Giugno 6, 2026
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Dal “sogno d’impresa” dei fondatori alla nuova leadership familiare. Strumenti a confronto

A prescindere dagli strumenti giuridici idonei alla trasmissione dell’azienda familiare ai figli, l’imprenditore che decide di passare il testimone è chiamato ad esercitare una scelta fondamentale per il futuro stesso dell’impresa. Per farlo, serve una notevole dose di realismo e l’accantonamento di qualunque criterio di ripartizione di natura affettiva.

Con il graduale avvicendamento storico tra la generazione dei c.d. babyboomers e quella dei millennials, il passaggio generazionale dell’impresa familiare è un fenomeno che, nel prossimo decennio, interesserà in Italia migliaia di aziende a conduzione familistica. A tal proposito, il nostro Ordinamento mette a disposizione alcuni strumenti utili per il trasferimento in vita delle quote aziendali ai futuri eredi.

Lo status giuridico effettivo di erede legittimo del patrimonio aziendale diventa effettivo e “staticamente” produttivo di effetti solo al momento del trapasso dell’imprenditore; se questi decide di perfezionare in vita il passaggio del patrimonio aziendale a figli e nipoti, dovrà tener in buon conto le caratteristiche peculiari (personalità, competenza, esperienza, talento etc) di ciascuno di essi, da valutare esattamente come un candidato esterno alla famiglia che, in base al proprio curriculum, aspira a ricoprire un ruolo chiave nell’impresa o, magari, ad averne la sua leadership.

Patrimonials e Millennials

In tutta evidenza, si tratta di una scelta molto difficile, che può suscitare potenziali attriti in seno alla famiglia e che richiede fermezza da parte dell’imprenditore, nonché una certa abilità nello scegliere, tra i figli, il nuovo leader e i suoi dirigenti. Ci possono volere decenni per far sviluppare ed affermare un’azienda nel mercato, ma basta anche un solo anno di scontri e disaccordi per affondarla. 

L’affetto genitoriale ed il desiderio di accontentare tutti in parti uguali, nella trasmissione della leadership, sono molto ingannevoli. L’azienda familiare, infatti, non si guida con intenti democratici e di equa distribuzione dei poteri e delle deleghe, ma con decisioni “autoritarie” (e autorevoli), e ciò è nella sua stessa natura di avere un leader assoluto al comando. In generale, un leader ha bisogno di una certa base di consenso per “governare” un’azienda nel migliore dei modi possibili. Nel caso di un estraneo alla famiglia, per lui parlerà il suo curriculum ed il carisma conferito dai risultati già ottenuti in precedenti incarichi – un esempio celebre è quello di Sergio Marchionne per la famiglia Agnelli, e in precedenza quello di Cesare Romiti ai tempi di Giovanni Agnelli – ma se la scelta ricade necessariamente (per tradizione, opportunità, continuità etc) su uno dei componenti della famiglia, bisognerà tenere in conto i principi basilari delle relazioni all’interno della gerarchia aziendale. Il leader, infatti, è colui che si adopera per innovare e sperimentare nuove politiche e guidare la direzione del business con una certa dose di coraggio. E’ colui che detta le tendenze, mentre i manager/dirigenti sono quelli che seguono queste tendenze, credendo, sostenendo ed abbracciando  completamente le linee guida dettate dal proprio leader. Pertanto, se si vuole assicurare continuità di successo al di là delle generazioni, ogni “vecchio” leader dovrà individuare un “nuovo” leader con le stesse caratteristiche appena descritte.

Orbene, in una famiglia imprenditoriale dove possono esistere vecchi rancori, invidie e gelosie, è necessario instaurare tra i familiari una collaborazione profonda nel nome della continuità aziendale e del benessere di tutti. Infatti, i manager possono essere considerati come i più indispensabili e “simbiotici” facilitatori della visione di un leader, ed il loro ruolo prevede che che tutti i dipendenti, manager compresi, la seguano. Nell’ambito di una successione aziendale, pertanto, l’imprenditore uscente dovrà assicurare all’impresa una struttura di comando elaborata secondo i medesimi criteri, anche a costo di estromettere dai ruoli manageriali i familiari stretti che non ritiene ancora idonei, rivolgendosi temporaneamente a risorse esterne alla famiglia.

Peraltro, mentre il trasferimento delle quote aziendali può avvenire giuridicamente in vari modi (testamento, donazione, usufrutto di partecipazioni, patti parasociali, patto di famiglia, trust), la trasmissione dell’insieme di valori che costituiscono la c.d. leadership non è attuabile attraverso le regole dei codici. In particolare, il testamento e il patto di famiglia non sembrano adeguati all’obiettivo. Il patto di famiglia, per esempio, permette ad un imprenditore di trasferire l’impresa familiare ai suoi eredi per atto pubblico, ma è gravato dall’incombente di poter essere perfezionato solo se c’è un accordo dell’imprenditore (futuro de cuius) con tutti gli eredi, e della necessità di dover riconoscere, da parte di coloro che ricevono l’azienda o le partecipazioni societarie, una liquidazione compensativa di varia natura (denaro, immobili, veicoli, preziosi etc) agli altri familiari che non prenderanno parte alla compagine societaria. Qualora percorribile, però, il patto di famiglia è un istituto estremamente vantaggioso in quanto ad aspetti fiscali. Infatti, la legge prevede per esso l’esenzione dall’imposta di donazione, l’esenzione dall’imposta di trascrizione per le eventuali formalità relative e l’esenzione dall’imposta catastale per le eventuali volture.

Il testamento – così come il legato testamentario, che ha per oggetto la proprietà o l’usufrutto dell’azienda o di un ramo di essa – è parimenti sconsigliabile sia per la possibile lesione della legittima, sia per via della sua natura di istituto giuridico “non dinamico”, dal quale è impossibile far derivare la continuità della gestione aziendale.

Solitamente, l’imprenditore sceglie metodi alternativi per il passaggio generazionale dell’impresa, come ad esempio la costituzione di newco a partecipazione degli eredi, oppure la costituzione di trust o altri strumenti utili al trasferimento agli eredi della propria azienda. Le criticità già viste per il testamento ed il patto di famiglia rendono l’istituto del trust e l’usufrutto di partecipazioni gli strumenti più frequentemente utilizzati per il passaggio generazionale dell’azienda. Infatti, il Trust da un punto di vista pratico consentirebbe di salvaguardare l’azienda e il suo patrimonio mediante un atto unilaterale, e quindi senza dover concordare un accordo con gli eredi. Il Trust, inoltre, “neutralizza” la fase successoria attraverso la segregazione dei beni conferiti e consente alla gestione aziendale continuità e stabilità. In caso di presunta violazione della legittima, poi, il Trust potrebbe subire soltanto un’azione di riduzione da parte degli eredi pretermessi, ma non sarebbe mai sottoposto ad alcuna ipotesi di invalidità dell’atto.

Relativamente all’Usufrutto di partecipazioni, sarà bene fare una premessa. Il testo unico sulle imposte di successione e donazione (Dlgs n. 346/1990, articolo 3, comma 4-ter) stabilisce una particolare agevolazione fiscale al passaggio generazionale delle aziende. Con tale disposizione, i trasferimenti di aziende, rami di aziende, quote e azioni sociali a favore dei discendenti e del coniuge, in presenza di determinate condizioni, non sono soggetti all’imposta sulle successioni e donazioni. Tali condizioni riguardano il potere di controllo afferente alle quote sociali, e più precisamente: a) l’acquirente a titolo gratuito di azioni di SpA, per usufruire del beneficio, deve conservare il controllo della società per almeno 5 anni; b) l’acquirente a titolo gratuito di quote di società di persone deve proseguire l’esercizio dell’attività per almeno 5 anni e c) qualora sia ceduta un’azienda o un ramo di azienda, è necessario che l’acquirente a titolo gratuito prosegua l’esercizio dell’attività per almeno 5 anni. 

Il beneficio della non applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni si applica anche nel caso in cui i beni trasferiti abbiano un valore superiore a quello delle franchigie previste, e nel caso in cui l’azienda oggetto del trasferimento contenga beni immobili, non saranno applicate neanche le imposte ipotecarie e catastali (Dlgs n. 347/1990).

Gli strumenti esaminati – in maniera succinta, per motivi di spazio e facilità di lettura – hanno lo scopo di consentire all’imprenditore o a coloro che detengono una partecipazione societaria di poter pianificare “in anticipo” la propria successione, e soprattutto di individuare, tra i suoi familiari, il miglior candidato a garantire una leadership forte, in grado di conferire continuità allo svolgimento dell’attività, evitando così il pericolo di frammentare il controllo dell’azienda tra eredi potenzialmente “litigiosi” o, comunque, in disaccordo.

Sono tante, infatti, le aziende familiari che, dopo aver prosperato durante la prima generazione di imprenditori, “si spengono” una volta arrivati alla seconda o, al massimo, alla terza generazione. Quando accade, non è solo la ricchezza ad essere distrutta, ma soprattutto il sogno d’impresa di chi ha dato inizio a tutto.

Il consulente finanziario per l’impresa. Tra crescita delle prospettive e nuove esigenze formative

Tra nuove tematiche, metodi e skill operative, la nuova formazione per consulenti finanziari appare sempre più plasmata dal mercato. In profonda evoluzione le mansioni e le competenze di una figura sempre più trasversale, che non può più accontentarsi della sola conoscenza di tecniche e strumenti finanziari.

Le figure professionali che prestano la propria opera alle imprese, accompagnandole nei processi di sviluppo valutandone e pianificandone le possibilità di investimento, vivono all’interno di scenari in rapida evoluzione, dove l’imperativo è quello di adattarsi al cambiamento, guidarlo anziché subirlo.

Il profilo del consulente finanziario è in costante ascesa tra quelli maggiormente richiesti dalle imprese, in aperto contrasto con la non facile situazione vissuta nel settore del Risparmio Gestito. La domanda, però, cresce di pari passo con la complessità delle mansioni e delle competenze di una figura sempre più trasversale, che non può più accontentarsi della sola conoscenza di tecniche e strumenti finanziari. Infatti, skill operative nell’ambito del business planning e treasury management, conoscenza delle metodiche della finanza straordinaria e delle operazioni di distressed M&A, nonché capacità pratiche nella programmazione e gestione aziendale, si uniscono ad un’indispensabile confidenza con i nuovi strumenti informatici e – in senso più ampio – con i dettami della trasformazione digitale dell’economia.

Specializzazione e costante aggiornamento sono le chiavi tanto per i giovani che cercano di farsi largo in un settore ricco di possibilità ma anche molto competitivo, quanto per le figure senior, per cui la formazione continua a rappresentare un obbligo, ma anche un’occasione preziosa. Si fa strada, così, l’esigenza di specifici percorsi di formazione nel campo della consulenza finanziaria aziendale, da attuare attraverso master e corsi di alta formazione destinati a dottori in materie economiche, giuridiche e persino in scienze matematiche, ossia a coloro che possono ambire allo sviluppo del profilo professionale dello specialista in consulenza finanziaria. I più giovani, tuttavia, scontano un cammino irto di ostacoli per via di un mercato del lavoro che raramente concede spazio a chi non è in possesso di esperienze pregresse e skill operative; come i consulenti c.d. senior, i quali spesso abbinano, ad una grande esperienza e competenza acquisite sul campo, l’assenza di un percorso formativo definito per le esigenze dell’Impresa e certificato da un titolo specifico. Quest’ultimo, a ben vedere, rappresenterebbe invece un investimento intelligente per il consulente finanziario, dal momento che il mercato della raccolta di risparmio, oggi più che mai, passa proprio dall’imprenditore.

Le risposte alle necessità di formazione specialistica per la finanza aziendale sono rappresentate, ormai da alcuni anni, dai master erogati da enti universitari e dalle Business School. Le scuole di specializzazione in ambito economico, in particolare, presentano rilevanti punti di forza:

– corsi basati su programmi di studio oggetto di costante aggiornamento, di edizione in edizione, per una conoscenza sempre al passo con i reali trend del momento;

– impianto dei master progettato da faculty fondate sulla collaborazione di accademici, ma anche di imprenditori e professionisti, capaci di portare la loro esperienza diretta in aula;

– metodo di insegnamento che privilegia una logica orientata alla pratica e all’operatività, superando i limiti del tradizionale approccio nozionistico, al fine di maturare competenze spendibili nell’immediato;

– rilascio di crediti formativi utili alla formazione professionale continua, per adempiere al preciso obbligo di perseguire l’aggiornamento delle proprie competenze, come richiesto a tutti i membri dell’Organismo Unico dei Consulenti Finanziari;

– facilità di accesso ai corsi, grazie a formule weekend progettate per i lavoratori e piattaforme di e-learning per la partecipazione da remoto, con tutti i vantaggi che ne derivano per i professionisti già operativi o per chi è impossibilitato nel raggiungere le sedi fisiche delle scuole.

Temi e competenze di pertinenza del consulente finanziario per l’impresa: i programmi di studi dei master in finanza

Conoscenza degli strumenti e delle logiche finanziarie da un lato, precisa comprensione e capacità di analisi della situazione economica e degli obiettivi aziendali dall’altro; nel mezzo, competenze a tutto tondo in relazione a tematiche quali bilancio, fiscalità e pianificazione dell’impresa: la figura dell’esperto in finanza che mira a offrire la propria consulenza alle imprese necessita di una preparazione davvero di ampio respiro.

Tra gli argomenti affrontati, per esempio, nelle lezioni dei master in finanza e controllo di gestione – mirati alla formazione di professionisti in grado di analizzare e orientare le scelte di investimento di un business – rientrano un’ampia gamma di tematiche, tra cui:

– studio del bilancio aziendale come strumento per il controllo economico-finanziario dell’impresa;

– analisi delle principali voci di bilancio dello Stato Patrimoniale e del Conto Economico;

– analisi per indici (RATIOS) dell’impresa e analisi per flussi e rendiconti finanziari;

business planning e financial modeling;

treasury management (gestione e ottimizzazione della tesoreria aziendale);

– modalità di finanziamento aziendale (private equity, venture capital e financial due diligence);

– operazione di finanza straordinaria e distressed M&A per la gestione della crisi di impresa;

controllo di gestione e sistemi di programmazione (dall’introduzione alle logiche del controllo di gestione all’impiego delle informazioni di contabilità analitica per l’analisi dei costi-volumi-risultati delle decisioni aziendali).

A questo link è possibile approfondire struttura e programma di un master in finanza, erogato da Meliusform Business School e appositamente progettato secondo un impianto a moduli, per offrire a neolaureati e professionisti già attivi la possibilità di frequentare anche le singole lezioni di interesse e costruire, con il supporto attento dei futuri formatori, il proprio percorso anche “su misura”, beneficiando dell’approccio operativo dei master economico-finanziari di nuova generazione. Questi ultimi si distinguono da quelli di stampo tradizionale proprio per lo spazio riservato ai contenuti di tipo esperienziale. In particolare, le tradizionali lezioni frontali in aula sono integrate, durante l’intero programma di studio, da:

– analisi di case study, ovvero di casi reali che illustrano i concetti affrontati sul piano teorico, offrendo un immediato riscontro nella pratica dell’attività del consulente finanziario;

– elaborazione di project work, cioè sviluppo di progetti assegnati a gruppi di corsisti che, con l’ausilio dei mentori della scuola, ne curano tutte le fasi, acquisendo così confidenza con gli strumenti analizzati nel corso delle lezioni;

– esercitazioni in aula, impiegando software e tool informatici divenuti ormai lo standard nell’ambito della finanza aziendale e del controllo di gestione, con l’obiettivo di far proprio un metodo di lavoro preciso.

Su tutto, nella scelta del Master in finanza è bene individuare i punti chiave, e sapersi orientare tra le molteplici offerte formative. Certamente, tra i fattori da analizzare con scrupolo prima di scegliere la propria business school, spiccano le storia e gli anni di attività della Scuola, la reputazione ed i riconoscimenti ricevuti, le caratteristiche della faculty, il curriculum dei docenti, il livello di approfondimento e la frequenza nell’aggiornamento nei programmi dei corsi, le formule di erogazione adottate (lezioni frontali nei weekend, online, ecc.), la scelta di un approccio orientato alla pratica (cioè quello più idoneo alla categoria dei consulenti finanziari) e i servizi di tutoring e placement.

Professione? Visionario. Quando troppa mitologia aziendale da alla testa

Chi è il c.d. Direttore Visionario, ruolo che sta cominciando a proliferare in molte aziende americane ed europee? Per alcuni una pedina importante, per altri  una specie di santone aziendale, cui tutto sarebbe concesso.

Di Massimo Bonaventura

Il primo fu un certo Einar Stefferud, co-fondatore delle prime holdings della realtà virtuale nel 1994, ad essere riconosciuto come il primo CVO, ossia “Chief Visionary Officer”. In Italia, se non andassero troppo di moda gli inglesismi, verrebbe chiamato Direttore Visionario.

Roba da far sorridere – ed anche impaurire – i dipendenti: un visionario, per giunta direttore, è anche un tipo imprevedibile, non c’è che dire.

A contendere il primato nell’uso di questo ambita carica aziendale dei giorni nostri c’è anche Tim Roberts, alto dirigente del ramo della banda larga di un colosso come Investment Group. Roberts afferma di averlo inventato lui il titolo, per via dei suoi “attributi visionari”, necessari per integrare un business complesso e per definire in maniera netta ed inequivocabile il suo ruolo nell’organizzazione, quello appunto di capo con una “visione” del futuro dell’azienda nel lungo periodo.

In mezzo a questa contesa, si inserisce con prepotenza il mito – è il caso di dirlo – di Steve Jobs, visionario dei visionari, cui il mondo attribuisce meriti riconoscibili, tra i quali quello di aver creato l’azienda più ricca e potente del mondo. Infatti, la nutrita filmografia sul personaggio ci ha restituito l’immagine del “perfetto visionario”, quello a cui tutti gli altri vorrebbero tendere: determinato, arrogante, cinico e geniale.

Solo che lui, nel biglietto da visita, non scriveva CVO, ma CEO (Chief Executive Officer, in Italia è l’equivalente di Amministratore Delegato). Anzi, si narra che non li avesse neanche, i biglietti da visita.

Del resto, l’industria cinematografica ha contribuito al “racconto mitologico” di diversi visionari realmente esistiti; a titolo di esempio, lo stesso Jobs (due film e decine di docufilm all’attivo su di lui), il mito negativo (ma sempre mito) di Jordan Belfort interpretato da Leonardo Di Caprio in “The Wolf Of Wall Street”, ed il gruppo di visionari raccontati nel celebre film “La Grande Scommessa” (The Big Short, tratto da una storia verissima), su cui primeggia il personaggio interpretato dall’attore Christian Bale, Michael Burry, autentico visionario che era solito lavorare a piedi scalzi e in bermuda.  

In Italia abbiamo avuto il compianto Sergio Marchionne, esempio di visionario “nostrano” (sebbene sia stato naturalizzato canadese), il quale ha saputo modificare profondamente la storia della FIAT – oggi FCA –  e sul quale è cresciuto, anche per via della sua prematura scomparsa, un discreto mito imprenditoriale che continua anche dopo la sua morte (su tutto, la sua leggendaria insofferenza per la cravatta).

Gli esempi descritti hanno tutti un denominatore comune: sono dei fuoriclasse della “visionarietà”, e a loro la Società ha tributato l’appellativo onorifico di “visionario”. Oggi, invece, è tutto un proliferare – soprattutto in alcuni settori come quelli legati alla creatività – di biglietti da visita con su scritto visionary officer, utilizzati dagli executive del marketing, della pubblicità o anche del design.

Non sarebbe più appropriato il caro vecchio “direttore creativo”?

Ipoteticamente, in una classificazione dei ruoli aziendali, il ruolo di “capo visionario” incarnerebbe una funzione dirigente come le altre, ma a differenza di queste verrebbe usato per formalizzare una posizione di più alto livello, persino rispetto al CEO. Una specie di “santone aziendalecui tutto è concesso: camminare a piedi scalzi, farsi una canna in pieno orario di lavoro (per amplificare il “pensiero visionario”), vestirsi in maniera informale anche durante i consigli di amministrazione, consumare pasti frugali e salutari, disprezzare (apparentemente) il denaro, vivere (apparentemente) in modo modesto, insultare occasionalmente i dipendenti che non seguono le sue visioni e mostrare una certa insofferenza per le regole dello stile dirigenziale.

In teoria, il CVO dovrebbe avere una conoscenza ampia e completa di tutte le questioni connesse con l’attività dell’organizzazione, così come la visione necessaria per guidare il suo corso verso il futuro. Dovrebbe possedere tutte competenze di base di ogni dirigente, a cui applicare le proprie idee visionarie al fine di definire le strategie aziendali e i piani di lavoro conseguenti. Un direttore strategico, insomma; un CSO (Chief Strategy Officer), cioè, ruolo già conosciuto, che nelle grandi aziende si occupa delle modifiche necessarie per adeguare il panorama aziendale alle previsioni dell’Economia, delle strutture organizzative complesse, della globalizzazione, delle nuove normative e dell’innovazione (di processo e di prodotto), portando avanti questo lavoro così complesso insieme ad un team dedicato.

In pratica, niente che già non ci fosse.

Il problema è che, se si desidera avere l’attribuzione della qualità positiva di “visionario”, non è sufficiente attribuirsela da soli in un biglietto da visita, ma deve essere il sistema in cui operi a riconoscerla, per meriti e risultati inaspettati e dirompenti. In caso contrario, si rischia di passare per un soggetto auto-referenziale – uno che si dà le arie insomma; che poi, quando i risultati non arrivano, è l’anticamera per un rapido oblio.

Qualcuno potrebbe pensare che questo mio modo di vedere la faccenda sia un po’ “arretrato” e non al passo con i tempi. Può darsi. Ma io, quando sento il termine “visionario”, continuo a pensare ad un tizio strampalato e bisognoso di cure, che vaga per strada in preda a confusione mentale, intento ad urlare anatemi complottisti contro gli infermieri che lo stanno riconducendo, con cauta gentilezza, verso un’ambulanza.