La ricerca di alternative al dollaro investe il potere finanziario degli Stati Uniti e gli equilibri del commercio internazionale. Per Europa e Italia, la questione decisiva è come affrontare una transizione che può aumentare costi, rischi e dipendenze.
Dietro il dollaro c’è molto più di una moneta
Leggere le tensioni internazionali soltanto attraverso le operazioni militari, le dichiarazioni dei governi e le contrapposizioni territoriali significa lasciare in secondo piano una parte importante della contesa: chi finanzia il commercio mondiale, attraverso quali circuiti vengono regolati i pagamenti e in quali attività vengono conservati i risparmi degli Stati. Il dollaro occupa una posizione centrale in questo sistema e offre agli Stati Uniti un vantaggio che nessun’altra potenza possiede nella stessa misura. Per questo la dedollarizzazione, anche quando riguarda una quota limitata degli scambi, ha un significato politico che supera il valore delle singole transazioni: costruire alternative significa cercare una maggiore autonomia da Washington e dalle sue decisioni. È su questo terreno che la competizione con la Cina e con altri paesi dei BRICS assume una dimensione strutturale, destinata a sopravvivere alle singole crisi diplomatiche.
Occorre però distinguere la direzione del cambiamento dalla sua effettiva portata. Il dollaro rimane dominante nei mercati finanziari: secondo la Banca dei regolamenti internazionali, nell’aprile 2025 compariva su uno dei due lati dell’89,2% delle operazioni sul mercato dei cambi. Questa percentuale riguarda operazioni che coinvolgono sempre due valute e non va confusa con la quota del commercio mondiale pagata in moneta americana. Il dato mostra comunque quanto sia profonda la sua presenza. La dedollarizzazione va quindi intesa come sviluppo di alternative e riduzione di alcune dipendenze, senza dare per già avvenuto un rovesciamento dell’ordine monetario. Un paese può aumentare i pagamenti in valuta nazionale e continuare a utilizzare il dollaro per finanziarsi, investire o proteggersi durante una crisi.
Il petrolio è un passaggio strategico, ma non esaurisce il problema
Il petrolio rappresenta uno dei terreni più sensibili di questa trasformazione perché mette in relazione produttori, grandi importatori, banche e governi. Se una parte crescente degli scambi energetici viene regolata in valute diverse dal dollaro, si riduce la necessità di passare attraverso determinati intermediari e può aumentare l’autonomia dei soggetti coinvolti. Tuttavia, indicare il prezzo di un carico in una valuta, pagarlo in un’altra e investire il ricavato in una terza sono decisioni differenti. Un produttore potrebbe accettare yuan e successivamente acquistare attività denominate in dollari; oppure mantenere riserve diversificate continuando a prendere come riferimento i prezzi internazionali del petrolio. Per capire quanto il sistema stia cambiando bisogna dunque osservare tutta la catena finanziaria, evitando di attribuire a una singola operazione il significato di una rivoluzione già compiuta.
Il progetto dei BRICS procede proprio attraverso la costruzione di possibilità aggiuntive: maggiore impiego delle valute locali, cooperazione sui pagamenti transfrontalieri e diversificazione delle fonti di finanziamento. La dichiarazione del vertice di Rio del 2025 sostiene questo percorso, ma descrive la cooperazione sui pagamenti come volontaria e non vincolante, rispettosa delle condizioni dei singoli paesi. Non siamo quindi davanti a un’unica moneta comune già operativa, né a un gruppo che abbia interessi perfettamente coincidenti. Cina, India, Brasile e gli altri partecipanti possono condividere l’obiettivo di ridurre alcune dipendenze pur mantenendo strategie economiche e rapporti internazionali diversi. La forza della dedollarizzazione potrebbe risiedere proprio in questa gradualità: rendere meno obbligatorio il ricorso a un solo sistema, senza doverlo sostituire integralmente.
Il privilegio americano ha un valore economico concreto
La posizione internazionale del dollaro contribuisce alla domanda di attività finanziarie americane e facilita il finanziamento degli Stati Uniti. Ma il cosiddetto privilegio monetario non dipende soltanto dal petrolio: contano anche la profondità dei mercati, la liquidità dei titoli del Tesoro e la possibilità di impiegare rapidamente capitali di grandi dimensioni. La Federal Reserve rilevava che, nel primo trimestre del 2025, gli investitori esteri possedevano circa il 32% dei titoli del Tesoro negoziabili; la parte restante era detenuta da investitori privati domestici e dalla stessa banca centrale. Il finanziamento americano ha quindi una base articolata. Una minore domanda internazionale potrebbe renderlo più oneroso, ma non comporterebbe automaticamente la scomparsa dei compratori o l’impossibilità di rifinanziare il debito.
È qui che emerge la posta politica della dedollarizzazione: una riduzione duratura del vantaggio finanziario potrebbe imporre agli Stati Uniti maggiore disciplina fiscale, interessi più elevati o scelte distributive più difficili. Parlare di una possibilità illimitata di stampare moneta sarebbe però fuorviante, perché anche l’emittente della valuta dominante deve confrontarsi con inflazione, fiducia degli investitori e sostenibilità del debito. La questione riguarda piuttosto il margine di libertà di cui Washington dispone rispetto ad altri paesi. Se quel margine si restringesse, difendere il sistema esistente diventerebbe ancora più importante. Questa considerazione rende plausibile una lettura economica della fermezza americana, ma non basta, da sola, a dimostrare che ogni decisione militare sia stata presa per difendere il dollaro.
Trump, il Golfo e il rischio di una reazione controproducente
Il perdurare della crisi nel Golfo mostra quanto sia difficile separare sicurezza, energia e potere economico. All’inizio di ottobre 2026 restano aperti il confronto sulla navigazione nello Stretto di Hormuz e le divergenze sulle condizioni per superare lo stallo tra Washington e Teheran. Il punto riguarda tanto i rischi immediati per gli scambi quanto la possibilità di subordinare l’accesso alle rotte energetiche a decisioni politiche e militari. Per gli importatori, l’incertezza può pesare anche quando una parte delle forniture continua a raggiungere la destinazione: assicurazioni, programmazione degli acquisti e affidabilità delle consegne diventano elementi del costo industriale. La centralità del Golfo deriva quindi dalla sua capacità di trasmettere una crisi regionale a economie molto lontane dal teatro delle ostilità.
La condotta di Trump può essere interpretata anche come volontà di preservare la capacità americana di condizionare questi equilibri. Le motivazioni ufficiali dell’amministrazione comprendono però il programma nucleare iraniano e la sicurezza della navigazione: ridurle esclusivamente alla difesa monetaria significherebbe trasformare una chiave di lettura in una spiegazione universale. Rimane, sul piano dell’analisi, un possibile effetto controproducente: quanto più un paese percepisce pagamenti, riserve e forniture come vulnerabili alla pressione di un’altra potenza, tanto maggiore può diventare l’incentivo a costruire alternative. La coercizione potrebbe ottenere risultati immediati e, contemporaneamente, incoraggiare nel lungo periodo proprio quella ricerca di autonomia che intende contenere. Non è un esito inevitabile, ma è un rischio che merita attenzione.
L’Ucraina e i limiti di una spiegazione unica
Anche la guerra in Ucraina ha assunto una dimensione economica internazionale attraverso sanzioni, riallocazione degli scambi e contrapposizioni strategiche. La sua origine resta però l’invasione russa, mentre il sostegno occidentale a Kyiv non coincide, sul piano formale, con una guerra dichiarata tra NATO e Russia. Nel 2022 vi furono effettivamente negoziati e scambi di bozze, ma rimanevano divergenze sostanziali sulle garanzie di sicurezza e sui limiti alle forze armate ucraine. Non risulta quindi corretto presentare come già concluso un accordo di pace poi annullato dall’Occidente per salvare il dollaro. Si possono discutere le occasioni diplomatiche perdute e il ruolo delle scelte occidentali, conservando però la distinzione tra documenti negoziali, interpretazioni e responsabilità accertate.
Il rapporto tra conflitti e dedollarizzazione potrebbe inoltre funzionare in entrambe le direzioni. La ricerca di autonomia finanziaria alimenta la competizione tra potenze; guerre e sanzioni possono a loro volta rendere più urgente quella ricerca. In questa prospettiva, la frammentazione monetaria è contemporaneamente una componente della contesa e una sua possibile conseguenza. È una lettura che consente di collegare gli eventi senza cancellarne le differenze: il controllo delle rotte energetiche, le rivendicazioni territoriali, la sicurezza degli Stati e il finanziamento delle economie si influenzano reciprocamente. Attribuire tutto a una sola causa renderebbe più semplice il racconto, ma meno utile la comprensione di ciò che potrebbe accadere dopo.
Per l’Europa la transizione può costare prima di offrire vantaggi
Per l’Europa, un mondo con più valute negli scambi potrebbe offrire spazio all’euro, ma comportare inizialmente maggiori complessità. Le imprese potrebbero dover gestire più rischi di cambio, rapporti bancari differenti e costi aggiuntivi per assicurare i pagamenti. Sul versante energetico, pagare il petrolio in una valuta diversa non elimina la scarsità fisica delle forniture né il premio richiesto per una rotta insicura. Anche un eventuale indebolimento del dollaro avrebbe conseguenze contrastanti: potrebbe alleggerire alcuni acquisti denominati in valuta americana e, nello stesso tempo, penalizzare la competitività degli esportatori europei. La dedollarizzazione non garantisce quindi energia più economica o crescita maggiore; i risultati dipendono dalla stabilità delle nuove infrastrutture e dalla capacità delle economie di adattarsi.
L’Europa possiede comunque una possibilità concreta di rafforzare il proprio ruolo. Nel giugno 2026 la BCE ha rilevato un moderato aumento dell’uso internazionale dell’euro nel 2025 e ha indicato, tra le condizioni per consolidarlo, mercati più integrati e una maggiore disponibilità di attività sicure e liquide. Il punto politico è trasformare la dimensione economica europea in capacità finanziaria e negoziale. Questo richiede infrastrutture di pagamento affidabili, strumenti comuni di finanziamento e una politica energetica capace di ridurre le vulnerabilità. Senza questi elementi, l’Europa rischia di sostenere i costi della competizione tra Stati Uniti e Cina senza acquisire un’autonomia proporzionata al proprio peso.
L’Italia deve proteggere la capacità di produrre e commerciare
Per l’Italia, le conseguenze più importanti passano attraverso i bilanci delle imprese. Un aumento del costo dell’energia, trasporti meno prevedibili o pagamenti più lenti possono comprimere i margini e accrescere il fabbisogno di liquidità, soprattutto nelle aziende che hanno minore potere contrattuale. Il finanziamento del debito pubblico italiano resta invece legato principalmente alle condizioni dell’area euro, alla credibilità dei conti e alle prospettive di crescita: una crisi del sistema monetario internazionale potrebbe influenzarlo, ma non attraverso un automatismo collegato alla valuta usata per il petrolio. La risposta dovrebbe perciò concentrarsi sulle vulnerabilità concrete: diversificazione delle forniture, efficienza energetica, copertura dei rischi di cambio e maggiore solidità finanziaria delle imprese.
La dedollarizzazione apre anche possibili opportunità commerciali, purché vengano valutate nel rispetto delle norme e delle sanzioni applicabili. Per l’Italia, mantenere relazioni economiche diversificate può significare ampliare mercati e ridurre concentrazioni rischiose; richiede però competenze, intermediari affidabili e capacità di distinguere un’opportunità da una nuova dipendenza. Il cambiamento più probabile potrebbe essere un ordine monetario più articolato, nel quale il dollaro conserva un ruolo centrale ma incontra alternative in alcuni scambi e circuiti finanziari. Chi saprà gestire questa complessità potrà conquistare margini di autonomia. Chi aspetterà che il nuovo equilibrio sia già definito rischierà invece di arrivare dopo aver pagato buona parte del costo della transizione.



Il presidente accusa Mosca e Pechino di aver trasformato il conflitto in un affare: la Russia dà il gas, la Cina dà la tecnologia. “È un mercato ancora piccolo ma fatto con i soldi degli Stati Uniti”. Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro“, ha aggiunto, riferendosi agli sforzi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica più i nuovi aggiunti) di aggirare la valuta americana. Sulla dedollarizzazione Trump non ci sta: “Se i BRICS provano a seppellire il dollaro, io seppellisco loro con dazi del 100%. È semplice”. La sua ossessione? Quel club — Brasile, India e gli altri che fanno i furbi — che spinge per pagare in yuan o in “monete da cartapesta”. Il dollaro è sotto attacco, e noi stiamo a finanziare una guerra che ci indebolisce”, aveva accusato già nel 2023, in campagna elettorale, puntando il dito contro Biden.
Sul fronte militare, Trump sostiene che ci siano patti che nessuno ha il coraggio di ammettere. Soldati cinesi in Donbass? Armi russe testate da Pechino? È tutto collegato. E paventa un avvertimento apocalittico: “Se non fermiamo questa farsa, tra dieci anni compreremo il gas in yuan. E Wall Street diventerà un parcheggio”. La sua soluzione? “Fatevi sotto: stop alla NATO in Ucraina, un accordo con Putin, e la Russia tornerà a litigare con la Cina“. Ma ammette: “all’Europa non piacerà, ma meglio un alleato arrabbiato che un dollaro morto“. Quindi la soluzione choc: “Fermate la NATO, date a Putin una via d’uscita”. E sui BRICS chiude con una battuta: “Quella sigla è come una band di cover: suonano vecchi successi, ma senza spina”. Il messaggio è chiaro: per Trump, ogni giorno di guerra è un regalo alla Cina. “E noi siamo i gonzi che pagano il conto”.
Perché Trump insiste? Per il presidente, ogni giorno di guerra è un passo verso un mondo multipolare dominato da Pechino. La sua ricetta – sanzioni, dazi, minacce e accordi improvvisati – mira a un obiettivo: “Tenere l’America in cima, a qualunque costo”. Con o senza alleati. Intanto l’Europa, in preda al panico, non può che trovare motivazioni plausibili per un disimpegno in Ucraina. Infatti, mentre Trump tuona contro l’alleanza Russia-Cina, in Europa il muro di sostegno a Kiev si incrina. Due summit a Parigi, voluti da Macron sono finiti in altrettanti buchi nell’acqua. Giorgia Meloni c’era, ma a denti stretti: in Italia ormai, sostenere l’Ucraina è diventato come difendere le tasse: più lo fai, più ti odiano. Il problema? I governi hanno scoperto che la linea di Washington era una trappola economica ed anche momentanea, e ora stanno cercano certamente una via di fuga alla chetichella.
L’informazione europea e ucraina? Pagata dagli USA attraverso la USAID
1. Zelensky Bombardava il Donbass? Lo sapevamo da anni: gli attacchi ucraini su civili filorussi, oscurati dai media, ora diventano la prova della doppia faccia di Kiev;
Nel frattempo, la Germania è a un passo dalla resa. L’economia in recessione e l’opinione pubblica contro Scholz spingono Berlino a dimenticare i sermoni morali e pensare al gas. Nelle odierne elezioni politiche tedesche, secondo i primi exit-poll i popolari della Cdu/Csu di Friedrich Merz vincono le elezioni in Germania con il 29%. E’ però netta l’affermazione dell’ultradestra dell’Afd di Alice Weidel intorno al 20%, un exploit mai raggiunto nella storia della Repubblica federale. Questo scenario costringerà la CDU ad un governo di coalizione con l’Spd – che ha perso molti consensi per via della fallimentare politica di Sholz – e almeno uno degli altri partiti minoritari. Macron, che pure ha giocato il ruolo del falco, sa che il suo elettorato è stanco e ciò è stato ampliamente dimostrato dalle ultime elezioni europee e poi politiche: tra i gilet gialli e i missili a Kiev, sceglierà sempre i primi.
Cosa Resta? L’Europa è a un bivio: continuare a fare la “colonia americana” o riscoprirsi protagonista. Ma per farlo, dovrebbe ammettere due verità scomode: 
Perché i paesi BRICS stanno creando una valuta comune? Dopo la prima e la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano all’apice del loro potere politico, godendo di un dominio globale nelle relazioni internazionali e così riuscendo a rendere il dollaro quale valuta dominante per il principale commercio mondiale: niente dollari, niente petrolio. Questa dipendenza dal dollaro ha esposto sia i BRICS che il mondo intero ai rischi legati alle fluttuazioni del dollaro, nonché alle sanzioni degli Stati Uniti, come quelle che vengono adottate in periodi di conflitto, che possono limitare le risorse finanziarie di un paese. La Russia, meritatamente, è stata colpita da tali sanzioni sin dallo scoppio della guerra con l’Ucraina.
A questo punto, è lecito chiedersi se stiamo andando verso una “dedollarizzazione“, e soprattutto se “la festa è finita” per il dollaro. Tutto farebbe pensare di sì, perché il concetto di dedollarizzazione, ovvero l’indebolimento incrementale e strategico del potere economico globale del dollaro, si è intensificato negli ultimi anni. Sebbene il progetto di moneta comune dei BRICS debba ancora concretizzarsi ufficialmente, questo gruppo di paesi ha da tempo svolto un ruolo centrale nella strategia di dedollarizzazione. Le nazioni dei BRICS rappresentavano oltre il 26% del PIL mondiale nel 2023; e adesso intendono diversificare le proprie riserve valutarie e promuovere l’uso delle proprie valute nazionali. La Cina, in particolare, ha promosso l’uso dello yuan nelle transazioni internazionali e negli accordi di swap valutario. Anche la Russia ha intensificato gli sforzi per ridurre la propria dipendenza dal dollaro, favorendo il commercio in rubli e yuan. Il risultato di questa graduale dedollarizzazione è già evidente: alla fine del 2023 l’USD rappresentava circa il 58% delle riserve valutarie globali, rispetto a oltre il 70% negli anni ’90.
Quale potrebbe essere l’impatto economico di questa nuova valuta dei BRICS? È troppo presto per dirlo, poiché l’impatto dipenderà dal successo dell’integrazione della nuova moneta comune nell’economia globale. In generale, due scenari sembrano possibili:
Relativamente all’oro, negli ultimi due anni sono circolate teorie sulla possibilità che la nuova moneta comune dei BRICS possa essere supportata da un paniere di materie prime, tra cui l’oro. Questa strategia consentirebbe alla nuova moneta di svolgere il suo ruolo di riserva di valore, simile a come funziona ora il dollaro. In questo scenario, i paesi BRICS avrebbero tutti gli incentivi per continuare ad aumentare le loro riserve auree per sostenere il valore della loro nuova moneta, aumentando ulteriormente il prezzo del metallo giallo. Inoltre, vale la pena notare che i paesi BRICS sono già tra i maggiori acquirenti di oro: nel 2023, la Cina ha aggiunto 102 tonnellate metriche (MT) di oro alle sue riserve, mentre la Russia ne ha aggiunte 31,1 MT.









