La chiusura indiscriminata di sportelli bancari non è solo un fenomeno occupazionale di settore, ma il frutto di una vera e propria rivoluzione che concentra il credito sulle aziende medio-grandi, cambia il tessuto produttivo del nostro Paese e lo rende economicamente instabile.
E’ di qualche giorno fa il comunicato della FABI che, con grande preoccupazione, ha sciorinato i dati sulla chiusura generalizzata degli sportelli bancari che, in meno di 10 anni, sono diminuiti di 11.231 unità (da 32.881 a fine 2012 a 21.650 a fine 2021). In particolare, tra il 2020 e il 2021 le chiusure sono state pari a 1.830 in un solo anno. E’ sceso anche il numero delle banche, che sono passate da 706 del 2012 a 456 nel 2021 per via della progressiva aggregazione tra grandi gruppi e banche più piccole, e naturalmente il personale, passato da 315.238 risorse umane di fine 2012 a 269.625 di fine 2021, con una riduzione complessiva di 45.613 unità.
Sono numeri preoccupanti, comunicati quasi con rassegnazione, ma è sbagliato attribuire a questo fenomeno una natura squisitamente occupazionale, poiché esso rappresenta un abbrivio socio-economico che nessuno è stato in grado di controllare, e che produrrà i suoi effetti per decenni sul tessuto industriale dell’economia italiana, rivoltandolo come un calzino. Infatti, attraverso un progressivo disimpegno sui territori e il mancato rinnovo delle risorse umane in età pensionabile, le banche stanno facendo mancare soprattutto il fondamentale ruolo di impulso sociale ed economico che gli viene universalmente riconosciuto dalle leggi nazionali ed internazionali, e questo argomento non può essere sottovaluto dalla comunità finanziaria mascherando le chiusure indiscriminate di sportelli bancari da “esigenze di riorganizzazione industriale di settore”.
Provate ad andare in un piccolo centro, dove l’unico sportello presente è stato appena chiuso, e troverete utenti presi da profondo smarrimento e disagio personale. La riduzione delle filiali, in particolare, è un evento che produce effetti negativi alla clientela più in avanti con l’età, che ha scarsa dimestichezza con gli strumenti digitali e con l’accesso ad Internet. Inoltre, il cambiamento del modello di business delle banche, oggi incentrato quasi esclusivamente sulla vendita di prodotti finanziari e assicurativi e poco o niente sul credito in generale, agisce pesantemente sul sistema produttivo italiano, poiché fa venir meno il supporto funzionale che nei decenni passati aveva permesso al tessuto di piccole e medie imprese di crescere e dare struttura stabile e robusta all’imprenditoria nostrana.
Pertanto, è anche responsabilità del settore bancario – e non solo della pessima classe dirigente espressa dalla nostra politica dagli anni ’90 del secolo scorso in poi – se l’economia italiana ha fatto enormi passi indietro negli ultimi trent’anni, e soprattutto dopo la grande crisi del 2008 partita dagli USA. Ciò che è accaduto, infatti, non è una semplice e ciclica “stretta creditizia”, ma una vera e propria “Rivoluzione del credito”, di cui nessuno parla ma che tutte le famiglie e molte piccole aziende sentono sulla propria pelle, vittime come sono di un sistema bancario che non stimola l’economia ma si concentra esclusivamente sui percettori di redditi medio-alti e sulle grandi imprese.
Si tratta, in sintesi, di un circolo vizioso: maggiore sarà l’attenzione che le banche dedicheranno al settore dei risparmi, maggiore sarà la “stretta creditizia” su prestiti alle aziende e alle famiglie (sempre più indebitate), e minore sarà il reddito complessivo derivante dagli occupati nelle attività produttive medio-piccole, molte delle quali nel frattempo chiuderanno i battenti. Solo una inversione di questo “circuito” potrebbe evitare di far trasformare definitivamente il sistema industriale del nostro Paese in una economia dominata dalle grandi corporation, dove le piccole aziende, un tempo floride proprio grazie al credito bancario, gradualmente scompaiono. In tal senso, la chiusura di sportelli bancari dai piccoli centri – soprattutto del Sud Italia – allontana sia le imprese che le famiglie dal circuito della finanza e del credito, spingendole spesso tra le braccia della criminalità organizzata; quest’ultima, infatti, vive e si arricchisce grazie alle attività finanziarie illegali mascherate da imprese legali che hanno una “storia” nel territorio e sono state acquisite dalla criminalità una volta cadute in bassa fortuna, per motivi di pura sussistenza.










