Aprile 30, 2026
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Immobiliare, il Covid ravviva il mercato dei rustici. Perché e a quanto comprare

I rustici del Belpaese hanno sempre suscitato fascino ed interesse tra italiani e stranieri. Il lockdown ha fatto volare la richiesta di questo tipo di abitazione, la cui ristrutturazione beneficia di importanti detrazioni fiscali e, relativamente alla riqualificazione energetica, anche del superbonus 110%.

Investire in un casale rurale è un sogno di molti investitori e famiglie, ma è piuttosto impegnativo, poiché all’irresistibile fascino dei luoghi di campagna corrisponde anche un investimento considerevole per la sua ristrutturazione dallo status di rustico a quello di casale vero e proprio. Le somme impiegate, però, assicurano un buon ritorno in termini di valorizzazione immobiliare, tanto che diversi imprenditori ne hanno fatto un mestiere, trascinati dalla domanda di questa tipologia di immobili scatenata dalla pandemia e dalla conseguente “fuga” dalla città e dalle sue paure.

Chi ha potuto, infatti, ha acquistato in periferia soluzioni indipendenti o semi-indipendenti con spazi esterni, mentre chi aveva della liquidità l’ha investita in una proprietà più esclusiva, come un casale, garantendosi le offerte più vicine al centro urbano dove rifugiarsi con la propria famiglia durante i fine settimana e i periodi di ferie. Inoltre, chi lo ha fatto ha potuto godere delle agevolazioni fiscali (detrazioni), e più in particolare ha potuto detrarre i costi sostenuti per la ristrutturazione e l’adeguamento degli impianti fino a 96.000 euro, con il 50% distribuito nei successivi dieci anni (quindi un massimo di 4.800 euro per anno). Come se non bastasse, ha potuto detrarre il 50% delle spese relative all’acquisto di mobili ed elettrodomestici, con un massimale di 10.000 euro.

Poi ci sono gli investimenti destinati alla riqualificazione energetica dell’immobile, come l’isolamento termico e gli infissi, che usufruiscono del superbonus  110% (per mezzo del credito d’imposta). Tutti questi  bonus sulle ristrutturazioni stanno dando una spinta a questo tipo di mercato, e secondo i dati dell’Ufficio studi Tecnocasa la percentuale di chi ha deciso di acquistare rustici nel 2020 è salita al 10% dall’8,6% del 2019. In Puglia, per esempio, una delle località più gettonate dagli stranieri è Locorotondo, terra di trulli e lamie. La soluzione media ricercata è di 3-4 coni, metrature minima da 60 metri quadri e massima di 100, con tanto di terreno. I costi degli immobili ristrutturati vanno dai 180.000 ad un massimo di 250.000 euro. In Piemonte si sono riscoperti piccoli borghi. Tra i tanti citiamo Giaveno, in provincia di Torino, Coazze e Valgioie. Per un’abitazione di 120 metri quadri con giardino circostante situata a circa 3 chilometri dal centro si pagano tra i 70 e gli 80 mila euro se da ristrutturare.

In Emilia-Romagna si sono registrati incrementi di vendite in Valsamoggia e nell’appennino parmense, nei comuni di Crespellano e Calcara sulle colline della provincia di Bologna. I prezzi per una soluzione indipendente in campagna, con 600 metri quadri di giardino, si aggirano sui 150 mila euro. In Veneto, invece, sono molto apprezzate la Valpolicella, famosa per i vini, la zona delle colline moreniche con la loro vicinanza al lago di Garda, la Valdobbiadene, terra di prosecco. I prezzi nelle zone collinari sono intorno ai 700 euro al metro quadro.

In Lombardia la ricerca dei rustici si concentra nell’Oltrepò pavese e nelle campagne bresciane e mantovane, dove una cascina in discreto stato in centro paese oscilla intorno a 400-800 euro al metro quadro. Nelle campagne ci sono rustici grandi da ristrutturare che partono da 60-70 mila euro. La Liguria, infine, offre possibilità di acquisto di rustici, nella Valpocevera. Un rustico di 100-150 metri quadri in buono stato si aggira intorno a 200-250mila euro e può arrivare a 350 mila euro se in ottimo stato.

Ma cos’è esattamente un “rustico”? In terminologia edile, il rustico è un manufatto in corso di costruzione che abbia almeno le murature perimetrali delle singole unità e la copertura. Una c.d. “struttura”, insomma. Ma il termine cambia di significato nelle zone di campagna, dove i c.d. rustici da ristrutturare sono abitazioni in disuso, a volte inabitabili, ma regolarmente catastate e pronte ad essere ristrutturate (e non semplicemente definite). Pertanto, in questa accezione l’incompiutezza dell’immobile è relativa alla sua inadeguatezza ad essere abitata, al pari di una struttura, e questo consente un’ottima occasione di investimento per gli amanti dei luoghi (campagna aperta, borghi e piccoli centri). In tal senso, l’acquisto di un rustico è un ottimo investimento quando ricade in zone di pregio o zone costiere e ad alto flusso turistico, dove acquistare immobili già definiti costerebbe anche il triplo di un normale budget acquisto+ristrutturazione.

Credit Suisse: dopo gli scandali, un aumento di stipendio agli asset manager per arginare le defezioni

Credit Suisse Group AG offre aumenti selettivi degli stipendi di metà anno ai migliori gestori patrimoniali, nel tentativo di arginare le defezioni dopo gli scandali Archegos Capital Management e Greensill Capital.

La cronaca finanziaria si è recentemente occupata di Credit Suisse, a seguito delle perdite per circa 4,7 miliardi dal fondo hedge Archegos. In particolare, in quella occasione l’istituto bancario svizzero aveva preso la decisione di tagliare bonus per centinaia di milioni di dollari ai propri dirigenti, nonostante fosse in grado di compensare ampiamente quelle perdite con alcune plusvalenze e così distribuire dividendi per complessivi 4,8 miliardi di dollari. In ogni caso, sembrava che il caso Archegos avrebbe potuto trasmettere, nella sua negatività, un messaggio importante al Credit Suisse, e cioè quello di privilegiare le attività della banca d’investimento – da cui si erano generati i profitti maggiori – e di “mettere in sicurezza” l’investment banking, ridimensionandolo.

Oggi, a distanza di circa tre mesi da quei fatti, l’istituto elvetico torna ad aumentare – riservatamente, non ci sono comunicati al riguardo ma solo fonti interne alla banca – gli stipendi base per le posizioni apicali del wealth e asset management (+ 20% nella fascia alta), ed estendendo gli aumenti selettivamente a tutti i livelli, dai dipendenti junior agli amministratori delegati. Sebbene non sia una novità, nel mondo della finanza, premiare i migliori talenti con un aumento di stipendio a metà anno, sembra che tali aumenti abbiano la finalità di arginare la fuoriuscita di personaggi di spicco delle gestioni patrimoniali, i quali sono stati sollecitati, a seguito degli scandali di Aprile (Archegos e il crollo di Greensill), dalla concorrenza. A ciò si aggiunge anche la previsione di una diminuzione, per gli stessi motivi, dei premi di fine anno, circostanza alquanto sgradita ai manager.

Molte partenze sono già avvenute e hanno colpito la banca di investimento, nonostante il nuovo presidente del Credit Suisse Antonio Horta-Osorio abbia affermato pubblicamente che la gestione patrimoniale è al centro della strategia della banca, la quale farà di tutto per risollevare la propria reputazione presso la clientela. Non sarà facile, dal momento che Credit Suisse ha venduto strumenti finanziari con rischio molto elevato, nei propri uffici di private banking, classificandoli come investimenti sicuri. Oggi, più di 50 dipendenti del front office se ne sono andati, compresi almeno 20 amministratori delegati in ruoli chiave nell’unità titoli, e questo la dice lunga sul difficile momento che sta vivendo Credit Suisse, e sulle strategie da mettere in atto nell’imminente futuro. In particolare, secondo l’agenzia Reuters, Credit Suisse starebbe studiando la centralizzazione delle sue attività di gestione di patrimoni privati, modificando così l’attuale organizzazione basata sulle diverse aree geografiche e diverso management. Nel frattempo, si vocifera di una possibile fusione con Ubs.

Bonus per autonomi, professionisti e piccole imprese, peggio dell’Italia solo la Grecia

Germania, Olanda e USA le più generose, mentre Norvegia e Danimarca hanno adottato un meccanismo simile alla CIG (con percentuali dell’80%). A parte il “record” di lentezza della Spagna, i tempi di erogazione sono più rapidi di quelli italiani in quasi tutti i paesi presi in esame.

Italia agli ultimi posti, nella speciale classifica degli aiuti post Covid relativamente alle cifre erogate (con tempi di erogazione molto lenti) a beneficio di lavoratori autonomi, professionisti e piccole imprese.

Il recente decreto Agosto del Governo ha di fatto confermato, non senza polemiche, quello precedente in materia di bonus da riconoscere a queste categorie. Infatti, i mille euro di maggio spetteranno senza condizioni a tutti i liberi professionisti non pensionati con reddito 2018 sotto i 35.000 euro, mentre quelli tra i 35.000 e i 50.000 euro di reddito dovranno dimostrare un calo delle entrate nel primo trimestre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019 pari ad almeno il 33 per cento.

E’ proprio il riferimento al reddito 2018 che ha scatenato proteste del tutto legittime, dal momento che già a Febbraio sarebbe stato possibile certificare, con l’ausilio di un commercialista – di cui si servono massivamente autonomi, professionisti e imprese  – sia il fatturato che il reddito netto (fatturato meno costi, ammortamenti e acconti, molto sinteticamente).

In più, è ancora oscuro – per non dire strumentale all’abbattimento del numero degli aventi diritto – il criterio secondo il quale si sia scelto di prendere come parametro di riferimento di nuovo il primo trimestre 2020, in cui è ricompreso un solo mese di blocco delle attività, e non il primo quadrimestre, periodo in cui gli effetti del lockdown si sono fatti sentire maggiormente ed in cui i ricavi dei professionisti e dei piccoli imprenditori sono letteralmente crollati.

In sintesi, il Governo ha giocato continuamente al ribasso, restringendo la platea degli aventi diritto (anzichè cercare di allargarla il più possibile) e amplificando il disagio causato anche dall’incertezza mostrata dalle casse di previdenza private – che hanno potuto fare ben poco, visti i regolamenti a cui devono sottostare in materia di operazioni straordinarie. Su tutte, la vicenda di Enasarco, la cassa di agenti di commercio e consulenti finanziari, bloccata dagli attriti interni esplosi dopo il rinvio delle elezioni previste per Aprile al prossimo mese di Settembre (220.000 autonomi rimasti senza la promessa anticipazione del FIRR). 

In Europa e nel mondo, quasi tutti hanno fatto meglio di noi. In Germania, per esempio, il sistema di aiuti è stato gestito dai singoli stati federali. Chiunque, in quei giorni di Marzo, ha fatto accesso al portale per la richiesta delle indennità riservate ai residenti delle città, è stato tenuto aggiornato via email sulla propria posizione e sul proprio turno (una sorta di coda telematica) ed ha avuto il via libera in 72 ore con una semplice autodichiarazione di perdite subite per via del virus, ricevendo presso la propria banca, dopo altre 24-48 ore, la somma di 5.000 euro. Identica somma è stata erogata, con gli stessi tempi, alle PMI  fino a 5 dipendenti a tempo pieno, a cui si è affiancato il Fondo federale con altri 9.000 euro, per un totale di 14 mila (per le imprese tra 5 e 10 dipendenti, i fondi federali sono arrivati fino a 15.000 euro).

Peggio dell’Italia solo la Grecia, con un mini bonus di 400 euro per mezzo milione di disoccupati, mentre in Francia il bonus per autonomi e piccole imprese è stato pari a 1.500 euro. In Spagna il bonus è compreso tra 500 e 2.500 euro (anche per le piccole imprese), in Gran Bretagna 2.500 sterline (per tre mesi) ed in Belgio da 1.200 a 1.600 euro. Il sistema bonus viene applicato anche dall’Olanda, che ha erogato la somma di 1.500 euro ai professionisti e di 4.000 euro a fondo perduto per le piccole imprese.

Norvegia e Danimarca, invece, hanno assicurato rispettivamente l’80% delle entrate 2019 (trimestre su trimestre, da ripetere eventualmente per il trimestre successivo) e il 75% (stesso criterio), mentre la Svizzera non ha erogato bonus, ma ha assicurato a tutti gli aventi diritto credito bancario pressoché illimitato (con un tetto molto ampio a seconda del fatturato 2019), garantito al 100% dalla stato e restituibile al tasso dello 0,5% annuo in 5 anni.

Uscendo dall’Europa, gli Stati Uniti hanno erogato in quattro giorni un bonus  da 10.000 dollari alle piccole imprese e 600 dollari settimanali ai loro dipendenti, mentre alle famiglie sono andati (direttamente sul c/c) 2.400 dollari una tantum per i coniugi più 600 dollari settimanali per ogni figlio. Ad Hong Kong il bonus è stato pari a 1.200 dollari per ciascun residente e a 10.000 dollari per ogni piccola impresa.

Relativamente ai tempi di erogazione, l’Italia ha confermato la propria lentezza che già aveva creato enormi disagi alle categorie di lavoro dipendente, a causa dei tempi “biblici” (anche tre mesi) di erogazione della CIG. Relativamente alle partite IVA e alle piccole imprese, il nostro Paese è a metà classifica (in media 15 giorni), tra le 48 ore dell’Olanda ed il mese della Spagna, passando dai 5 giorni di Germania e Francia ed i 7 giorni del Belgio.

Su tutti, sorprende la generosità della Germania, ma non troppo: la forza economica attribuita dall’altissimo avanzo commerciale e, soprattutto, il più basso indebitamento statale consentono all’economia tedesca (così come a quella olandese) di poter erogare fondi di tale portata. Stessa cosa per Norvegia e Danimarca.

In definitiva, nonostante le attenuanti – prima esperienza di pandemia, dopo quelle viste al cinema nelle spy-stories – l’Italia si conferma un Paese fragile e debolmente organizzato, con episodi di mala amministrazione dell’emergenza al limite della civiltà (In Sicilia gli impiegati addetti alla lavorazione delle pratiche CIG hanno preteso, in piena emergenza, un premio di produzione per singola pratica).

Le stesse attenuanti, però, ce li hanno anche gli altri paesi europei e mondiali; eppure hanno tutti fatto meglio di noi.

Tecnocasa, rustici in ripresa nel dopo Covid. Domanda sostenuta da residenti e stranieri

Non solo posti di mare. Il mercato delle prime e seconde case nei territori di campagna vicini alle città torna ad essere interessante per chi vuole “cambiare aria” dopo l’esperienza della pandemia, e realizzare in campagna anche la propria abitazione principale. Soluzioni per tutti, ma non per tutte le tasche.

La pandemia ha risvegliato il desiderio di spazi aperti e, talvolta, di case in campagna. Rustici e casali hanno sempre suscitato un certo fascino, soprattutto sugli acquirenti stranieri. A causa del lockdown, questa domanda si è rallentata notevolmente, tuttavia c’è fiducia su una ripartenza subito dopo l’estate ed in particolare nel periodo autunnale, che solitamente fa registrare una più alta domanda da parte di chi vive all’estero.

Attualmente si registrano per lo più richieste di prima casa da parte di persone residenti in loco, oppure di casa vacanza da parte di chi risiede in città. Ecco un report dettagliato diviso per zone di interesse.

CONEGLIANO E VALDOBBIADENE (TV) – Mercato stabile. La domanda si orienta prevalentemente verso la prima casa ricercata da persone residenti in zona. Le tipologie più richieste hanno metrature comprese tra 80 e 150 mq, possibilmente in buono stato e su cui investire mediamente da 120 a 180 mila €. Si prediligono, in particolare, le tipologie con terreno annesso sia con destinazione vinicola e quindi con vigneti e sia con destinazione agricola. I valori si attestano tra 1300 e 2000 € al mq per gli immobili già ristrutturati o semi-ristrutturati. Prezzi più elevati, intorno a 2500 € al mq, si registrano nella zona panoramica dell’asolano e, in particolare, nel comune di Asolo, dove si acquistano prevalentemente immobili di prestigio. Molto bassa l’offerta di terreni da destinare a vigneti, ancor di più nella zona di Valdobbiadene, dove ci sono terreni con denominazione Doc. Questi ultimi possono arrivare a costare intorno a 50 € al mq contro una media di 15 € al mq per terreni senza denominazioni Doc. La zona pregiata ed unica del Cartizze a Valdobbiadene può arrivare ad avere terreni con un valore di 100-120 € al mq

STRADELLA (PV) – Dallo scoppio della pandemia il mercato immobiliare di Stradella non ha registrato effetti particolari se non qualche richiesta da parte di persone residenti a Milano o a Pavia alla ricerca di una seconda casa in zona. Richiedono prevalentemente case indipendenti con giardino, preferibilmente già abitabili ed entro 150 mila €. Nonostante i bonus per la ristrutturazione, si prediligono le abitazioni già abitabili. La panoramicità è sicuramente un’altra caratteristica ricercata, mentre le finiture in pietra e legno sono gradite, ma non sono indispensabili. Le zone più richieste sono quelle collinari nel raggio di 10km da Stradella, dove si possono trovare rustici e case indipendenti a partire da 50 mila € per soluzioni da ristrutturare fino a 150mila € per immobili ristrutturati o di recente costruzione.

FRANCIACORTA (BS) – Dopo il lockdown si registra la presenza di acquirenti seriamente intenzionati ad acquistare e con un buon budget di spesa. Devono però confrontarsi con un’offerta che è diminuita nel corso degli anni, in particolare per i rustici in posizioni panoramiche e in buono stato. La maggioranza delle richieste sono per la prima casa da parte di residenti del posto oppure persone che vivono a Brescia o nell’hinterland e decidono di lasciare la città per acquistare una soluzione indipendente con spazio esterno per godere di una miglior qualità della vita. Molto apprezzati ed utilizzati da questo target l’eco bonus ed il sisma bonus. In generale piace soprattutto la zona cha va da Passirano ad Adro. Chi cerca immobili di prestigio guarda al mercato immobiliare di Gussago e Cellatica oltre alle località della Franciacorta più vicine alla città. Qui si possono trovare immobili che sfiorano anche il milione di euro contro una media di 500 mila € per un rustico di 250 mq abitabile. C’è interesse anche per le soluzioni indipendenti di nuova costruzione, soprattutto villette a schiera (due piani con box) acquistabili intorno a 250 mila euro (se ne trovano a Paratico, Clusane, Monticelli e Passirano).

ALBA (CN)e comuni limitrofi – Dopo la fine del lockdown si registra una crescita di case di campagna in locazione per questa estate, meglio se con un importante spazio esterno e piscina. La domanda di casali in acquisto invece è realizzata soprattutto da persone del posto che desiderano la residenza principale. In questo caso ci si orienta verso immobili indipendenti su quattro lati, privi di servitù di passaggio, con un giardino circostante, possibilmente la piscina e una buona esposizione panoramica. Spesso questi immobili sono acquistati da stranieri residenti nel Nord Europa ma quest’anno, causa pandemia, potrebbero essere acquistati dai locali come prima casa ma anche da acquirenti provenienti da Milano e da Torino alla ricerca della casa vacanza. Il budget dell’acquirente italiano è più contenuto e si aggira intorno a 350-400 mila € per una soluzione ristrutturata. Infatti, nonostante i bonus per la ristrutturazione si nota una maggiore propensione ad acquistare soluzioni già a posto. Queste zone, infatti, fanno parte del patrimonio Unesco e necessitano di autorizzazioni per eseguire i lavori di ristrutturazione che possono dilatare le tempistiche di realizzo. Per questo motivo si prediligono le abitazioni già a posto. A titolo di esempio una soluzione in buono stato di 150 mq, con 2000-3000 mq di terreno annesso può costare da 400 a 450 mila €.

BAROLO e BARBARESCO (AL, AT, CN) – In questo territorio la ricerca di case in campagna è sempre stata presente negli ultimi anni, soprattutto dopo che la zona è stata dichiarata patrimonio Unesco. Ad acquistare rustici sono sia persone del posto alla ricerca della prima casa ma anche stranieri provenienti da tutto il mondo e italiani (piemontesi e lombardi in particolare) alla ricerca della casa vacanza. Mediamente, chi cerca una casa in campagna in queste zone deve mettere in conto almeno 400-500 mila € per una soluzione in buono stato ma si può arrivare anche a superare il milione di €. Gli acquirenti stranieri hanno in genere una disponibilità di spesa più cospicua rispetto agli acquirenti italiani e prediligono le soluzioni più defilate. A Costigliole d’Asti, comune del Monferrato, si registrano richieste di casali, rustici e case di campagna. La zona più ambita è sicuramente quella collinare. A causa della pandemia si registra l’assenza di richieste da parte di stranieri che si crede possano tornare ad acquistare in autunno e da parte di milanesi e genovesi. La fascia di prezzo dipende dalle condizioni della proprietà: per un cascinale completamente da ristrutturare ma con molte potenzialità i prezzi vanno da 80.000 a 120.000 €; mentre per un immobile, già ristrutturato, con caratteristiche di pregio (ad es. affreschi/facciate in mattone a vista/piscina/vigneto produttivo) si può arrivare a 350.000-400.000 €.

GUALDO TADINO e ASSISI (PG) – la pandemia ha rallentato nel breve termine il mercato immobiliare. Si segnalano difficoltà soprattutto per le operazioni con mutuo sottostante. In zona c’è un’abbondante offerta, spesso di immobili ristrutturati dopo il terremoto. Dopo il lockdown si registra un ritorno ad immobili con giardino ed anche con abbondante terreno circostante (poderi di 20/30 ha). Si cercano tipologie di 100-120 mq di superficie, almeno tre camere, indispensabile la presenza di un appezzamento di terra o un giardino o grande terrazzo purché si tratti di uno spazio all’aperto. Di solito gli acquirenti tipo sono coppie giovani, per la maggior parte italiani, alla ricerca di una casa dove poter avviare anche una piccola attività ricettiva o dove vivere in tranquillità. Le soluzioni con terreno circostante si acquistano ristrutturate a 600-700,00 € al mq. Si cercano anche piccole abitazioni ad uso investimento da 20-30.000 € ristrutturate che si affittano a 250 € al mese. Piacciono anche le case indipendenti con giardino di oltre 5000 mq, meglio se caratteristici, (pietra a vista e travi in legno). I prezzi variano dai 100 mila a 250 mila €.

Federpromm scrive a Conte. Estendere i bonus delle PMI a tutti i professionisti del risparmio

E’ necessario che i bonus previsti dal Governo vengano erogati a tutti, senza ulteriori strumenti di selezione, al fine di non aggravare ulteriormente lo stato di precarietà e di difficoltà  personale in cui attualmente si trovano tutti i lavoratori autonomi.

Roma 05 maggio 2020 – Con una nota inviata al Presidente del Consiglio e al Ministro del Lavoro e del Mef, Federpromm ha voluto richiamare l’attenzione del Governo a voler comprendere, nei prossimi provvedimenti in fase di approvazione, anche le figure professionali che oggi sono particolarmente attente alla tutela del risparmio delle famiglie italiane (consulenti finanziari, agenti in attività finanziaria e agenti assicurativi) affinchè possano beneficiare delle agevolazioni previste per le PMI, potenziando il Fondo Centrale di Garanzia.

Ecco il testo integrale:

In considerazione delle varie iniziative che il Suo Governo ha intrapreso e intende prossimamente adottare per poter superare la difficilissima situazione di crisi che interessa il nostro Paese, causa la pandemia di Covid 19, con evidenti ricadute su una possibile veloce ripresa di tutto il tessuto economico e produttivo ma anche – ci auguriamo – sulla tenuta dei rapporti occupazionali e delle conseguenti positive relazioni sociali, la scrivente Organizzazione sindacale Federpromm (Uiltucs)  in rappresentanza delle categorie associate (consulenti ed agenti finanziari, agenti e altri operatori del mercato finanziario ed assicurativo) chiede di estendere le agevolazioni previste per le PMI dal DL Liquidità, anche a tali figure professionali potenziando il Fondo Centrale di Garanzia PMI. 

Tale richiesta già fortemente avanzata sia dal Presidente dell ‘Organismo dei CF (OCF), prof.ssa C.R. Bedogni, e dal  Presidente dell’ OAM, prof. A. Catricalà, come da altre Organizzazioni di rappresentanza, è rispettosa del principio di uguaglianza costituzionalmente garantito per tutte le categorie professionali sopra citate e costituisce valido strumento di sostegno per poter consentire – in questo difficilissimo momento di identità collettiva  – il riavvio e rilancio di tutta la filiera delle attività finanziarie, di protezione, di educazione finanziaria  e di sviluppo della ripresa economica dell’Italia. 

In ultimo si vuole segnalare come il bonus di 600,00 euro per gli autonomi, già  erogato ad oltre 3,5 milioni di utenti, veda ancora in attesa circa 700 mila lavoratori autonomi. E’ pertanto necessario che il bonus venga erogato a tutti, senza ulteriori strumenti di selezione, al fine di non aggravare ulteriormente lo stato di precarietà e di difficoltà  personale in cui attualmente si trovano.

Manlio Marucci – Presidente  Federpromm””

Emergenza Covid-19, bonus 600 euro anche per i consulenti finanziari. Enasarco si smarca

Federpromm:  il chiarimento della sottosegretaria Guerra è avvenuto a seguito della nostra lettera, inviata al Governo, per chiedere certezze sulla estensione del provvedimento di sostegno anche agli operatori del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo.

La sottosegretaria al MEF Cecilia Guerra ha reso noto che l’indennità di 600 euro prevista nel decreto Cura Italia per il mese di Marzo per i lavoratori autonomi spetta “a tutti i titolari di partita IVA”, e quindi anche ai consulenti finanziari ed agli agenti finanziari iscritti all’Enasarco, fugando in questo modo le difficoltà interpretative dell’ art. 28 del decreto che avevano indotto varie organizzazioni sindacali di categoria (tra cui la Federpromm-UILTUCS), ad inviare una lettera al Governo a cui chiedere certezze sulla estensione del provvedimento di sostegno anche agli operatori del mercato finanziario, creditizio ed assicurativo.

Cecilia Guerra sottosegretario Economia

Avranno diritto al bonus, afferma la sottosegretaria Guerra, tutti i lavoratori autonomi che potranno dimostrare di aver subito “una perdita di fatturato pari ad almeno un terzo di quello ottenuto nell’ultimo trimestre del 2019”. Adesso si attendono le direttive operative e le modalità di richiesta del bonus, che verranno presto pubblicate nel sito web dell’INPS.

A fronte di un intervento complessivo sul mondo del lavoro pari a 10 miliardi, la cifra messa sul piatto per i lavoratori autonomi è di soli 200 milioni (cioè solo il 2% del totale), nonostante il c.d. “popolo delle partite IVA”, escludendo i liberi professionisti con cassa di previdenza privata, annoveri più di 2 milioni di operatori. Tra questi rientrano anche i consulenti finanziari, ai quali il governo Conte distribuirà al massimo 20 milioni (600 euro per 33.000 iscritti effettivi) a fronte di un crollo verticale dei ricavi della categoria stimato in almeno 300 milioni solo nei prossimi 9 mesi.

Stesso approccio ha adottato Enasarco, la quale sembra essersi smarcata dal sostegno ai consulenti finanziari, da sempre iscritti alla cassa; infatti, lo stanziamento previsto per l’intera categoria degli agenti e rappresentanti (a cui i CF sono equiparati in quanto a contribuzione obbligatoria) è stato deliberato in soli 8,4 milioni, ed è destinato a coloro che, tra gli iscritti, hanno un reddito 2018 non superiore a 30.000 euro. Dal momento che la quasi la totalità dei CF ha un reddito ben maggiore di quella soglia, con una media stimata in 55.000 euro l’anno, la loro esclusione di fatto è automatica.

LEGGI ANCHE: Coronavirus, per i consulenti finanziari danni pari a 300 milioni. Necessario accedere ad una quota del FIRR

Questa faccenda del mancato sostegno a CF ed agenti è piena di stranezze. Infatti, sorprende che non si sia valutato di mettere le mani sul FIRR (fondo indennità risoluzione rapporto) di Enasarco, che è pari a 2,3 miliardi, a cui i consulenti finanziari contribuiscono con almeno 200 milioni. In particolare, non si comprende come la Cassa, che lo scorso 13 Marzo ha assicurato di aver presentato al Governo la richiesta di misure straordinarie adeguate al gravissimo momento in cui ci troviamo, non abbia affrontato – o almeno, non ne ha dato notizia – il tema fondamentale dell’anticipazione parziale del FIRR, al fine di consentire (anche ai consulenti finanziari) di poter assicurare continuità alla propria attività e la copertura dei costi fissi – solo a titolo di esempio: ufficio, assistenti e collaboratori, imposte e tasse, veicoli strumentali – che sono elevatissimi.

Daniela Pascolini di Federprom

Relativamente a quest’ultimo aspetto, Daniela Pascolini, responsabile coordinamento nazionale agenti in attività finanziaria di Federpromm, fa sapere che “Noi non possiamo stare sempre fuori dalle iniziative di Governo solo perchè non siamo ‘gestibili’ con strumenti di finanza governativa diretta”; e poi aggiunge  “non possiamo rimanere fuori dall’emergenza Coronavirus, dal momento che molti di noi, chissà per quanto tempo ancora, pagheranno l’affitto di un ufficio che rimarrà chiuso o non sarà fruibile se non con particolari restrizioni operative. Di conseguenza, non si vede perché non possa essere attuata una politica che imponga il congelamento dei canoni di locazione e obblighi le banche a concedere agli agenti maggiori opportunità ed elasticità finanziaria per superare questo difficilissimo momento”.

Persino la FNAARC (Federazione Nazionale Associazioni Agenti e Rappresentanti di Commercio) aveva richiesto al Cda di Enasarco di destinare il 50% dell’avanzo di bilancio 2019 della Fondazione a prestazioni assistenziali straordinarie a seguito della gravissima crisi che sta impattando sul comparto degli oltre 225.000 agenti di commercio italiani. Questa misura straordinaria, che non sembra essere nemmeno all’esame, permetterebbe di destinare oltre 100 milioni di euro al sostegno dell’attività dei professionisti che ne facessero richiesta.

Su tutte queste linee, in definitiva, dovrebbero muoversi i consulenti finanziari, e soprattutto chi li rappresenta; ma non si vede alcun raggio di sole all’orizzonte.

Solo nubi nerissime, cariche di pioggia.

Reclutamento, i manager e le reti hanno perso lo stile

Il Recruitment non è una vendita, ma un processo di trasmissione al candidato dei valori aziendali, all’interno di una relazione perfettamente alla pari.

Editoriale di Alessio Cardinale*

Molti consulenti finanziari, anche durante il 2020, stanno assistendo in diretta nazionale ad una accesa competizione tra reti,  effettuata a suon di bonus di ingresso (probabilmente gli ultimi “a pioggia”, perchè la MiFID II e le trasformazioni innescate dalla pandemia di Coronavirus stanno influenzando indirettamente anche le regole di questa particolare attività di raccolta masse).

E così, molti professionisti, anche negli ultimi due mesi in cui l’emergenza ha segnato il successo di meeting e colloqui in video, hanno ricevuto una telefonata mirata a reclutarli. A chiamare, di solito, sono giovani “head-hunters” oppure, sempre più spesso, le assistenti personali dei manager, munite dello schema di domande chiuse-aperte sulla scrivania.

I cacciatori di teste, si sa, costano, e le reti da tempo hanno scaricato sui manager questa voce di spesa non indifferente (compensandola con qualche basis point di over commission in più, o con qualche promessa di carriera).

I manager che appartengono alla vecchia scuola (quelli che facevano lunghi corsi di recruiting, e poi se la cavavano da soli, con risultati visibili), arricciano un pò il naso di fronte a certi estremismi del sistema, caratterizzato oggi da molta improvvisazione e scarsa preparazione. Nel caso del reclutamento, poi, l’improvvisazione del manager poco preparato si scarica ineluttabilmente sulla propria assistente, la quale, destinata solo ad eseguire gli ordini, farà quel che può (spesso maldestramente), con risultati deludenti: decine e decine di contatti “bruciati”, e pochissimi candidati.

A qualcuno di voi, magari più attento ed esperto della materia, potrà  interessare un colloquio telefonico di questo tipo, avvenuto di recente:

  • “…buongiorno, sono la signora Anna Rossi, la chiamo da parte del manager dott. Fantastico di Migliorbancarete per fissare un incontro e farle una proposta economica… posso farle alcune domande? Sì? Bene. Da quanti anni lavora in Peggiorbanca? Da 15 o da 20? E’ iscritto all’albo?...”
  • “…signora, si chiama Organismo Unico…se lavoro da 20 anni come consulente, sarebbe piuttosto strano che non vi fossi iscritto...”
  • “…ah sì (risatina di imbarazzo). Solo un’altra domanda: ha un portafoglio clienti di almeno 15 milioni di euro?

Dopo questa illuminata domanda, le reazioni possono essere di due tipi:

A) reazione del consulente-narciso (“…sì, signora, 18,5 milioni per l’esattezza, e 182 clienti che mi amano follemente…);

B) reazione del consulente evoluto/riservato (“…chi le ha dato questa informazione, non le sembra inopportuno chiederlo al telefono…?”).

Avendo avuto una significativa formazione ed esperienza nel Reclutamento, faccio queste riflessioni:

  • il manager non chiama personalmente: non è capace di farlo?
  • forse il candidato (inconsapevole) non merita la sua attenzione?
  • se è così indaffarato da non poter fare una telefonata di recruiting, quanto tempo sarà in grado di dedicare al nuovo collega se dovesse lavorare nella sua struttura?
  • perchè chiede così brutalmente del suo portafoglio, è interessato al suo carisma ed alla sua competenza, oppure la risorsa lo interessa solo per la raccolta che sarebbe in grado di apportare?
  • perchè consente ad una collaboratrice di fare domande così riservate e personali?
  • In fondo, chi è costui, chi lo conosce?

Il dialogo non è inventato, quel tal manager e la sua assistente esistono davvero (vivono tra noi), e non sono i soli a lavorare con queste modalità. Pertanto, è lecito concludere che  esso rappresenti il canto del cigno di un business model che, avendo eliminato la figura del praticante, sta esalando l’ultimo respiro per mancanza di ricambio generazionale. Infatti, se si fosse assicurato alla professione di consulente un buon numero di giovani ingressi ogni anno, si sarebbe garantita anche una diversificazione delle strategie di Reclutamento in base all’esperienza, alla preparazione ed alla competenza (indici di qualità), e non solo in base al portafoglio complessivo ed al numero di clienti (indici di quantità). Mancando del tutto la “nuova linfa”, le reti si sono impegnate per anni ad offrire i pacchetti-bonus più esotici pur di acchiappare un buon portafoglista (le reti ed i magazine di finanza e mercati ci vanno matti, e non mancano mai di notiziare sull’argomento), e si sono concentrate esclusivamente sugli indici di quantità, con conseguenze evidenti in fatto di stile e sostanza, con buona pace del ricambio generazionale della professione.

Peraltro, questo modo di agire ha costretto le società mandanti a dover mantenere livelli di bonus molto elevati – fino al 2,5% delle masse gestite – penalizzando i propri conti economici (molte non ce l’hanno fatta a rimanere sul mercato, e sono state acquisite); altre, invece, hanno dovuto reclutare frettolosamente giovani consulenti per “ereditare” lo spezzatino dei portafogli di quelli più anziani, ormai stanchi e sulla soglia della pensione.

In definitiva, il successo nella professione è anche una questione di stile, e lo stile è lo specchio delle politiche di recruitment che il sistema richiede. Però lo stile, anche in questo periodo di declino del business model, fa ancora la differenza tra chi riesce a reclutare colleghi di valore, e chi no. Selezionare una nuova risorsa, infatti, non è la mera vendita di un premio in denaro o di provvigioni più elevate, ma un processo di trasmissione, all’interno di una relazione alla pari tra colleghi, dei valori aziendali riconosciuti dal mercato.

Il candidato non è un robot-portafoglio, ma una persona, con i suoi obiettivi e i suoi sogni, ed ogni sollecitazione in più (o qualunque forzatura commerciale) rappresenta per chi recluta l’assunzione di una maggiore responsabilità morale in caso di fallimento del consulente nella nuova struttura. Pertanto, vanno esplorati in profondità, durante il percorso di selezione, tutti gli elementi utili al candidato, al fine di costruire un’offerta condivisa e su misura.

Il valore umano viene prima di tutto, qualunque manager degno del ruolo dovrebbe saperlo. Dovrebbero saperlo anche le aziende che vogliono reclutare, perché lo stile, nell’imminente futuro, farà sempre di più la differenza.

* Consulente patrimoniale, editore e direttore editoriale di PATRIMONI&FINANZA

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Consulenti finanziari: addio al bonus di ingresso, spazio ai nuovi strumenti di reclutamento

Sempre più in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, “alleggeriti” anche dalla riduzione dei margini determinata dalla MiFID II. Nuovi strumenti di reclutamento ai nastri di partenza

Il 2020 è l’anno in cui la generazione dei cosiddetti “baby boomers” (o patrimonials, come li chiamiamo noi) compirà 75 anni, mentre quella dei “tardo-millenials” entrerà nei  40 anni. Le differenze tra le due classi demografiche sono nette: i primi si caratterizzano per l’elevata ricchezza accumulata nel corso dei passati decenni, mentre i secondi iniziano adesso a guadagnare e risparmiare. La diversità tra primi e secondi, inoltre, si intravede nelle rispettive propensioni al rischio. I patrimonials hanno saputo investire anche nei comparti azionari, mentre i 40enni millennials investono principalmente in quelli obbligazionari.

In ogni caso, entrando nella fase dell’anzianità, i padri passeranno gradualmente il testimone ai figli, i quali si troveranno a gestire sia i patrimoni mobiliari già investiti in azioni (o in risparmio gestito di categoria equivalente), sia la relazione con i consulenti finanziari che seguivano i genitori. Relativamente a quest’ultimo aspetto, i tardo-millennials sapranno adattarsi ai professionisti legati, per esperienza ed affinità culturale, ai baby-boomers?

Infatti, anche l’età dei consulenti è cresciuta, e si presuppone che essa si trovi in una fascia demografica mediana, equidistante sia dai patrimonials che dai loro figli; pertanto, i professionisti del risparmio dovranno essere capaci di gestire il “passaggio delle consegne” lavorando di anticipo, e cioè ponendo in essere azioni propedeutiche alla trasmissione generazionale prima ancora che si verifichi la scomparsa dell’anziano capo famiglia.

E l’asset allocation attuale di quei portafogli, che fine farà? Saranno capaci, i consulenti, di educare  gli eredi dei patrimonials alla gestione del rischio e dell’emotività che esso comporta, oppure dovranno piegarsi alle scelte prudenti che sembrano prevalere negli investitori più giovani?

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Dalla risposta a queste domande, in tutta evidenza, dipende l’esistenza futura di molti strumenti che caratterizzano oggi l’offerta di servizi finanziari, nonchè i margini di ricavo delle società mandanti e dei consulenti. Uno di questi è il bonus di ingresso, ossia quell’investimento che una banca effettua nel momento in cui cerca di assicurarsi la professionalità e la clientela di un consulente appartenente ad un’altra rete. Com’è noto, il bonus offerto (in media pari al 2.0% delle masse migrate, in un periodo massimo di 24 mesi), per essere finanziariamente significativo, deve essere ammortizzato dalla banca-rete in un periodo massimo di tre anni, e richiede che il nuovo collega aumenti, per quanto possibile, la contribuzione di fondi e sicav azionarie (o flessibili) – che hanno spese correnti più ricche – per rendere sostenibile l’investimento e farlo arrivare al c.d. break-even entro il periodo considerato. Pertanto, se la trasmissione del patrimonio mobiliare dai baby-boomers ai millennials (poco avvezzi e “ineducati” ai comparti azionari) dovesse segnare una maggiore contribuzione degli asset obbligazionari – che sono più “poveri” di spese correnti – l’ammortamento dell’investimento nei consulenti finanziari con portafoglio consolidato dovrà avere una durata non inferiore a cinque anni, in ciò determinando la necessità di un cambio di strategia nelle politiche di recruiting delle banche-reti.

All’interno di questo scenario, che vede in difficoltà i conti economici futuri delle società mandanti, si aggiungerà la riduzione dei margini determinata dall’avvento della MiFID II. La prima vittima di tutto ciò sembra essere proprio il “vecchio” bonus di ingresso, il quale non verrà subito accantonato, ma fortemente ridimensionato e “spalmato” nei primi anni di contratto, magari sotto forma di maggiorazione “a tempo” del livello provvigionale e del management fee, per poi sparire del tutto entro 5-7 anni. Resta da capire come l’affievolimento del bonus, molto caro ai consulenti anche per via della sua funzione previdenziale (il bonus una tantum è considerato dai professionisti come un vero accantonamento per la vecchiaia, visto il basso livello pensionistico a cui essi sono destinati), potrà essere compensato da altri strumenti ugualmente motivanti. Ad esempio, esso potrebbe lasciare il posto a piani pensionistici integrativi personalizzati, che peraltro hanno il pregio di essere maggiormente fidelizzanti per i consulenti e le società mandanti.

Un altro strumento di reclutamento, che potrebbe farsi strada nei prossimi anni, è quello dello sviluppo e supporto gratuito per il personal marketing, e cioè la realizzazione (a carico dell’azienda) di siti personalizzati e fortemente interattivi, che diano al professionista la possibilità di accedere a programmi di video-meeting con i clienti (potenziali ed effettivi) più evoluti, soprattutto quando le società mandanti aggiungeranno all’offerta tradizionale di strumenti finanziari anche il servizio di consulenza indipendente.

La maggioranza dei millennials adora la tecnologia digitale, e gli studi più recenti dimostrano come il contatto in video e la firma elettronica vengano considerati, al contrario di quanto pensato dagli anziani patrimonials, come dei mezzi più che accettabili per il mantenimento della relazione professionale, alternata occasionalmente ad incontri de visu.

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