Aprile 30, 2026
Home Posts tagged commissione europea

Revisione del PNRR efficace mossa strategica, ma vanno risolti i problemi per i giovani

Il Governo sta attuando la rimodulazione del PNRR richiesta dalla Commissione Europea, ma serve un’accelerazione sulla tabella di marcia per non accumulare altri ritardi, soprattutto sui giovani.

Le proposte di modifica al PNRR relative alla quinta rata, comunicate al Governo e alla Commissione Europea lo  scorso 7 agosto, stanno portando a una revisione significativa del Piano stesso. Le proposte includono il differimento temporale di tredici obiettivi e l’eliminazione di sei obiettivi, che verranno finanziati attraverso altre fonti. Inoltre, c’è l’integrazione di una milestone relativa alla nuova misura della c.d. ZES Unica. Si tratta della Zona Economica Speciale, e cioè un’area del Paese in cui l’esercizio di attività economiche e imprenditoriali da parte delle aziende già operative (e di quelle che si insedieranno) può beneficiare di speciali condizioni, in relazione agli investimenti e alle attività di sviluppo dell’impresa.

Queste modifiche, se approvate, comporterebbero una significativa semplificazione della struttura del Piano, riducendo il numero complessivo di risultati, target e milestone da raggiungere entro il 31 dicembre 2023. La quarta rata, che include ventotto obiettivi, è attualmente in fase di verifica da parte dei servizi della Commissione Europea, con l’obiettivo di garantire il pagamento dei 16,5 miliardi di euro entro la fine dell’anno. Secondo Giordano Guerrieri (nella foto in basso), CEO di Finera, “è una mossa strategica per adattare il PNRR alle esigenze attuali e garantire una maggiore efficacia nell’attuazione delle misure. Queste modifiche sono fondamentali per garantire che il PNRR sia allineato alle esigenze del Paese e che gli obiettivi possano essere raggiunti in modo più efficace”.

Il Piano comprende il capitolo RepowerEU, che è cruciale per migliorare la competitività, la sicurezza energetica e la sostenibilità ambientale, come richiesto dalla Commissione Europea. In tal senso, il Governo sta attuando un lavoro molto delicato, in quanto da un lato vede la rimodulazione complessiva del PNRR, che è ancora al vaglio di Bruxelles, e dall’altro prevede un’accelerazione sulla tabella di marcia al fine di non accumulare ulteriori ritardi. A tutto questo va aggiunta la preoccupazione degli enti locali, poiché alcune modifiche del Piano comportano la cancellazione o il ritardo di finanziamenti per progetti già avviati. Il Governo sta però già collaborando con gli enti locali per garantire che tali progetti non vengano compromessi e che vengano adottate misure adeguate per garantire la rendicontazione degli obiettivi. “Il Governo sta affrontando una sfida molto difficile, per la quale sta però attuando una strategia che permetterà di migliorare e adattare il PNRR alle esigenze attuali del sistema Paese e alle richieste della Commissione Europea”, aggiunge Giordano Guerrieri.  

In tema di revisione del PNRR si fa sentire anche il Consiglio Nazionale dei Giovani, che chiede  a gran voce la creazione di quote finanziarie di riserva generazionale in alcuni interventi. Infatti, secondo ANAC in 7 appalti su 10 non è stata rispettata la clausola di assunzione dei giovani, nel 40% dei casi senza neanche specificare il motivo della mancata applicazione della norma. Per bocca della presidente Maria Cristina Pisani (nella foto), il Consiglio Nazionale dei Giovani ha effettuato alcune richieste specifiche. In particolare, è stato chiesto al Governo di implementare una fiscalità generazionale, con sgravi fiscali maggiori, o bonus rafforzati riservati agli under 36; inoltre, di ricollocare i 358 milioni di euro non impiegati a favore dell’imprenditorialità giovanile, aggiungendo alla tipologia dalla vocazione turistica anche quella creativa e culturale.

Le ragazze ed i ragazzi sono tra i più colpiti dalla povertà energetica, con una situazione finanziaria molto precaria che li rende maggiormente vulnerabili di fronte agli squilibri macroeconomici e ai crescenti costi energetici. Pertanto, il Consiglio Nazionale dei Giovani aggiunge che è necessario garantire un’effettiva assegnazione degli alloggi agli studenti che ne hanno bisogno, e assicurare l’assegnazione di borse di studio a tutti gli studenti idonei, grazie anche al raggiungimento della milestone sul Servizio Civile Universale. In particolare, il problema del c.d. housing universitario – di cui si parla molto spesso sui media – secondo Maria Cristina Pisani richiede un’accelerazione dell’investimento degli oltre 960 milioni di euro già stanziati per la realizzazione di nuovi alloggi (60.000 posti aggiuntivi entro giugno 2026), poichè solo il 5% degli studenti ha accesso alle residenze universitarie, a fronte del 20% per i giovani del resto d’Europa”.

Indebitamento UE di nuova generazione: una prima valutazione

Il programma Next Generation EU sta cambiando radicalmente il modo in cui l’UE si finanzia e interagisce con i mercati finanziari. Caratteristiche delle emissioni, potenziali rischi e opportunità legate all’indebitamento dell’UE.

Di Adriana Cardinale*

Il programma Next Generation EU (NGEU) sta cambiando radicalmente il modo in cui l’Unione Europea interagisce con i mercati finanziari a causa del suo ambizioso e innovativo programma sul debito pubblico.

Negli ultimi due anni, la Commissione Europea ha adottato una nuova strategia di prestito diversificata, simile a quella di altri grandi emittenti, per raccogliere denaro in modo sicuro, affidabile e conveniente, in moda tale da diventare “attraente” per i mercati finanziari e mantenere un solido rating creditizio. In particolare, l’UE prevede di costruire una curva dei rendimenti di riferimento completa, emettendo una gamma diversificata di titoli di debito con scadenze comprese tra tre mesi e trenta anni, da distribuire attraverso una rete di operatori bancari primari idonei a sostenere il programma di emissione, che avverrà principalmente per mezzo di aste e transazioni sindacate. Una rete di concessionari ben funzionante, infatti, è fondamentale per aiutare l’UE a vendere il debito senza intoppi, mantenere il livello di liquidità e adeguare i piani di prestito alle condizioni di mercato.

Finora, le prime emissioni dell’UE hanno mostrato un forte interesse da parte degli investitori e l’UE ha ottenuto buoni rating e prezzi relativi elevati rispetto ai suoi omologhi sovrani e sovranazionali. Il prestito NGEU rappresenta un’opportunità unica per gettare le basi per un asset sicuro europeo, che potrebbe aiutare a risolvere alcuni problemi di vecchia data con l’architettura finanziaria europea. Affinché abbia successo, il debito dell’UE dovrà avere prestazioni almeno pari a quelle degli altri principali emittenti dell’area dell’euro in termini di emissioni primarie e sui mercati secondari. La Commissione Europea, poi, dovrà monitorare la sua rete di concessionari per assicurarsi che sia ben posizionata per supportare le operazioni di mercato. Dovrebbe anche fare attenzione che la selezione di banche con cui lavorare nelle operazioni finanziarie sia considerata equa, trasparenti e imparziale.

Grazie a questo nuovo approccio, si prevede che l’UE diventerà presto il più grande emittente di obbligazioni verdi nell’ambito del mandato di Next Generation EU, arrivando ad emettere fino a un terzo del suo debito in questo segmento di mercato. In caso di successo, ciò potrebbe ulteriormente rafforzare il ruolo internazionale dell’euro  in tema di Sostenibilità Ambientale, e ciò richiederà all’Unione Europea di bilanciare il suo impegno nei confronti dei nuovi standard climatici, adattandosi alle attuali condizioni di mercato per garantire che il debito NGEU sostenga le nuove regole di finanziamento del clima e attiri un sufficiente interesse degli investitori.

Nel complesso, il debito a livello dell’UE dovrebbe avvantaggiare i mercati dei capitali dei Paesi aderenti e rafforzare l’architettura finanziaria dell’area dell’euro. Tuttavia, per trarre pieno vantaggio dai prestiti obbligazionari, il programma dovrebbe essere reso permanente e il suo volume aumentato sensibilmente, in modo da fornire una affidabile curva dei rendimenti di riferimento e un’attività sicura a lungo termine.

* Segreteria di redazione P&F

Nessuno vuole la revisione dei valori catastali. La riforma colpirà il ceto medio

Da anni ormai si parla di revisione dei valori catastali, ma la riforma di settore rimane una eterna incompiuta. Dal primo dei parlamentari all’ultimo dei piccoli proprietari di immobili, nessuno la vuole. Eppure la strada sembra segnata.

Di Massimo Bonaventura

In Italia esiste un asse politico-sociale trasversale ed eterogeneo, che in occasione della convergenza di interessi economici primari si muove all’unisono, senza essere sollecitata dalle lobbies che animano i corridoi di Camera e Senato. Succede ad ogni legislatura con le aliquote di donazione e successione – in relazione alle quali il nostro Paese viene tacciato di essere una sorta di “paradiso fiscale” – ma nel caso della tassazione sulle abitazioni si tratta di un rarissimo esempio di perfetta sintonia tra Politica e Popolo, e basterebbe anche un dieci per cento di questa sintonia per risolvere problemi “decisivi” come la redistribuzione del reddito, la tassazione delle imprese e dei lavoratori dipendenti, lo sfascio della Sanità, la responsabilità civile dei magistrati e la vergogna di una legge elettorale basata ancora sulle liste bloccate e sulla supremazia dei partiti, solo per fare un esempio.

La questione della tassazione della casa e della revisione del metodo di calcolo dei valori catastali, a ben vedere, va oltre il semplice dibattito politico e finisce per investire aspetti che hanno a che fare con la politica fiscale interna e, in un certo modo, con la nostra stessa sovranità. Infatti, era il 28 settembre del 2015 quando la Commissione Europea cominciò a sollecitare l’Italia ad adottare misure che alleggerissero gli oneri fiscali gravanti sul lavoro, e spostassero il carico sui consumi, sugli immobili e sulle donazioni/successioni. In particolare, nel rapporto Riforme fiscali negli Stati membri dell’Unione europea, ci venne chiesto espressamente di tassare meno il lavoro e tassare più efficacemente le abitazioni, ossia il patrimonio, ma nonostante siano passati sei anni non si è mossa neanche una foglia.

In verità, stessa cosa fu chiesta a Belgio, Repubblica Ceca, Francia, Ungheria e Finlandia, ma è in Italia che il c.d. cuneo fiscale sul salario medio è più elevato, attestandosi al 48,2% contro il 43,4% della media UE. Quest’ultimo dato, poi, si aggiungeva al nostro tasso di occupazione complessivo, pari nel 2014 al 59,9% contro il 70,9% dell’Unione europea di allora. Dal raffronto tra queste due grandezze nasce il “consiglio” dell’Europa di riequilibrare le due poste (cuneo fiscale e tasso di occupazione), strettamente collegate tra loro, e spostare il peso fiscale sulle case, in modo da utilizzare i proventi aggiuntivi per ridurre le tasse sul lavoro. Peccato che questa visione lasci fuori la riduzione della tassazione sui redditi, e riveli un approccio alla redistribuzione della ricchezza affatto “in sintonia” con i produttori di reddito, i quali preferirebbero vederselo detassare, aumentare i consumi e attivare il moltiplicatore dell’economia reale, utilizzando il maggior gettito “strutturale” derivante dalla riforma dei valori catastali proprio per ridurre gradualmente, anno dopo anno, le imposte sui redditi. Oppure ancora, entrambe le cose.

Invece, sposando la visione della Commissione europea, si sposta solo il peso del fisco sui patrimoni, ed è proprio questo che unisce in un sorprendente abbraccio classi sociali così diverse tra loro. In ogni caso, la resistenza del centrodestra all’ipotesi di alzare l’imposizione sulle ricchezze di qualsivoglia natura mette al riparo, al momento, da misure del genere. Però si deve riconoscere che, qualora la riforma venisse fatta senza danneggiare i piccolissimi proprietari di immobili – quelli che hanno la sola abitazione in cui vivono, insomma – il riordino dei valori catastali potrebbe essere un primo passo per ridistribuire la ricchezza dai più ricchi ai meno ricchi. Ciò potrebbe avvenire aumentando significativamente le tasse sugli immobili di pregio, che in Italia non sono pochi, e offrendo ai piccoli proprietari una sorta di “franchigia fiscale” entro un dato valore commerciale della propria casa, individuabile tramite l’Osservatorio OMI dell’Agenzia delle Entrate.

Sul tema generale, il dibattito del Governo si snoda sul riequilibrio del prelievo fra chi ha un immobile dal valore di mercato più basso di quello richiesto oggi dal fisco e chi si trova nella situazione opposta, e questo potrebbe avvenire solo utilizzando il metro quadro, e non più il “vano catastale” come unità di misura alla base delle rendite. In questo modo, il valore di reddito delle abitazioni potrebbe essere affiancato dal valore medio di mercato, e fare giustizia tra micro-proprietari di periferia e grandi detentori di immobili di lusso. Darebbe maggiore equità fiscale, infine, tassare in base ad altri parametri specifici, come la natura del fabbricato, la sua classe energetica, il contesto del quartiere ed in generale tutta una serie di caratteristiche relative all’area in cui l’immobile è inserito (es. trasporto pubblico, presenza di scuole, di ospedali e di esercizi commerciali).

Naturalmente, nessuno si aspetti che da una riforma del Catasto possa scaturire l’esenzione da possibili aumenti della tassazione: chiunque verrà colpito, poiché la motivazione di una simile misura è l’aumento del gettito fiscale. E poco importa se, in Italia, la casa è “sacra” anche per i parlamentari e i lobbisti, poiché il percorso sembra essere ineluttabile, ed il gettito previsto ben più ingente di quello derivante dall’aumento delle aliquote di donazione e successione. Peraltro, i più colpiti da questa riforma saranno i piccoli proprietari del ceto medio delle grandi città, ossia proprio coloro che la riforma fiscale dovrebbe favorire dopo venti anni di Unione Monetaria e di continuo depauperamento del potere d’acquisto e della capacità di risparmio.