Aprile 18, 2026
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Le azioni europee performeranno meglio di quelle statunitensi? Pare di sì

Grazie al massiccio intervento dell’Europa per combattere la crisi energetica, le azioni europee hanno messo in scena un bel rally, sovraperformando rispetto a molti omologhi non europei. 

La maggior parte dei commenti macro si concentra sugli Stati Uniti, ma negli ultimi mesi il vero protagonista è stata l’Europa: di recente l’euro si è apprezzato di oltre il 10% rispetto al dollaro USA, e i dati macro sembrano suggerire che una recessione è stata evitata e il mercato azionario europeo è in crescita, avendo sovraperformato l’S&P 500 e altri pari.

Per i macro economisti stranieri, la complessa architettura europea e le sue numerose dimensioni appaiono come una scatola nera poco attraente da analizzare. Infatti, appena sei mesi fa (Settembre 2022) le borse europee erano in caduta libera, il cambio EUR/USD viaggiava a 0,95 e tutti si domandavano se l’Europa sarebbe riuscita a tenere le luci accese durante il successivo inverno, o a poter scaldare le case. Queste preoccupazioni, oltre ad essere “pompate” dai media europei, erano però motivate dal complesso quadro macroeconomico ed energetico di quel periodo, che richiedeva certamente l’elaborazione di misure di emergenza, ma soprattutto soluzioni a lungo termine capaci di evitare i disastri dell’ultimo minuto.

L’Europa, cronicamente carente sulle soluzioni a lungo termine,  si è concentrata sulle prime. E così, una gigantesca quantità di PIL pro capite è stata assegnata da diversi paesi europei a famiglie e imprese nel tentativo di combattere la crisi energetica. Più precisamente, i paesi hanno stanziato in media circa il 5% del PIL pro capite per far fronte alla crisi energetica, ed è una cifra enorme se pensiamo che, per esempio, il disavanzo fiscale italiano di un intero anno oscilla tra 50 e 60 miliardi di euro e l’Italia ha stanziato oltre 90 miliardi di euro esclusivamente per proteggere i consumatori e le imprese dall’aumento dei prezzi dell’energia; ed in tal modo si è mostrata pessima nella definizione di soluzioni a lungo termine ma brava nelle misure di emergenza, esattamente come gli altri paesi dell’Unione Europea.

Usare le finanze pubbliche per proteggere il settore privato da un problema strutturale di commercio e/o circolazione merci non è una soluzione praticabile a lungo termine, ma funziona sicuramente a breve termine, poiché incide nella relazione tra importazioni, esportazioni e valuta, ossia nelle c.d. ragioni di scambio. Queste altro non sono che il rapporto in base al quale beni di diversi paesi vengono scambiati. Gli indici delle ragioni di scambio misurano la performance relativa dei prezzi di esportazione e importazione di un paese. Ragioni di scambio migliori (più alte) si manifestano quando il valore che un paese ottiene dalle proprie esportazioni supera il valore delle cose che deve importare dall’esterno, e viceversa. Inoltre, le ragioni di scambio sono importanti per la valuta: il deterioramento (o il miglioramento) del relativo indice comporta spesso una valuta più debole (o più forte), poiché il paese deve spendere di più (o di meno) per importare la stessa quantità di prodotti.

Ebbene, non appena l’Europa è intervenuta massicciamente e le ragioni di scambio hanno iniziato a migliorare, e l’euro è cominciato a risalire in modo implacabile. Un euro più forte e un sentiment generale migliore hanno sostenuto anche la ripresa degli asset di rischio europei, ma soprattutto l’intervento del governo ha eliminato le tensioni recessive ed ha ridotto l’estremo pessimismo intorno all’industria manifatturiera, in quanto i costi degli input e dell’energia erano sovvenzionati dai governi. In questo modo le azioni europee hanno messo in scena un massiccio rally, sovraperformando rispetto a molti omologhi non europei. Inoltre, i dati macro hanno iniziato a convalidare questa nuova “narrazione azionaria europea”, poiché i sondaggi provenienti dalle PMI hanno visto risposte più ottimistiche sulla futura crescita economica.

Pertanto, le azioni europee continueranno a sovraperformare le loro controparti statunitensi, e questo sta diventando più probabile di giorno in giorno.

Azioni europee ancora a sconto del 18%, secondo Ethenea

Christian Schmitt (Ethenea): “rispetto alla tendenza centrale degli ultimi 13 anni, le azioni europee sono a sconto del 18%. Tuttavia la situazione attuale non basta per ipotizzare una tenuta di lungo periodo”.

“Un certo sconto delle azioni europee rispetto agli Usa appare strutturale, ma con la forte crescita dei fondamentali nel 2022 questo sconto si è ampliato e c’è un ulteriore potenziale di sovraperformance, stimabile in un +18% anche solo tornando alla tendenza centrale degli ultimi 13 anni. La prospettiva di lungo termine non sembra invece così rosea”. È l’analisi di Christian Schmitt, portfolio manager di Ethenea Independent Investors.

Dalla crisi finanziaria globale del 2008/09, l’andamento relativo dei principali indici azionari europei rispetto ai loro omologhi statunitensi ha puntato in una sola direzione: verso il basso. Nella ventina d’anni precedenti, ovvero da quando esistono ad esempio l’indice tedesco DAX e gli indici europei STOXX calcolati a ritroso, l’andamento relativo è stato molto più equilibrato. Ma cercare una sovraperformance strutturale delle azioni europee anche in quel periodo è vano. Infatti, la performance delle azioni, sia a livello di singoli titoli che aggregate a livello di indice, dipende dall’andamento fondamentale delle società sottostanti e dalla valutazione attribuita. Quanto più lungo è il periodo di riferimento, tanto più dominante diventa l’andamento di fatturati, utili, cash-flow e altri indicatori fondamentali. Pertanto, le differenze di valutazione possono essere un buon punto di partenza (tattico) per una sovraperformance relativa. Per una sovraperformance di più lungo termine (strategica), tuttavia, è necessario che anche la crescita fondamentale si sviluppi in modo significativamente migliore. 

Il grafico mostra, nella parte superiore, l’andamento relativo dei prezzi delle azioni europee rispetto a quelle statunitensi (linea dorata) e l’andamento relativo degli utili societari attesi nei prossimi 12 mesi (linea blu).

Entrambe le serie storiche sono indicizzate a 100 al 1° gennaio 2010. Un movimento da 100 a 90 significa, ad esempio, che l’Europa si è indebolita del 10% rispetto agli Stati Uniti. La parte inferiore del grafico riflette lo sconto dell’Europa rispetto agli Stati Uniti in base ai rapporti prezzo/utile. Mentre le azioni europee sono valutate con un fattore di 12,7 in base agli utili previsti per i prossimi 12 mesi, le azioni statunitensi devono essere pagate applicando un fattore di 17,8 volte gli utili previsti. Dalla prospettiva europea ne risulta uno sconto attuale del -29% (linea grigia). La mediana degli ultimi 13 anni, invece, si era attestata al 16% (linea tratteggiata turchese).

La rappresentazione grafica mostra due cose. Sul lungo periodo, la performance nettamente migliore delle azioni statunitensi è stata ampiamente sostenuta da un corrispondente sviluppo fondamentale. Inoltre, sembra giustificato un certo sconto delle azioni europee, che deriva, tra l’altro, da strutture settoriali diverse, livelli di redditività inferiori, mercati nazionali più regolamentati e più frazionati, minore autosufficienza energetica e un capitalismo complessivamente più sociale. Tuttavia, risulta anche evidente come lo sconto dell’Europa abbia raggiunto nuovi estremi con l’inizio della guerra in Ucraina lo scorso anno (ma non solo), mentre al contempo lo sviluppo dei fondamentali è stato sorprendentemente forte rispetto agli Stati Uniti. Inoltre, in molti portafogli globali si tende a sottopesare l’Europa. Questa combinazione di fattori spiega la forte performance degli indici azionari europei negli ultimi mesi, anche perché la crisi energetica è risultata molto più contenuta di quanto molti si aspettassero grazie all’inverno mite. In prospettiva, le azioni europee possiedono un ulteriore potenziale di sovraperformance, dato che lo sconto è ancora superiore alla media. Anche solo un ritorno al valore della mediana di cui sopra corrisponderebbe a un’ulteriore sovraperformance di circa il 18%.

La situazione di partenza per una prosecuzione del momentum fondamentale (relativo) non sembra invece così rosea. Alcune situazioni particolari verificatesi l’anno scorso si sono però ormai in gran parte risolte. Ad esempio, negli anni della pandemia (2020/21) gli indici azionari tecnologici statunitensi hanno registrato un boom, i cui enormi effetti di base avevano determinato battute d’arresto nel 2022. Una quota significativa degli investimenti e degli acquisti effettuati si sono tramutati in vendite anticipate e non aggiuntive. Inoltre, il vigore del dollaro ha pesato sui grandi gruppi globali statunitensi, mentre molti esportatori europei hanno beneficiato della debolezza dell’euro. “Con l’esaurimento di questi trend, le aspettative di utile relative si sono neutralizzate già negli ultimi tre mesi. Una prosecuzione del momentum fondamentale positivo nel 2023 sembra quindi poco probabile, ma non si nota neppure uno sviluppo contrario a danno dell’Europa. La situazione attuale non basta in ogni caso per ipotizzare una rinascita sostenibile delle azioni europee”, conclude Schmitt.

Le azioni europee in ribasso. Pesano le attese sull’aumento dei tassi e la paura di una recessione

L’ottimismo generato dall’allentamento delle restrizioni in Cina è stato rapidamente annullato dai dati che indicano che le economie potrebbero andare verso la recessione.

Venerdì le azioni europee sono scese, spazzando via i guadagni precedenti, dopo che i dati sull’occupazione negli Stati Uniti hanno supportato la tesi dell’inasprimento aggressivo della politica della Federal Reserve. Di conseguenza, gli investitori hanno alzato il tiro delle scommesse sui rialzi dei tassi della BCE dopo la pubblicazione dei dati sull’inflazione della scorsa settimana.

L’indice paneuropeo STOXX 600 ha concluso una settimana tumultuosa in calo dello 0,9%, con volumi che contenuti a causa delle festività in Gran Bretagna e Cina. Il settore della tecnologia dell’informazione, sensibile ai tassi, ha portato perdite consistenti sullo STOXX 600, mentre il settore automobilistico è sceso dell’1,6%. In particolare, il francese Faurecia (fornitore di componenti per auto) ha perso il 6,8%, ed ha dichiarato di aver lanciato un aumento di capitale di 705 milioni di euro (758 milioni di dollari) per finanziare l’acquisizione della rivale tedesca Hella. Questi risultati sembrerebbero confermare che gli investitori abbiano aumentato le loro scommesse sugli aumenti dei tassi di interesse della BCE per quest’anno, prezzando un aumento più ampio di 50 punti base in almeno una delle riunioni politiche della banca entro il prossimo ottobre, come naturale portato dell’inflazione record nella zona euro.

“In considerazione della drammatica tendenza dell’inflazione e del fatto che la BCE è così chiaramente ‘dietro la curva’, rispetto alla Fed, il linguaggio della BCE dovrebbe tendere a diventare più aggressivo”, scrivono gli analisti di Commerzbank in una nota. Infatti, i dati di venerdì hanno mostrato che i datori di lavoro statunitensi hanno assunto più lavoratori del previsto a maggio, e hanno mantenuto un ritmo abbastanza sostenuto di aumenti salariali. Si tratta di segnali di forza del mercato del lavoro, che manterranno la Federal Reserve su un percorso di aggressività della politica monetaria, e ciò fa temere che in Europa la BCE seguirà l’esempio, sebbene lo “stile” europeo di manovra dei tassi di interesse non sia mai stato così aggressivo al pari di quello americano.

Il risultato negativo dei mercati azionari europei ha sorpreso molto quanti speravano, ad inizio della scorsa settimana, un maggiore entusiasmo dopo che la Cina ha allentato alcune restrizioni legate al COVID-19 e ha rivelato l’intenzione di usare ulteriori stimoli, ma l’ottimismo è stato rapidamente annullato dai dati che indicavano che le economie potrebbero andare verso la recessione. In Francia, per esempio, secondo un’indagine, la crescita dell’attività nel settore dei servizi dominante del paese è diminuita a maggio rispetto ad aprile, ed anche il settore dei servizi tedesco ha mostrato segnali di rallentamento della crescita.

Il divieto parziale da parte dell’Unione Europea alle importazioni di petrolio dalla Russia, in rappresaglia all’invasione dell’Ucraina, ha anche alimentato i timori di un ulteriore aumento dell’inflazione. “Un’eventuale recessione non si verificherà quest’anno, ma molto probabilmente nel 2023. Detto questo, ci aspettiamo che il mercato sconti in modo più appropriato un minore slancio dell’economia“, hanno affermato gli strateghi azionari di Generali Investments. Nonostante queste dichiarazioni di importanti analisti – che sono generalmente caute riguardo una eventualità di recessione –  i titoli continuano a subire una scarsa propensione al rischio, con eccezione di alcuni player che beneficiano degli effetti del conflitto armato. Per esempio, l’italiano Leonardo è salito del 2,0% dopo che la tedesca Rheinmetall ha fatto un’offerta per una partecipazione di minoranza nella sua unità di produzione di cannoni OTO Melara, fissando un valore di 190-210 milioni di euro come prezzo indicativo per la partecipazione del 49% nel produttore di armi italiano.

Eppure, nella zona euro la crescita del business è stata robusta a maggio, ma rischia di essere vanificata a causa dell’aumento del costo della vita, delle interruzioni della catena di approvvigionamento e dell’incertezza sull’invasione russa dell’Ucraina. L’indice composito finale dei responsabili degli acquisti (PMI) di S&P Global, considerato un buon indicatore della salute economica, è sceso a 54,8 a maggio dal 55,8 di aprile, poco meno di una stima preliminare di 54,9. Qualsiasi valore superiore a 50 indica comunque una crescita. La forte domanda di servizi ha contribuito a sostenere un ritmo sostenuto di crescita economica; tuttavia, i rischi sembrano essere orientati al ribasso per i prossimi mesi. Il settore manifatturiero rimane limitato in modo preoccupante dalla carenza di offerta, e sia le imprese che le famiglie rimangono afflitte dall’aumento dei costi.

Ci sono segnali che la spinta all’economia determinata dalla maggiore domanda di servizi post restrizioni stia iniziando a svanire, per cui le aziende hanno ridimensionato le loro aspettative di crescita per il prossimo anno, preoccupate per la carenza di offerta, l’aumento del costo della vita e l’inasprimento delle condizioni monetarie. Di conseguenza, l’indice composito della produzione futura è sceso a 59,9 da 60,5, uno dei livelli più bassi dall’inizio della pandemia.