Luglio 27, 2026
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Lemanik: minori rischi per le banche italiane perché più regolamentate

L’eccessivo indebitamento pubblico richiederà tassi d’interesse reali negativi nel medio termine. Probabilmente siamo al culmine delle aspettative di rialzo dei tassi, soprattutto in Europa.

“Marzo è stato un mese particolarmente turbolento per i mercati, soprattutto a seguito della risoluzione della Silicon Valley Bank e della Signature Bank, alla forte riduzione dei depositi registrata dalle banche regionali statunitensi, alla crisi del Credit Suisse e alle preoccupazioni per Deutsche Bank. Non ci aspettiamo però che la crisi del settore bancario che ha colpito le banche regionali statunitensi e Credit Suisse si trasformi in un problema sistemico per le banche europee e italiane”. È l’analisi di Andrea Scauri, gestore del fondo Lemanik High Growth.

L’inflazione elevata continua a preoccupare le banche centrali, soprattutto in Europa. La Bce ha aumentato il tasso di deposito di 50 punti percentuali, portandolo al 3%, in linea con le indicazioni precedenti, anche se non più pienamente prezzate a seguito delle recenti turbolenze di mercato. La presidente Lagarde ha continuato a sottolineare la necessità di ulteriori rialzi dei tassi, anche se le sue indicazioni sono diventate meno specifiche data la crescente incertezza dovuta alla fragilità dei mercati finanziari e all’inasprimento delle condizioni di credito. Il mercato si aspetta ora un aumento fino al 3,5% entro settembre 2023 nell’Ue, seguito da un leggero calo. Negli Stati Uniti, invece, la Fed ha aumentato i tassi di interesse di 25 pb portandoli al 4,75%-5%, il livello più alto dal 2007, ma ha smorzato notevolmente i messaggi su ulteriori aumenti.

Le aspettative del mercato indicano ora un picco dei tassi d’interesse Usa al 5% (tasso implicito dei Fed Funds 5-5,25%) dal 5,5% all’inizio di marzo, seguito da un taglio al 4,25% nel gennaio 2024. “A seguito dei recenti eventi nel settore bancario, riteniamo che le decisioni di politica monetaria ne saranno inevitabilmente influenzate, soprattutto quelle della Fed”, spiega Scauri. “L’eccessivo debito pubblico e l’aumento dell’indebitamento pubblico richiederanno tassi d’interesse reali negativi nel medio termine, il che è un elemento positivo per i mercati azionari nel medio termine”.

Il mercato azionario ha ancora delle sfide da affrontare e permane il rischio di una forte perdita di slancio della crescita nell’Ue e negli Usa nei prossimi mesi a causa dell’inasprimento monetario in corso, che si trasmette con ritardo all’economia. Al contempo, il settore bancario italiano/Ue appare più forte e meglio capitalizzato rispetto al passato e non emergono rischi di capitale o di liquidità per le banche italiane. Tuttavia, considerando i rapidi rialzi dei tassi di interesse da parte delle banche centrali, è possibile che si verifichino altri rischi “idiosincratici” che potrebbero indurre le banche a inasprire le condizioni di prestito, aumentando così il rischio di un rallentamento dell’economia.

“Probabilmente siamo al culmine delle aspettative di rialzo dei tassi, soprattutto in Europa. Ora inizierà la narrazione del passaggio dal Quantitative Tightening al Q. Easing, con i bilanci delle banche centrali che ricominceranno a funzionare con l’immissione di liquidità nel sistema”, conclude Scauri. “A livello di scelte di portafoglio in termini settoriali, siamo positivi sull’azionario ma vediamo un potenziale forte movimento dai finanziari ai servizi di pubblica utilità e soprattutto ai tecnologici”.

Keynes, i tassi di interesse e la contabilità dei bond: ecco perchè le banche possono fallire

Conoscere i  metodi di gestione della tesoreria di una banca ed il loro trattamento contabile ci aiuta a capire se ci troviamo di fronte ad un rischio sistemico, e a cosa il sistema bancario deve fare attenzione.

A cura di Manlio Marucci* e Marco Licani Della Valle**

Di fronte al forte squilibrio legato al fallimento di alcune banche statunitensi e, con un sinistro tempismo, una delle più riconosciute banche internazionali di matrice svizzera (Credit Suisse), si pone il problema di attribuire il corretto significato politico che questa crisi assume per tutto il settore bancario, nonchè l’ “effetto alone” che potrebbe rivelare un rischio sistemico per tutto il circuito finanziario internazionale. Le ragioni, indubbiamente, vanno inquadrate su vari piani di valutazione: nel modello di sviluppo capitalistico e nelle sue componenti strutturali, nelle relazioni tra variabili aggregate di sistemi economici diversi, sul piano istituzionale e, infine, nel funzionamento di lungo periodo dei meccanismi di crescita economica. 

Pertanto, è necessario comprendere i rapporti di forza che oggi tengono in equilibrio tutto il sistema economico, poiché senza tale sforzo di comprensione non siamo in grado di capire (e di prevenire) le origini degli eventuali squilibri reali cui stiamo assistendo. Infatti, appare sempre più evidente come le trasformazioni tecnologiche e strutturali e gli scenari internazionali determinatisi sul piano socio-politico abbiano nel tempo modificato – e continuano a modificare – le condizioni oggettive degli stessi modelli di sistema economico capitalistico, tanto che anche le politiche monetarie basate su modelli tradizionali di tipo keynesiamo si ritengono non più idonei a risolvere i problemi strutturali, e non generano soluzioni efficaci che siano in grado di offrire forme concrete alla stabilizzazione del sistema e al suo controllo funzionale. 

All’interno di questo scenario il popolo degli investitori naviga al buio, e adesso percepisce di trovarsi in balia dell’onda lunga – anzi, lunghissima – di una crisi che segue ciclicamente quella precedente del 2008, con il lungo periodo (2009-2021) di mercati azionari positivi a fare da “fase intermedia” tra due periodi di crisi strutturale che si manifesta nuovamente all’improvviso. Un po’ come se oggi ci trovassimo all’inizio di un’era glaciale, e scoprissimo improvvisamente che i periodi di clima temperato e di successivo riscaldamento globale altro non erano che un’era geologica intermedia tra due glaciazioni. Tornando sul piano della realtà, tuttavia, la domanda è se la crisi di alcune banche sia in grado o meno di generare un rischio di contagio sistemico e dolorosi effetti negativi a medio e lungo termine per i risparmi e il patrimonio degli investitori.

Per farlo, analizziamo i dati storici e quantitativi e determiniamo meglio lo scenario a cui stiamo assistendo.
– Il salvataggio delle banche italiane, dal 2016 al 2018, effettuato mediante stanziamenti pubblici, è costato alla collettività 24,1 miliardi di euro. Solo per citarne alcune: Mps 5,4 miliardi più altri 3,9; Banca Etruria, Banca Marche, Cassa Risparmio di Ferrara e Chieti 4,7 miliardi; Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca 4,8 miliardi.
– All’estero, Silvergate Bank (banca californiana) 3,8 miliardi di USD, ha chiuso i battenti;  Signature Bank (USA, San Francisco) chiude per rischio sistemico; FTX exhange, fondata da Sam Bankman Fried, assiste al crollo dei depositi, con perdite del 75%; Coin Base, Micro Strategy, altre  nel settore delle criptovalute  messe fuori gioco.
– Il c.d. effetto domino bancario relativo alla capacita di credito e di tenuta del sistema si propaga nel mondo senza controllo; persino in Italia, dove pur non essendoci campanelli di allarme, più di qualcuno si è fatto prendere dal panico e si è precipitato agli sportelli per incassare il denaro e riporlo altrove, anche verso strumenti alternativi e beni rifugio.
– Dopo secoli di “sacralità bancaria”, la tanto decantata Svizzera tira le fila dei crack bancari a livello mondiale con il Credit Suisse, il quale è stato estremamente vicino a dichiarare insolvenza anche dopo l’iniezione di liquidità da parte del Fondo Sovrano Arabia Saudita per oltre 6 Miliardi di Dollari.

Cosa rivela tale contesto? Tre elementi su tutti: a) le “uniche” garanzie di un sistema bancario “malato” come quello di oggi sono i depositi sui conti correnti; b) nel caso in cui qualcosa “vada storto” i correntisti saranno coloro deputati a pagare il conto; c) quando il crack bancario si rivela gravissimo, l’intera collettività ne subisce le conseguenze in termini di costo umano e sociale.

Thorstein Veblen, già all’inizio del secolo scorso – anticipandone i tempi – definiva in “The Theory of the Leissure Class”  il ruolo svolto dalla figura del captain of business (affarista), ossia il finanziere puro, da quello del captain of industry (il capitano d’industria), nel senso che il primo, sfruttando abilmente la congiuntura  dei mercati e i suoi aggiustamenti, otteneva guadagni anche rilevanti senza produrre niente e in maniera indolore. Una distinzione quanto mai efficace per capire le logiche sottostanti all’attuale sistema finanziario, che sfrutta la non conoscenza delle cose, la mancata educazione finanziaria da parte della moltitudine dei risparmiatori/investitori unita alla volontà di non voler comprendere il funzionamento di tale sistema, “complicato” per definizione dogmatica.

Se un paio di banche regionali sono state così incapaci di gestire il rischio di tasso d’interesse e di deflusso dei depositi da fallire in poche ore, come possiamo essere sicuri che altre banche non si troveranno presto a dover affrontare problemi simili? Per rispondere correttamente, bisognerebbe capire il funzionamento della Tesoreria di una banca, la quale generalmente acquista obbligazioni per via del taglio delle cedole e per evitare di accumulare riserve presso la Banca Centrale, dal momento che queste rendono meno delle obbligazioni. Di conseguenza, per ottenere margini di guadagno, le banche creano enormi portafogli di investimento per incassare le cedole e, allo stesso tempo, rispettare le normative (Liquidity Coverage Requirement/Ratio – LCR) che le obbligano a detenere circa il 20% del loro bilancio in asset liquidi (leggi: obbligazioni).

Naturalmente, sorge il problema della gestione del rischio di questi portafogli giganteschi. Una banca prudente copre con dei contratti swap la maggior parte, se non la totalità, del rischio di tasso d’interesse che deriva dal portafoglio titoli. In pratica, la banca acquista obbligazioni a tasso fisso e paga uno swap (commissione fissa) come copertura del rischio dei tassi di interesse, che quando salgono fanno scendere sensibilmente il prezzo delle obbligazioni e quindi il valore del portafoglio. Le banche guadagnano lo spread (di credito) tra i rendimenti delle obbligazioni e il costo percentuale degli swap, e così il gioco è fatto.

Ma gli swap sono contratti derivati, e il loro trattamento contabile standard è quello di colpire direttamente il conto economico della banca, causando così una certa volatilità immediata nei suoi risultati finanziari.

Alle banche questo non piace, e così le autorità di regolamentazione consentono il c.d. “hedge accounting“, che è un espediente contabile in grado di iscrivere gli swap come Available-For-Sale (AFS) e attribuire allo stato patrimoniale (e non al conto economico) il costo della compensazione tra obbligazioni e swap.

Ma cosa succede se, invece, si registrano le obbligazioni con duration lunga (e cedola più generosa) come Held-To-Maturity (detenute fino a scadenza – HTM)? Negli Stati Uniti, una volta iscritte le obbligazioni come HTM, le regole contabili sono tali che la copertura del rischio di tasso d’interesse su queste obbligazioni è piuttosto punitiva.

Infatti, gli swap che coprono le obbligazioni HTM non ricevono un trattamento contabile favorevole, poichè sono in grado di colpire il conto economico della banca, mentre le obbligazioni “non swappate” non lo fanno, il che crea un’asimmetria e una volatilità del conto economico che le banche odiano così tanto da evitare di coprire il rischio di interesse sulle obbligazioni HTM. Tuttavia, le cui perdite accumulate durante un periodo di rialzo dei tassi di interesse possono essere molto elevate; come è accaduto alla Silicon Valley Bank e, parimenti, potrebbe accadere ad altre banche che, come la prima, è stata costretta a vendere in perdita il portafoglio di obbligazioni. Per esempio, le perdite sui titoli HTM di Charles Schwab sono pari quasi al doppio della sua posizione di capitale, e anche per le banche di importanza sistemica come Bank of America queste perdite potrebbero spazzare via metà del loro capitale.

Pertanto, per non finire gambe all’aria, le grandi banche statunitensi devono fare sempre molta attenzione a cosa contengono i propri libri contabili.

* Docente, Presidente Federpromm, Wealth Management
** Membro del Board of Directors e International Strategic Financial Developer del PFT Group International Asset Management

Cos’è l’effetto domino bancario e perché è stato evitato nel caso di SVB e Credit Suisse

In relazione alla crisi bancaria in atto tra gli Stati Uniti ed Europa, i due sistemi hanno reagito in modo diverso, sebbene entrambi accomunati dall’obiettivo di evitare il c.d. effetto domino e una crisi sistemica.

Di Alessio Cardinale*

L’effetto domino in economia si riferisce alla propagazione di una crisi economica o finanziaria da un settore ad un altro, da un paese all’altro o addirittura a livello globale. In altre parole, quando un evento negativo si verifica in un’area dell’economia o del mondo, le conseguenze si propagano rapidamente ad altre aree, creando un effetto a catena che richiede l’intervento concertato della comunità internazionale per evitare effetti prolungati nel tempo alla vita e al benessere delle popolazioni coinvolte.

L’effetto domino può essere causato da una serie di fattori, tra cui la cattiva gestione finanziaria, la speculazione eccessiva, la crisi politica, i disastri naturali, le pandemie, le guerre commerciali e altri eventi imprevedibili. Nel mercato azionario, l’effetto domino si verifica quando il declino di un’azione o di un’intera industria provoca una catena di vendite di altri titoli. In questo caso, gli investitori vendono le loro azioni per minimizzare le perdite, creando un effetto a catena che può portare ad un crollo del mercato azionario in generale. Ad esempio, durante la crisi finanziaria del 2008, il crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti ha scatenato una serie di conseguenze a catena, tra cui la crisi delle banche e delle istituzioni finanziarie, il crollo dei mercati azionari globali e la recessione economica a livello globale.

Per prevenire o mitigare gli effetti dell’effetto domino, i governi e le istituzioni finanziarie possono attuare misure di stabilizzazione del mercato, come il controllo dei tassi di interesse, l’iniezione di liquidità nell’economia e l’implementazione di politiche fiscali espansive. Tuttavia, queste misure possono avere effetti collaterali, come l’inflazione e l’indebitamento del governo. Pertanto, l’effetto domino in economia e in borsa è un fenomeno che può avere conseguenze anche a lungo termine, e la prevenzione o la gestione efficace di questa situazione richiedono una forte cooperazione tra governi, banche centrali e istituzioni finanziarie internazionali. Tale forma di cooperazione si può manifestare anche a vantaggio di alcune singole e importanti imprese a carattere internazionale, nazionale o anche regionale, la cui posizione in termini di fatturato, dimensione sul mercato e manodopera occupata può sollecitare forme di sostegno da parte dei governi e/o del sistema bancario al fine di bloccare sul nascere una reazione a catena.

In tali occasioni, però, ogni azienda in crisi fa storia a sé, e richiede reazioni e sostegni differenti a seconda delle circostanze e della normativa statale sotto il cui cappello essa si trova ad operare. Di conseguenza, in relazione agli episodi di crisi bancaria che si sono succeduti a distanza di qualche giorno tra gli Stati Uniti (con SVB-Silicon Valley Bank e Signature Bank) e l’Europa (con Credit Suisse), i due sistemi hanno reagito in modo diverso, sebbene entrambi accomunati dall’obiettivo di evitare una crisi sistemica. Negli USA, alle regional banks come la Silicon Valley Bank Donald Trump aveva concesso minori vincoli di vigilanza in base ai nuovi regolamenti emanati in favore delle banche di medie dimensioni, ed è così che alla Silicon Valley Bank e alle altre banche ora in difficoltà è stato permesso di esporsi sulla duration dei titoli di stato americani, come effettivamente hanno fatto. Identica sorte è toccata alla Signature Bank, banca con asset pari a poco più della metà della SVB.

Le due banche fallite sono state prese in carico dalle autorità federali, tra l’altro a sportelli aperti nel caso della Silicon Valley Bank. Il presidente Joe Biden ha immediatamente tranquillizzato i depositanti di SVB, garantendo loro la possibilità di accedere a tutti i loro soldi, ben oltre il limite dei  250.000 dollari previsto dalla normativa che regola il fondo di garanzia interbancario americano. Questo perché meno del 15% dei depositanti aveva somme inferiori a quel limite, mentre tutte le aziende del settore tecnologico avevano in deposito somme molto superiori che, qualora confiscate, avrebbero sottratto a queste aziende i capitali necessari per pagare gli stipendi, con ricadute a catena su tutto il settore. Senza la mossa di Biden, quindi, il contagio alle aziende del Tech sarebbe stato immediato e si sarebbe allargato a macchia d’olio (non sarà così per gli investitori puri, che non beneficeranno dello scudo del governo).

In sintesi, il fallimento della Silicon Valley Bank ha certamente avuto un impatto negativo sull’industria bancaria statunitense, ma questo non è stato sufficiente a scatenare l’effetto domino tanto temuto, poiché la cattiva sorte di SVB è stata causata da problemi specifici della banca stessa, e cioè le perdite significative su investimenti rischiosi. Cosa diversa sarebbe stata se il fallimento fosse stato generato da fattori sistemici, come una crisi economica o un collasso del mercato immobiliare: solo allora ci sarebbe stato il rischio di un effetto domino sulle altre banche.

Passando all’Europa delle banche, c’è da dire che quelle di piccole dimensioni hanno una vigilanza meno intensa, effettuata dagli organismi di controllo statale (in Italia la Banca d’Italia). Pertanto, in teoria  si tratta di un sistema simile a quella americano; ma se per gli standard americani la Silicon Valley Bank era una banca regionale, in Europa ci sono banche con minori asset che sono considerate comunque sistemiche e sottoposte a vigilanza diretta della BCE, e non degli organismi locali di controllo. Questo accade poiché le grandi banche sistemiche europee tendono a racchiudere il proprio raggio d’azione all’interno dei confini nazionali, rendendo il “contagio” ad altre banche europee molto meno probabile.

Così non era per il Credit Suisse, secondo gruppo bancario svizzero e gruppo ben ramificato in altri paesi del mondo, Stati Uniti compresi. Tuttavia, il crollo delle sue azioni non ha sorpreso gli addetti ai lavori, poiché la banca era da tempo sotto osservazione per via delle forti perdite registrate nel 2022. La banca ha comunicato che 16 miliardi di franchi svizzeri del suo debito aggiuntivo di classe 1 (AT1, un tipo di obbligazione più rischiosa in termini di garanzie per gli obbligazionisti) saranno svalutati a zero su ordine dell’autorità di regolamentazione svizzera FINMA in caso di fusione di salvataggio con UBS Group AG, e questo ha fatto infuriare gli obbligazionisti AT1 – tra i quali diversi fondi di investimento specializzati – poichè potrebbero non avere nulla mentre gli azionisti, che nella gerarchia delle priorità per il rimborso in una procedura di bancarotta vengono dopo gli obbligazionisti, riceveranno 3 miliardi complessivamente. 

In ogni caso, i requisiti di solidità patrimoniale appaiono rispettati. Infatti, il coefficiente patrimoniale di base (“Tier 1 Core”) è superiore al 13 percento, e quindi superiore ai requisiti normativi, ed anche gli indici di liquidità sono superiori ai valori richiesti. L’autorità di vigilanza svizzera (Finma) ha confermato ancora una volta esplicitamente che Credit Suisse dispone di un’ottima dotazione di capitale e liquidità, e ha assicurato che le relative informazioni fornite dalla banca corrispondono ai fatti. Tuttavia, ciò che è difficile da giudicare per i non addetti ai lavori è la situazione della liquidità a breve termine, nonchè gli sviluppi in caso di eventuali deflussi di capitali, ma la Banca centrale svizzera ha annunciato che avrebbe fornito a Credit Suisse l’equivalente di un massimo di 50 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, e ciò dovrebbe eliminare molto stress proveniente dal mercato.

* Editore di Patrimoni&Finanza

Banche: la crisi dagli USA arriva in Europa, ma nessuna reazione a catena

Secondo gli esperti, il Credit Suisse potrebbe avere un problema di liquidità a breve termine, ma sarà finanziato in modo da rispettare le principali metriche di solvibilità disponibili. Il fallimento di SVB non è un “punto di rottura”.

La grande turbolenza nel sistema bancario statunitense non si era neppure completamente placata, dopo il crollo della Silicon Valley Bank, che le banche europee sono state messe sotto pressione, in particolare Credit Suisse. Mentre scriviamo, la vicenda della banca elvetica vede il rifiuto di una offerta di UBS (un miliardo di franchi svizzeri, ndr) per la sua acquisizione, per cui la sua sorte sembra ancora appesa ad un filo.

Relativamente al fallimento della Silicon Valley Bank (SVB), Michael Blümke di Ethenea Independent Investors (nella foto) considera la questione come un evento “idiosincratico”, avvenuto sullo sfondo della gestione interna del rischio di SVB – nessuna copertura della duration per un portafoglio in presenza di un enorme disallineamento della duration – senza precedenti. Secondo il portfolio manager, c’era la possibilità che altre banche regionali potessero incorrere in un rischio simile, semplicemente perché non si possono escludere corse agli sportelli. Per le banche più grandi, che hanno una maggiore supervisione e migliori coefficienti patrimoniali, non c’è invece mai stato un rischio. Tuttavia, il fatto che la Fdic (Federal Deposit Insurance Corporation) abbia rilevato la SVB e abbia risanato tutti i depositi – anche se sono assicurati solo gli importi fino a 250.000 dollari – è un segnale forte da parte del governo per creare fiducia e fermare dall’inizio l’incertezza.

Si tenga presente che l’intera faccenda diventa un problema solo se non c’è sufficiente fiducia nel sistema. Tuttavia, oltre agli enormi movimenti dei titoli bancari e del mercato azionario nel suo complesso, lo sviluppo più rilevante è stata la ricerca della sicurezza nel settore del reddito fisso. La domanda di titoli di Stato sicuri ha fatto scendere bruscamente i tassi di interesse venerdì e lunedì. Le aspettative di ulteriori rialzi dei tassi sono state completamente riprezzate in soli quattro giorni. Per il momento, registriamo quantomeno un’inversione di tendenza nel settore dei tassi d’interesse e un mercato azionario un po’ più calmo.

Avendo escluso qualsiasi contagio, il team di Ethenea ha colto l’occasione per aumentare la ponderazione azionaria di Ethna-AKTIV, dato che ci si è avvicinati al livello inferiore del trading range previsto. In termini di gestione della duration, la casa di investimenti ha mantenuto la posizione di duration zero, poiché ritiene che presto si ritornerà alla narrativa dell’inflazione. In passato, infatti, la Fed ha continuato ad aumentare i prezzi fino a quando non si è rotto qualcosa, ma la vicenda di SVB non rappresenta, per Ethenea, una rottura, nonostante il prezzo delle azioni sia crollato e sia diminuito, nella fase peggiore, di circa il 30%, mentre il costo della copertura contro un possibile default è salito vertiginosamente (è stata scontata una probabilità di default di oltre il 40%).

L’effetto più evidente è stato quello di far diminuire drasticamente anche i corsi azionari di quasi tutte le altre banche europee, poiché i timori di una reazione a catena – o quanto meno di prospettive degli utili nettamente più fosche per l’intero settore bancario europeo – hanno preso il sopravvento. Secondo Raiffeisen, tuttavia, da un punto di vista fondamentale questi movimenti non sono del tutto comprensibili. Le difficoltà di Credit Suisse, per lo più autoctone, non sono né nuove né sono aumentate enormemente negli ultimi giorni. Il fatto che la banca abbia chiuso il 2022 in forte perdita (anche a causa della ristrutturazione dell’attività) è noto da tempo e già scontato nei prezzi. Allo stesso modo, tutti nel mercato sanno che la banca potrebbe avere davanti a sé una strada lunga e scoscesa per riconquistare la sua precedente redditività, ma secondo un membro del consiglio di amministrazione di Credit Suisse il deflusso di denaro della clientela sarebbe stato frenato nel quarto trimestre del 2022. Tuttavia, recentemente sono stati espressi dubbi su questa affermazione, finanche dall’autorità di vigilanza sulla borsa statunitense.

In questo contesto, è stato certamente di scarso supporto il fatto che Credit Suisse abbia dovuto ammettere notevoli carenze nei sistemi di controllo interno e di gestione del rischio nel proprio ultimo rendiconto annuale. Il mercato ha reagito molto negativamente anche al fatto che il maggior singolo azionista, la Saudi National Bank, abbia dichiarato di non voler fornire ulteriori aiuti finanziari. Tuttavia, il contenuto di questa affermazione non è stato sorprendente e non ha aggiunto niente di nuovo. Questo investitore detiene già il 9,9% delle azioni di Credit Suisse, e ulteriori aiuti finanziari lo porterebbero oltre la soglia del 10 percento, con importanti implicazioni normative, sia in Svizzera che in Arabia Saudita. In realtà era risaputo che l’investitore non aveva alcun interesse a varcare questa soglia fin dall’inizio del suo impegno.

Il mercato ha largamente ignorato anche la seconda parte del comunicato, secondo cui il principale azionista saudita era molto soddisfatto dei piani di ristrutturazione di Credit Suisse e non vedeva la necessità di iniettare capitali aggiuntivi. Secondo Raiffeisen, i fondamentali supportano questa valutazione. Infatti, il coefficiente patrimoniale di base (“Tier 1 Core”) è superiore al 13 percento, e quindi superiore ai requisiti normativi. Anche gli indici di liquidità sono superiori ai valori richiesti. L’autorità di vigilanza svizzera (Finma) ha confermato ancora una volta esplicitamente che la banca dispone di un’ottima dotazione di capitale e liquidità, e ha assicurato che le relative informazioni fornite da Credit Suisse corrispondono ai fatti. Tuttavia, ciò che è difficile da giudicare per i non addetti ai lavori è la situazione della liquidità a breve termine, nonchè gli sviluppi in caso di eventuali deflussi di capitali, ma la banca centrale svizzera ha annunciato che avrebbe fornito a Credit Suisse l’equivalente di un massimo di 50 miliardi di euro di liquidità aggiuntiva, e ciò dovrebbe inizialmente eliminare molto stress proveniente dal mercato.

In conclusione, a detta degli esperti di Raiffeisen il Credit Suisse potrebbe avere un problema di liquidità a breve termine, ma sembra ragionevolmente finanziato in misura solida in base alle principali metriche di solvibilità disponibili. Pertanto, non si tratterebbe dell’inizio di una nuova crisi bancaria, anche perché le risorse patrimoniali delle banche sono notevolmente migliorate rispetto al periodo 2008/2009, e sia le banche centrali che le autorità di vigilanza hanno finora reagito in modo abbastanza rapido ed efficiente.

Credit Suisse: dopo gli scandali, un aumento di stipendio agli asset manager per arginare le defezioni

Credit Suisse Group AG offre aumenti selettivi degli stipendi di metà anno ai migliori gestori patrimoniali, nel tentativo di arginare le defezioni dopo gli scandali Archegos Capital Management e Greensill Capital.

La cronaca finanziaria si è recentemente occupata di Credit Suisse, a seguito delle perdite per circa 4,7 miliardi dal fondo hedge Archegos. In particolare, in quella occasione l’istituto bancario svizzero aveva preso la decisione di tagliare bonus per centinaia di milioni di dollari ai propri dirigenti, nonostante fosse in grado di compensare ampiamente quelle perdite con alcune plusvalenze e così distribuire dividendi per complessivi 4,8 miliardi di dollari. In ogni caso, sembrava che il caso Archegos avrebbe potuto trasmettere, nella sua negatività, un messaggio importante al Credit Suisse, e cioè quello di privilegiare le attività della banca d’investimento – da cui si erano generati i profitti maggiori – e di “mettere in sicurezza” l’investment banking, ridimensionandolo.

Oggi, a distanza di circa tre mesi da quei fatti, l’istituto elvetico torna ad aumentare – riservatamente, non ci sono comunicati al riguardo ma solo fonti interne alla banca – gli stipendi base per le posizioni apicali del wealth e asset management (+ 20% nella fascia alta), ed estendendo gli aumenti selettivamente a tutti i livelli, dai dipendenti junior agli amministratori delegati. Sebbene non sia una novità, nel mondo della finanza, premiare i migliori talenti con un aumento di stipendio a metà anno, sembra che tali aumenti abbiano la finalità di arginare la fuoriuscita di personaggi di spicco delle gestioni patrimoniali, i quali sono stati sollecitati, a seguito degli scandali di Aprile (Archegos e il crollo di Greensill), dalla concorrenza. A ciò si aggiunge anche la previsione di una diminuzione, per gli stessi motivi, dei premi di fine anno, circostanza alquanto sgradita ai manager.

Molte partenze sono già avvenute e hanno colpito la banca di investimento, nonostante il nuovo presidente del Credit Suisse Antonio Horta-Osorio abbia affermato pubblicamente che la gestione patrimoniale è al centro della strategia della banca, la quale farà di tutto per risollevare la propria reputazione presso la clientela. Non sarà facile, dal momento che Credit Suisse ha venduto strumenti finanziari con rischio molto elevato, nei propri uffici di private banking, classificandoli come investimenti sicuri. Oggi, più di 50 dipendenti del front office se ne sono andati, compresi almeno 20 amministratori delegati in ruoli chiave nell’unità titoli, e questo la dice lunga sul difficile momento che sta vivendo Credit Suisse, e sulle strategie da mettere in atto nell’imminente futuro. In particolare, secondo l’agenzia Reuters, Credit Suisse starebbe studiando la centralizzazione delle sue attività di gestione di patrimoni privati, modificando così l’attuale organizzazione basata sulle diverse aree geografiche e diverso management. Nel frattempo, si vocifera di una possibile fusione con Ubs.