Luglio 26, 2026
Home Posts tagged controllo

Trading online, 9 su 10 perdono capitale. Trappola “mortale” per chi non osserva metodo e disciplina

Nel trading online, chi non usa rigorosamente metodo e disciplina sarà matematicamente destinato a perdere, così come lo scommettitore in un casinò, e alimenterà la schiera di quel famoso 95% di (sedicenti) investitori che perde il  capitale ma ricorda solo le vincite.

Articolo di Matteo Bernardi

Oltre il 95% di coloro che investono nei mercati finanziari sfruttando il trading online non riesce a chiudere in profitto le proprie operazioni sia nel breve che nel lungo periodo. Bisogna chiedersi, pertanto, quali sono i motivi per cui così tanti risparmiatori, che decidono di lanciarsi nell’investimento autonomo dei propri risparmi, non riescono ad ottenere risultati profittevoli.

Lasciando da parte la questione delle piattaforme non bancarie – su quelle non certificate incombe sempre il rischio di possibili truffe – in generale, operando con il proprio sistema di home banking, perdere ingenti somme di capitale in un’operazione di trading è molto facile anche per i più “esperti” (figuriamoci per quelli inesperti), ed il segreto di questa “disgrazia” è riposto in un principio elementare ma quasi sempre non tenuto nella dovuta considerazione: nei mercati finanziari la ricchezza non viene né creata né distrutta, bensì trasferita.

Da questa regola deriva una conseguenza altrettanto elementare: se circa il 95% di c.d. traders è destinato a perdere il proprio capitale nel lungo periodo, questo denaro verrà sistematicamente guadagnato dal restante 5%.

Ma esiste davvero qualcuno che, nel lungo periodo e indipendentemente dallo scenario macroeconomico che si presenta, riesce a chiudere costantemente in profitto? E quali sono le cause per cui la maggior parte di coloro che si approcciano in autonomia al mondo dei mercati finanziari non riesce a guadagnare una cippa oppure perde il proprio capitale? La risposta alla prima domanda è SI’, esistono traders che fanno di questa attività il loro mestiere principale, riuscendo a sfruttare a loro vantaggio la maggior parte dei movimenti che il mercato ogni giorno propone loro, ed a “farsi trasferire” – legittimamente, si capisce – risorse da coloro che, invece, le perdono maldestramente.

Molti concordano sul fatto che ciò che contraddistingue traders di successo dagli altri è l’atteggiamento con cui i primi si approcciano al mercato a differenza dei secondi. In particolare, i primi riescono a creare una sorta di “codice interiore di condotta” che consente loro di agire in modo equilibrato ed efficace in ogni situazione, rispettando rigorosamente due elementi fondamentali: metodo e disciplina. Con il primo si intende l’adozione di una precisa strategia, composta da limiti auto-imposti e da “piani alternativi” che non lasciano mai l’investitore senza sapere cosa fare in caso di possibili perdite. In particolare, egli dovrà assicurarsi di poter controllare alcune variabili e, prima di effettuare ogni movimento di acquisto/vendita, conoscere i segnali di entrata/uscita da un’operazione, quanto capitale investire su ogni singolo trading, quale è la perdita massima accettabile e quanto a lungo si terrà aperta la posizione.

Se il trader non osserva questo metodo con un certo rigore, non avrà mai pieno controllo del rischio. Al contrario, egli potrà minimizzare le perdite o, in segno contrario, massimizzare i profitti. Il pieno controllo di queste quattro variabili consente di evitare, sempre e comunque, la possibilità di subire gli effetti di situazioni in cui la perdita possa avere un impatto sul proprio capitale, tale da pregiudicare l’attività di trading complessiva.

In relazione alla disciplina, essa concerne il rigoroso rispetto del metodo che ci si impone di osservare e sul quale si fa pieno affidamento. Ciò comporta il controllo delle proprie emozioni, che sono alla base delle più grandi perdite della storia dei mercati finanziari. Infatti, mettere in pratica quanto detto finora è tutt’altro che scontato, perché il contrasto interiore tra la parte razionale e irrazionale della nostra mente spesso fa prevalere la seconda, la quale è preda dei naturali istinti dell’uomo, nel senso più antropologico del termine “istinto”.

In buona sostanza, una lotta contro la nostra stessa natura umana, che richiede la giusta dose di sacrificio attraverso il quale è possibile dominare i propri istinti, i propri impulsi e le proprie emozioni.  Questo accade ai traders più esperti, i quali sono consapevoli che non tutte le operazioni possono concludersi positivamente e, in virtù di ciò, si abituano a ragionare in maniera probabilistica, abituando la mente ad accettare che se una singola operazione si traduce in perdita, non è detto che le altre abbiano lo stesso esito, e che alla fine, conta il bilancio della giornata.

Nell’attività di trading non esistono né analisi tecnica né analisi fondamentale, ma solo probabilità. Infatti, imparare a ragionare sulla base delle probabilità conferisce l’unica possibilità di riportare i guadagni anche nel lungo periodo. In ogni caso, l’analisi del comportamento individuale è basilare per comprendere al meglio ciò che accade quando ci si lancia nel trading. Secondo la teoria più accreditata, molti investitori “credono” di essere dei traders, ma in realtà agiscono come dentro ad un Casinò, ottenendo le stesse probabilità di guadagno – e di perdita, soprattutto – di un giocatore d’azzardo. Invece, la differenza tra il trader ed il giocatore d’azzardo ricade proprio nel ruolo del casinò, nel quale i limiti posti sul singolo tavolo assicurano alla casa da gioco una forte redditività complessiva anche se qualche scommettitore dovesse vincere le sue giocate (evento che il casinò mette in conto ed accetta ben volentieri). Il casinò non prova alcuna emozione nel mettere in atto queste manovre, né si fa condizionare dalle piccole perdite che di tanto in tanto subisce. Invece, il giocatore d’azzardo si fa bruciare interiormente dalle proprie emozioni e in qualsiasi gioco in cui sfiderà il banco, indipendentemente dalla strategia utilizzata – ammesso che ce l’abbia – non sarà in grado di sconfiggerlo.

In parole povere, nel trading online chi non usa metodo e disciplina andrà incontro ad una “trappola mortale” per il suo capitale, e sarà matematicamente destinato a perdere, così come lo scommettitore in un casinò, alimentando così la schiera di quel famoso 95% di (sedicenti) investitori che nel lungo perdono capitale ma ricordano solo le vincite.

Chiunque voglia approcciarsi al trading online deve tener conto di questa similitudine, e cercare di ragionare sempre come il casinò, e non come il giocatore d’azzardo.

Chi non ne è capace o non se la sente, poco male: c’è sempre la vecchia cara Borsa Valori, con le sue azioni e obbligazioni, a rendere la vita da investitori meno rischiosa di quella del trader online; per quanto, anche lei, piuttosto movimentata di questi tempi.

Mifid sbriciolata dalla “finanza delle catastrofi”. Le scelte di investimento tornino in mano agli uomini

I modelli matematici attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori interni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato di fronte ad un fattore esterno come il Coronavirus.

Di Maurizio Nicosia*

Ogni volta che un c.d. cigno nero – di qualsiasi natura fosse – ha aleggiato sui mercati, ed i risparmiatori hanno subito notevoli riduzioni del valore dei loro investimenti, si è implicitamente addossata la colpa soprattutto agli intermediari, rei di non avere rispettato l’indole del cliente e la sua reale propensione al rischio.

C’è da dire che i vecchi modelli scaricavano tutta la responsabilità delle scelte esclusivamente agli investitori, assolvendo del tutto l’operato di chi in realtà consigliava, così come oggi continua a fare (e farà sempre). Ma poi è arrivata la MIFiD, che nella versione primordiale – ed ancora di più in quella attuale – rimetteva le cose a posto: intermediari e consulenti potevano consigliare gli strumenti idonei e/o adeguati al cliente solo dopo aver effettuato un analisi soggettiva ed oggettiva del grado di rischio che egli è in grado di tollerare.

Gli intermediari, quindi, hanno creato modelli di controllo del rischio molto specifici, individuando delle regole fisse e rigide che li sovrintendono, applicando uno schema matematico a ciò che in realtà è mera statistica, in ciò preparando il terreno a quello che è avvenuto allorquando un elemento esogeno ai mercati ed alla politica economica ha invaso il campo dei players tradizionali. Infatti, quello che si sta verificando adesso nel sistema finanziario è sotto gli occhi di tutti, e dimostra che i modelli di controllo del rischio non solo non hanno evitato ai portafogli riduzioni di valore ben superiori a quelle tollerate dal cliente e dichiarate durante la “MIFiD-intervista”, ma hanno anche impedito la possibilità di apportare le correzioni idonee a riallineare i portafogli alle mutate condizioni di mercato.

Dalla moderna teoria della composizione di un portafoglio abbiamo imparato a distribuire il rischio e costruire i portafogli modello che, in un dato arco temporale, ci permettano di raggiungere gli obiettivi concordati con gli investitori; ma i modelli attualmente usati dagli intermediari, costruiti sulla possibilità che le mutazioni dei mercati siano generate da fattori endogeni al sistema economico, non hanno valutato adeguatamente (o del tutto) i loro stessi limiti, ossia staticità ed efficienza del mercato sottostante di fronte ad un elemento esogeno al sistema. Pertanto, adesso ci si ritrova in una situazione “schizofrenica” (il sistema di controllo del rischio mi spinge ad intervenire per riallineare il portafoglio ma, allo stesso tempo, il contesto e lo stesso sistema me lo impediscono), e se oggi decidessimo di seguire i modelli tradizionali saremmo costretti ad operare sulla base delle seguenti conclusioni:

1) “caro cliente, devi aspettare” – aspettare che il mercato ritorni a livelli di normale volatilità, dipendente dalle economie di pace (e non di guerra, come quella scatenata dal Coronavirus), ed oggi siamo chiusi per ferie, causa forza maggiore;

2) “caro cliente, dobbiamo disinvestire le azioni” – siccome il portafoglio, in relazione alle mutate condizioni di mercato e di valore, risulta essere più rischioso di quello costruito a suo tempo in funzione dei modelli classici, bisognerebbe disinvestire almeno il 50% degli asset azionari, così il rischio del portafoglio, calcolato dai valenti “scienziati del rischio”, rientrerebbe nell’alveo della normalità;

3) “caro cliente, il tuo portafoglio modello prevede maggiore componente azionaria?  Bene, scordati dei tuoi obiettivi: oggi ti devi salvare, oppure buttarti giù dalla nave!”.

Maurizio Nicosia

I consulenti finanziari, addetti ai lavori, che stanno leggendo queste righe sanno bene di cosa stiamo parlando, perchè molti di loro stanno vivendo sulla propria pelle quanto descritto sopra. Pertanto, ci si chiede se non sia meglio, alla luce dei fatti, responsabilizzare maggiormente l’azione umana, soprattutto in circostanze straordinarie, come quella che stiamo vivendo, che richiede una sensibilità sconosciuta a qualunque sistema non umano, per quanto molto affidabile.

E’ evidente, infatti, che la concezione matematica dei controlli del rischio di marca MIFiD si sia letteralmente sbriciolata alla prova della “finanza delle catastrofi”, e che oggi si stia galleggiando alla disperata ricerca di soluzioni che non arriveranno se non dall’uomo.

* Area Manager di primaria rete nazionale di consulenza

LEGGI ANCHE: Commerzbank consiglia di vendere BTP. Un ricatto della Germania in vista del Consiglio Europeo?

Coronavirus, speculatori, controllori e cattivi politici: chi deve chiedere scusa ai risparmiatori

I fondi speculativi,  la Consob e il duo Angela Merkel-Christine Lagarde: tutti attori protagonisti, per spietatezza, cinismo politico o inadeguatezza al ruolo, di un copione già scritto nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e impossibile da non prevedere.

Mentre si continua a parlare degli effetti  della pandemia sulle popolazioni, le cause rimangono ancora misteriose attorno alla diffusione del  Covid-19: dove è nato il virus, da quando esattamente è cominciato a circolare tra le persone, se ha origine naturale o in laboratorio, chi ha commesso l’errore (o l’orrore) di diffonderlo….sono tutte domande a cui si dovrà rispondere, prima o poi, e qualcuno dovrà pagare al mondo intero il dazio dei “danni di guerra” con cui faremo i conti ancora per diversi mesi.

Nel frattempo, occupandoci degli effetti del Covid-19 sul mondo della finanza e del risparmio, è già possibile elaborare un primo consuntivo, dopo un crollo generalizzato dei corsi che, in meno di un mese, va dal -40% del mercato azionario al -15% di quello obbligazionario.

Chi lavora da qualche decennio nel settore della consulenza finanziaria sa bene che quello che stiamo vivendo oggi non è certamente il primo shock di borsa a cui si assiste, però questo è diverso da tutti gli altri, perché diverse sono  le rispettive cause scatenanti: fattori endogeni (interni) al sistema finanziario in tutti quelli precedenti , un fattore esogeno-esterno (bisognerà vedere quanto esogeno, finchè non si scoprirà esattamente l’origine, umana o naturale, del virus) in quello odierno.

E invece, cosa accomuna i crolli azionari dal 1987 fino a quello targato Coronavirus?

Diversi fattori: l’inadeguatezza – per alcuni si parla addirittura di negligenza – dei controllori, la complicità (quanto involontaria?) dei massimi esponenti politici internazionali di turno e, soprattutto, la presenza dei professionisti  delle vendite allo scoperto (c.d. Hedge Fund), veri e propri “avvoltoi” pronti a banchettare sul cadavere del risparmio gestito e di intere economie.  Infatti, oggi sappiamo che a Marzo 2020 il fondo speculativo Bridgewater (circa 150 miliardi di USD in gestione) ha scommesso, vendendo allo scoperto, 5,2 miliardi sul calo di sedici società quotate francesi, 4,8 miliardi contro diverse aziende tedesche, 1,7 miliardi contro cinque società olandesi e circa 2 miliardi su cinque società spagnole e tre italiane. Si parla, quindi, di una massa di 13,7 miliardi di vendite allo scoperto che avrebbero fruttato al Bridgewater Fund una plusvalenza di circa 25 miliardi (e 5 miliardi di commissioni di performance) in poco più di una settimana, arricchendo i suoi partecipanti e fondatori che – giova dirlo – erano già ricchissimi.

Peraltro, già all’inizio del 2018 Bridgewater aveva venduto allo scoperto, solo in Italia, su azioni come Eni, Enel, Intesa Sanpalo, Unicredit per un totale di 2,6 miliardi di euro, contribuendo non poco al -17% di perdita annuale del listino italiano. Prima del 2018 e di oggi, però, la storia recente ci ha “regalato altri episodi in cui le vendite allo scoperto hanno fatto danni grandissimi ai mercati finanziari ed alle economie. Vediamone alcune, tra le più recenti.

1)Il 19 ottobre 1987 crolla Wall Street, con l’indice Dow Jones che perde il 22,6% in un solo giorno trascinando con sé altre borse di tutto il mondo. Si tratta del primo crollo dell’era informatica e, in quanto a “violenza” dello strappo è stato anche peggiore di quello di oggi.

2) Nell’agosto 1998 il rublo perde il 60 per cento del suo valore in 11 giorni (-17,13% in un solo giorno), mentre negli USA l’hedge fund Long Term Capital Management (LTCM) viene salvato dalla Federal Reserve statunitense dopo aver subito perdite rilevanti su investimenti altamente speculativi.

3) Nelle prime due settimane di Aprile del 2000, scoppia la bolla di Internet, e  l’indice del Nasdaq cala del 39,3% nel corso dell’anno, portando con sé al ribasso tutti i titoli legati alla internet economy.

LEGGI ANCHE: Covid-19, il governo dei mercati in mano ai peggiori di sempre. L’Europa dei burocrati sorride alla speculazione

4) A causa della crisi dei cosiddetti “subprime” statunitensi ( titoli finanziari garantiti da ipoteche ad alto rischio), i principali mercati azionari perdono dal 30 al 50% del loro valore.

5) In seguito al declassamento del debito statunitense (5 agosto 2011), i mercati finanziari vanno nel panico e le borse mondiali vedono la loro settimana peggiore dalla crisi del 2008, dominate dalla paura di un nuovo crollo e, soprattutto, dalle voci di un peggioramento della situazione del debito nell’eurozona e dell’Italia.

In tutti questi episodi – solo quelli più conosciuti e di ampio raggio – i fondi speculativi hanno fatto la fortuna dei loro sottoscrittori e fondatori, grazie alle vendite allo scoperto rese possibili da un controllo quasi inesistente fino al 2011. Il problema dei “controllori” si è ripetuto, in tutta evidenza, anche nel caso del Covid-19, in occasione del quale le vendite allo scoperto, già al lavoro fin dalla fine di Febbraio 2020 e colpevolmente ignorate dagli organismi di controllo, hanno fatto da padrone causando perdite fortissime in pochi giorni, costringendo i gestori dei fondi a vendere qualunque cosa fosse immediatamente monetizzabile per costituire liquidità e far fronte alle richieste di riscatto dei risparmiatori in preda al panico, ai quali la Consob oggi dovrebbe porgere le proprie scuse.

Sembrano eventi lontani nel tempo, ma ciò di cui parliamo è successo appena 20 giorni fa; e per tracciare una linea interpretativa, è sufficiente ricordare come, dopo tre giorni (6, 7 e 8 Marzo) di notizie allarmanti sulla diffusione del Coronavirus, l’irruzione dei fondi speculativi era ampiamente prevedibile, e avrebbe reso necessario, da parte della Consob, adottare già nella serata del 9 Marzo, subito dopo il -10,30% realizzato dal listino italiano, a vietare temporaneamente le vendite allo scoperto almeno fino al successivo venerdì. Invece, il Controllore prima dorme, poi tentenna fino al 12 Marzo e, dopo quasi trenta punti di ribasso (tra cui quel -16,92% che molti ricorderanno in futuro), si dà una prima svegliata e vieta le vendite allo scoperto per la sola giornata del 13 Marzo, replicando anche il successivo 16 Marzo. Ma la speculazione non fa cenno di arretrare, e così, finalmente, si arriva a quel 17 Marzo, allorquando la Consob realizza in un colpo solo una serie di “prime volte” che, al pari della sua indecisione costata quaranta punti percentuali di perdita, rimarrà nella storia. Infatti, per la prima volta il divieto ha una durata così lunga (tre mesi), per la prima volta il divieto vale per tutte le azioni negoziate sul mercato regolamentato italiano e, ancora, per la prima volta tutto ciò avviene solo dopo che l’ESMA (la “Consob europea”) ha dovuto agire di sua iniziativa per dare la sveglia ai controllori italiani. Infatti, mentre la Consob tentennava, l’ESMA scendeva in campo esercitando i poteri previsti dal regolamento europeo del 2012 sullo short selling. Fino a quel momento, tutti i provvedimenti in questa materia erano stati adottati su iniziativa delle singole autorità nazionali di vigilanza.

In definitiva, quanto è costato ai risparmiatori l’incredibile indecisione della Consob? La risposta, probabilmente, è ancora da scrivere, ed il consuntivo potrà essere definito solo tra qualche mese, quando i mercati sapranno intravedere con chiarezza gli scenari economici futuri e, anticipando gli eventi, ricostruiranno gradualmente il valore perduto. I fondi speculativi e la Consob, però, in quanto a responsabilità sono in buona compagnia; infatti, il mondo – e i risparmiatori italiani, in particolare – hanno già potuto constatare come Angela Merkel e Christine Lagarde, arrivate da “avversarie” (per via del forte disaccordo sulle misure economiche da adottare in UE per affrontare una possibile recessione) all’appuntamento con l’emergenza Covid-19, si sono poi rinsaldate nei loro discutibili intenti contro la nostra economia e rivelate attrici protagoniste della peggiore politica internazionale, perfette interpreti di una storia già scritta nel fine settimana del 6-8 Marzo 2020 e, per questo, ancora tutta da chiarire.