Giugno 5, 2026
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Keynes, i tassi di interesse e la contabilità dei bond: ecco perchè le banche possono fallire

Conoscere i  metodi di gestione della tesoreria di una banca ed il loro trattamento contabile ci aiuta a capire se ci troviamo di fronte ad un rischio sistemico, e a cosa il sistema bancario deve fare attenzione.

A cura di Manlio Marucci* e Marco Licani Della Valle**

Di fronte al forte squilibrio legato al fallimento di alcune banche statunitensi e, con un sinistro tempismo, una delle più riconosciute banche internazionali di matrice svizzera (Credit Suisse), si pone il problema di attribuire il corretto significato politico che questa crisi assume per tutto il settore bancario, nonchè l’ “effetto alone” che potrebbe rivelare un rischio sistemico per tutto il circuito finanziario internazionale. Le ragioni, indubbiamente, vanno inquadrate su vari piani di valutazione: nel modello di sviluppo capitalistico e nelle sue componenti strutturali, nelle relazioni tra variabili aggregate di sistemi economici diversi, sul piano istituzionale e, infine, nel funzionamento di lungo periodo dei meccanismi di crescita economica. 

Pertanto, è necessario comprendere i rapporti di forza che oggi tengono in equilibrio tutto il sistema economico, poiché senza tale sforzo di comprensione non siamo in grado di capire (e di prevenire) le origini degli eventuali squilibri reali cui stiamo assistendo. Infatti, appare sempre più evidente come le trasformazioni tecnologiche e strutturali e gli scenari internazionali determinatisi sul piano socio-politico abbiano nel tempo modificato – e continuano a modificare – le condizioni oggettive degli stessi modelli di sistema economico capitalistico, tanto che anche le politiche monetarie basate su modelli tradizionali di tipo keynesiamo si ritengono non più idonei a risolvere i problemi strutturali, e non generano soluzioni efficaci che siano in grado di offrire forme concrete alla stabilizzazione del sistema e al suo controllo funzionale. 

All’interno di questo scenario il popolo degli investitori naviga al buio, e adesso percepisce di trovarsi in balia dell’onda lunga – anzi, lunghissima – di una crisi che segue ciclicamente quella precedente del 2008, con il lungo periodo (2009-2021) di mercati azionari positivi a fare da “fase intermedia” tra due periodi di crisi strutturale che si manifesta nuovamente all’improvviso. Un po’ come se oggi ci trovassimo all’inizio di un’era glaciale, e scoprissimo improvvisamente che i periodi di clima temperato e di successivo riscaldamento globale altro non erano che un’era geologica intermedia tra due glaciazioni. Tornando sul piano della realtà, tuttavia, la domanda è se la crisi di alcune banche sia in grado o meno di generare un rischio di contagio sistemico e dolorosi effetti negativi a medio e lungo termine per i risparmi e il patrimonio degli investitori.

Per farlo, analizziamo i dati storici e quantitativi e determiniamo meglio lo scenario a cui stiamo assistendo.
– Il salvataggio delle banche italiane, dal 2016 al 2018, effettuato mediante stanziamenti pubblici, è costato alla collettività 24,1 miliardi di euro. Solo per citarne alcune: Mps 5,4 miliardi più altri 3,9; Banca Etruria, Banca Marche, Cassa Risparmio di Ferrara e Chieti 4,7 miliardi; Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca 4,8 miliardi.
– All’estero, Silvergate Bank (banca californiana) 3,8 miliardi di USD, ha chiuso i battenti;  Signature Bank (USA, San Francisco) chiude per rischio sistemico; FTX exhange, fondata da Sam Bankman Fried, assiste al crollo dei depositi, con perdite del 75%; Coin Base, Micro Strategy, altre  nel settore delle criptovalute  messe fuori gioco.
– Il c.d. effetto domino bancario relativo alla capacita di credito e di tenuta del sistema si propaga nel mondo senza controllo; persino in Italia, dove pur non essendoci campanelli di allarme, più di qualcuno si è fatto prendere dal panico e si è precipitato agli sportelli per incassare il denaro e riporlo altrove, anche verso strumenti alternativi e beni rifugio.
– Dopo secoli di “sacralità bancaria”, la tanto decantata Svizzera tira le fila dei crack bancari a livello mondiale con il Credit Suisse, il quale è stato estremamente vicino a dichiarare insolvenza anche dopo l’iniezione di liquidità da parte del Fondo Sovrano Arabia Saudita per oltre 6 Miliardi di Dollari.

Cosa rivela tale contesto? Tre elementi su tutti: a) le “uniche” garanzie di un sistema bancario “malato” come quello di oggi sono i depositi sui conti correnti; b) nel caso in cui qualcosa “vada storto” i correntisti saranno coloro deputati a pagare il conto; c) quando il crack bancario si rivela gravissimo, l’intera collettività ne subisce le conseguenze in termini di costo umano e sociale.

Thorstein Veblen, già all’inizio del secolo scorso – anticipandone i tempi – definiva in “The Theory of the Leissure Class”  il ruolo svolto dalla figura del captain of business (affarista), ossia il finanziere puro, da quello del captain of industry (il capitano d’industria), nel senso che il primo, sfruttando abilmente la congiuntura  dei mercati e i suoi aggiustamenti, otteneva guadagni anche rilevanti senza produrre niente e in maniera indolore. Una distinzione quanto mai efficace per capire le logiche sottostanti all’attuale sistema finanziario, che sfrutta la non conoscenza delle cose, la mancata educazione finanziaria da parte della moltitudine dei risparmiatori/investitori unita alla volontà di non voler comprendere il funzionamento di tale sistema, “complicato” per definizione dogmatica.

Se un paio di banche regionali sono state così incapaci di gestire il rischio di tasso d’interesse e di deflusso dei depositi da fallire in poche ore, come possiamo essere sicuri che altre banche non si troveranno presto a dover affrontare problemi simili? Per rispondere correttamente, bisognerebbe capire il funzionamento della Tesoreria di una banca, la quale generalmente acquista obbligazioni per via del taglio delle cedole e per evitare di accumulare riserve presso la Banca Centrale, dal momento che queste rendono meno delle obbligazioni. Di conseguenza, per ottenere margini di guadagno, le banche creano enormi portafogli di investimento per incassare le cedole e, allo stesso tempo, rispettare le normative (Liquidity Coverage Requirement/Ratio – LCR) che le obbligano a detenere circa il 20% del loro bilancio in asset liquidi (leggi: obbligazioni).

Naturalmente, sorge il problema della gestione del rischio di questi portafogli giganteschi. Una banca prudente copre con dei contratti swap la maggior parte, se non la totalità, del rischio di tasso d’interesse che deriva dal portafoglio titoli. In pratica, la banca acquista obbligazioni a tasso fisso e paga uno swap (commissione fissa) come copertura del rischio dei tassi di interesse, che quando salgono fanno scendere sensibilmente il prezzo delle obbligazioni e quindi il valore del portafoglio. Le banche guadagnano lo spread (di credito) tra i rendimenti delle obbligazioni e il costo percentuale degli swap, e così il gioco è fatto.

Ma gli swap sono contratti derivati, e il loro trattamento contabile standard è quello di colpire direttamente il conto economico della banca, causando così una certa volatilità immediata nei suoi risultati finanziari.

Alle banche questo non piace, e così le autorità di regolamentazione consentono il c.d. “hedge accounting“, che è un espediente contabile in grado di iscrivere gli swap come Available-For-Sale (AFS) e attribuire allo stato patrimoniale (e non al conto economico) il costo della compensazione tra obbligazioni e swap.

Ma cosa succede se, invece, si registrano le obbligazioni con duration lunga (e cedola più generosa) come Held-To-Maturity (detenute fino a scadenza – HTM)? Negli Stati Uniti, una volta iscritte le obbligazioni come HTM, le regole contabili sono tali che la copertura del rischio di tasso d’interesse su queste obbligazioni è piuttosto punitiva.

Infatti, gli swap che coprono le obbligazioni HTM non ricevono un trattamento contabile favorevole, poichè sono in grado di colpire il conto economico della banca, mentre le obbligazioni “non swappate” non lo fanno, il che crea un’asimmetria e una volatilità del conto economico che le banche odiano così tanto da evitare di coprire il rischio di interesse sulle obbligazioni HTM. Tuttavia, le cui perdite accumulate durante un periodo di rialzo dei tassi di interesse possono essere molto elevate; come è accaduto alla Silicon Valley Bank e, parimenti, potrebbe accadere ad altre banche che, come la prima, è stata costretta a vendere in perdita il portafoglio di obbligazioni. Per esempio, le perdite sui titoli HTM di Charles Schwab sono pari quasi al doppio della sua posizione di capitale, e anche per le banche di importanza sistemica come Bank of America queste perdite potrebbero spazzare via metà del loro capitale.

Pertanto, per non finire gambe all’aria, le grandi banche statunitensi devono fare sempre molta attenzione a cosa contengono i propri libri contabili.

* Docente, Presidente Federpromm, Wealth Management
** Membro del Board of Directors e International Strategic Financial Developer del PFT Group International Asset Management

Come investire quando i tassi di interesse aumentano?

I prezzi delle obbligazioni scendono con l’aumento dei tassi di interesse, ma ciò non significa che i bond sono da evitare in assoluto. E’ vero che i treasury sono crollati quando la Fed ha inasprito la politica monetaria, ma questa è solo metà della storia.

L’inflazione elevata e l’aumento dei costi, in particolare per la manodopera, e un’eventuale resistenza agli aumenti dei prezzi, hanno spinto la Federal Reserve ad attuare un ciclo accelerato di aumenti dei tassi di interesse a breve termine, e una riduzione dei suoi acquisti obbligazionari che ha già determinato tassi a lungo termine significativamente più alti quest’anno. Di conseguenza, quando i tassi di interesse salgono, i prezzi delle obbligazioni scendono. Ma ciò non significa che i bond sono da evitare in assoluto, e se è vero che le obbligazioni sono crollate quando la Federal Reserve ha inasprito la politica monetaria, è vero anche che questa è solo metà della storia.

In linea di principio, infatti, la qualità del credito nei paesi occidentali e nelle economie più forti è affidabile, e i default sono rari. Infatti, quasi tutti gli emittenti di obbligazioni pagano gli interessi in tempo, e detenere una parte del portafoglio in obbligazioni è un modo largamente utilizzato per ridurre il livello del rischio complessivo. Pertanto, anche per il mondo delle obbligazioni esistono delle strategie che possono mitigare il rischio anche se l’attuale ciclo dei tassi di interesse probabilmente farà scendere ancora i prezzi.

Ma cosa significa per un investitore che il valore di una obbligazione è sceso? Innanzitutto, chi detiene un’obbligazione e prevede di mantenerla fino alla scadenza, il calo del valore di mercato non cambia il fatto che si riceverà il valore nominale alla scadenza. Chi ha acquistato un’obbligazione con uno sconto (sotto la pari, in gergo, e cioè per un valore inferiore al valore nominale), otterrà un guadagno alla scadenza, e chi ha pagato uno scarto in più (sopra la pari, in gergo), riceverà un rendimento inferiore, ma in ogni caso la fluttuazione giornaliera del prezzo non influisce sul pagamento alla scadenza, poiché gli interessi continueranno ad essere percepiti fino alla scadenza del titolo. Cosa diversa è possedere un fondo obbligazionario, poiché la percezione dell’investimento cambia del tutto: non esistono cedole, non c’è una scadenza, e se si è sottoscritto un fondo a distribuzione dei proventi non si può parlare di cedole, bensì di una ripartizione periodica del montante.

Nei bond, quindi, l’interesse continua a scorrere e, man mano che le obbligazioni maturano, verranno rimborsate al valore nominale e sostituite con obbligazioni più remunerative, in termini di cedole, se nel frattempo i tassi sono aumentati. In teoria, infatti, con l’inflazione ai massimi da 40 anni potrebbe volerci molto tempo prima che la direzione al rialzo dei tassi di interesse (e il conseguente calo dei valori di mercato delle obbligazioni) si inverta, e le nuove emissioni potrebbero essere collocate con cedole più elevate. Nel frattempo, chi ha liquidità da investire oggi può avvicinarsi agli investimenti in fondi obbligazionari (o in obbligazioni individuali) con maggiore fiducia, poiché le quotazioni sono già diventate più interessanti in un’ottica di medio o lungo periodo.

In termini di portafoglio, un modello tradizionale di ripartizione è quello chiamato 60/40, con il 40% investito nel mercato obbligazionario ed il rimanente 60% in quello azionario. Questo modello elementare di asset allocation sembrava ormai antiquata durante il lungo periodo di calo dei tassi di interesse, quando le azioni hanno prodotto alcune delle migliori performance degli ultimi decenni. Oggi pare stia rientrando nelle grazie degli asset allocator più “moderni”, dopo un lungo periodo in cui lo stimolo delle banche centrali, i bassi tassi di interesse e i rendimenti molto bassi (o addirittura negativi) per le obbligazioni a lungo termine hanno spinto il denaro verso le azioni. Infatti, il rendimento medio annuo dell’indice S&P 500, per esempio, negli ultimi cinque anni è stato pari al 15,8% calcolando il reinvestimento dei dividendi, ma lo stesso indice scende al  7,3% di rendimento se lo calcoliamo a 10 anni.

Nel complesso, il recente calo dei bond rende questo il momento ideale per considerare l’aggiunta di una maggiore esposizione al mercato obbligazionario, facendo attenzione al concetto di duration. La duration media di un portafoglio obbligazionario è una misura della sua sensibilità al movimento dei tassi di interesse, tiene conto di premi o sconti al momento dell’acquisto di obbligazioni ed è espressa in un numero di anni. Maggiore è la duration, più volatile sarà il fondo obbligazionario e più tempo impiegherà un ciclo di prezzi al ribasso per invertire, poiché le obbligazioni maturano al valore nominale e vengono sostituite da obbligazioni a rendimento più elevato.

In che modo la duration influisce sulla volatilità? Una ricerca in materia di investimenti obbligazionari mostra che una buona regola pratica è posizionare il portafoglio obbligazionario – al pari di quello azionario – sempre nel lungo periodo, in modo tale che se il prezzo dei bond scende in un contesto di tassi in aumento la sostituzione delle obbligazioni in scadenza con obbligazioni dal tasso più elevato compenserà il calo. In pratica, ciò significherebbe poter rimanere investiti in obbligazioni per 10 anni e oltre, e ciò permetterebbe di diversificare con maggiore responsabilità nei fondi obbligazionari invece che nelle singole obbligazioni.

Amanti delle obbligazioni alla ricerca dell’inflazione. Come avvicinarsi ai portafogli alternativi al risparmio gestito

L’assenza durevole di inflazione può trasformarsi in un grosso problema per l’Economia e per la remunerazione dei risparmi. Con la deflazione alle porte, chi ama le obbligazioni farebbe meglio a diversificare (con il supporto di un consulente finanziario) in valute diverse dall’Euro e dal Dollaro.  

Negli ultimi due anni, complice l’arretramento stabile a livello zero dei tassi di interesse (anzi, a livello negativo…), si è fatta strada la consapevolezza di un profondo cambiamento nello stile di gestione dei propri risparmi, che insieme ad una generale incertezza sta lentamente facendo nascere, nei risparmiatori passivi di un tempo, la necessità di una trasformazione in “investitori attivi”, bisognosi anche di un più elevato tasso di informazione relativamente ai mercati, agli strumenti di investimento ed alla comprensione dei rischi ad essi legati.

Questo cambiamento è ancora in atto, non si è ancora pienamente realizzato, e ciò è dimostrato dalla grande massa di liquidità che staziona per molti mesi nei conti correnti delle famiglie prima di essere investita nel risparmio gestito (principale beneficiario di questo contesto, insieme agli ETF).

Ma è proprio vero che, in un mercato senza inflazione, non ci sia alcuna possibilità di evitare il ricorso a fondi comuni, sicav, gestioni patrimoniali e polizze per realizzare un buon portafoglio di investimento? La risposta è che esiste un modo alternativo di investire senza ricorrere al c.d. risparmio gestito, ma prima di approfondire la materia è bene ribadire alcuni concetti di base sull’inflazione e sui rischi derivanti da una sua assenza prolungata.

E’ noto che la stabilità dei prezzi permetta di avere una visione più sicura del prossimo futuro (sia in termini di investimenti che di attività economiche), e che una inflazione fuori controllo, invece, distrugge il potere d’acquisto e indebolisce l’economia. L’ideale è, pertanto, perseguire un “livello aureo” di inflazione per evitare che un contesto  di inflazione inesistente si trasformi nel lungo periodo in un grosso problema, rappresentato dal disincentivo verso i consumi: perché comprare un telefonino oggi quando tra tre mesi costerà meno?

Negli ultimi 24 mesi, le principali banche centrali avevano individuato questo “livello aureo” di inflazione nel 2%, salvo accorgersi che non è affatto semplice da raggiungere. Così, la FED ha annunciato che perseguirà il raggiungimento un tasso di inflazione medio del 2 per cento nel corso di un certo periodo, in ciò rivelando che si potrà tollerare in futuro un tasso di inflazione superiore all’obiettivo del 2 per cento per un periodo altrettanto lungo.

Quest’ultimo scenario è certamente favorevole all’investimento in obbligazioni c.d. emergenti, e cioè quelle espresse nella valute di paesi che hanno una inflazione non ancora vicina al “livello aureo medio” tratteggiato dalla FED, ma in progressivo miglioramento rispetto alle soglie che possono creare preoccupazione.

Dal punto di vista operativo, i possibili titoli utili a definire un portafoglio di obbligazioni espresse in valute emergenti è bene che vengano scelti all’interno di un paniere di emittenti privi di rischio, e cioè BEI (o EIB, European Investment Bank, cioè Banca Europea degli Investimenti), BERS (in inglese EBRD, European Bank of Reconstruction and Development)  e World Bank (Banca Mondiale), evitando le obbligazioni governative espresse nella stessa valuta (che hanno invece un rating molto basso). I vantaggi di questa scelta sono molteplici, e sono in grado di compensare, nel medio-lungo periodo, la tipica volatilità delle valute emergenti:

– rating massimo (stabilmente tripla A), in quanto le emissioni sono sovranazionali ed eliminano il c.d. Rischio Emittente, e cioè quello che chi ha emesso i titoli possa fallire mandando in default  l’obbligazione;

– ritenuta fiscale dei rendimenti in misura agevolata (12.5% anziché 26.0%);

– cedole elevate, visibili sul conto bancario ad ogni scadenza, da reinvestire per aumentare il REN (rendimento effettivo netto) del portafoglio;

– quotazione ufficiale giornaliera;

– acquisto diretto nel mercato secondario (immissione nel deposito titoli);

– elevato risparmio nel costo di gestione del portafoglio (nessuna commissione di gestione, a differenza del risparmio gestito, e commissioni di negoziazione trattabili da banca a banca).

Ecco un elenco di paesi ritenuti interessanti dai maggiori gestori di portafogli specializzati in economie emergenti (per ciascuno di essi un esempio di titoli con rating AAA su cui poter investire), raccomandando di evitare accuratamente il “fai da te” e di studiare attentamente, con l’ausilio di un consulente finanziario, il peso da attribuire a ciascuno di essi all’interno di questo ipotetico portafoglio.

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TURCHIA – buoni fondamentali macro-economici, distensione geo-politica con USA ed inflazione in forte discesa nei prossimi 2 anni fanno prevedere un notevole apprezzamento delle obbligazioni ed un buon recupero della valuta. Rimane una buona volatilità dovuta all’indebitamento privato in USD, ma il fenomeno è in riduzione grazie al nuovo corso di politica monetaria del governo turco ed alla distensione del clima geo-politico che ha determinato, nell’estate del 2018, il crollo della Lira.

– EIB TF Ap26 Try 11.00% – Isin XS1807207581* (Lira Turca)                                     https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1807207581&market=MOT&lang=it

– EIB TF Ap24 Try 10.50% – Isin XS1059896016* (Lira Turca)                   https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1059896016&market=MOT&lang=it

MESSICO – L’imminente accordo commerciale USA-MEX-CAN (c.d. NAFTA) ha stabilizzato il cambio e attribuisce oggi al Peso Messicano lo status di “valuta forte” all’interno del panorama di quelle c.d. emergenti.

– EIB TF Lg27 Mxn 6.50% – Isin XS1588672144* (Peso Messicano)                                                  https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1588672144&market=MOT&lang=it

RUSSIA – L’economia russa è strettamente dipendente dal petrolio, per cui se i prezzi del greggio crollano, anche il rublo dovrebbe scendere, e viceversa. l’intervento veloce da parte della Banca centrale russa, che ha lasciato crollare il rublo nel 2018 ed ha alzato i tassi di interesse per evitare un’inflazione eccessiva, hanno permesso all’economia del paese di assorbire il forte ribasso del prezzo del greggio. Il biennio 2019-2020 si prospetta migliore, dal momento che non ci sono in vista fattori in grado di destabilizzare l’economia, di influenzare i tassi di cambio o di modificare l’inflazione.

– EIB TF Fb22 Rub 6.75% – Isin XS1947924921* (Rublo Russia)                          https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1947924921&market=MOT&lang=it

SUDAFRICA – La Banca centrale sudafricana ha tagliato di recente i tassi di 25 punti base portando il costo ufficiale del denaro al 6.50%, e questa mossa potrebbe non rimanere isolata. Al momento il mercato sconta un’ulteriore riduzione nei tassi entro la fine del 2019, e se le previsioni della banca centrale per l’economia sudafricana non appaiono particolarmente esaltanti (+ 0.6% la crescita attesa nel 2019) l’inflazione non appare un problema.

– EIB TF Fb23 Zar 7,25% – Isin XS1179347999* (Rand Sudafricano)                    https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1179347999&market=MOT&lang=it

INDONESIA – L’Indonesia è un Paese con inflazione sotto il livello target, con profilo di rischio investment grade, e a livello geopolitico non si intravedono grandi problemi. Di qui, ne consegue che le preoccupazioni riguardo questo Paese emergente, formulate nel recente passato quando la valuta (come tutte le altre emergenti) si è indebolita, sono eccessive, ed oggi rimetterla in portafoglio è una buona opportunità.

– EIB TF Gen25 Idr 5.75% – Isin XS1757690992* (Rupia Indonesiana, quotato alla borsa di Berlino) https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1757690992

– EBRD TF Dc22 Idr 6.45% – Isin XS1734550897* (Rupia Indonesiana , quotato alla borsa di Berlino)                 https://www.boerse-berlin.com/index.php/Bonds?isin=XS1734550897

INDIA – A influenzare negativamente le valute dei mercati emergenti, compresa quella indiana, è stata nel corso della prima parte del 2019 l’escalation della guerra commerciale USA-Cina. Nonostante questo, la rupia indiana sembra recupere bene le perdite conseguite contro il dollaro e, grazie all’emissione di obbligazioni sovrane in valuta estera, dovrebbe rafforzarsi per tutto il 2020. L’unico rischio potrebbe essere quello di doversi appoggiare pesantemente alle emissioni di valuta forte come mezzo di recupero, per cui è meglio attribuire un peso molto moderato all’interno di un portafoglio ideale di valute emergenti.

– EBRD TF Fb23 Inr 6.00% – Isin XS1766853367* (Rupia Indiana)                https://www.borsaitaliana.it/borsa/caratteristiche/view.html?isin=XS1766853367&market=MOT&lang=it

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* N.B. Le informazioni pubblicate nel presente articolo non devono essere considerate una sollecitazione al pubblico risparmio o la promozione di alcuna forma di investimento, ne raccomandazioni personalizzate ai sensi del Testo Unico della Finanza, trattandosi unicamente di informazione standardizzata rivolta al pubblico indistinto. Le eventuali raccomandazioni fornite tengono conto unicamente delle caratteristiche degli strumenti finanziari oggetto della raccomandazione e devono essere intese a mero titolo di esempio generale, non conoscendosi alcuna informazione relativa alle conoscenze ed esperienze, alla situazione finanziaria e agli obiettivi di investimento dei singoli lettori, i quali soltanto potranno adattare il contenuto dell’articolo alla specifica situazione personale in corrispondenza con il proprio personale profilo di rischio.