Febbraio 14, 2026
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Le PMI della Space Economy italiana alla prova dell’Equity crowdfunding

Relativamente allo spazio cosmico, nei tempi più recenti si sono aperte importanti opportunità commerciali che hanno dato vita a quella che oggi viene comunemente definita come “Space Economy”.

Di Carlo Mauri – Analista Finanziario

In passato, le grandi scoperte legate alla navigazione oceanica hanno aperto le porte all’Era Moderna, e la diffusione delle reti ferroviarie ha dato inizio alla Rivoluzione Industriale prima in Europa e poi sul continente americano. Oggi, allo stesso modo, la rapida crescita delle conquiste civili e commerciali dello spazio sta aprendo una nuova era storica, quella Spaziale. Infatti, insieme alle note al pubblico, come Space X di Elon Musk, esistono altre realtà molto meno conosciute in diverse regioni del mondo.

L’Italia, per esempio, rivela – non senza sorpresa di quanti abitualmente la sottovalutano – di essere leader in questo settore, grazie ad alcune grandi aziende nazionali e ad una nutrita schiera di piccole e medie imprese di elevato livello tecnologico che hanno iniziato a popolare il settore. Molte di loro sono dei c.d. spin-off universitari oppure sono state sviluppate in “acceleratori”, altre sono nate come costole di aziende che operano in settori tradizionali. Insomma, nel “Quinto Dominio“-  come viene definito lo spazio dopo gli elementi della Terra, del Mare, del Cielo e del Cyberspazio – l’Italia conta moltissimo, ed il suo tessuto imprenditoriale del settore è strutturato in modo reticolare, con al centro i big e le Agenzie Spaziali (A.S.I. e E.S.A.).

La classificazione in cui viene normalmente suddivisa la Space Economy italiana segue le caratteristiche specifiche di due tipologie di aziende, e cioè quelle che operano nel c.d. Upstream, e quelle del Downstream. Nel primo comparto sono inserite tutte le aziende che operano nella filiera degli apparati e delle strutture orbitanti, in primis naturalmente i satelliti. Oltre ai c.d. lanciatori (in cui l’Italia gioca un ruolo chiave in partnership con altre agenzie ed aziende internazionali si pensi per esempio al Vettore “Vega”), l’Italia è anche protagonista della produzione di nano satelliti inseriti in orbita bassa e della produzione di apparati come, per esempio, quelli di rilevamento radar.

Nel comparto Upstream ha avuto grande rilevanza il programma satellitare “Copernicus”, con i suoi 6 satelliti “Sentinel” finalizzati a monitorare l’ambiente terrestre. Inoltre, a breve sarà immessa in orbita la costellazione di satelliti italiani “Iride” di ultima generazione, con un potere di risoluzione nell’osservazione terrestre elevatissima. Nel secondo comparto, ossia quello “Downstream”, si collocano tutte quelle aziende che impiegano i dati satellitari per erogare servizi agli utilizzatori finali. Il comparto si divide a sua volta in due ambiti: a) Earth Observation (E.O.), in cui l’osservazione terrestre è rivolta ai servizi verso l’Agricoltura, per il controllo dei raccolti in ottica di ottimizzazione delle risorse agricole, verso la Protezione Civile (con azione di supporto nei contesti di emergenze e crisi di carattere umanitario), verso i cambiamenti climatici -attraverso il monitoraggio di tutti i parametri ambientali quali temperatura, condizione di ghiacci livello delle acque etc – ed anche in campo energetico, attraverso la selezione delle aree più adatte alla produzione di energie rinnovabili ed il controllo di siti sensibili quali le centrali nucleari. Inoltre, l’E.O. ha importanti applicazioni in campo sanitario ed in campo assicurativo in relazione alla misura del rischio in caso di catastrofi ambientali; b) sistemi satellitari di navigazione (Global Navigation Satellite System – GNSS), che operano per la sicurezza e la logistica dei trasporti marittimi e terrestri.

Riguardo le dimensioni del mercato italiano, secondo l’Osservatorio della Space Economy del Politecnico di Milano in Italia sono state identificate nel 2023 ben 163 aziende, con un fatturato complessivo di circa 230 milioni di euro ed un incremento del 15% in più rispetto al 2022. La maggior parte delle aziende opera anche i settori diversi dalla Space Economy ma ad essa comunque collegati, e solo circa un 15% delle aziende svolge attività esclusivamente nel campo spaziale. Molte di loro sono connesse in rete e occupano un piccolo ma determinante spazio nella filiera.

La diffusa presenza di molte PMI, alcune anche di piccole dimensioni ma tutte con un elevato contenuto innovativo, ha fatto emergere la necessità del settore di poter finanziare rapidamente progetti di ricerca e sviluppo con la corretta calibrazione temporale, poiché le loro attività producono ritorni economici significativi nel lungo periodo e ciò deve avvenire assicurando alle PMI del settore spaziale un ciclo finanziario che non permetta l’uscita di flussi di cassa tipici del denaro concesso a prestito, con i relativi oneri finanziari. Per questo motivo, queste aziende costituiscono l’ambiente ideale per l’applicazione dell’Equity Crowdfunding. Dal lato degli investitori, che diventano soci a tutti gli effetti, il loro contributo finanziario può trovare interessante e rilevanti occasioni  di guadagno con multipli anche a due cifre, tenendo conto che tutte le previsioni concordano nel ritenere che il settore della Space Economy avrà una crescita senza precedenti nei prossimi anni e senza dimenticare che in presenza di Start Up e PMI innovative gli investitori individuali possono godere di detrazioni di imposta di almeno il 30% di quanto investito.

Insomma, la Space Economy italiana ha tutte le caratteristiche per produrre importanti risultati. Vi sono però anche dei fattori che limitano la crescita di questo settore. Il primo è rappresentato dalla scarsità delle risorse umane impiegate, fatte di tecnici ed ingegneri aereospaziali, per i quali vi è in atto un grande sforzo da parte del mondo universitario ed in particolare dalle facoltà di ingegneria aerospaziale, le quali comunque incontrano un grande interesse da parte dei giovani. il secondo sono le dimensioni spesso molto piccole delle PMI, che impediscono sia il facile accesso a strumenti di finanziamento strutturato, per esempio fondi europei, sia un debole potere contrattuale verso la clientela, spesso costituita da grandi aziende, multinazionali o addirittura agenzie spaziali. Su questo punto, una soluzione che deve essere portata a conoscenza delle aziende sarebbe quella di sviluppare tra loro contratti di rete che permettono di strutturarsi meglio sia a livello funzionale, organizzativo e finanziario, al fine di potersi confrontare in modo adeguato con le grandi aziende clienti. Nonostante queste difficoltà, gli investitori dovrebbero prendere in considerazione, nelle scelte di investimento ed in proporzione alle quote di portafoglio, il settore della Space Economy, che è ancora poco conosciuto ma, anche per questo motivo, molto promettente.

Missili e Startup: analogie astro-aziendali, tra forza di gravità e mercato

Come succede ad un razzo lanciato nello spazio, anche una startup consuma rapidamente il “propellente” dei capitali iniziali allo scopo di vincere gli attriti e le resistenze competitive del mercato, che ostacolano l’ascesa del nuovo prodotto/servizio.

Di Carlo Mauri* 

I siti che parlano di Startup spesso  espongono in bella mostra un’iconografia rappresentata da missili in fase di decollo, certamente allo scopo di evocare l’impetuoso lancio di un’azienda innovativa a cui viene impressa un’accelerazione straordinaria per raggiungere elevati livelli di ricavi e marginalità.

Questa suggestione, nell’immaginario collettivo, è frequentemente associata alle aziende in fase di startup, per le quali l’innovazione di prodotto o di processo è tale da vincere qualsiasi legame “gravitazionale” che vincola di solito la crescita nei mercati tradizionali e maturi. Naturalmente, il marketing sfrutta questa rappresentazione per scaldare gli animi degli startuppers e gli appetiti degli investitori, i quali sono modi dall’aspettativa di altrettanti rapidi ed ingenti guadagni. Riflettendoci, però, quella appena evidenziata non è solo una immagine efficace in termini di comunicazione, e la metafora dei razzi che puntano verso lo spazio cosmico sfruttando i principi della Fisica Classica – quella che si usa in Astronautica, per capirci – sia  assolutamente pertinente per comprendere i fenomeni aziendali innovativi. Infatti, il lancio di un missile trasforma rapidamente l’energia del propellente in spinta di accelerazione volta a vincere l’attrito della forza di gravità; allo stesso modo, il lancio di una startup consuma rapidamente il “propellente” dei capitali iniziali (cash burnout) allo scopo di vincere gli attriti e le resistenze competitive del mercato che si frappongono ostacolando l’ascesa delle vendite del nuovo prodotto/servizio.

Entrambi i fenomeni, quindi, “trasformano” risorse: i missili per generare “lavoro” (work), sotto forma di spostamento nello spazio, e le startup per generare “valore” (worth), sotto forma di acquisizione di quote di mercato. Quindi, non v’è dubbio che una certa analogia esiste, e vale la pena approfondire questa evidente similitudine facendo ricorso proprio alle nozioni di fisica che molti di noi imparano al liceo. In Fisica, il Lavoro (work, W) è definito come il prodotto tra la Forza F e lo Spazio/spostamento S (W = F x S), mentre con l’espressione F = m x a esprimiamo la formula in base alla quale la Forza (F) è pari al prodotto tra la Massa (m) e l’Accelerazione (a) che viene impressa dall’azione dell’energia sviluppata dal propellente. Unendo le due espressioni in base alla definizione della Forza F (m x a), la formula  W = F  x S può essere espressa anche con W = m x a x S, in ciò significando che il Lavoro è determinato dal prodotto tra massa, accelerazione e spazio/spostamento.

Trasferendo il ragionamento in Finanza Aziendale, il valore di una startup, che esprimiamo con il termine worth (W), secondo il metodo reddituale è esprimibile tramite il prodotto tra il reddito medio normalmente atteso (R) nei successivi t anni futuri, e il coefficiente che attualizza ad oggi i flussi dei redditi medi futuri nei prossimi t anni. Questo coefficiente, sintetizzato nei simboli (a-|i), è tanto più grande quanto maggiore è il numero di anni futuri (t) e quanto minore è il tasso di  attualizzazione (i). La formula per ricavare il valore della startup, è delineata dall’espressione W = R x a-|i. Considerando che il tasso di attualizzazione è direttamente correlato al livello dei tassi applicati nei mercati finanziari ed al rischio intrinseco dell’operazione, avremo che maggiori sono i tassi di mercato  e di  rischio, minore sarà  il valore W aziendale.

Per analogia, quindi, il tasso di attualizzazione (i) misura la “forza finanziaria” – simile a quella di gravità che si oppone al missile – che deve essere  contrastata per far decollare il valore dell’azienda. Nelle startup, l’accelerazione (a) è data dalla spinta generata dal reddito R ottenuto dal “lavoro” della gestione, e la  massa (m) è associabile al tasso di attualizzazione (i) sia del sistema (mercato finanziario più “rischio paese”) sia del rischio intrinseco alla startup stessa – di solito abbastanza alto – in modo tale che a maggiori tassi e rischi corrisponde un minor valore aziendale (W).

E così, mentre un razzo si sposta (S) nello spazio grazie al lavoro (W) generato dal propulsore, un’azienda viaggia nel tempo (t)  grazie al valore (W) generato dalla gestione, e sia l’una che l’altra consumano molta energia (propellente il razzo, denaro la startup) senza però avere una garanzia del risultato, poiché il rischio d’insuccesso grava su entrambi. Tuttavia, una differenza sostanziale tra le due dinamiche esiste. Infatti, mentre nel caso del missile mai tutta l’energia impiegata si trasformerà in lavoro (secondo principio della termodinamica), nel caso di una startup tutta la ricchezza consumata si potrebbe e dovrebbe  trasformare in “valore” in misura  assai maggiore rispetto alla ricchezza iniziale apportata, e questa in fondo è la vera scommessa che muove le decisioni degli astronauti. Pardon, degli investitori.

* Commercialista e socio AIAF, Managing Partner di M&V Private Corporate Advisor
e co-ideatore di Startup Fixing

Equity Crowdfunding, business plan alla prova della “legge di Benford”

Come misurare l’affidabilità dei valori presenti nei business plan di Equity Crowdfunding? Ci viene in aiuto l’approccio innovativo della Legge di Benford.

Di Carlo Mauri

Il Portale web della Consob, nella sezione dedicata alla Educazione Finanziaria in tema di Equity Crowdfunding, evidenzia come nelle decisioni di investimento i risparmiatori non siano messi nelle condizioni di prestare la necessaria attenzione agli elementi razionali, nel senso che spesso non ce ne sono. Infatti, secondo la Consob il problema è che “….la mancanza di elementi economici e razionali cui fare riferimento e, conseguentemente, l’approccio inevitabilmente emozionale con cui si valuta l’investimento, oltre che la intrinseca rischiosità di società neo costituite operanti in settori innovativi, sono alla base dei principali rischi dell’investimento in startup innovative. A questi si aggiunge il rischio di truffa tipico di tutte le transazioni effettuate on-line”.

Invertendo l’ordine dei fattori, il prodotto non cambia: se a dominare le decisioni di investimento in una startup sono le componenti  emotive e suggestionali, è evidente che manchino quelle quantitative e computazionali, con il risultato che l’asimmetria informativa tra startup e risparmiatori non trova alcun freno nei business plan. A ciò si aggiunga che l’assenza di riferimenti storici e comparativi, da utilizzare come elemento di confronto per valutare le prospettive dichiarate dagli  amministratori delle startup, lascia campo aperto alle fascinazioni indotte dal marketing, che trova una valida motivazione nella mancanza, in una startup, di una “storia aziendale” da poter raccontare agli investitori.

Esposto così, il problema sembra di difficile soluzione, poiché l’accesso delle startup al Crowdfunding e ai mercati non può essere inibito senza negare l’essenza stessa del liberismo economico e delle libertà di intrapresa. Infatti, per quanto prudentemente possa essere stato redatto (soprattutto nella quantificazione del valore di Pre-money), un business plan vive all’interno dell’universo delle informazioni che influenzano sia le nostre scelte personali che quelle collettive. Molte di queste informazioni, in relazione ad un investimento, sono a loro volta costituite da una enorme quantità di valori numerici provenienti dalle più disparate fonti, delle quali non abbiamo alcun controllo (a meno che non ne siamo noi stessi gli autori e divulgatori). Pertanto, come possiamo essere veramente sicuri della loro autenticità

Il problema, a causa del fenomeno della “iper-informazione” nato con la condivisione – e sempre più spesso con la “fabbricazione” – delle news sul web e sui social network, si manifesta oggi tramite due principali effetti collaterali: l’impossibilità di verificare le informazioni, da un lato, e la proliferazione delle c.d. fake news, dall’altro. Questo ordine di effetti, in tutta evidenza, non fa bene neanche al settore degli investimenti, dove le informazioni devono obbligatoriamente essere diffuse osservando precise regole di trasparenza e autenticità, ma ciò che esce fuori dai prospetti informativi degli investimenti di Crowdfunding, ed “entra” nel web, è sottoposto agli stessi rischi tipici del più celebre dei paradossi di Internet: troppa informazione=nessuna informazione.

Per dare soluzione al problema, possiamo ricorrere all’utilizzo critico della “Legge di Benford”, che è uno schema matematico statistico scoperto verso la fine dell’Ottocento dal matematico Simone Newcomb ma perfezionato negli anni ’30 del secolo scorso da Frank Benford, un brillante impiegato della General Eletric. Costui aveva intuito che i valori presenti nelle serie storiche prodotte dai più disparati fenomeni naturali, demografici e socio economici non fossero casuali, ma seguissero una “regola” ben precisa che determinava la probabilità del fenomeno osservato con particolare precisione. Il concetto appena espresso è un pó astruso per chi non ha dimestichezza con la statistica, ma basterà un semplice esercizio – davvero divertente – da fare a casa per comprendere l’utilità pratica della legge di Benford. Prendete un foglio di carta qualunque, e scrivete a casaccio un insieme numerico di trenta numeri, i primi che vi vengono in mente, senza alcun limite di cifra. Ebbene, secondo la regola di Benford almeno 9 di questi numeri (e cioè il 30%) inizieranno con la cifra 1, e quelli che iniziano con la cifra 9 saranno in quantità inferiore a quelli che iniziano con la cifra 2. Se avete eseguito l’esercizio, avrete constatato questo risultato con i vostri occhi, e se non lo avete fatto potete fidarvi: anche se raddoppiate o triplicate i numeri contenuti nella serie, il risultato sarà lo stesso.

A livello pratico, di conseguenza, su tutti i valori e le serie storiche che si discostano da questa regola penderà il sospetto di una frode, di una volontaria manipolazione o di un errore. Infatti, grazie alla legge di Benford si è riusciti persino a scoprire le anomalie presenti in alcune piattaforme che trattano le criptovalute – notoriamente prive di controllo istituzionale – e le “finte visualizzazioni” prodotte dai c.d. bot per gonfiare i dati di un’azienda in cerca di sponsor o di acquirenti per i suoi spazi pubblicitari. Allo stesso modo, una serie storica di dati finanziari prospettici riferiti ad un investimento in Equity Crowdfunding può essere messa alla prova della legge di Benford, e in caso di difformità dei dati rispetto ad essa un investitore sarebbe portato a verificare una truffa o, come accade più generalmente, una certa mancanza di accuratezza – a volte volontaria – nella redazione dei risultati prospettici.

In ogni caso, si tratta di una arma in più per gli investitori che, di fronte al business plan di una startup, non hanno molte chance di capire se le informazioni contenute siano autentiche ed esatte. Infatti, i ricavi ipotetici futuri, per essere calcolati correttamente, devono essere ottenuti da un processo moltiplicativo e additivo che coinvolge la quantità di prodotti venduti ogni anno, il prezzo unitario di vendita, i costi diretti ed indiretti ed il margine di profitto desiderato, e se i valori contabili prospettici si discostano dalle corrette operazioni di moltiplicazione e sommatoria di quelle grandezze, al solo scopo di gonfiare i risultati del business plan e facilitare la raccolta fondi, la legge di Benford lo evidenzierà con un eccellente margine di approssimazione.

Investire in Startup è questione di metodo, non di emozioni. In arrivo il tool di rating Startup Fixing

L’investimento in startup non può essere dettato solo dalle preferenze di natura emozionale, ma da un metodo razionale e replicabile per qualunque progetto di Equity Crowdfunding. A Settembre disponibile il tool di rating Startup Fixing dell’italiana ProjectBI.

Le recenti ricerche sui criteri di scelta adottati da chi ha investito in startup attraverso le piattaforme di Crowdfunding hanno rivelato che le loro preferenze sono dettate prevalentemente da elementi emozionali, i quali spesso consentono di “superare” persino il naturale sentimento di prudenza che si prova generalmente quando si acquistano azioni nei mercati regolamentati e che guida le nostre scelte. Infatti, è importante essere sempre informati sulle prospettive dell’azienda di cui diventiamo azionisti, ed la circostanza che i titoli siano quotati ufficialmente non deve costituire un deterrente verso la conoscenza di tutti gli elementi utili.

In buona sostanza, si tratta di un processo razionale – almeno così dovrebbe essere, nella maggior parte dei casi – che dà priorità al metodo, e relega l’emotività ad elemento del tutto secondario. Nel campo dell’Equity Crowdfunding, invece, si ha la sensazione che le scelte vengano dettate prevalentemente  da elementi emozionali o irrazionali, come l’interesse per un tema di importanza collettiva (clima, energie alternative, biotecnologie etc) oppure per le applicazioni informatiche di largo consumo. La  stessa Consob, sull’argomento, ha segnalato questa criticità nel suo sito dedicato all’Educazione Finanziaria “…il preponderante elemento emozionale nelle scelte di investimento in startup poste in essere dai risparmiatori, soprattutto non professionali, e il rischio di truffe, sono da tenere in considerazione prima di un investimento…..”.

Pertanto, è necessario uscire dalla “logica emozionale”, ma per farlo correttamente serve un metodo razionale di scelta e replicabile in tutti i progetti dell’Equity Crowdfunding. Su queste basi, la collaborazione di professionisti specializzati in diversi settori della finanza aziendale ha portato allo sviluppo di Startup Fixing, un tool di analisi che racchiude e sintetizza diverse discipline e competenze. Il tool è stato sviluppato da ProjetBI srl, che è essa stessa una startup innovativa italiana già conosciuta per aver creato nel 2018 (per conto di  Giuffrè Editore) la app “Indicatori di allerta”, finalizzata ad individuare precocemente segnali di crisi aziendale alla luce anche della riforma sulla Crisi d’impresa.

Ai fondatori di ProjectBI Carlo Mauri (Commercialista, Revisore ed Analista finanziario) e Roberto Massucco (Ingegnere Gestionale specializzato in sistemi informatici di analisi finanziaria) si è presto unito Alberto Villa, consulente finanziario autonomo, che ha portato il suo contributo di esperienza nella  formazione di assets d’investimenti, rendendo fruibile il tool agli investitori professionali e permettendo loro di beneficiare del set informativo che mette in evidenza, per tutte le proposte d’investimento in startup o in PMI innovative, l’intrinseca rischiosità ed il possibile rendimento atteso.

La fonte dei dati che alimentano il sistema di Startup Fixing sono gli stessi documenti obbligatori presenti  e pubblicamente consultabili nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding. In particolare, vengono selezionati ed archiviati i dati economico-finanziari presenti nei business plan e nei bilanci. Le informazioni quantitative archiviate nel database passano alla successiva fase di analisi, dalla quale si genera finalizzata una scheda di valutazione sintetica relativa al progetto proposto sulla piattaforma. “Il fulcro di Startup Fixing – spiega Carlo Mauri – si fonda sulla coerenza tra rischio e rendimento, che deve rispettare il postulato fondamentale di ogni scelta di investimento finanziario, e cioè che ad un maggior rendimento corrisponde sempre un maggior rischio”. “Pertanto – aggiunge Mauri – abbiamo individuato dei criteri che ci consentono di apprezzare gli sviluppi del progetto in chiave prospettica, basandoci esclusivamente sulle informazioni di carattere economico e finanziario presenti nei business plan, senza apportare alcuna modifica od integrazione. In particolare, grazie al tool di Startup Fixing, siamo in grado di determinare il rendimento netto teorico atteso, assumendo che la vendita delle quote della startup si realizzerà nell’ultimo anno indicato all’interno del progetto”.

In sintesi, il tool Startup Fixing (che sarà disponibile in rete da Settembre) adotta come criterio di valutazione il metodo universalmente utilizzato per questo tipo di investimenti, denominato “Venture Capital Method”. Per quanto riguarda la verifica dell’adeguatezza del c.d. valore di Pre-Money, dichiarato nel business plan del progetto, al valore futuro dell’azienda, il tool Startup Fixing applica un tasso di attualizzazione implicito derivante dal metodo di attualizzazione dei flussi di cassa (DCF). “In ogni progetto di startup – spiega Carlo Mauri – il rischio maggiore è rappresentato dal valore di Pre-Money, che viene attribuito dagli stessi soci del progetto e, quindi, sconta la possibilità di essere un po’ troppo generoso. Se il valore determinato con il metodo DCF è sufficientemente maggiore rispetto al tasso espressione del rischio del settore di riferimento (che è una grandezza conosciuta), questo significa che chi ha redatto il business plan ha tenuto debitamente conto dell’elevato rischio specifico che inevitabilmente caratterizza progetti di questa natura”. La risultante finale di questo processo di analisi è un rating sintetico, che attribuisce un numero di “stelle” (da 1 a 5) quale espressione qualitativa del giudizio di Startup Fixing in funzione di alcuni parametri fondamentali. Più precisamente, il rating sarà più elevato:

– se il rendimento netto teorico atteso supera (o meno) il benchmark di rendimento predeterminato per questo tipo d’investimenti;
– se il business plan espone la presenza di almeno un brevetto, rendendo più difendibile l’azienda (e i suoi azionisti) dalla concorrenza;
– se la startup non beneficia di finanziamenti da parte di terzi;
– se il valore Pre-Money di partenza, autodeterminato dai fondatori della startup/Pmi, sconta adeguatamente il livello di rischio specifico del progetto in misura tale da ridurre lo stesso valore Pre-money ad un livello più conveniente per l’investitore.

Oggi le startup e le Pmi innovative godono di una particolare attenzione non solo da parte delle autorità italiane ed europee – basti pensare alle generose disposizione in materia fiscale per gli investitori, recentemente emanate dal nostro Governo – ma sempre di più anche da parte degli investitori e dei loro consulenti, e la forte crescita della raccolta fatta negli ultimi due anni lo testimonia. La tendenza ad investire nella c.d. economia reale viene sollecitata sempre più spesso dalle Istituzioni, e si ritiene che nel giro di qualche anno anche il settore delle startup e del Crowdfunding, con le dovute limitazioni in relazione ai profili di rischio, farà parte dei portafogli di tutti i risparmiatori, ma sia le nuove aziende che i futuri distributori (banche, reti, piattaforme indipendenti) dovranno dotarsi di uno strumento di analisi preventiva come Startup Fixing.

Equity Crowdfunding, quella insostenibile leggerezza del valore premoney

Per ridurre il rischio di un cattivo investimento, l’investitore dovrà scegliere tra tutte le proposte pubblicate nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding quelle che hanno scontato l’alto rischio di variabilità del valore pre-money.

Di Carlo Mauri*

I valori economico finanziari presenti nei business plan delle startup pubblicati nei portali di Crowdfunding sono espressi spesso in termini puntuali, e se non fosse per il fatto che sono inseriti in tabelle prospettiche si potrebbero facilmente confondere con dati consuntivi. Tuttavia, sarà molto difficile trovare nei bilanci dei prossimi anni gli stessi dati o anche valori ad essi approssimabili. Infatti, quei dati si trascinano dietro una forte componente aleatoria, dai contorni indefiniti.

Servirebbe una applicazione finalizzata a misurare le relazioni tra rischio e rendimento esistenti nei piani finanziari presenti  nelle piattaforme di Crowdfunding, ma prima ancora servirebbe confrontarsi con la difficoltà di esprimere una congrua misura del rischio aziendale. Le startup sono, per definizione, prive di una precisa identità storica misurabile, e questo impedisce di fondare delle stime su dati certi da cui derivare delle linee di tendenza. Nelle scienze naturali, che studiano fenomeni “complessi” (come nella  Meteorologia) le previsioni si fondano su stime probabilistiche e non puntuali, ed anche in altri contesti della fisica classica le previsioni non sono sempre precise. In Balistica, per esempio, che un “proietto”  colpisca esattamente il bersaglio non è affatto una certezza, poiché sono troppe le variabili in gioco che possono influire sul moto inerziale, soprattutto sulle lunghe gittate.

In tutti questi  scenari, pertanto, ha senza dubbio più senso esprimersi in termini di “distribuzione di probabilità”, tanto di colpire il bersaglio in Balistica, quanto di raggiungere esattamente le previsioni quantitative di un obiettivo economico aziendale per una startup, la quale si muove, al pari di un proietto, all’interno di un ampio campo di variazione. Sfortunatamente, questo modo di rappresentare le grandezze diviene meno attraente per l’investitore medio, soprattutto in relazione al valore di premoney, il quale dovrebbe così assumere dimensioni “probabilistiche” talmente variabili da renderlo incompatibile con l’esigenza di avere una grandezza ben determinata da inserire nella delibera di aumento di capitale richiesta agli investitori.

Ogni misurazione è un interrogativo rivolto alla Natura” (Erwin Schrodinger)

Come risolvere il problema? Prima di tentare una risposta dobbiamo definire bene il concetto di rischio finanziario. Per un investitore, il rischio finanziario si identifica nella concreta possibilità di perdere tutta o quasi la somma investita nell’aumento di capitale della startup. Questo tipo di rischio deriva dalla inevitabile presenza – ed estremizzazione – del cosiddetto rischio d’impresa, che a sua volta discende dal fatto che “In  un’economia di mercato il consumatore è sovrano e dalla sua libertà di scelta sorge il rischio per l’impresa” (Ghiringhelli, “Analisi di Bilancio e Driver di Valore”). Ad esempio, i potenziali clienti delle startup potrebbero non comprare i servizi/prodotti, oppure accettare lo scambio a prezzi del tutto insufficienti a coprire i costi aziendali, rendendo di fatto impossibile il recupero delle somme investite.

In definitiva, limitarsi a valorizzare nei business plan le ipotesi di rendimento atteso mostra solo un lato della questione (quello che piace all’investitore). Questa lacuna ci spinge a trovare un’adeguata misura del rischio specifico corrispondente alla proposta del rendimento atteso. Tale misura è implicitamente sempre presente nel tasso di attualizzazione dei flussi di cassa/reddito che portano a quel dato valore di premoney (ovvero il valore dell’azienda prima della raccolta dei fondi, che di fatto rappresenta il prezzo di ingresso per i nuovi soci). L’intensità di questo  specifico “segnale di rischio” dovrà essere necessariamente di gran lunga superiore a  quella  presente nei  tradizionali investimenti in equity espressi dai prezzi dei valori azionari dei mercati regolamentati .

Quindi, assumendo il valore premoney e i flussi di cassa/reddito come parametri, il tasso che equilibra questi due differenti parametri è dato dal tasso di attualizzazione dei flussi che a sua volta incorpora una misura del rischio specifico. Inoltre, il rischio in cui impatterà la startup non potrà prescindere dalla maggiore o minore volatilità del segmento di mercato che la startup stessa andrà ad occupare; questa ulteriore integrazione di rischio la si può ottenere stimando la volatilità storica dei maggiori competitors .

Riassumendo, l’investitore potrà avere una rappresentazione aggiornata di tutte le proposte pubblicate nelle diverse piattaforme di Equity Crowdfunding andando a scegliere quelle che hanno scontato l’alto rischio di variabilità del valore premoney attraverso una riduzione prudenziale del prezzo di ingresso al patrimonio aziendale, valutata da precisi dati statistici che la rendano congrua.

* Carlo Mauri, commercialista, socio AIAF,
Managing Partner di M&V Private Corporate Advisor

Il valore delle start up nell’Equity Crowfunding. Attenzione alla “coerenza” tra rischio e rendimento

La dottrina aziendale italiana non ha posto molta attenzione sulle corrette procedure valutative di una startup. Negli USA, invece, nuove tecniche di facile e veloce applicazione permettono di stabilire valutazioni ritenute attendibili.

Di Carlo  Mauri*

Il tema della valutazione delle startup è diventato  attuale per effetto della diffusione,  negli ultimi anni, del fenomeno del  “Crowdfunding“, a sua volta   espressione della nuova “economia della condivisione” (Sharing Economy),  in cui  i progetti imprenditoriali vengono proposti, tramite piattaforme autorizzate della  Consob, al largo pubblico  degli investitori al fine di condividere  con loro i vantaggi futuri  ma ovviamente anche  i rischi.

Presupposto per dar luogo  alla raccolta dei capitali è quello di procedere all’autovalutazione  delle startup stesse. Questo valore, definito di “pre-money”, viene fornito quindi  dagli stessi soci fondatori delle startup ed è legato, funzionalmente, alle somme richieste agli investitori. Si tratta di un valore potenziale, in quanto ricavato da grandezze economiche e finanziarie ipotetiche future, poichè le startup solitamente non hanno dei bilanci storici da sottoporre ad analisi. In ogni caso, il valore “pre-money” è sempre indicato nei business plan pubblicati nelle piattaforma di equity crowdfunding, ma non sempre è possibile individuare in maniera esplicitata i criteri da cui tale valore si genera.

Eppure, questa grandezza  è determinante per il successo dell’operazione. Infatti, qualora venissero attribuiti valori troppo elevati, si possono incontrare concrete difficoltà nel raggiungere gli obiettivi di  raccolta; viceversa, nel caso in cui il valore “pre-money” sia troppo basso, si può indurre il dubbio, nel potenziale investitore, di fare un cattivo affare, oltre al risultato di raccogliere una somma assai più modesta.

Il pericolo, pertanto, è quello di allontanarsi dalle corrette procedure valutative, e sul punto è necessario riconoscere che la dottrina aziendale italiana non ha posto  molta attenzione, e gli stessi “Principi italiani di Valutazione” non dedicano una specifica attenzione alle startup. Maggiore interesse, invece, si è manifestato negli USA, dove la prassi internazionale ha sviluppato delle tecniche di facile e veloce applicazione, le quali permettono di stabilire (a torto o a ragione) valutazioni ritenute attendibili dagli operatori professionali.  

Carlo Mauri

Purtroppo, la necessità di creare una metrica condivisa e di facile uso rischia di confondere le scelte degli investitori e dei loro consulenti nel perseguire scelte ragionate e consapevoli. E’ possibile, però, fare una prima considerazione: assumendo come input i dati presenti in piattaforma, ovvero il pre-money e i flussi reddituali prospettici (di solito presenti fino al massimo di 5 anni), si deve sempre trovare  una coerenza tra il “rischio” (implicitamente presente nel  tasso di attualizzazione dei flussi reddituali) e il rendimento espresso dai flussi reddituali stessi. A parità di valore pre-money,  aumentando il rendimento il rischio deve  crescere in modo proporzionale. Ebbene, visto che i flussi reddituali indicati nei business plan presentano spesso tassi di crescita molto elevati, caratterizzati da dinamiche esponenziali, contestualmente si dovrebbe osservare  una misura del rischio di gran lunga superiore (di almeno dieci volte) rispetto a quella presente, per esempio, nelle stime di complessi aziendali di società quotate nei mercati regolamentati. L’assenza di questa “coerenza” tra rischio e rendimento, che  rappresenta uno dei principi cardine della Finanza, è in grado di compromettere  la credibilità dell’intero progetto.

* Commercialista, socio AIAF, Managing Partner di M&V Private Corporate Advisor