Maggio 11, 2026
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Clima, “some like it hot”. Tecnologia avanzata contro il riscaldamento globale

Una delle strategie fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi sarà l’impiego delle più avanzate tecnologie ambientali. Le industrie che mirano alla tutela del clima saranno tra i grandi vincitori del cambiamento climatico.

Di Wolfgang Pinner*

La discussione sul cambiamento climatico causato dall’uomo risulta controversa solo in qualche raro caso. Sussistono prove scientifiche, e ci sono solo pochi che si rifiutano a credere che il cambiamento climatico stia avvenendo. L’accordo sul clima di Parigi del 2015 è stata una decisione politica comune e rivoluzionaria per contrastare il cambiamento climatico, limitando l’effetto serra a livello globale. La COP21, la 21ª Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici è sicuramente, per quanto riguarda la sua importanza, da porre sopra quella del Protocollo di Kyoto. Una delle strategie fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici di Parigi sarà l’impiego delle più avanzate tecnologie ambientali.

Le singole tecnologie e industrie che mirano alla tutela del clima, pertanto, sono tra i grandi vincitori del cambiamento climatico, con il quale si intende il cambiamento del clima sulla Terra e, in particolare, il riscaldamento tendenziale della temperatura superficiale. Il termine “clima” si riferisce a un periodo più lungo, e non va confuso con il concetto di “tempo meteorologico”, che riguarda invece la situazione attuale dell’atmosfera, quella di breve periodo. L’espressione riscaldamento globale, di contro, indica l’innalzamento delle temperature medie dei bassi strati atmosferici e dei mari osservato nel corso degli ultimi decenni. Ciò premesso, nella storia della Terra si sono più volte manifestati dei cambiamenti climatici, ma quelli del recente passato sono riconducibili esclusivamente all’influenza dell’uomo. Questo lo dimostrano anche i calcoli dei modelli sul clima.

Il Programma delle Nazioni Unite sull’ambiente (UNEP) nel 1988 ha istituito il Gruppo Intergovernativo di Esperti sul Cambiamento Climatico (IPCC, www.ipcc.ch). L’IPCC, nei suoi rapporti pubblicati all’incirca ogni sei anni, riassume i risultati delle ricerche mondiali in materia di cambiamenti climatici ed illustra così lo stato attuale delle conoscenze sul clima. Il quinto rapporto di valutazione dell‘IPCC è stato pubblicato nel 2013, e mostra che dall’inizio del XX secolo la temperatura media globale dell’aria è aumentata di 0,9 gradi. La quantità di neve e ghiaccio si è ridotta significativamente, e da allora il livello del mare si è alzato di 20 cm. Riguardo alla sensibilità climatica futura gli scienziati prevedono che, indipendentemente dall’avverarsi dei diversi scenari modello, entro la fine del secolo ci sarà un riscaldamento compreso nell’intervallo tra 1,5°C e 4,5°C. Per quanto riguarda l’innalzamento del livello del mare, entro la fine del secolo si rischia un aumento compreso tra 26 cm e gli 82 cm circa. Nel settembre del 2019 l‘IPCC ha presentato un rapporto speciale su oceani e criosfera, cioè le riserve di ghiaccio. Nel rapporto si parla, tra l’altro, dell’innalzamento del livello del mare, del ritiro dei ghiacciai, del cambiamento delle correnti globali negli oceani e dei fenomeni meteorologici globali.

L’effetto serra ha una parte fondamentale nella questione. Esso è il fenomeno che indica che la radiazione termica proveniente dalla superficie terrestre è trattenuta nell’atmosfera grazie alle molecole dei gas riflettenti (nei gas a effetto serra come CO2, metano, idrofluorocarburi o ozono troposferico). In sostanza, l’effetto serra fa sì che la terra non rilasci troppo calore e quindi si raffreddi. A causa di grandi quantità di emissioni la quantità di gas serra nell’atmosfera può diventare eccessiva e, di conseguenza, rimandare indietro troppo calore. Come in una serra, questo comporta un continuo aumento della temperatura sulla terra.

Quali sono le conseguenze negative dell’aumento della temperatura in relazione al cambiamento delle condizioni meteorologiche? Per quanto riguarda l‘idrosfera e l’atmosfera, l’aumento della temperatura comporterà una variazione su scala globale dei regimi delle precipitazioni. Aumenta il rischio di eventi meteorologici estremi quali forti precipitazioni, inondazioni, piene e, d’altra parte, periodi di gran caldo. L’aumento dello scioglimento dei ghiacci, nonché l’espansione termica dell’acqua, comportano l’innalzamento del livello del mare, ed inoltre è in pericolo l’approvvigionamento di acqua potabile delle persone che dipendono dallo scioglimento dei ghiacci. Il crescente scioglimento dei ghiacciai alpini porterà in una prima fase all’aumento del livello dell’acqua dei corsi d’acqua. Nel lungo periodo, tuttavia, diminuiranno drasticamente le acque di fusione ghiacciali, e questo avrà ripercussioni sulla flora e fauna, ma anche sulla produzione di energia con le centrali ad accumulazione attive e i bacini artificiali. Inoltre, la frequenza dei cicloni tropicali probabilmente diminuirà, aumenteranno però di intensità. Di positivo c’è che la crescita delle piante è aumentata negli ultimi decenni, in particolare nei tropici e nelle zone temperate dell’emisfero settentrionale. Inoltre, grazie alle temperature più alte, l’agricoltura nelle regioni alle alte latitudini avrà maggiori opportunità, e un passaggio a nord-ovest libero dal ghiaccio potrebbe dar luogo a un accorciamento della rotta marittima tra il Pacifico e l’Atlantico.

Quali industrie contribuiscono particolarmente al cambiamento climatico? In base ai dati del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente UNEP del 2012, la quota dell’approvvigionamento energetico sulle emissioni globali di gas serra è del 41% e si colloca quindi chiaramente al primo posto, mentre il settore dei trasporti è responsabile del 14% e le industrie del 21% delle emissioni. Le quote dell’agricoltura e della silvicoltura sono pari al 24%. Secondo uno studio del 2020 dell’IIASA, l’International Institute for Applied Systems Analysis di Laxenburg, la produzione di energia e calore totale è responsabile di un quarto delle emissioni globali di gas serra. Un altro 25% viene causato dall’agricoltura e dalla silvicoltura. La causa principale è il metano rilasciato durante la produzione di latte e carne. Circa un quinto delle emissioni globali di gas serra sono da attribuire all’industria, poco meno di un settimo viene causato dal settore dei trasporti.

Come si può far fronte al cambiamento climatico? Il risparmio energetico offre grande potenziale nella lotta al cambiamento climatico, il miglioramento dell’efficienza energetica e la promozione delle energie rinnovabili sono spesso considerati i principali obiettivi e le opportunità più promettenti. Una produzione alimentare e una alimentazione maggiormente sostenibili potrebbero ridurre le emissioni di gas serra nel contesto dei prodotti alimentari, con impatti in particolare sull’agricoltura, sulla lavorazione, sul trasporto, sul commercio al dettaglio, sul consumo e i rifiuti. In questo contesto è particolarmente problematica la produzione di carne e di latticini. Tra le opportunità tecniche nella lotta al cambiamento climatico troviamo le tecnologie spesso non ancora economicamente disponibili della cattura e stoccaggio del carbonio, della fusione nucleare e della geoingegneria. La cattura e lo stoccaggio del carbonio – considerando l’attuale stato delle tecnologie – consuma troppa energia per poter essere utilizzata su ampia scala. Inoltre, non sono prevedibili le conseguenze ambientali dello stoccaggio. Anche le tecnologie della fusione nucleare e della geoingegneria sono associate ad un rischio elevato – in relazione alla geoingegneria si discute circa l’installazione di specchi nello spazio e la produzione di alghe nei mari.

In conclusione, il cambiamento climatico ha accelerato i nuovi sviluppi in materia di energia ambientale e produzione di energia. Le aziende, soprattutto nei settori efficienza energetica e delle energie rinnovabili, si trovano di fronte a un contesto di mercato estremamente positivo. D’altra parte, la discussione sul cambiamento climatico ha anche portato a misure talvolta dubbiose soprattutto in tema di politica energetica, quali una politica di sovvenzioni esagerata e difficilmente finanziabile a lungo termine.

*Responsabile team investimenti, head of corporate responsibility division di Raiffeisen Capital Management

Il fenomeno del mini farming nelle megalopoli. Nel 2050 1,3 miliardi di bocche in più da sfamare

In alcuni Paesi, il mini farming nelle megalopoli è una sperimentazione già in atto, e potrebbe rappresentare una risposta alle sfide che abbiamo davanti. Nel 2050 avremo bisogno di aumentare del 25% la produzione di cibo, e l’80% del consumo sarà concentrato nelle città.

Di Giulia Maria Moschen Bracho

La popolazione mondiale sta crescendo, e per l’anno 2050 avremo bisogno di aumentare del 25% la produzione di cibo. Inoltre, si stima che l’80% del consumo sarà concentrato nelle città. Singapore, per esempio, ha una delle densità di popolazione tra le più alte al mondo: circa 6500 persone per km quadrato. La terra scarseggia, e c’è un’elevata dipendenza dall’importazione di cibo. Quindi l’agricoltura urbana sta diventando una nuova normalità. 

Le aree residenziali, così come quelle commerciali, stanno dedicando spazi all’agricoltura urbana. Così, serve una risposta alla necessità di produrre cibo in modo alternativo, ma anche una soluzione pratica per qualsiasi famiglia. Allo stesso modo per il mondo della ristorazione.

Edible Garden City è una società di consulenza di Singapore che opera nel campo dell’agricoltura urbana e del futuro del mini farming nelle megalopoli. Guida un movimento per sensibilizzare la coltivazione del proprio cibo a Singapore. Negli ultimi 7 anni ha costruito 200 mini farms (fattorie mini) in zone urbane: tetti dei ristoranti, scuole, residenze e ogni spazio che si possa adattare ad un giardino. Ogni quadrato verde da ornamentale diventa una piccola, ma produttiva, fattoria di verdura o frutta.

Sotto la supervisione di Edible Garden CityNoka (un ristorante di Singapore)  ha creato un mini farm sul suo tetto, coltivando alcuni degli ingredienti utilizzati nella loro cucina. Questo progetto, non solo serve a portare a tavola ingredienti freschi e sicuri, ma funge anche da spazio pubblico, visitabile da chiunque. Questo concetto affronta contemporaneamente diversi aspetti interessanti: 

– l’importanza dell’autosufficienza alimentare
– la tracciabilità dei prodotti che portiamo a tavola, 
– l’uso di spazi pubblici ed il loro scopo educativo, 
– la maggiore vivibilità delle città, grazie all’impatto delle aree verdi.

MINI FARMING IN EUROPA – Conosciuto con il nome di CAP – “Common Agricultural Policy”, ossia Politica Agricola Comune – supporta circa 10 milioni di aziende agricole dell’EU; si stima che circa 22 milioni di persone lavorino in questo settore. E’ la voce, nell’agenda dell’UE, con il programma d’aiuto economico all’agricoltura più grande al mondo.

Il modo di concepire l’agricoltura sta cambiando già da anni, ed è nata una nuova generazione di agricoltori che lavora su piccoli orti innovativi nelle aree rurali, periurbane e urbane di tutta Europa. Gli agricoltori e le aziende che hanno deciso di intraprendere questo cammino lavorano su superfici relativamente piccole: dagli 0,01 ai 5 ettari. Spesso di tratta di policolture che arrivano a produrre fino a 100 varietà diverse nell’arco di un anno. Queste piccole policulture e micro fattorie biologiche stanno dando risultati positivi, e sono sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico. Inoltre, esse hanno una impatto positivo anche sulla comunità dove esse si trovano. Tuttavia è necessario continuare la ricerca per capire le opportunità ma anche le difficoltà di questo approccio all’agricoltura

LA ROBOTICA E L’AGRICOLTURAROMI, acronimo di Robotics for Microfarms,  è un progetto open-source che mira a sviluppare una piattaforma robotica leggera per piccole fattorie intensive. ROMI mira ad aiutare la riduzione di piante infestanti, a monitorare la coltura e quindi a ridurre il lavoro manuale. L’obiettivo finale è aiutare gli agricoltori a risparmiare il 25% del tempo dedicato a certe mansioni quotidiane. ROMI, inoltre, potrà acquisire informazioni dettagliate sulle piante e, lavorando con l’ausilio di un drone, riuscirà ad elaborare l’informazione globale sulle coltivazioni che potranno essere studiate, aiutando a capire come migliorare questo tipo di coltivazioni

Il progetto coinvolge un consorzio interdisciplinare formato da sette stakeholders e finanziato dai fondi dell’UE Horizon 2020 di ricerca ed innovazione, per un totale di 3.868.186,25 euro. Trattandosi di un progetto che mira a migliorare le condizioni di lavoro delle comunità di agricoltori, tutti i risultati ottenuti sono presenti nel sito, così come la bibliografia e le altre informazioni utili. 

LE SFIDE FUTURE DELL’AGRICOLTURA – Se nel 2050 avremo bisogno di dare da mangiare a circa 1,3 miliardi di persone in più rispetto ad oggi, è chiaro che i modelli di produzione, trasporto e consumo sono da rivedere e reinventare. Inoltre, i trend climatici ed ambientali avranno un impatto sia sulla capacità di produzione che sul trasporto. C’è da considerare, poi, l’aspetto di gestione dei rifiuti del cibo ed il suo spreco, che solo in parte l’economia circolare ci potrà aiutare ad affrontare e risolvere.

Le proiezioni dicono che per il 2050, nel Vecchio Continente, il livello di urbanizzazione crescerà del 87%. E in Italia, sempre secondo le previsioni dell’UE, si vedrà la crescita maggiore di zone urbanizzate di tutta l’Europa. Rimane chiaro che il futuro del mini farming nelle megalopoli (ed anche nelle zone periurbane) avrà un ruolo centrare per garantire una distribuzione equa di cibo.

In un futuro, non molto lontano, sarà responsabilità di tutti produrre alimenti per la comunità dove si vive.

ARTICLE REFERENCE: https://www.investireneimegatrend.it/il-futuro-del-mini-farming-nelle-megalopoli/

Impresa e innovazione ai tempi del Covid-19. Lo zafferano di montagna siciliano, analisi costi e ricavi

Lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola.

Coniugare impresa e innovazione, anche in agricoltura, è sempre possibile, ed i requisiti richiesti sono uguali per tutti: decidere a quale settore imprenditoriale dedicarsi, avere una buona idea innovativa (o anche re-innovativa, nel senso di rielaborare nuovi processi di qualcosa che già esisteva), una media capacità di investimento, propensione alla comunicazione d’impresa ed un po’ di fortuna. Queste sono le poche tessere del puzzle che qualunque azienda deve mettere per avviare un’iniziativa che, in poco tempo, sia in grado di reggersi sulle proprie gambe, soprattutto allorquando gli effetti della pandemia di Covid-19 sull’economia (in termini di domanda) si saranno ridimensionati e permetteranno la ripresa degli scambi commerciali.

Negli ultimi anni, la maggior parte delle c.d. startup sono nate nel campo dei servizi digitali ed informatici, ma non sono pochi gli imprenditori e i manager che hanno scelto di indirizzare le proprie energie verso l’agricoltura, coniugando tecnologia e nuove idee a colture già note. Un caso a parte, per via delle caratteristiche specifiche, è quello della produzione dello Zafferano, che in Sicilia ha visto emergere la qualità di montagna grazie all’azienda agricola “La Torre” (nella foto il CEO Mauro Alcamisi, produttore dello “Zafferone“), una startup che ha sede all’interno della zona protetta del Parco delle Madonie, e che sviluppa il suo core business interamente su una mono coltivazione di altissima qualità.

Lo zafferano è una spezia molto pregiata e dalla resa molto bassa, al punto di meritarsi l’appellativo di “oro giallo”. Il paese con la maggior produzione di zafferano è l’Iran, seguito da India e Sri Lanka. Ma anche l’Italia, come vedremo, fa la sua parte. Lo zafferano italiano è qualitativamente superiore a quello proveniente dall’estero, per questo motivo piace molto ai consumatori stranieri che ne fanno grande richiesta. Basti pensare che ogni anno, l’Italia esporta ben 16 tonnellate di Zafferano in USA, Germania, Francia, Regno Unito e Brasile su tutti. La produzione diretta italiana – quella di pregio – si attesta annualmente sui 500-600 Kg., mentre tutto il resto (più di 15 tonnellate) è rappresentate da zafferano importato dall’Iran, lavorato in polvere e rivenduto all’estero.

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In Italia si produce in varie regioni, tra le quali la Toscana, le Marche, Abruzzi, Molise, Sardegna ed Emilia Romagna. Tuttavia, la produzione avviene nella pressoché totalità dei casi ad altitudini medie di 6oo metri sul livello del mare, e questo permette una produzione quantitativamente ottimale e qualitativamente soddisfacente. L’azienda di Alcamisi, però, si è spinta oltre gli 850 metri, riprendendo la tradizione – che giaceva del tutto abbandonata – di quei comuni montani che coltivavano zafferano (per uso personale, non per profitto) fino all’inizio del 1900, allorquando anche i piccoli fazzoletti di terra destinati alle coltivazioni delle spezie vennero convertiti per produrre ortaggi e legumi, necessari alla sopravvivenza.

Gli eventi storici del primo e secondo conflitto mondiale, a seguito dei quali molti contadini, chiamati alle armi, non tornarono più alle loro case, ne impedirono definitivamente il ricollocamento, e così la tradizione della produzione dello zafferano in Sicilia andò perduta.

C’è da dire che lo zafferano è una spezia di altissimo valore di mercato, fluttuante di anno in anno secondo le quantità prodotte, e richiede una grande quantità di ore/lavoro da parte di manodopera senza particolare specializzazione. Il clima ideale è quello delle colline del Nord Italia, generalmente più freddo di quello della Sicilia, dove però è possibile riprodurre le stesse condizioni ad altitudini maggiori – cioè in montagna – e con una migliore qualità dettata dalla maggiore esposizione al sole dell’isola. In Sicilia, infatti, i c.d. crochi, dai quali nascono i fiori viola dello zafferano, crescono spontaneamente nel sottobosco e nei prati di montagna del Parco delle Madonie.

La fase di startup della produzione nelle Madonie è stata avviata circa 5 anni fa, con un primo ciclo sperimentale della durata di 6 mesi, nel quale si è provveduto a preparare il terreno, ad implementare l’impianto dei primi duemila bulbi di crocus sativus. In occasione del primo raccolto (da agosto a fine ottobre), le analisi hanno confermato l’elevatissima qualità del prodotto, e così si è dato il via, dopo quasi un secolo, al primo zafferaneto di montagna che oggi occupa circa un ettaro di terreno soleggiato e conta quasi 500mila bulbi. La produzione in altura è quantitativamente inferiore (circa il 30-40% in meno) rispetto a quella collinare, ma la qualità del prodotto di montagna essiccato risulta più elevata. La conferma arriva dall’interessamento da parte dell’industria dolciaria, che ha dedicato allo zafferano di montagna una linea di prodotti specifica (come il celebre panettone dell’azienda Fiasconaro, realizzato in partnership con gli stilisti Dolce e Gabbana, agli agrumi e zafferano di Sicilia), molto apprezzata in tutto il mondo.

Per quanto riguarda le rese della coltura poliennale in collina, da 1000 m² di superficie si possono ricavare 120-150.000 fiori, e da questi si ricavano da 5 a 7 kg di stimmi freschi che, dopo l’essiccatura, divengono 1,0 – 1,4 kg. Nelle aree a coltura poliennale, di solito, al primo anno si realizzano  da 4 a 6 kg per ettaro di stimmi freschi, ma al secondo ben 12 kg e oltre. Negli anni successivi la produzione tende a diminuire, scendendo a 10 kg per ettaro al 3° anno e a livelli ancora inferiori negli anni successivi. In montagna, però, dove il livello qualitativo è molto più elevato, la produzione media non raggiunge i 5 kg per ettaro, ed è per questo motivo che la domanda risulta essere costantemente superiore all’offerta, determinando un prezzo maggiore.

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Relativamente all’analisi dei costi e dei ricavi, li possiamo sintetizzare brevemente in un elenco abbastanza esaustivo, che rende bene l’idea dell’investimento complessivo e delle aspettative di rendimento.

ANALISI DEI COSTI DI IMPIANTO

– valutazione agronomica del terreno: 200,00 euro;

– acquisto di 100.000 bulbi di zafferano olandese (dimensione > 3,18 cm di diametro – circonferenza 10/+). 30.000,00 euro;

– aratura, concimazione, fresatura, assolcatura e messa a dimora dei bulbi e successivo espianto dei bulbi con selezione: 1000 ore complessive per un totale di 10.000,00 euro;

– concime: 6.000,00 euro per 6.000 kg..

COSTI RICORRENTI

– eventuale affitto annuale del terreno: 5.000,00 euro per ettaro;

Naturalmente tutti i costi di impianto, in una coltivazione poliennale, si azzerano dal secondo anno.

Tali costi dovrebbero permettere un raccolto compreso tra 120.000 e 150.000 fiori in circa 30 giorni. Viste le dimensioni medie dello zafferaneto, serviranno complessivamente circa 8 ore (2 ore per due persone) al giorno per raccogliere tutti i fiori, e per la mondatura degli stimmi. Per l’essiccazione è sufficiente un essiccatore elettrico che consuma circa 0,5 euro di corrente all’ora, per un costo complessivo di circa 60 euro. A questi, infine, si aggiungono le analisi di laboratorio dello zafferano (fondamentali per capire il livello di qualità), al costo di 100,00 euro.

ANALISI DEI RICAVI – Occorrono circa 130 fiori per produrre 1g di zafferano essiccato; pertanto, con circa 100.000 la produzione sarà di 1,5 kg di prodotto, il cui valore – che dipende anche dalla qualità certificata dalle analisi – oscillerà tra i 10 e i 25 euro al grammo, a seconda del tipo di cliente finale (es. se utilizzatore industriale, artigianale, ristoratore o privato). Attribuendo un valore medio di 15 euro al grammo, e assumendo l’unità di prodotto in 0.20 grammi a confezione, possiamo stimare i ricavi medi annuali (tra vendite all’ingrosso e vendite al dettaglio) in circa 30.000,00 euro, ed un break-even point (punto di pareggio con rientro totale dall’investimento) a circa 20 mesi dal primo raccolto (26 mesi in totale). A questi risultati vanno aggiunti i maggiori ricavi derivanti dall’aumento spontaneo dei bulbi, utili per le produzioni future. Infatti, i bulbi di Zafferano messi a dimora solitamente si riproducono, e aumentano il capitale investito di circa il 35% ogni anno, consentendo un risparmio notevole, proprio nel bene che rappresenta l’investimento più impegnativo (i bulbi, appunto), nel caso in cui si voglia aumentare la produzione mettendo a coltura nuovo terreno da coltivare a zafferano. In alternativa, i bulbi in più che non si intende utilizzare possono essere venduti ad altri competitor o startupper, generando una voce costante di ricavo annuale che si aggiunge a quella della produzione principale.

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In definitiva, le nuove regole di distanziamento sociale e le difficoltà che i settori tradizionali dell’Economia incontreranno per effetto della pandemia di Covid-19, potrebbero favorire un ritorno delle nuove generazioni d’impresa verso l’agricoltura, che garantisce uno stile di vita più sicuro rispetto a quello cittadino delle fabbriche e dell’alta densità abitativa.

L’Italia, con la sua varietà di colture e secolari tradizioni in campo agricolo, potrebbe rivelarsi nell’imminente futuro come un laboratorio produttivo capace di creare nuovo lavoro e prosperità.