Maggio 2, 2026
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Effetti economici della guerra in Ucraina: USA sempre più forti, Europa sempre più fragile

Mentre il conflitto russo-ucraino rafforza la posizione economica e politica degli USA, l’Europa paga il prezzo della crisi. Per il Vecchio Continente necessario recuperare autonomia energetica e industriale.

Di Valerio Giunta, Founder e CEO di Banking People

Per gli Stati Uniti, la guerra in Ucraina si è sempre configurata non solo come uno scontro nello scacchiere geopolitico, ma anche come una significativa opportunità economica e strategica. Infatti, grazie a un pragmatismo stringente, Washington ha saputo trasformare la crisi ucraina in un’occasione per rafforzare la propria economia e la sua influenza globale sull’Occidente, consolidando al contempo la dipendenza dell’Europa dalle proprie risorse energetiche e industriali.

Le difficoltà europee derivanti dalle sanzioni contro la Russia hanno spalancato le porte alle esportazioni americane. Secondo i dati disponibili, tra luglio 2023 e giugno 2024 il valore delle esportazioni statunitensi verso l’Unione Europea è aumentato di 93 miliardi di dollari, raggiungendo un totale di 367 miliardi di dollari (+34% rispetto al 2021). In particolare, le esportazioni di petrolio sono raddoppiate (+101%), con un incremento di 37,3 milioni di tonnellate; quelle di gas naturale liquefatto (GNL) sono aumentate del 181%, pari a 18,5 milioni di tonnellate; le esportazioni di fertilizzanti sono passate da quasi zero a 666.000 tonnellate. Tutti questi numeri evidenziano come le sanzioni abbiano spinto l’Europa a una crescente dipendenza economica dalle risorse statunitensi, trasformando gli Stati Uniti in fornitori chiave per il Vecchio Continente.

In tal senso, anche gli aiuti americani all’Ucraina non rappresentano solo un gesto di solidarietà, ma anche un volano per l’industria nazionale. Negli ultimi due anni, infatti, la produzione industriale nei settori della difesa e dello spazio è aumentata del 18%, sostenuta dall’espansione della domanda militare generata dagli alleati NATO e dal sostegno a Kiev da parte dell’amministrazione Biden. In soldoni, il 64% dei 60,7 miliardi di dollari stanziati per l’Ucraina è rientrato direttamente nell’economia statunitense, consolidando la base industriale della difesa e creando migliaia di posti di lavoro negli Stati chiave. Tuttavia, l’impatto politico-elettorale di queste misure non è stato sufficiente alle ultime elezioni presidenziali, in occasione delle quali gli elettori americani hanno punito Biden, anziché ringraziarlo per i risultati ottenuti in tema di occupazione.

Si può dire che gli Stati Uniti abbiano finora rafforzato la loro posizione economica e politica, mentre l’Europa stia pagando ancora il prezzo della crisi. Le sanzioni contro la Russia hanno acuito la dipendenza energetica e industriale dai mercati americani, le cui materie prime non sono esattamente a buon mercato, contribuendo a un aumento dei costi per le famiglie e le imprese europee. La necessità di importare dagli Stati Uniti risorse fondamentali prima geograficamente più disponibili e meno costose ha portato molte aziende europee a riconsiderare la propria base operativa, favorendo la delocalizzazione verso gli USA, dove i costi energetici sono significativamente più bassi. Questo fenomeno, unito alla pressione inflazionistica, sta minando la competitività industriale del Vecchio Continente.

Pertanto, la guerra in Ucraina ha rappresentato per gli Stati Uniti un’opportunità unica per rafforzare il proprio ruolo di superpotenza globale, ma ha anche messo in luce le fragilità dell’Europa, costretta com’è a comprare il sempre più crescente debito americano per sostenere il “dollaro forte” ed evitare che le altre valute BRICS prendano ancora più piede nel contesto del commercio internazionale. Se l’Europa non riuscirà a elaborare una strategia che le consenta di recuperare autonomia energetica e industriale, rischia di uscire ulteriormente indebolita da questa crisi.

Relativamente alle implicazioni per gli investitori finanziari, la guerra in Ucraina ha creato scenari di opportunità e rischi significativi, con gli Stati Uniti che emergono come beneficiari principali e l’Europa che subisce le maggiori pressioni economiche. L’industria americana della difesa, dell’energia e il settore manifatturiero americano sono in forte espansione:
– Industria della difesa: Crescita del 18% negli ultimi due anni, con aziende come Lockheed Martin e Raytheon che beneficiano dell’aumento delle spese militari;
Energia: Il boom delle esportazioni di gas naturale liquefatto (GNL) e petrolio offre opportunità per società come ExxonMobil e Cheniere Energy.
– Produzione industriale: gli investimenti nel reshoring industriale rappresentano un trend positivo per gli investitori nel settore manifatturiero.

Contemporaneamente, l’Europa deve affrontare il rischio di deindustrializzazione e l’aumento dei costi energetici, e già le aziende europee nei settori ad alta intensità energetica stanno perdendo terreno rispetto ai competitor americani. La c.d. transizione energetica, tuttavia, potrebbe compensare la perdita di produttività nei settori più maturi; in tal senso, gli investimenti in energie rinnovabili (come quelli di Iberdrola ed Enel) potrebbero rappresentare un’alternativa sostenibile. Pertanto, gli investitori possono beneficiare del boom americano (finchè dura), mentre in Europa è necessaria una selezione più attenta per evitare settori in difficoltà. Materie prime e fondi diversificati su difesa ed energia restano strategie interessanti per navigare in questa fase di incertezza globale.

In Gold we trust. Il debito USA mette paura, scatta la corsa al rientro delle riserve auree

Il sistema americano basato sul debito e sulla speculazione finanziaria sta portando il paese verso una grave crisi economica. I paesi Africani fanno rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti.

Di Valerio Giunta* 

E’ notizia recente di come il debito pubblico degli Stati Uniti abbia raggiunto un nuovo record, sfondando per la prima volta la quota dei 35000 miliardi di dollari (a fronte di un PIL di 27000 miliardi). Questa crescita esponenziale, iniziata a partire dalla fine degli anni ’90 e alimentata da anni di deficit di bilancio, adesso desta grande preoccupazioni tra gli analisti, che temono per il tenore di vita delle future generazioni e per la stabilità stessa dell’economia americana, basata su alti livelli di reddito e sugli alti consumi delle famiglie americane.

Le previsioni per le emissioni di titoli del Tesoro nel 2024 sono state riviste al rialzo, raggiungendo la cifra record di 1,34 trilioni di dollari in treasury decennali, soprattutto a causa dell’aumento dei tassi d’interesse. Eppure, nonostante le preoccupazioni, l’ultima emissione di titoli di stato americani ha avuto un successo record, grazie agli alti d’interesse e alla apparente stabilità dell’economia. Invece, la situazione sul fronte della bilancia commerciale continua a peggiorare. Gli Stati Uniti, infatti, registrano un ennesimo saldo negativo, poiché importano ormai da tempo più beni e servizi di quanti ne esportano. Questo deficit, che ammonta a circa 800 miliardi di dollari annui, rappresenta un ulteriore freno alla crescita economica del paese e rende molto complesso il quadro economico americano, che deve affrontare anche le incertezze geopolitiche che vedono coinvolti gli USA, indirettamente, sia nel conflitto Russo-Ucraino che in quello tra Israele e Popolo Palestinese.

Questi elementi di politica internazionale, senza dubbio, sono ulteriori fattori di rischio per la stabilità finanziaria del paese, e il futuro dell’economia americana dipenderà da come il governo riuscirà ad affrontare tutte queste sfide. L’amministrazione Trump e quella Biden hanno provando a correre ai ripari, adottando misure protezionistiche sia nei confronti dei paesi asiatici ma anche nei confronti dell’Europa. Pure gli incentivi all’economia americana (come l’IRA ed il CHIPS and Science Act) sono misure per ridurre il deficit di bilancio, aumentare le esportazioni ed anche riportare a casa il know how tecnologico strategico. Intervenendo alla Camera, la segretaria al Tesoro Usa Janet Yellen si è detta preoccupata per il trend del deficit statunitense. Parliamo della medesima Janet Yellen che, non più tardi di 24 ore prima, aveva fissato in 243 miliardi di dollari il controvalore di nuove emissioni di debito previste per il secondo trimestre di quest’anno e in 847 miliardi quello relativo al periodo giugno settembre.

Gli effetti di questi fattori di rischio si fanno sentire già dall’ultimo scorcio del 2023, e mentre i media distraggono l’attenzione dei cittadini americani (e del mondo) dirottandole dai problemi dell’economia alle proteste negli atenei, il tasso di risparmio precipita al 3,2% del reddito disponibile – il minimo storico assoluto – e il 43% delle piccole e medie imprese USA non è riuscita a pagare l’affitto ad aprile. Il quadro che emerge, pertanto, non è affatto quello di un’economia che sta vivendo un “soft landing“, come sostenuto ripetutamente da alcuni economisti, ma quello di un sistema economico che sta accelerando verso una crisi profonda, che colpirà duramente le famiglie e le piccole imprese americane, riportando gli USA in una situazione di “scollamento” dell’economia reale da quella puramente finanziaria del tutto simile a quella del 2007-2008, allorquando fu evidente che la finanza “drogata” da artifizi contabili ai limiti della truffa sistemica era come un asteroide impazzito lanciato verso la terra.

Oggi come allora, infatti, Wall Street, le grandi aziende tecnologiche e gli insider del mercato finanziario continuano ad arricchirsi, mentre la classe media e le fasce più deboli della popolazione americana si impoveriscono. Il sistema attuale, basato su un debito in costante crescita e su una speculazione finanziaria sfrenata, è insostenibile e sta portando il paese verso una crisi economica e sociale di vaste proporzioni. Se ne sono accorti anche diversi paesi Africani, tra cui Sudafrica, Nigeria e Ghana, che hanno deciso di rimpatriare le proprie riserve auree dagli Stati Uniti. Questa mossa, allarmante per l’economia americana, è motivata, da un lato, dall’inasprimento delle tensioni internazionali e dall’intensificarsi delle controversie commerciali che accrescono la cautela dei paesi africani e li spingono a non esporre le proprie riserve d’oro a potenziali rischi derivanti da azioni avverse degli Stati Uniti (come sta avvenendo con la Russia); dall’altro, dalla crescente sfiducia verso il ruolo di custode delle riserve auree straniere degli USA, che nel 2012 hanno lasciato un segno indelebile negando alla Grecia l’accesso alle proprie riserve d’oro depositate in territorio americano.

In definitiva, l’esodo dell’oro africano dagli Stati Uniti rappresenta un ulteriore segnale di preoccupazione sullo stato di salute della sua economia, e questa nuova situazione di estrema instabilità, finora mai percepita così chiaramente all’esterno, rischia di accelerare il declino del dominio americano sul mondo.

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Impatto della crisi nel Mar Rosso sugli investimenti globali: analisi e prospettive

L’instabilità politica e sociale in aumento nella regione del Mar Rosso è una incognita per gli investimenti e richiede una revisione attenta delle strategie di gestione del rischio.

Di Valerio Giunta*

La crisi attuale nel Mar Rosso, scaturita dal conflitto a Gaza, presenta gravi rischi per gli investimenti globali. Gli attacchi degli Houthi contro navi mercantili, etichettati dagli Stati Uniti e alleati come “illegali e destabilizzanti”, hanno già causato deviazioni nelle rotte commerciali e innescato un potenziale aumento dei prezzi delle materie prime.

Le conseguenze di questo nuovo focolaio di crisi si stanno già manifestando in Europa. Infatti, il vicino stretto di Suez, che sbocca a sud nella zona di guerra – che è un altro stretto, sia pur naturale – vale il 12% del commercio mondiale per transito di merci, e il 30% se prendiamo in considerazione il traffico internazionale di merci tramite container. Inoltre, da Suez passa il 14,6% dell’import mondiale di prodotti cerealicoli ed il 14,5% dei fertilizzanti usati in Agricoltura. Tesla ha annunciato che dovrà sospendere per due settimane la maggior parte della produzione in territorio tedesco per via della carenza di componenti causata dagli allungamenti delle rotte, poichè molte compagnie di trasporto hanno deciso di circumnavigare l’Africa pur di non incappare negli attacchi degli Houthi.

Nella prima settimana di gennaio 2024, gli Stati Uniti hanno emesso un avvertimento agli Houthi, minacciando conseguenze in caso di persistenza degli attacchi. In risposta, gli Houthi hanno dichiarato la continuità degli attacchi finché non saranno forniti aiuti a Gaza. Le conseguenze potenziali di un simile atteggiamento potrebbero costituire, nel loro insieme, una escalation della crisi nel Mar Rosso, con impatti rilevanti sull’economia e quindi anche sui mercati finanziari europei e, successivamente, su quelli globali. Infatti, la chiusura potenziale delle rotte commerciali nel Mar Rosso comprometterebbe le catene di approvvigionamento tra Europa e oriente e medio oriente, portando a ritardi e aumenti dei costi, con conseguenze importanti per le aziende coinvolte.

Naturalmente, il sostegno iraniano agli Houthi amplifica le tensioni regionali, e innesca un conflitto più ampio tra Iran e il blocco Stati Uniti/Regno Unito, con impatti negativi sui portafogli degli investitori nei mercati coinvolti (Europa , Cina, India e sud est asiatico). Di contro l’economia europea, fortemente dipendente dalle importazioni attraverso il Mar Rosso, è esposta a rischi significativi per via dell’aumento nei prezzi del petrolio, del gas naturale e di tutti i prodotti di scambio con effetti sull’inflazione e sulla crescita economica europea, influenzando le strategie di investimento di qualunque gestore di fondi comuni e sicav.

Vista dall’esterno, l’instabilità geopolitica crescente può minare la fiducia degli investitori, che potrebbero mantenere l’attuale rallentamento nei consumi danneggiando gli investimenti e la redditività delle aziende con esposizione regionale. L’instabilità politica e sociale in aumento nella regione del Mar Rosso è una incognita significativa per gli investimenti, richiedendo una revisione attenta delle strategie di gestione del rischio. Infatti, relativamente all’andamento di azioni e obbligazioni, i loro prezzi sono già in ribasso dall’inizio dell’anno, dopo i due mesi di novembre e dicembre molto soddisfacenti. Ma è un errore ritenere che si possa trattare di fisiologiche “prese di beneficio”, poiché la profondità del crollo dei mercati nel 2022-2023 è stata tale da non poter ipotizzare un simile atteggiamento così privo di entusiasmo se non con l’arrivo di una ulteriore – la terza, dopo Russia e e Israele/Gaza – questione di politica internazionale. La motivazione del calo di inizio d’anno, pertanto, va ricercata senza dubbio nelle nuove tensioni geopolitiche, ed anche i premi sul rischio sono in aumento, generando preoccupazioni tra gli investitori e potenziali perdite di valore patrimoniale.

Viene da chiedersi perchè l’Europa stia alla finestra di fronte a questo nuovo conflitto in Medio Oriente, ma è forte il sospetto che nulla può contro gli enormi interessi mossi dagli Stati Uniti attraverso le campagne di guerra, durante le quali gli americani realizzano, sulle spalle dell’Europa, altrettanti profitti e, soprattutto, una evidente posizione di dominio internazionale ed economico. 

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

I BRICS e la “de-dollarizzazione” degli scambi internazionali: opportunità per l’Economia Globale?

L’Iran sollecita i BRICS a creare una nuova valuta comune che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Di Valerio Giunta*

Quello dei c.d. BRICS è un raggruppamento delle economie mondiali emergenti formato inizialmente dai Paesi le cui iniziali a suo tempo formavano l’acronimo BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) con l’aggiunta del Sudafrica nel 2010. L’ingresso di cinque nuovi membri – Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – ha portato i BRICS a comprendere ora 10 paesi, con una popolazione di circa 3,5 miliardi di persone, pari al 45% della popolazione mondiale, e un PIL che rappresenta circa un terzo dell’economia globale. Non c’è, invece, l’Argentina, che era stata invitata a unirsi ai BRICS in estate, ma venerdì 29 dicembre 2023 il presidente Javier Milei ha inviato una lettera ai membri del gruppo definendo “non opportuno” l’ingresso dell’Argentina. 

In ogni caso, questa espansione costituisce una sfida rilevante per gli Stati Uniti e le economie occidentali, a lungo dominanti nell’arena economica mondiale. Infatti, adesso i BRICS rappresentano anche la più seria alternativa al G7, di cui la Russia non fa più parte dopo l’annessione della Crimea del 2014, ed emergono come un’alternativa al modello statunitense, privilegiando la cooperazione e la solidarietà tra paesi emergenti: sono accomunati dal piano di una agenda politica che vuole essere un’alternativa anti-occidentale e che guarda verso il Global South. Le aree di cooperazione vanno dalla politica alla sicurezza, dalla cooperazione economica a quella finanziaria, fino a quella culturale; tanto più che il piano di espansione prevede l’adesione di almeno altri venti paesi, il cui obiettivo è quello di “de-dollarizzare” gli scambi commerciali. Infatti, il nuovo membro dei BRICS, l’Iran, sta sollecitando l’alleanza a creare una nuova “valuta comune” che possa essere utilizzata dai paesi membri per regolare le transazioni transfrontaliere e porre fine all’utilizzo del dollaro su scala globale.

Dietro le motivazioni di carattere economico, tuttavia, si celano quelle di natura politico/internazionale. Infatti, l’obiettivo di Iran e Russia è quello di liberarsi dalle catene di sanzioni statunitensi riducendo l’egemonia del dollaro, e una nuova valuta certamente aiuterebbe non poco a ridurre gli effetti delle sanzioni. Su tutto, spicca l’insofferenza per il fatto che le nazioni occidentali hanno il controllo del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, che con i loro prestiti sono i maggiori creatori di debito estero per le nazioni in cui intervengono.

I BRICS, pertanto, si propongono di avere la rappresentanza delle economie emergenti, e del continente africano in particolare. Per farlo, nel 2014 i paesi BRICS hanno fondato la New Development Bank (NDB), che ha lo scopo di prestare denaro per sostenere la crescita dei paesi aderenti e/o emergenti, e alla fine del 2022 la banca aveva prestato quasi 32 miliardi di dollari per nuove strade, ponti, ferrovie e progetti di approvvigionamento idrico. Questo è uno degli obiettivi primari della Cina tra i BRICS, attraverso i quali sta cercando di accrescere il suo potere e la sua influenza, soprattutto in Africa.

Per gli investitori, l’allargamento dei BRICS comporta sia rischi che opportunità. La crescente competitività economica dei paesi BRICS presenta rischi quali la concorrenza pressante in vari settori, valute volatili e possibili barriere commerciali. D’altra parte, l’espansione dei mercati emergenti offre opportunità di diversificazione nei portafogli degli investitori, dalle infrastrutture in Cina (strade, ferrovie e porti) alle risorse naturali (Petrolio, gas naturale e metalli) fino alla Ricerca e Sviluppo, nei quali i governi e le imprese BRICS investono molto. I titoli delle aziende – governative e private – che investono in questi settori promettono rendimenti elevati, ma bisogna avere consapevolezza dei rischi legati alla volatilità delle valute e alle potenziali barriere commerciali associate a tali investimenti. Pertanto, la diversificazione e la valutazione ponderata dei rischi sono fondamentali per un approccio prudente agli investimenti nei BRICS.

* AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Relazioni commerciali UE-Cina: il vertice chiarisce le possibili implicazioni per i mercati finanziari

In tema di relazioni commerciali tra UE e Cina, la posizione di fermezza della Germania è rischiosa e potrebbe generare conseguenze negative sia per l’economia globale che per i mercati finanziari.

Di Valerio Giunta*

Il vertice UE-Cina, tenutosi il 9 dicembre 2023, ha rappresentato un momento importante per le relazioni tra le due maggiori economie del mondo. Il tema centrale della discussione è stato il crescente divario commerciale tra le due parti, che vede la Cina in una posizione di vantaggio. Le imprese europee, infatti, lamentano le restrizioni alle importazioni e i generosi sussidi concessi dal Governo cinese alle imprese con sede in Cina. Questo ha portato a un aumento progressivo del deficit della bilancia commerciale dell’UE con la Cina, che è passato da 127 miliardi di euro nel 2020 a 142 miliardi di euro nel 2022.

Le imprese europee del settore dell’Automotive, dell’Elettronica e delle Tecnologie verdi sono le più colpite dalle pratiche commerciali aggressive della Cina. La Germania, che è il principale partner commerciale della Cina nell’UE, é la nazione che ha assunto una posizione di maggiore fermezza nei confronti di Pechino. Il nuovo documento sulle relazioni internazionali, reso pubblico nel luglio 2023, riconosce un aumento degli aspetti di competizione e rivalità a scapito della dimensione di partenariato. Questa nuova strategia tedesca è dovuta a una serie di fattori, tra cui la guerra in Ucraina, che ha messo in luce la vulnerabilità dell’economia tedesca alla dipendenza dalla Cina (e della Russia). Inoltre, il crescente controllo politico sull’economia in Cina ha sollevato preoccupazioni in Germania e in altri paesi europei.

Tuttavia, la posizione della Germania è rischiosa, in quanto ha come conseguenza un raffreddamento delle relazioni tra UE e Cina. Questo ha potenzialmente conseguenze negative per l’economia globale, con un possibile impatto negativo sui mercati finanziari. Ecco, in dettaglio, alcune delle implicazioni per gli investitori:
– l’aumento dei prezzi di importanti materie prime, cui la Cina ha il controllo, avrebbe un impatto negativo sui costi di produzione delle imprese europee, che sarebbero costrette a trasferire questi costi ai consumatori, aumentando i prezzi al consumo;
– l’aumento dei prezzi dei beni di consumo ridurrebbe il potere d’acquisto dei consumatori e una forte contribuzione alla recessione in atto;
– l’aumento della volatilità dei mercati finanziari, a causa di un aumento dell’incertezza economica: ciò renderebbe più difficile per gli investitori prevedere i movimenti dei prezzi e conseguire perdite di denaro;
– l’aumento del rischio di credito, a causa di un aumento delle difficoltà finanziarie delle imprese esposte al mercato cinese, che rende più difficile per le imprese ottenere prestiti bancari e potrebbe portare a fallimenti aziendali.

Gli investitori, alla luce di tali effetti, potrebbero prendere in considerazione una serie di azioni per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva al mercato cinese e l’adozione di alcuni strumenti che aiutano a proteggere gli investimenti da eventuali fluttuazioni del tasso di cambio tra euro e yuan. Più precisamente:
– valutare l’esposizione dei propri investimenti utilizzando strumenti di analisi finanziaria che consentono di visualizzare la distribuzione geografica dei propri investimenti;
diversificare gli investimenti al di fuori del mercato cinese, investendo piuttosto in titoli di società di altri paesi, come l’Europa, gli Stati Uniti, il Giappone o l’India;
investire in strumenti di copertura contro il rischio di cambio.

In definitiva, alcuni settori potrebbero essere particolarmente colpiti da un inasprimento della guerra commerciale tra UE e Cina. Innanzitutto, il settore dell’Automotive è particolarmente vulnerabile, in quanto la Cina è uno dei principali produttori di automobili al mondo. Un aumento delle tariffe sulle importazioni di automobili cinesi avrebbe come conseguenza un aumento dei prezzi delle automobili in Europa, quindi  una contrazione degli acquisti. A titolo d’esempio, se l’UE imponesse una tariffa del 20% sulle importazioni di automobili cinesi, il prezzo medio di tali automobili in Europa aumenterebbe di circa 2.000 euro. Questo aumento comporterebbe una contrazione stimata del mercato delle automobili cinesi del 20-25%.

Il settore dell’Elettronica è un altro settore critico: la Cina è un importante produttore di componenti elettronici, come semiconduttori, display e batterie. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi componenti ha come conseguenza inevitabile un aumento dei prezzi dei prodotti elettronici in Europa, con conseguente contrazione nella vendita di questi prodotti. Il settore delle tecnologie verdi è un settore in forte crescita che potenzialmente potrebbe essere danneggiato: la Cina è, infatti, il più importante produttore a livello globale di pannelli solari, batterie e altri prodotti per l’energia pulita. Un aumento delle tariffe o delle restrizioni alle importazioni di questi prodotti ostacolerebbe la transizione energetica europea, che nelle agende di tutti gli Stati aderenti è oggi al primo posto. E quelli appena menzionati sono solo alcuni dei settori potenzialmente colpiti dalla crescente tensione nelle relazioni tra UE e Cina.

Gli investitori, quindi, nei prossimi mesi saranno tenuti a monitorare da vicino l’evoluzione delle relazioni tra i due paesi, nonché a prendere le misure necessarie per ridurre il rischio di un’esposizione eccessiva ai mercati segnalati e alla Cina in generale.

*AD di Startup Italia e Founder di Banking People