Aprile 21, 2026
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Idrogeno Verde, ovvero la soluzione chiave per “de-carbonizzare” i portafogli di investimento

Il tema dell’idrogeno verde rientra tra i megatrend climatici e ambientali, ed è diventato oramai di grande attualità. Nel 2020 quasi ogni titolo legato a questa tecnologia si è ben comportato in Borsa, ed anche per il futuro le prospettive sono interessanti. 

Il tema dell’idrogeno rientra tra i megatrend climatici e ambientali. “L’energia rinnovabile può de-carbonizzare la generazione di energia, e lo farà, ad esempio nel settore automotive” spiega Simon Webber, Portfolio Manager di Schroders. “Ma queste tecnologie non saranno così disponibili per l’aviazione, la navigazione, i veicoli commerciali, la produzione di acciaio o di fertilizzanti. In tutte queste industrie vitali sembra che sarà necessario l’idrogeno, o almeno che l’idrogeno sarà una delle soluzioni più praticabili”.

L’idrogeno, infatti, può essere bruciato in un motore a combustione o in una caldaia per il trasporto e il riscaldamento. Poi usato per alimentare una cella a combustibile per il trasporto o il riscaldamento o usato come agente di riduzione del ferro per fare acciaio. Può anche essere utilizzato come agente di stoccaggio dell’energia usando l’energia solare in eccesso in estate per produrre idrogeno, immagazzinato e riconvertito in elettricità per l’uso in inverno. Tutti processi che hanno emissioni di CO2 nulle o molto più basse delle alternative attuali.

Si tratta di un settore altamente tecnologico, con un giro d’affari potenziale (al 2050) di 820 miliardi di euro l’anno, capace di creare circa 5,4 milioni di nuovi posti di lavoro. Le stime sono di “Hydrogen Roadmap Europe: A sustainable pathway for the European Energy Transition” (di The Fuel Cells and Hydrogen Joint Undertaking).

Certo, oggi i costi sono ancora elevati: “L’idrogeno rinnovabile è molto più costoso dell’idrogeno da combustibili fossili” conferma Webber. “Tuttavia, questo dovrebbe cambiare, ed entro il 2030 l’idrogeno rinnovabile dovrebbe diventare il metodo di produzione più economico. La situazione è molto simile a quella in cui si trovavano i veicoli elettrici e la stessa energia rinnovabile 5-10 anni fa”.

LO SVILUPPO IN ITALIA – Di recente, H2IT (Associazione Italiana Idrogeno e Celle a Combustibile) ha presentato il report “Strumenti di supporto al settore idrogeno. Priorità per lo sviluppo della filiera idrogeno in Italia” in occasione dell’evento digitale ”Idrogeno: il futuro dell’energia è oggi”. Si tratta di uno studio dettagliato, che ha coinvolto l’intera filiera e portato all’elaborazione di sette priorità per una Strategia Nazionale dell’Idrogeno. Dall’industria ai trasporti, dalla produzione di energia e calore all’uso in ambito residenziale: tanti i settori che verrebbero trasformati dall’idrogeno.

Come spiegano da H2IT, il 2020 è stato l’anno della svolta per le politiche ambientali europee, con l’UE che ha varato una strategia per azzerare le emissioni di CO2 entro il 2050. L’idrogeno si presenta come soluzione chiave: è un vettore energetico che non genera emissioni (anche nella produzione se prodotto da fonti rinnovabili attraverso elettrolisi dell’acqua). Può essere conservato per lungo tempo sia in forma gassosa che liquida. Inoltre, permette di utilizzare infrastrutture di trasporto e distribuzione già esistenti con costi di adeguamento sostenibili, e può essere usato in diverse tipologie di veicoli per la mobilità di merci e persone, come materia prima nelle industrie, come combustibile nei processi ad alta temperatura. Inoltre, può essere utilizzato nel settore industriale e residenziale in sostituzione ai combustibili fossili per la produzione di energia e calore.

Con un immagazzinamento senza particolari problemi di sicurezza, offre una soluzione per de-carbonizzare i processi industriali e i settori energetici in cui la riduzione delle emissioni di carbonio è urgente e difficile da ottenere.

IDROGENO E INVESTIMENTI – Quali saranno le ricadute dell’utilizzo dell’Idrogeno su aziende e investimenti? “Ci saranno opportunità per le aziende energetiche e le società di ingegneria industriale per costruire e gestire tutti i nuovi impianti di idrogeno verde” spiega il manager di Schroders. “Ci sarà anche bisogno di centinaia di gigawatt di nuova capacità di energia rinnovabile per fornire elettricità agli elettrolizzatori. Questi nuovi volumi di energia rinnovabile non sono ancora incorporati nelle previsioni di mercato per i fornitori dell’industria eolica e solare. Tuttavia, forse la più semplice opportunità di business e di investimento sarà la crescita che avverrà a livello delle aziende che potranno catturare il mercato delle attrezzature per tutti i nuovi elettrolizzatori che verranno distribuiti. Le vendite di attrezzature per elettrolizzatori sono un mercato davvero minuscolo oggi, con solo circa 250 milioni di dollari di ricavi nel 2020. Arrivare al quantitativo di idrogeno verde necessario per de-carbonizzare tutte queste industrie a livello globale richiederebbe un mercato annuale di elettrolizzatori più vicino ai 25 miliardi di dollari negli anni di picco della costruzione”.

“il fatto che ci sia solo una manciata di operatori leader di elettrolizzatori oggi rende questo settore molto interessante, in quanto potrebbero sì esserci alcuni nuovi arrivi, ma la tecnologia non è semplice. Inoltre gli operatori consolidati stanno rapidamente formando alleanze e relazioni con sviluppatori e gruppi energetici” conclude Webber. Ecco perchè sono “tutti pazzi per l’idrogeno”.

BORSA E IDROGENO – A Piazza Affari sono disponibili due strumenti per investire sul tema dell’idrogeno. In primo luogo un Tracker Certificate di Ventobel, poi il nuovo Etf, listato da poco più di un mese, di L&G su Hydrogen Economy. Infine, incentrato su alcuni titoli legati all’economia dell’idrogeno, vi è un Certificato di SocGen emesso da pochi giorni.

Liberamente tratto da:
https://www.investireneimegatrend.it/tutti-pazzi-per-lidrogeno-con-certificati-ed-etf-quotati/  (di Massimiliano Malandra)
https://www.wallstreetitalia.com/borse-tutti-pazzi-per-lidrogeno-ecco-i-motivi-di-tanta-frenesia/  (di Mariangela Tessa)

Dubbi sul Bitcoin. Antonio Mazzone: stop alle ipocrisie, la moneta virtuale non rispetta i criteri ESG

Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale ne ricaverebbe un vantaggio. I miners sottraggono allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili.

La storia recente di Bitcoin è nota. Con lo scoppio della pandemia, l’interesse verso le cripto-valute è cresciuto a dismisura, determinando anche un furioso aumento delle quotazioni. E così, Bitcoin ha superato la quota “psicologica” dei 50.000 dollari USA (portando il suo massimo fino a quasi 60.000) ed oggi, dopo una correzione ampiamente prevista, mentre scriviamo vale circa 42.400 euro (51.000 dollari circa), avendo raddoppiato il suo valore in meno di tre mesi e portando la sua capitalizzazione di mercato a quasi 900 miliardi di dollari (+400% in 12 mesi).

Per molti operatori, la sensazione è quella di trovarsi in un contesto simile a quello del 2017, quando ai record della moneta virtuale seguì un crollo verticale del 75%. Secondo le stime recentemente riportate dal Wall Street Journal, rispetto all’offerta di Bitcoin “di fresco conio” pari a 150.000 nell’ultimo quadrimestre del 2020, la domanda nello stesso periodo è stata di circa 360.000 unità, stabilendo uno squilibrio che, da solo, anticipava con chiarezza la rapidissima crescita di valore dei primi mesi del 2021.

C’è da dire che, oltre ai Bitcoin già in circolazione, ogni giorno una (modica) quantità di nuovi bitcoin viene immessa sul mercato grazie al protocollo denominato Blockchain, che permette di far funzionare un particolare processo di estrazione digitale (circa 900 nuove monete digitali al giorno).

Su questo fenomeno – a metà strada tra la finanza innovativa ed il marketing puro – molti esperti si sono pronunciati nell’ultimo periodo, determinando un dibattito piuttosto acceso tra i fedeli sostenitori dell’Economia Reale e quelli della finanza “a tutti i costi”. Warren Buffett, per esempio, già nel corso dell’assemblea annuale dei soci del 2018 di Berkshire Hathaway aveva affermato che il Bitcoin è “veleno per topi al quadrato”, mentre per il suo socio storico Charlie Munger si tratterebbe di “demenza finanziaria”. Buffett, che non è affatto avverso alla tecnologia (lo dimostra il suo corposo investimento in azioni Apple) motiva il suo giudizio spietato sulla base del fatto che il Bitcoin è “un asset che di per sé non sta creando nulla. Quando si comprano asset non produttivi, tutto quello su cui si conta è che ci sia qualcuno che paghi di più perché è ancora più entusiasta di chi lo ha acquistato prima di lui”. Micheal Burry, analista finanziario famoso per essere stato interpretato al cinema nel cult-movie “The Big Short” (La Grande Scommessa) dall’attore Christian Bale, da mesi sta mettendo tutti in guardia dal rischio di una enorme bolla speculativa legata alle cripto-valute.

Sembra essere stato toccato, quindi, un punto altamente critico, nel quale, da una lato, il Bitcoin riceve attestati di stima dalle grandi banche internazionali, da investitori c.d. “visionari” (Elon Musk, per esempio, ci ha investito parecchio) da colossi dei pagamenti digitali e dagli hedge fund e, dall’altro, sussiste il rischio di una rigida regolamentazione che è già stata sollecitata dal segretario al Tesoro USA, Janet Yellen, e dalla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Inoltre, grava l’accusa secondo la quale le attività di mining non siano ecosostenibili, perché determinano un enorme consumo di energia elettrica e una elevatissima produzione di CO2 all’interno di un contesto dominato dai criteri ESG.

Non mancano anche in Italia le voci fuori dal coro di chi osanna l’investimento in Bitcoin. Secondo Antonio Mazzone, fondatore di Bancadvice.it, “è venuto il momento di chiudere tutte le posizioni attive su azioni Tesla e wallet in cripto-valute. Recentemente ho avuto un flashback: mi è sembrato di rivivere il periodo 1999-2000, dove all’euforia successe presto lo “sboom” delle dot.com”. Secondo Mazzone, oggi è bene porsi tre domande sul Bitcoin, e darsi immediatamente delle risposte prima di soccombere:

1) “relativamente a Tesla, una azienda automobilistica che commercializza solo mezzo milione di vetture, e fa utili solo da attività di trading in bitcoin, può capitalizzare quanto l’intero settore auto mondiale ed avere un P/E (indice price/earnings) superiore a 1.000? Per me NO”.

2) “L’intera popolazione dei miners produce in un mese un quantitativo di CO2 pari a quello prodotto in un intero anno da un paese come la Giordania, e consuma energia elettrica in un mese quanto l’Argentina in un anno. E’ un sistema sostenibile? Per me NO”.

3) “Se all’improvviso scomparissero tutte le cripto-valute, l’intera comunità mondiale se ne accorgerebbe e ne avrebbe un danno significativo? Per me, assolutamente NO. Anzi, ne ricaverebbe un vantaggio. Infatti, il numero dei miners negli ultimi 18 mesi è cresciuto di nk-volte rispetto al periodo precedente, seguendo una progressione simile a quella logaritmica. Sono state così sottratte allo sviluppo di intere comunità e nazioni ingenti risorse naturali e fonti energetiche indispensabili, senza avere in cambio alcuna partecipazione su larga scala ai profitti di queste nuove “miniere”.

Antonio Mazzone

“Solo a febbraio e solo in Iran – prosegue Mazzone – sono stati disconnessi dalla rete elettrica locale oltre 1.600 nuovi miners dopo aver procurato diversi blackout”. “Diventa evidente – conclude Mazzone – il contrasto paradossale, al limite dell’ipocrisia, tra la diffusione di investimenti con criteri ESG, l’attenzione sulla riduzione dei gas serra e sul disastro climatico e la corsa a proteggerci da eventuali nuove pandemie con le sollecitazioni di big Financial corporation (JPM, Citi, Bayerische L., per citarne alcune) e blasonati miliardari che consigliano investimenti sulle cripto-valute, la cui attività estrattiva è tra le più energivore ed inquinanti del pianeta”.