Giugno 24, 2026
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Italiani e risparmio, accumulare in conto non sempre significa proteggere. Ecco perchè

Una riflessione sul ruolo della liquidità pura detenuta dagli italiani in conto corrente o in contanti a casa. Un paradosso culturale da analizzare: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.

di Vincenzo Lana, investitore e divulgatore economico-finanziario

L’Italia è da sempre raccontata come il Paese dei grandi risparmiatori. Un luogo in cui le famiglie, più che altrove, hanno imparato nel tempo a mettere da parte, a rinunciare oggi per garantirsi un domani più sicuro, a costruire lentamente un patrimonio da tramandare. Eppure, osservando più da vicino come questo risparmio viene gestito, investito o, più spesso, semplicemente parcheggiato, emerge un paradosso profondo, quasi culturale, che merita di essere analizzato.

In Italia solo il 32% della popolazione investe attivamente i propri risparmi in asset finanziari, mentre circa il 64% dei nuclei familiari continua a preferire la liquidità pura, lasciando il denaro fermo sui conti correnti o, in alcuni casi, ancora in contanti. Un dato che stride con l’immagine storica di un Paese prudente e previdente, ma che racconta una realtà molto più complessa, fatta di paure, traumi collettivi, scarsa educazione finanziaria e un rapporto ambiguo con il concetto stesso di investimento. Infatti, I dati più recenti dell’indagine Acri-Ipsos 2025 mostrano un ulteriore elemento di fragilità: solo il 41% delle famiglie italiane riesce oggi a risparmiare effettivamente, il valore più basso registrato dal 2018. Questo significa che, oltre alla difficoltà di investire, cresce anche la difficoltà di accantonare risorse, complice l’aumento del costo della vita, l’erosione del potere d’acquisto e un clima di incertezza economica che spinge molte famiglie a vivere in una modalità di costante difesa.

Quando si guarda alla partecipazione diretta ai mercati finanziari, il quadro diventa ancora più eloquente: appena il 7% degli italiani investe in Borsa. Un numero estremamente basso se confrontato con altre economie avanzate, ma che trova una spiegazione nella combinazione di fattori culturali e psicologici che caratterizzano il nostro Paese. Tra coloro che investono, si registra una crescita dell’interesse per strumenti percepiti come più “controllabili” o familiari, come i titoli di Stato, scelti dal 14,5% degli investitori, e i fondi comuni, al 14,7%, con una concentrazione particolare tra gli over 65. Ancora una volta emerge una preferenza per ciò che appare meno volatile, meno esposto, più rassicurante, anche a costo di rinunciare a potenziali opportunità di crescita nel lungo periodo.

Ma il vero pilastro del patrimonio delle famiglie italiane resta il mattone. Il 75,9% delle famiglie vive in una casa di proprietà e l’immobiliare rappresenta quasi la metà della ricchezza complessiva. La casa non è solo un bene economico, è un simbolo identitario, una certezza tangibile, qualcosa che si può vedere, toccare, lasciare in eredità. In un Paese in cui la fiducia nelle istituzioni finanziarie è stata più volte scossa, l’immobile è diventato nel tempo una sorta di rifugio psicologico prima ancora che patrimoniale, una barriera sociale contro l’incertezza.

Secondo il Rapporto Consob 2024, le principali barriere agli investimenti finanziari rimangono la scarsa conoscenza dei concetti di base e un’elevata avversione al rischio. Molti italiani percepiscono il risparmio non come uno strumento di crescita, ma come una forma di protezione, un cuscinetto contro gli imprevisti della vita. Questa impostazione difensiva è comprensibile, soprattutto in un contesto storico segnato da crisi ricorrenti, ma diventa problematica quando si trasforma in immobilismo. Il paradosso italiano emerge con ancora maggiore forza se si osserva il confronto internazionale. Nonostante l’Italia sia l’ottava economia mondiale, sul piano dell’educazione finanziaria occupa posizioni decisamente arretrate. In molte rilevazioni OCSE, il nostro Paese si colloca intorno al 36° posto su 39 Paesi analizzati, agli ultimi posti dell’Eurozona.

Questo dato, al di là di qualsiasi giudizio, racconta una verità scomoda: la ricchezza accumulata nel tempo non è stata accompagnata da una diffusa cultura finanziaria. Siamo un popolo di risparmiatori, ma non di investitori. Le famiglie italiane presentano un patrimonio netto tra i più elevati d’Europa, pari a circa otto volte il reddito disponibile, ma allo stesso tempo risultano tra le meno attive nell’utilizzo di strumenti finanziari. Il risultato è una quantità enorme di denaro ferma sui conti correnti, circa 1.800 miliardi di euro, che nel tempo viene silenziosamente erosa dall’inflazione.

Questo comportamento non nasce dal caso, ma da una stratificazione di fattori profondi. L’avversione al rischio è uno dei più evidenti: si preferisce ciò che appare stabile, noto, anche se meno efficiente. A questo si aggiunge una mancanza di fiducia che affonda le radici in una lunga storia di scandali finanziari, fallimenti bancari, prodotti venduti in modo opaco a piccoli risparmiatori che spesso non ne comprendevano i rischi. Questi eventi hanno lasciato cicatrici profonde, alimentando una diffidenza generalizzata verso i mercati e verso chi li rappresenta. Un altro elemento cruciale è il divario generazionale. Gli over 65 detengono la maggior parte della ricchezza privata, ma sono anche la fascia con la minore propensione all’utilizzo di strumenti digitali e finanziari moderni. Questo crea una sorta di immobilità patrimoniale, in cui grandi masse di capitale restano ferme, poco produttive, difficilmente trasferibili verso forme di investimento più dinamiche.

La diffidenza verso gli investimenti privati è quindi il risultato di un mix di fattori culturali, economici e psicologici. Non sorprende che, secondo le indagini più recenti, circa il 75% degli italiani non abbia effettuato alcun investimento nell’ultimo anno. Le ragioni addotte sono ricorrenti: scarsa cultura finanziaria, paura di perdere il capitale, pessimismo verso il futuro, preferenza per la liquidità come risposta agli imprevisti, culto del mattone come unica vera forma di sicurezza. In questo contesto, parlare di investimenti diventa spesso un terreno scivoloso, percepito come distante dalla vita reale delle persone.

Educazione finanziaria

Eppure, il tema non riguarda solo il rendimento o la crescita del capitale, ma la capacità di una società di utilizzare in modo efficiente le proprie risorse. Un Paese in cui il risparmio resta fermo è un Paese che rinuncia, in parte, a finanziare la propria economia reale, l’innovazione, le imprese, il futuro. Per questo motivo, negli ultimi anni si è iniziato a discutere sempre più spesso di come sensibilizzare i cittadini verso una gestione più consapevole del denaro. L’educazione finanziaria strutturata, per esempio, dovrebbe entrare nella scuola non come materia tecnica, ma come educazione civica moderna: spiegare cosa sono inflazione, rischio, tempo e probabilità significa dare alle persone strumenti per leggere la realtà, non per fare scelte obbligate.

Un altro aspetto centrale è la trasparenza nella comunicazione: meno parole complesse, meno slogan, più spiegazioni sul perché certe scelte esistono e su quali siano le conseguenze, positive o negative, nel tempo. In tal senso, riveste grande importanza il ruolo della digitalizzazione ma solo quando è fatta bene: piattaforme chiare e intuitive, costi leggibili, informazioni accessibili possono abbassare barriere che oggi sono soprattutto psicologiche. Non si tratta di spingere tutti a investire, ma di mettere le persone nelle condizioni di capire cosa stanno facendo, anche quando scelgono di non fare nulla.

Infine, la digitalizzazione e la diffusione della consulenza indipendente possono giocare un ruolo importante nel ridurre i conflitti di interesse e aumentare la fiducia. Tutto questo, però, richiede tempo. Cambiare il rapporto di un Paese con il denaro non è un processo rapido, né lineare. È un percorso culturale che passa dall’educazione, dalla fiducia, dalla capacità di accettare che il rischio fa parte della vita economica così come fa parte della vita quotidiana. Il vero nodo non è la mancanza di risparmio, ma la paura di dargli una direzione: in Italia si risparmia per difendersi, raramente per costruire.

Il denaro non ha fretta, e l’inflazione può essere una nostra alleata. Investire “a rate” sugli emergenti

Nonostante le sollecitazioni del sistema bancario a lasciare poca liquidità sui conti, il denaro detenuto in conto corrente è un vero e proprio strumento finanziario, capace di determinare il successo del vostro portafoglio (anche se, da solo, non rende nulla).

Negli ultimi 18 mesi, non pochi risparmiatori si sono accorti che molta attenzione si sta concentrando sui loro conti correnti. In particolare, sulla liquidità lasciata “a dormire” senza essere investita, fonte di un costo implicito che pesa, per via della “tassa” imposta dalla BCE alle banche, sui conti economici degli istituti. Di conseguenza, alcuni di essi (pochi, per la verità) hanno dovuto studiare come ribaltare sugli utenti questo costo, ed hanno cominciato ad applicare delle commissioni sulle giacenze oltre una certa soglia (in generale su quelle superiori a 5.000 euro); altri, invece, accortisi che una commissione sulla liquidità sarebbe stata impopolare anche per una larga fascia di clientela importante (quella private), hanno preferito aumentare “in sordina” i costi di altri servizi per compensare l’effetto BCE sui depositi.

Del resto, i dati dell’ABI (associazione bancaria italiana) evidenziano uno scenario preoccupante (per le banche): la liquidità parcheggiata senza essere investita né spesa è balzata a 1.577,3 miliardi di euro a novembre 2019. A questi  vanno aggiunti 240 miliardi investiti in obbligazioni con rendimenti prossimi allo zero. Rispetto al 2018, liquidità in conto corrente, certificati di deposito e pronti contro termine aumentano di oltre 116 miliardi di euro, pari a un +7,9%. Le grandi banche vorrebbero far confluire questa marea di liquidità sul risparmio gestito, come indicato di recente dal numero uno di Intesa (Carlo Messina).

Che l’epoca dei conti remunerati sia finita è ormai chiaro. Simmetricamente, ce lo dicono anche i mutui a tasso fisso, scesi al di sotto dell’1% annuo di interesse, anche per le lunghe durate. Una roba mai vista. Pertanto, è bene riflettere su cosa fare in un mondo con i tassi di interesse ridotti al minimo, ed in particolare scegliere se sia inevitabile approcciare con determinazione il mondo degli investimenti azionari, oppure – per coloro che ne sono impauriti – esaminare delle alternative senza violentare sconsideratamente la propria propensione al rischio.

Per scegliere bene, è necessario cominciare dai fondamentali, anche andando controcorrente, senza seguire la scia. Innanzitutto, è bene fare qualcosa che nulla a che vedere con i numeri, e cioè riesaminare per bene gli obiettivi, sedersi a tavolino e capire se il risparmio accumulato e/o da accumulare deve essere speso nel breve periodo oppure se può essere destinato, in tutto o in parte, a spese rinviabili nel tempo. Il dettaglio di cosa si vorrà fare del proprio denaro (viaggi intorno al mondo, casa al mare, auto/moto per noi e/o i figli, studi in altre città, oppure assolutamente nulla) è essenziale, e aiuterà a capire quale direzione intraprendere.

LEGGI ANCHE: Il consulente finanziario e le scelte irrazionali degli investitori: la gestione emotiva degli imprevisti

Fatto questo, la strada è in discesa e, se non si è sufficientemente preparati in materia di Finanza, è bene farsi guidare da un principio tanto scontato quanto assoluto: il denaro non ha fretta. In poche parole, non c’è nessuna fretta di investire i risparmi “tanto per investirli”. Nello scenario attuale, con i titoli obbligazionari con rendimenti insignificanti (e con prezzi mai tanto alti come adesso), restare ancorati al mondo delle obbligazioni governative in euro è una faccenda che va pesata bene, al punto di pensare alla rinuncia verso questi strumenti di investimento. In un contesto come questo, infatti, la gestione della liquidità diventa fondamentale, perchè elimina, a parità di rendimento – cioè zero o quasi zero – il rischio di ribasso dei prezzi delle obbligazioni, nonchè il c.d. “rischio emittente” (la possibilità che chi ha emesso il titolo non sia in grado di rimborsarlo alla scadenza). In sintesi, bisogna pensare al denaro detenuto in conto corrente come ad un vero e proprio strumento finanziario, ed è proprio la sua natura di Asset Finanziario che, ad esempio, consente ai gestori dei fondi – in particolar modo di quelli flessibili – di farne l’uso più appropriato. Anche loro, infatti, danno il giusto rilievo alla moneta liquida, gestendo un alto livello di liquidità e investendola “a rate”.

Qualunque gestore avveduto, soprattutto in occasione del lancio di un nuovo fondo comune (o Sicav) tiene una soglia di denaro liquido piuttosto alta, e investe periodicamente (“a rate”) le cifre a disposizione, in base alla visione dei mercati, lasciando sempre una “soglia tecnica di liquidità” che aiuterà a ridurre gli errori, a limitare lo “stress da timing di ingresso”. Questa tecnica di investimento “a rate differite” è accessibile a tutti, e prevede il raggiungimento di un elevato grado di consapevolezza dell’investitore in tempi brevi; come, quando e quanto differire gli investimenti, naturalmente, sono decisioni che derivano dal confronto consapevole con un consulente patrimoniale, che conosce lo scenario in cui ci siamo trovati fino ad oggi: un mondo con bassa (o addirittura senza) inflazione.

I tedeschi ed i francesi, com’è noto, hanno da sempre terrore dell’inflazione, ma la loro eccessiva prudenza non è più giustificata. Infatti, l’inflazione senza controllo successiva all’entrata in vigore della moneta unica ci ha portati rapidamente verso uno scenario da incubo: prezzi dei beni sempre più alti, reddito effettivo sempre più basso, tassi di interesse pari a zero ed assenza di inflazione, che rende costante il valore dell’indebitamento reale (anche di quello italiano). Di contro, al di fuori dell’UE, esistono paesi in via di sviluppo (c.d. emergenti) con una economia robusta, dove l’inflazione è abbastanza elevata (ma non impazzita). In questi paesi le obbligazioni a tasso fisso non governative in valuta locale, come quelle emesse dalla B.E.I. (Banca Europea degli Investimenti, rating AAA perenne), garantiscono cedole generose (anche superiori al 10% annuo) nel medio-lungo periodo, ed assicurano un certo livello di copertura sul cambio se viene attuata una opportuna diversificazione tra le differenti valute (nell’estate 2018, ad esempio, le obbligazioni in Lira Turca erano arrivata a perdere circa il 60.00% contro Euro e dollaro Usa, ma chi ha acquistato a settembre 2018 oggi ha quasi raddoppiato il capitale grazie al doppio effetto positivo prezzo-cambio).

In più, trattandosi di emissioni c.d. sovranazionali, questi bond permettono di ottimizzare la ritenuta fiscale sugli interessi, abbattendola al 12.5% (anziché 26.0%, meno della metà).

Pertanto, per creare flussi di reddito soddisfacenti, chi detiene risparmio oggi dovrebbe indirizzare la componente non liquida lontano dall’U.E.. Più precisamente, in quelle aree geografiche in cui, a fronte di una economia in espansione (come era quella nostra negli anni ’60, ’70 e ’80), il tasso di inflazione è sufficientemente elevato da consentire una più elevata remunerazione del capitale investito: Messico, Turchia, India, Cina, Sud Africa etc.

Sotto una guida esperta, investire in un mix di liquidità e obbligazioni denominate in valute c.d. emergenti (peraltro, con il vantaggio di contare su un rating elevato, al fine di scongiurare il c.d. rischio emittente) non deve essere più un tabù, e consente di evitare l’approccio forzato verso le azioni, o quanto meno di ridurlo. Inoltre, per chi non ama le commissioni del risparmio gestito, questi portafogli hanno un costo di mantenimento annuale inferiore anche del 75% rispetto all’universo fondi-sicav-gestioni patrimoniali, tanto da consentire il pagamento di una commissione/parcella di consulenza evoluta al professionista del risparmio che farà da guida in questo nuovo territorio.

Nell’attuale congiuntura economica, in definitiva, è meglio farsi un giro all’estero (finanziariamente parlando…) ed investire gradualmente laddove l’inflazione non è senza controllo ma non fa paura. Aspettando con ansiosa speranza che, un giorno non troppo lontano (Germania e U.E. permettendo), faccia ritorno anche da noi.

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