare che il terzo acquirente fosse al corrente del debito, e tale dimostrazione sarà molto difficile qualora tra questi e il debitore non c’è un legame di parentela.

Immobiliare turistico 2022, gli stranieri tornano a investire in Italia. Sardegna al top

I prezzi delle case nelle località turistiche sono in aumento al lago, al mare e in montagna. Gli acquirenti stranieri prediligono case vacanza già ristrutturate, in particolare in Sardegna.

“Il mercato della casa vacanza – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – continua a registrare un buon andamento come dimostrano anche i dati relativi alle compravendite”. La percentuale di acquisti di questa tipologia è del 7,8%, contro il 7,2% del 2021. Anche i prezzi delle case nelle località turistiche sono in aumento: al lago (+1,8%), al mare (+1,7%) e in montagna (+2,6%). Il trend delle località del Veneto è particolarmente positivo (+6,6%), ma anche nelle Marche (+5,1%), nell’Emilia-Romagna (+2,7%) e nell’Abruzzo (+2,6%). In Veneto, già da tempo si registra un buon andamento del mercato immobiliare, grazie anche agli interventi di riqualificazione che hanno interessato le cittadine di Jesolo e di Caorle.

Marche, Abruzzo ed Emilia-Romagna hanno visto un buon risultato: dopo la pandemia si sono preferite le realtà ben collegate con le metropoli (soprattutto per chi pratica lo smart working) e facilmente raggiungibili tramite la rete ferroviaria, proprio come quelle situate lungo la dorsale adriatica.

Nelle Marche bene la provincia di Pesaro, in Abruzzo quelle di Teramo e Chieti. In Sardegna c’è un aumento dei prezzi dell’1,7% e una delle località più dinamiche si conferma Villasimius, in Liguria i valori recuperano l’1,1% grazie al traino della provincia di Genova.  Bene anche la Calabria e il Lazio (+1,8%). Sostanzialmente stabile la Puglia (+0,3%), mentre in Sicilia, dove già nel 2020 e nel 2021 le quotazioni immobiliari di località come San Vito Lo Capo, Scopello, e dei comuni marittimi della costa orientale erano cresciute parecchio, si assiste ad un aumento esponenziale della domanda un pò ovunque, a fronte di una offerta che va assottigliandosi sempre di più e che porterà i prezzi verso l’alto per tutto il 2022.

La spinta delle restrizioni pandemiche si è tradotta già nel 2020 in un aumento delle compravendite di case vacanza (nel secondo semestre del 2019 erano pari al 6,1% per salire al 7,8% dell’ultima rilevazione), e lo smart working, com’è noto, ha fatto il resto, permettendo ai proprietari – e ai neo-proprietari – di seconde case di lavorare anche dal luogo abitualmente scelto per le vacanze. La tipologia preferita da chi acquista una casa vacanza è il trilocale, con il 37,1% delle compravendite, seguita dalle soluzioni indipendenti e semi-indipendenti con il 26,7% delle scelte. Bene anche il bilocale che rappresenta il 21,8% delle transazioni, e scendono le compravendite sulle soluzioni indipendenti (passate da 29% a 26,7%). Ad acquistare la casa vacanza sono soprattutto persone d’età compresa tra 45 e 54 anni (33,1%), a seguire chi ha tra 55 e 64 anni (27,4%) e tra 35 e 44 anni (20,5%). Aumentano le coppie e i single che acquistano (rispettivamente 51,7% e 14,7%), e diminuiscono le famiglie (da 35,1% a 33,6%).

Interessante il dato sugli acquirenti stranieri, che sono tornati ad investire in Italia, passando dal 9,2% al 13,7%. Gli acquirenti provenienti dall’estero, tuttavia, prediligono soluzioni abitative di livello medio-alto, in particolare nelle isole minori e in Sardegna, dove molti investitori internazionali del Nord Europa cercano abitazioni non solo per le vacanze, ma per trascorrere fino a 6 mesi all’anno lavorando da remoto. La Sardegna, infatti, offre caratteristiche paesaggistiche molto forti, con un clima caldo-temperato durante buona parte dell’anno. La tipologia di abitazione più ricercata è quella già ristrutturata e dotata di spazi esterni abitabili, con un buon panorama e con un budget di spesa compreso tra 150.000 e 250.000. Molto ricercata anche la parte meridionale dell’isola, dove si sta registrando una crescita degli investimenti a scopo turistico nelle province di Cagliari e del Sud Sardegna, dove si osserva una forte rivalutazione delle quotazioni, generata da una offerta ristretta. 

Deutsche Bank e Cassa Depositi e Prestiti attive nei fondi di Venture Capital

Con i fondi di Venture Capital, gli investitori professionali e retail hanno l’opportunità di accedere nel settore delle aziende emergenti di tutto il mondo. L’Europa tra i principali attori tecnologici dell’economia globale.

Secondo una ricerca pubblicata dal Chief Investment Office di Deutsche Bank nel settembre 2021, nel secondo trimestre dello stesso anno gli investimenti nel Venture Capital in Europa avevano raggiunto i 34 miliardi di USD, guidati in gran parte da imprese mature e c.d. unicorn. Nel 2020, il valore complessivo delle transazioni globali di Venture Capital aveva raggiunto i 330,2 miliardi di USD. La quota più ampia di mercato era detenuta dalle Americhe (52,8%), seguite da Asia (31,0%) ed Europa (15,7%). 

L’Europa oggi è posizionata tra i maggiori attori tecnologici globali, con un capitale investito pari a 100 miliardi di USD nel 2021 e circa 100 startup “unicorno”, e cioè startup che hanno raggiunto una valutazione di mercato che supera il miliardo di dollari senza essere però quotate in Borsa. Pertanto, le ombre gettate sull’economia mondiale dalla guerra russo-ucraina e, soprattutto, dall’inflazione elevata non sembrano aver bloccato lo sviluppo del Venture Capital e l’investimento in startup. Secondo il Rapporto di ricerca Venture Capital Monitor sulle operazioni di venture capital in Italia, infatti, nei primi sei mesi dell’anno sono state effettuate 172 operazioni di investimento per quasi un miliardo (957 milioni di euro), registrando un aumento del 12% rispetto all’anno scorso (+123% come ammontare investito complessivamente). Relativamente alle sole startup con sede in Italia, venture capital e corporate venture capital hanno investito 193 milioni di euro su 99 round, le attività di sindacato tra venture capital, corporate venture capital e business angel hanno fatto registrare investimenti pari a 765 milioni di euro su 62 operazioni e i soli business angel hanno investito 27 milioni in 18 round. Il totale di queste attività porta la filiera dell’early stage in Italia ad aver investito 985 milioni di euro su 179 round (erano 466 milioni su 167 round nel I semestre 2021).

Su questa scia, alcune tra le maggiori istituzioni finanziarie hanno comunicato al mercato la nascita di strumenti specifici. La Divisione International Private Bank (IPB) di Deutsche Bank ha annunciato l’estensione della sua proposta di soluzioni di investimento, dedicata sia agli investitori in possesso dei requisiti di cliente professionale che ai clienti al dettaglio (retail), di un fondo di fondi europeo di Venture Capital, a capitale non protetto e illiquido, distribuito in esclusiva dalla Divisione IPB di Deutsche Bank. Il fondo di DB è destinato a dare accesso a un portafoglio diversificato di aziende operanti nel settore tecnologico europeo e internazionale in fase “growth”, iniziale e intermedia, selezionate tramite fondi di investimento gestiti da cinque società di Venture Capital europee: Lake Star, Project A, HV Capital, Earlybird e Headline, le quali hanno sostenuto oltre 50 aziende operanti nel settore tecnologico a livello globale e alcuni tra i principali unicorn europei. Il fondo di fondi mira a fornire un’ampia copertura del mercato e punta a ridurre il rischio di concentrazione che potrebbe altrimenti verificarsi in un tipico investimento in Venture Capital o in un singolo fondo, nonchè a ridurre le barriere all’ingresso in termini di dimensioni minime degli investimenti.

Il gruppo Cassa Depositi e Prestiti (CDP), invece, ha annunciato di aver attivato il comparto Energy Tech del Fondo Corporate Partners I di CDP Venture Capital Sgr, il fondo multi-comparto di corporate venture capital nato per investire in startup impegnate nei settori dell’energia, dei servizi, della manifattura e delle infrastrutture, con l’obbiettivo di far crescere l’ecosistema venture italiano. Il comparto Energy Tech ha siglato il primo closing per un totale di 80 milioni di euro grazie alla partecipazione di alcune big company come Baker Hughes (azienda americana che a Firenze ha l’headquarter globale della divisione Turbomachinery & Process Solutions), Edison, Snam e Italgas. L’obiettivo del nuovo strumento finanziario di CDP è quello di investire in startup e PMI ad alto potenziale innovativo ed impegnate nella sfida della transizione energetica, promuovendone lo sviluppo in collaborazione con utility di rilievo.

 

DISCLAIMER: Le informazioni e le opinioni contenute in questo articolo non costituiscono un’offerta o una sollecitazione all’investimento e non costituiscono una raccomandazione o consiglio, anche di carattere fiscale, o un’offerta, finalizzate all’investimento, e non devono in alcun caso essere interpretate come tali.Prima di ogni investimento, per una descrizione dettagliata delle caratteristiche, dei rischi e degli oneri connessi, si raccomanda di esaminare la documentazione fornita dalle fonti ufficiali e/o dagli organi di controllo che vigilano sulla commercializzazione in Italia, nonché la relazione annuale o semestrale e lo Statuto, disponibili presso i collocatori. Infatti, l’investimento in prodotti finanziari o in partecipazioni societarie è soggetto a fluttuazioni anche di grande entità, con conseguente variazione al rialzo o al ribasso dei prezzi e del valore dell’investimento, ed è possibile che non si riesca a recuperare l’importo originariamente investito.

La Bce aumenta i tassi di mezzo punto e vara lo scudo anti spread. Quale autunno per l’Italia?

Francoforte chiude ufficialmente la fase storica dei tassi negativi con una stretta più forte del previsto, ma porta con sè anche lo scudo anti-spread. Draghi lascia l’Italia in pessime condizioni.

Sorprende ma non troppo i mercati la decisione del Consiglio direttivo della Bce, che ha deciso per un rialzo di 50 basis point anzichè i 25 previsti fino a pochi giorni fa. L’aumento pesa sui tre tassi di interesse di riferimento, nel quadro di “misure fondamentali per assicurare un ritorno dell’inflazione verso il suo obiettivo del 2% a medio termine”. Piazza Affari, che scambiava in forte ribasso dopo le dimissioni del presidente del Consiglio Mario Draghi, ha recuperato più di un punto percentuale nel finale (dopo l’annuncio della Bce sui tassi), mentre le borse USA aprivano in continuità con la striscia positiva degli ultimi giorni. 

Il Consiglio direttivo Bce ha comunicato, in una nota, che ha “ritenuto opportuno adottare un primo intervento più ampio nella normalizzazione dei tassi di riferimento rispetto a quanto segnalato nella riunione precedente”, con una “decisione che si basa sulla valutazione aggiornata del Consiglio direttivo sui rischi di inflazione” anche nell’ottica di una “efficace trasmissione della politica monetaria”. La Bce, così, chiude in un colpo solo la fase storica dei tassi negativi inaugurata da Mario Draghi, e annuncia lo scudo anti-spread, ossia lo “strumento di protezione del meccanismo di trasmissione della politica monetaria (Transmission Protection Instrument, TPI) che assicurerà che “l’orientamento di politica monetaria sia trasmesso in modo ordinato in tutti i paesi dell’area dell’euro” ed “è un presupposto affinché la Bce possa adempiere il mandato di mantenere la stabilità dei prezzi”.

In sintesi, la mossa della Bce sui tassi si basa su una valutazione del Consiglio direttivo relativa ai rischi di inflazione e al possibile sostegno aggiuntivo fornito dal TPI. Nella mente dei tecnici Bce, questo mix tra analisi previsionale e strumenti di protezione per i paesi più indebitati dell’area Euro dovrebbe essere sufficiente per rafforzare le aspettative di minore inflazione “assicurando che le condizioni della domanda si adeguino in linea con il conseguimento dell’obiettivo di inflazione nel medio periodo”. Tale obiettivo, ricordiamolo, è del 2%, ed oggi siamo parecchio lontani.

In ogni caso, la mossa accontenta sia i falchi che le colombe, a cui piace molto lo scudo anti-spread e molto meno un rialzo di mezzo punto. Per quel che riguarda il TPI, invece, esso rappresenta “un ulteriore strumento a disposizione del Consiglio direttivo attivabile per contrastare ingiustificate, disordinate dinamiche di mercato che mettono seriamente a repentaglio la trasmissione della politica monetaria in tutta l’area dell’euro”. In concreto, quindi, la Bce acquisterà i titoli governativi dei paesi che, come l’Italia, sono le prime vittime della speculazione di mercato, con conseguente allargamento dello spread rispetto al BUND tedesco. “La portata degli acquisti del TPI” – secondo il Consiglio direttivo – “dipenderà dalla gravità dei rischi per la trasmissione della politica monetaria. Gli acquisti non sono soggetti a restrizioni ex ante. Salvaguardando il meccanismo di trasmissione, il TPI consentirà al Consiglio direttivo di assolvere più efficacemente il mandato di preservare la stabilità dei prezzi”.

Prima che scatti lo scudo, però, Il Consiglio direttivo Bce ha ricordato che c’è un altro strumento a sua disposizione, e cioè la possibilità di reinvestire il capitale rimborsato sui titoli in scadenza del portafoglio del PEPP (pandemic emergency purchase programme) che “rimane la prima linea di difesa al fine di contrastare i rischi per il meccanismo di trasmissione connessi alla pandemia”. Pertanto, l’avvio del principale strumento di difesa dello spread italiano e spagnolo, secondo la stessa nota del Consiglio Bce, verrebbe usato solo in seconda battuta, dopo la leva – del tutto secondaria, in quanto a efficacia – determinata dall’acquisto dei titoli effettuato grazie alla liquidità generata dal rimborso dei titoli in scadenza precedentemente inseriti nel portafoglio del PEPP.

Questo non fa ben sperare per l’Italia, che in autunno sconterà il consuntivo del governo Draghi: 200 miliardi di debito in più; spread a più del doppio del governo precedente; crisi energetica conclamata e Commissione Europea che chiede risparmi per il 15% dei consumi abituali; inflazione all’8,6% e saldo delle partite correnti a – 8,6 miliardi di euro nel primo quadrimestre dell’anno (dopo oltre un decennio di attivo). Se fossimo malpensanti, diremmo che Draghi non vedeva l’ora di lasciare l’incarico per non dover gestire l’autunno “di fuoco” (e freddo) che ci aspetta. Del resto, la crisi di governo l’ha aperta lui stesso, nonostante avesse una maggioranza netta anche senza la Lega e il M5S. La politica non smette mai di sorprenderci.

Bce, l’uscita dall’inflazione comincia solo oggi. Cattiva strategia o mancanza di coraggio?

La politica degli annunci e del non-fare messa in atto dalla Bce sta costando agli investitori europei una tassa inflattiva inaccettabile, che non appare frutto del caso o della congiuntura. Servirebbe un cambio di stile.

La Banca centrale europea si appresta a varare oggi il suo primo rialzo dei tassi dopo 11 anni di sonnacchiosa gestione di bassa inflazione. Il “sogno tedesco” di un indice dei prezzi al 2% si è scontrato bruscamente con alcuni eventi imprevisti – come la pandemia – e prevedibili già nel 2020 – come la guerra in Ucraina e l’alta inflazione – ma ampiamente sottovalutati dalla peggiore presidenza nella storia della Bce. E così, il Consiglio direttivo giovedì alle 14 dovrebbe stabilire la prima mossa concreta sui tassi, e da lì comincerà il lungo cammino che porterà l’inflazione europea a rientrare verso percentuali più sostenibili, non senza aver prima abbattuto il valore reale del maggior indebitamento pubblico assunto durante l’emergenza, e averlo scaricato sui cittadini europei sotto forma di una tassa occulta che vale mediamente circa 2.500 euro a famiglia solo nel 2022. 

La conferenza stampa di Christine Lagarde è prevista a seguire, per le 14.45 di giovedì, e tutti sono in attesa di capire quale sarà lo stile della politica monetaria restrittiva che l’Unione Europea a guida tedesca intende intraprendere. Mentre quasi tutte le banche centrali del mondo stanno già portando avanti manovre di correzione delle rispettive linee monetarie (rialzando i tassi), la Bce soltanto adesso dovrebbe alzare i tassi di 25 punti base su tutti e tre i riferimenti: il rifinanziamento principale (che è a zero), le operazioni marginali (0,25%) e i tassi sui depositi che sono ancora a -0,50%. Alcune voci autorevoli hanno richiamato la possibilità di un aumento dello 0,50%, e questa ipotesi potrebbe rientrare tra le possibilità, dal momento che sarebbe giustificata dal livello del carovita raggiunto nell’area euro, che secondo Eurostat è salito all’8,6%.

La Bce aveva anche preavvertito che procederà ad un ulteriore rialzo alla riunione di settembre, e che in quel caso sarebbe stato più alto (0,50%) di quello che con verrebbe annunciato giovedì. E allora, perchè non farlo adesso, con le quotazioni del mercato obbligazionario che già incorporano un rialzo di tre quarti di punto, accompagnando la decisione con l’annuncio di un ulteriore rialzo di 25 punti base in Settembre, magari aggiungendo una chiosa beneaugurante come “a meno che l’inflazione non sia scesa in modo apprezzabile“? Sia il clima generale che le quotazioni ne trarrebbero giovamento, ma sembra che questo cambio di stile – a metà strada tra quello americano e quello inglese – alla Germania non vada proprio giù. Peraltro, il Consiglio direttivo della Bce ha sempre detto che le sue decisioni sarebbero state basate sui dati: di quali altri dati avrebbe bisogno la Bce oltre ad una inflazione vicina al 9%? Forse la Bce ritiene che siano ancora valide le previsioni di un carovita 2022 al 6,8%, del 3,5% nel 2023 e del 2,1% nel 2024? 

Se è così, Christine Lagarde lo dica a gran voce; ma dubitiamo che lo farà, che sia per cattiva strategia o mancanza di coraggio. Del resto, relativamente al PIL dell’Eurozona, i tecnici della Bce prevedevano un +2,8% quest’anno e un +2,1% sia nel 2023 che nel 2024, ma il conflitto in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia contro le forniture di beni e materie prime avranno contraccolpi sulla nostra economia, soprattutto se verranno estese su petrolio e gas. Inoltre, le interruzioni nelle catene di approvvigionamento create dalla politica cinese del contagio-zero creano ulteriori pressioni sui prezzi, ed il crollo dell’euro sul mercato dei cambi rispetto al dollaro rivela la previsione di un rialzo dei tassi ancora più sostenuto del previsto da parte della Federal Reserve. Questo rischia di creare, per la prima volta dopo venti anni, inflazione “importata” dagli USA

Nel frattempo, la lentezza con la quale il c.d. scudo anti-spread viene discusso dal Consiglio Europeo dimostra ciò che avevamo già compreso in occasione del suo annuncio: la Lagarde non ha ancora idea di che sostanza sarà fatto, e certamente non c’è unità di intenti sulle sue caratteristiche. L’Italia, che è il primo “beneficiario naturale” di tale misura, è in preda ad una stranissima crisi di governo – voluta dallo stesso Draghi e dalla sua maggioranza schiacciante, primo e (probabilmente) ultimo caso nella storia della Democrazia – e in queste condizioni il nostro Paese difficilmente avrà voce in capitolo, poichè non sarà in grado di fronteggiare politicamente le ennesime condizioni capestro imposte dall’Europa.

Boomers, millennials e giovanissimi sempre più digitali. Che futuro ci aspetta?

I filtri virtuali nell’attività di relazione a lungo andare potrebbero portare gli esseri umani a “disimparare” quasi del tutto il corretto modo di socializzare. Ci aspetta un futuro fatto di solitudine?

Sempre di più i millennials e i più giovani – per non parlare dei giovanissimi – sono in perenne connessione con internet e i social media, e scorrendo in sù le fasce d’età anche l’estremo inferiore dei c.d. babyboomers (quelli compresi tra i 48 e i 60 anni di età) hanno oggi grandissima familiarità con il mondo virtuale, tanto da averne fatto una sorta di “seconda casa” in fatto di percezione e gestione delle relazioni sociali. I motivi di questo fenomeno dilagante sono tanti e svariati: Internet è diventato prestissimo un mezzo di comunicazione a tutti gli effetti – alcuni tra i primissimi giornali online hanno già compiuto i 25 anni di età – e viene usato sia per intrattenimento che per studio o lavoro. Ma è effettivamente così preoccupante questo “abuso” del digitale, e soprattutto quali controindicazioni porta per gli utenti più assidui?

Quanto sono “digitali” gli italiani?
Secondo alcuni dati di Kepios, agenzia di consulenza strategica che si occupa di studiare il comportamento digitale degli utenti, nel 2022 circa l’84% degli italiani ha accesso ad Internet e lo usa quotidianamente. L’Italia, quindi, si pone sopra la media mondiale, pari al 62,5%. Altro dato molto interessante è il tempo medio trascorso su Internet quotidianamente: gli utenti italiani di età compresa tra i 16 e i 64 anni trascorrono su Internet circa 6 ore e 10 minuti al giorno, ossia un quarto di giornata. Ciò accade per diversi motivi. Innanzitutto, il Web è una fonte di istruzione ormai fondamentale, e molta della attività di formazione che ancora fino al 2019 si svolgeva prevalentemente in aula, oggi viene svolta attraverso i corsi digitali, che si possono trovare ovunque al pari dei video tutorial. In secondo luogo, Internet è una fonte di informazione capillare, fatta da milioni di testate giornalistiche online, blogs e vlogs di ogni tipo e materia. Infine, per molti – soprattutto per i giovanissimi nativi digitali – il Web è una fonte di intrattenimento con i suoi podcast, streaming musicali, video, videogames e molto altro. 

La Rete è anche un modo per relazionarsi ad altri utenti e condividere i propri momenti. Sempre secondo Kepios, quasi 8 italiani su 10 ha uno o più account social. E, sui social media, gli italiani trascorrono poco meno di due ore al giorno (in media). Insomma, gli italiani sono sempre più digitali, ed in particolare i più giovani. Ma tutto questo iperdosaggio di realtà digitale-virtuale non è privo di controindicazioni. In primis per via dell’eccessivo utilizzo dei social media, che può risultare dannoso anche per l’ambiente dato il costante consumo energetico che le infrastrutture Internet richiedono: un’ora di streaming, per esempio, produce una quantità di CO2 che varia dai 150 ai 1000 grammi; TikTok, invece, è il social media più inquinante di tutti, poiché emette più di 2,5 grammi di C02 al minuto. 

C’è da preoccuparsi? 
L’avvento di Internet nella vita di tutti i giorni è stato graduale ma rapido, e si è svolto nel giro di un solo salto generazionale (dai babyboomers ai millennials), da cui è poi dilagato verso i più giovani. Dopo soli 30 anni (scarsi), quindi, nelle stesse famiglie oggi convivono individui poco avvezzi – o del tutto ignoranti – in materia di Internet e individui che fanno del collegamento costante alla Rete la propria ragione di vita, con tutto ciò che ne consegue in termini di rischi per gli adolescenti, esposti come sono al pericolo di subire cyber bullismo o adescamento e furto d’identità; per non parlare del fenomeno dei crimini sessuali online, strettamente collegati all’utilizzo intensivo dei social media.

Nonostante per alcuni anni le vecchie generazioni si siano impegnate in un disperato tentativo di tenere le nuove leve il più possibile lontane dai device elettronici, la Rivoluzione Digitale non ha conosciuto ostacoli, e presto ci si è resi conto che era impossibile tornare indietro. Tanto vale, quindi, analizzare i benefici che smartphone e computer portano nel momento in cui vengono utilizzati nel giusto modo. Per quanto l’esplosione del Web abbia significato l’agonia della carta stampata, è anche vero che, a compensazione, oggi esiste la possibilità di informarsi dalle fonti più disparate su tutti gli argomenti desiderati, anche in lingua straniera (persino con un comodo traduttore, per i più pigri). Internet, inoltre, con la possibilità di farci conoscere il mondo in tutte le sue sfaccettature, ci aiuta ad imparare nuove cose e incentivare la nostra creatività e fantasia. Inoltre, il digitale ha reso le nostre vite più comode, e per molti oggi rappresenta un mezzo indispensabile per la vita di tutti i giorni (dalla scuola alla spesa alimentare).

Semmai, bisognerebbe chiedersi quale potrà essere il passo successivo, e dove ci porterà l’innovazione tecnologica e digitale con la sua rapidissima evoluzione. Infatti, fino a 200 anni fa il mondo è migliorato a un ritmo piuttosto lento. A partire dall’inizio della Prima Rivoluzione Industriale – oggi siamo già alla quarta – invece, i ritmi si sono accelerati e il mondo è cambiato. L’aspettativa media di vita, per esempio, è passata da meno di 30 anni di fine Ottocento a più di 70 anni nel Secondo Dopoguerra, determinando un crescente bisogno di materie prime agricole. Ma è negli ultimi vent’anni che queste trasformazioni sono state rapidissime. Dalla fine dell’Ottocento ad oggi, tuttavia, un unico filo conduttore ha guidato la Società Umana e industriale verso le vette che conosciamo oggi: la Tecnologia. Quest’ultima è stata la protagonista di questa modificazione delle nostre abitudini e dei nostri stili di vita. Si è passati dalle lettere e cartoline – che arrivavano quando ormai si era tornati in città – alle foto e ai selfie inviati per raccontare in tempo reale una vacanza o un viaggio di lavoro; oppure dal “rito” della visita al direttore della banca – che aveva un carisma pari a quello del vescovo o di un deputato – ad avere la banca a casa propria, su un semplice smartphone dal quale possiamo fare qualunque operazione, anche le più complesse.

Il futuro imminente ci parla di nuove frontiere della tecnologia, dal lavoro ibrido al c.d. Metaverso, passando per intelligenza digitale e machine learning. Mixed reality (un mix tra realtà aumentata e virtuale), robot casalinghi, social media e sostenibilità rappresentano le tendenze tecnologiche del momento, e sembrano portarci sempre di più verso forme strutturali di distanziamento sociale che, a ben vedere, potrebbero causarci difficoltà di relazione. Tra venti e trenta anni, secondo gli esperti, i giovanissimi di oggi potrebbero aver consolidato l’abitudine di esprimere l’80% della propria vita di relazione (scuola, formazione, amicizia e relazioni sociali, lavoro e intrattenimento) in modalità virtuale. Il timore è che, a questa immersione massiva nel mondo digitale, potrebbe opporsi una simmetrica  “disabitudine” alle modalità tradizionali di relazione diretta tra le persone. In parole povere, i filtri virtuali a cui già oggi siamo abituati, a lungo andare potrebbero portare gli esseri umani ad aver “disimparato” quasi del tutto a socializzare nel modo corretto, in un futuro fatto di persone sempre più isolate all’interno delle proprie case – a loro volta sempre più piccole – e, di conseguenza, sempre più sole.  

Articolo ispirato dal link: https://internet-casa.com/news/utilizzo-internet-italiani-social-media/ 

Schmidt, Ethenea: Bce inadeguata, serve un nuovo “whatever it takes”

I rialzi dei tassi attesi da parte della Banca centrale europea fino all’1.25% potrebbero non bastare per difendere l’euro. Possibile un ulteriore aumento dei rendimenti a breve termine.

“È ora che la Bce metta fine alla politica monetaria degli ultimi dieci anni e inizi ad adottare misure coerenti e credibili per contenere l’inflazione. Come ha dimostrato di saper fare, invece, la Banca nazionale svizzera, aumentando a sorpresa il tasso d’interesse di riferimento dello 0,5% per difendere il cambio del franco svizzero”, sostiene Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager di Ethenea Independent Investors. “Gli strumenti più importanti nell’arsenale di una banca centrale non sono gli acquisti di obbligazioni o i tassi d’interesse di riferimento, bensì l’integrità e la credibilità”, prosegue Schmidt. “La Bce ha perso buona parte di entrambe negli ultimi anni, ma è ancora in tempo per riconquistare la fiducia dei cittadini. Ciò richiede una consistente svolta di politica monetaria, un nuovo momento whatever it takes”.

Sono passati circa dieci anni da quando, il 26 luglio 2012, l’allora presidente della Banca centrale europea e attuale campo del Governo italiano, Mario Draghi, pronunciò quel famoso Whatever it takes, che avrebbe dato una svolta alla crisi dell’euro. In quel periodo, i paesi dell’Europa meridionale come Grecia, Italia, Spagna e Portogallo erano afflitti da enormi problemi di rifinanziamento a causa di deficit delle partite correnti persistentemente elevati, dell’andamento del debito pubblico nel periodo precedente la crisi finanziaria e dell’eliminazione dei meccanismi di cambio dovuta all’Unione monetaria europea. Nel giro di pochissimo tempo, i rendimenti dei titoli di Stato italiani a 10 anni schizzarono oltre il 6%. Solo il coraggioso intervento delle autorità politiche e della Banca centrale europea, con al centro l’annuncio del presidente della Bce, a settembre 2012, di voler acquistare quantità illimitate di titoli governativi degli Stati dell’Ue, riuscì a frenare il massiccio aumento dei rendimenti dei titoli dei Paesi del Sud e a stabilizzare l’economia dell’area dell’euro. “Gli attuali dati sull’inflazione mostrano che ci troviamo di nuovo in un momento whatever it takes”, sottolinea Schmidt. “Con un aumento dei prezzi del 7,9% in Germania a giugno, gli economisti prevedono un’inflazione media del 6,8% nell’area euro per l’intero 2022 e un’inflazione in rallentamento ma ancora elevata nel 2023 a causa degli effetti di base”.

Naturalmente è difficile fare previsioni nell’attuale contesto economico. La crisi ucraina, le misure contro il Covid-19 e le strozzature lungo le catene di approvvigionamento rappresentano un mix difficilmente prevedibile di variabili in costante evoluzione e il desiderio di non spegnere subito la timida ripresa economica dell’area euro dopo la crisi sanitaria è più che comprensibile. Tuttavia, tassi d’interesse di riferimento pari al -0,5% non sono più graditi ad ampie fasce della popolazione, visto l’attuale andamento dell’inflazione, e, nel peggiore dei casi, determineranno una notevole perdita di fiducia e spaccature sociali.

La Banca nazionale svizzera (Bns) ha recentemente dimostrato che esistono alternative, aumentando a sorpresa il tasso d’interesse di riferimento dello 0,5% e portandolo a -0,25%, in risposta a un tasso d’inflazione che a maggio aveva raggiunto il massimo da 14 anni ma che, al 2,9%, resta nettamente inferiore a quello dei vicini Paesi europei. Con questa mossa, l’istituto centrale svizzero anticipa la Banca centrale europea, che probabilmente annuncerà un primo rialzo dei tassi dello 0,25% nella prossima riunione di luglio. Se la Bns non avesse alzato i tassi, il franco svizzero si sarebbe probabilmente svalutato in misura significativa, alimentando ulteriormente le pressioni inflazionistiche con l’aumento dei prezzi delle importazioni.

Per sottolineare ulteriormente la posizione della Bns, il presidente dell’istituto, Thomas Jordan, ha indicato che in futuro continuerà a monitorare l’andamento dei mercati dei cambi e, se necessario, interverrà vendendo titoli di Stato dell’area euro, Bund in primis, al fine di rafforzare il franco svizzero. “La svolta di politica monetaria è arrivata”, è convinto Schmidt. La Federal Reserve statunitense ha recentemente innalzato dello 0,75% l’intervallo obiettivo per il tasso sui federal funds, ora compreso tra l’1,50% e l’1,75%, la Bank of England (BoE) ha aumentato per la quinta volta consecutiva il tasso d’interesse di riferimento dello 0,25% portandolo all’1,25% nonostante i crescenti timori di recessione e persino la banca centrale svizzera ha aumentato a sorpresa i tassi d’interesse dello 0,5% nonostante livelli d’inflazione a una sola cifra. Solo la Banca centrale europea sembra paralizzata e continua ad aderire alla sua politica di tassi d’interesse bassi. “L’istituto di Francoforte non potrà esimersi dall’intraprendere un nuovo corso. La banca centrale d’oltreoceano è troppo influente perché la Bce possa opporsi alla sua politica monetaria, rischiare una svalutazione dell’euro e, nella peggiore delle ipotesi, alimentare ulteriormente l’inflazione”, conclude Schmidt. “Il mercato prevede quindi almeno cinque rialzi dei tassi, per un totale di ben l’1,25%. Riteniamo addirittura che ciò non sarà sufficiente e che nel corso del prossimo anno la Banca centrale europea dovrà portare il tasso di riferimento ben oltre la soglia dell’1,5%, in direzione del 2%, al fine di contrastare un ulteriore deprezzamento dell’euro. Vediamo pertanto il potenziale di un ulteriore aumento dei rendimenti a breve termine (calo dei prezzi delle obbligazioni) e abbiamo posizionato i nostri portafogli di conseguenza vendendo futures sui tassi d’interesse in euro”.