Il nostro Paese sta lentamente morendo sotto la scure della prima grande crisi economica dalla nascita dell’Unione Europea. Lo “scudo” dell’Europa non ha fornito fino ad oggi alcuna protezione ai cittadini.
Di Alessio Cardinale
Negli ultimi dieci anni, complice anche la pessima classe politica che ha governato l’Italia senza una vera alternanza di “visioni d’insieme” e interesse per i bisogni dei cittadini, il dibattito pro/contro l’Unione Europea ha finito con il distrarre l’attenzione – come fa qualunque confronto dai toni accesi e inconcludenti – da tutti quei reali problemi che, a distanza di più di venti anni dall’entrata nell’UE, oggi assumono contorni sempre più chiari.

In particolare, quella che nel 2001 sarebbe dovuta essere una “cura” per preservare l’economia del nostro Paese dagli attacchi finanziari speculativi e dalla cattiva politica, si è rivelata quasi del tutto inefficace: periodicamente il nostro debito pubblico si trova sotto attacco dei più spregiudicati hedge fund (2022-2023) e persino di alcune grandi banche tedesche e francesi (2011 e 2021); dall’Europa politicamente “illuminata” di Germania e Olanda non abbiamo preso alcun esempio di buongoverno; la “Questione Meridionale” rimane sullo sfondo di un sistema economico perennemente a due velocità (nonostante siano passati 162 anni dall’Unità); le segreterie dei partiti politici continuano a spadroneggiare imponendo i propri candidati – sempre più obbedienti e asserviti alle logiche delle lobby – nell’amministrazione della Cosa Pubblica, con risultati che sono sotto gli occhi di tutti: Reddito, Trasporti e Infrastrutture rimangono allo stesso livello di trenta anni fa, Sanità e Scuola vengono gradualmente smantellate con gravi conseguenze per gli italiani in termini di mal practice e migliaia di decessi da ”malasanità”.
In più, si è accentuata la nuova ondata migratoria dei giovani, che lasciano il nostro Paese al ritmo di 100.000 ogni anno e trovano miglior fortuna in altri paesi dell’UE. E’ un fenomeno inarrestabile, ma in pochi riflettono sugli effetti per la nostra ricchezza: negli ultimi dieci anni, quasi un milione di giovani e giovanissimi hanno trasferito la propria residenza nel Regno Unito, in Irlanda, in Germania e persino in Spagna, e in termini di PIL futuro, che ci viene a mancare, si tratta di una vera e propria ecatombe economica, tanto più che in Italia non si fanno più bambini ed il tasso di ricambio tra le risorse umane di generazioni successive ha una percentuale sempre negativa.
Secondo i dati più recenti di Eurostat, l’istituto di statistica dell’Unione europea, oggi almeno il 63% delle famiglie in Italia fa fatica ad arrivare alla fine del mese. Quasi due nuclei familiari su tre, in sostanza, ammettono di avere difficoltà (più o meno gravi) a far quadrare i conti. Il dato è superiore di oltre 17 punti percentuali alla media Ue (45,5%). Nel dettaglio, il 6,9% denuncia grandi difficoltà, il 15,4% media difficoltà e il 41,7% che parla di difficoltà saltuarie. Sotto il profilo della povertà siamo a quota 24,2% (contro una media UE del 21,6%). In particolare, sono a rischio di povertà il 26,4% delle famiglie con figli a carico, contro il 22,6% delle altre, e questo spiega in modo eloquente perché in Italia si fanno sempre meno figli: in tanti lo vorrebbero ma non possono permetterselo, anche a causa dell’inflazione elevata.
Infatti, secondo i dati dell’Osservatorio mensile di Findomestic mantenere un figlio costa quasi 500 euro al mese, il 15% in più rispetto a un anno fa, a causa dell’inflazione. Pertanto, tutto dovrebbe suggerire al governo di intervenire subito, e garantire un salario minimo che spenga la moria di giovani che vanno all’estero per fare lo stesso lavoro che farebbero qui se solo gli stipendi non fossero da terzo mondo. Un esempio? Un impiegato di farmacia, con laurea e specializzazione, in Italia guadagna in media 1.500 euro netti al mese, in Irlanda (dove la casa, i trasporti e l’istruzione costano quasi il 70% in più che in Italia, ma non certo il triplo) ne guadagna 5.100 al mese al netto delle imposte.
L’Italia dovrebbe investire immediatamente in Sanità, Scuola e Welfare, e invece è proprio su questi settori che si continua a tagliare, non ultimo il paventato taglio delle pensioni ai medici, che migrano verso il sistema sanitario privato al ritmo di 1.500-2.000 ogni anno. Il problema, tuttavia, è ben più ampio, e riguarda il profondo mutamento socio-economico avvenuto dai primi anni ’80 e amplificato dall’avvento dell’Euro: la scomparsa della classe “consumatrice” per eccellenza, ossia la Classe Media. Si parla della crisi della classe media occidentale da circa vent’anni, ricercandone la causa sia nella crisi generale del sistema capitalistico, sia nel predominio della Finanza, che ha determinato la scomparsa della produzione reale di beni a scapito dello scambio finanziario. Il risultato è stato la creazione di enormi gruppi che fanno le regole del gioco e che hanno escluso del tutto la classe media.
L’equazione “meno classe media uguale più povertà”, pertanto, è diventata una verità assoluta, cui i matematici potrebbero dedicare dimostrazioni e teoremi, prestandoli agli economisti; almeno a quei pochi che ancora non sono asserviti alle logiche delle grandi corporation. Con il Covid-19 tale equazione ha trovato la sua dimostrazione, e in diversi paesi la rottura tra classe media e “upper class” si è ulteriormente intensificata. Negli Stati uniti, per esempio, la ricchezza dei miliardari è aumentata del 44% da metà marzo 2020 a fine febbraio 2021, mentre il 50% delle persone con istruzione elevata
aveva difficoltà a pagare le normali spese domestiche. In Europa, alla fine di luglio 2020 la ricchezza dei miliardari britannici era cresciuta del 35% rispetto all’anno precedente. L’economista Thomas Piketty (nella foto), nei suoi studi, ha sommessamente fatto notare che la situazione attuale è identica a quella precedente alla Rivoluzione Francese, poiché siamo nuovamente di fronte ad una nuova classe elitaria di “super-ricchi” che si contrappone a miliardi di persone che stentano a vivere decorosamente e, soprattutto, non consumano più come una volta, legati come sono agli acquisti di sopravvivenza o al mantenimento di un tenore di vita che non permette comunque alcuna prospettiva.
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La media borghesia, motore trainante di tutte le rivoluzioni industriali, ha lasciato il posto alla grande borghesia delle grandi imprese. Questo è ciò che accade, anno dopo anno, nel vecchio continente e nel Nord America; in altre parti del mondo, invece, sta nascendo una nuova classe media: nel continente africano (Marocco e Tunisia), in Brasile e in Cina, tutti paesi che viaggiano con tassi di crescita più alti dell’Italia e dove la classe media cambierà la struttura politica e sociale del paese in cui vive. Ma noi viviamo in Italia, e non facciamo niente per cambiarla, illudendoci che lamentarci ogni tanto sui social network – vero “binario morto” di tutti i dibattiti pubblici che una volta si svolgevano in piazza – possa scoraggiare anche per un solo istante quei pochi soggetti che reggono le fila del tutto.
Una soluzione del problema passerebbe per una inversione delle cause e degli effetti: se il predominio della finanza ha determinato la graduale scomparsa della produzione reale di moltissimi beni a beneficio dello scambio finanziario, allora la Finanza nel suo insieme (SGR, sicav, private equity etc) potrebbe scavalcare il circuito bancario e compensare gli effetti negativi di tale percorso storico, finanziando direttamente le attività reali, e cioè intervenendo direttamente, al posto delle banche, alla nascita di nuovi progetti imprenditoriali geolocalizzati (startup) o allo sviluppo di quelli esistenti e dei loro obiettivi di crescita, favorendo occupazione, reddito e PIL. Del resto, la nuova normativa europea, e la possibilità di attribuire anche alle SRL un codice ISIN, aiuterebbe molto nella creazione di un nuovo mercato regolamentato, sicuramente più volatile ma non meno promettente di quello “maturo”. Chi se ne farà carico, tirando le fila?



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