Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro”.
di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Banking People
Quanta più pressione esercitano gli Stati Uniti sulla Russia e la Cina, tanto più preziosa diventa la loro relazione nel mitigare la pressione occidentale e dimostrare al mondo che non sono isolati”, afferma Andrea Kendall-Taylor, esperta di sicurezza internazionale. Donald Trump trasforma questa analisi in un attacco frontale alla politica di Biden in Ucraina. “Più a lungo dura questa guerra, più la Russia si butta nelle braccia della Cina. Siamo noi i perdenti”, ha detto in modo esplicito in diversi comizi prima di diventare presidente, condensando la sua visione in una frase che oggi pesa quanto un macigno.
Il presidente accusa Mosca e Pechino di aver trasformato il conflitto in un affare: la Russia dà il gas, la Cina dà la tecnologia. “È un mercato ancora piccolo ma fatto con i soldi degli Stati Uniti”. Secondo Trump, l’Occidente sta finanziando involontariamente l’ascesa di un blocco alternativo. “L’Ucraina è solo il pretesto: il vero gioco è sostituire il dollaro“, ha aggiunto, riferendosi agli sforzi dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica più i nuovi aggiunti) di aggirare la valuta americana. Sulla dedollarizzazione Trump non ci sta: “Se i BRICS provano a seppellire il dollaro, io seppellisco loro con dazi del 100%. È semplice”. La sua ossessione? Quel club — Brasile, India e gli altri che fanno i furbi — che spinge per pagare in yuan o in “monete da cartapesta”. Il dollaro è sotto attacco, e noi stiamo a finanziare una guerra che ci indebolisce”, aveva accusato già nel 2023, in campagna elettorale, puntando il dito contro Biden.
In sintesi, l’approccio strategico di Trump è lo stesso di quello usato da Kissinger e Nixon agli inizi degli anni 70 (con la famosa visita in Cina di Nixon nel ’72), quando decisero di puntare sulla crescita della Cina per dividere il fronte comunista tra Russia e Cina. Ora Trump sta provando a usare lo stesso metodo ma per ottenere l’effetto contrario: puntare a lusingare la Russia (“spegnendo” rapidamente il conflitto armato in Ucraina) per sottrarla ad una partnership senza limiti (economici, politici e militari) con la Cina.
Sul fronte militare, Trump sostiene che ci siano patti che nessuno ha il coraggio di ammettere. Soldati cinesi in Donbass? Armi russe testate da Pechino? È tutto collegato. E paventa un avvertimento apocalittico: “Se non fermiamo questa farsa, tra dieci anni compreremo il gas in yuan. E Wall Street diventerà un parcheggio”. La sua soluzione? “Fatevi sotto: stop alla NATO in Ucraina, un accordo con Putin, e la Russia tornerà a litigare con la Cina“. Ma ammette: “all’Europa non piacerà, ma meglio un alleato arrabbiato che un dollaro morto“. Quindi la soluzione choc: “Fermate la NATO, date a Putin una via d’uscita”. E sui BRICS chiude con una battuta: “Quella sigla è come una band di cover: suonano vecchi successi, ma senza spina”. Il messaggio è chiaro: per Trump, ogni giorno di guerra è un regalo alla Cina. “E noi siamo i gonzi che pagano il conto”.
Perché Trump insiste? Per il presidente, ogni giorno di guerra è un passo verso un mondo multipolare dominato da Pechino. La sua ricetta – sanzioni, dazi, minacce e accordi improvvisati – mira a un obiettivo: “Tenere l’America in cima, a qualunque costo”. Con o senza alleati. Intanto l’Europa, in preda al panico, non può che trovare motivazioni plausibili per un disimpegno in Ucraina. Infatti, mentre Trump tuona contro l’alleanza Russia-Cina, in Europa il muro di sostegno a Kiev si incrina. Due summit a Parigi, voluti da Macron sono finiti in altrettanti buchi nell’acqua. Giorgia Meloni c’era, ma a denti stretti: in Italia ormai, sostenere l’Ucraina è diventato come difendere le tasse: più lo fai, più ti odiano. Il problema? I governi hanno scoperto che la linea di Washington era una trappola economica ed anche momentanea, e ora stanno cercano certamente una via di fuga alla chetichella.
L’informazione europea e ucraina? Pagata dagli USA attraverso la USAID
Documenti recentemente trapelati rivelano quello che in molti sospettavano: think tank e media europei che spingevano per il sostegno a Kiev erano finanziati da fondi USA. Un gioco sporco per pilotare la narrativa e costringere i governi a seguire la linea di Biden che hanno trasformato l’Europa in un megafono americano ante-Trump. Risultato? I politici hanno cavalcato l’onda per non perdere consenso, ma ora che la marea si ritira, restano nudi. E così, alla affannosa ricerca della scusa perfetta per abbandonare Kiev, i politici europei hanno già iniziato a pensare a come rendere plausibile, senza perdere la faccia, il disimpegno, magari tirando fuori dal cassetto scheletri sepolti:
1. Zelensky Bombardava il Donbass? Lo sapevamo da anni: gli attacchi ucraini su civili filorussi, oscurati dai media, ora diventano la prova della doppia faccia di Kiev;
2. i bombardamenti a strutture civili da parte della Russia erano dovute al fatto che l’Ucraina nasconde armi al loro interno (come denunciato da Amnesty International nell’estate del 2022);
3. corruzione in Ucraina: i miliardi dell’Occidente? Finiti in Porsche e yacht e ville sontuose in toscana, Sardegna e California. I fondi per le armi hanno arricchito oligarchi, non difeso il fronte;
4. strategia fallita: due anni di guerra per zero risultati; l’offensiva ucraina è un buco nell’acqua, e i cittadini europei iniziano a chiedere: ma chi ce l’ha fatto fare?”.
Nel frattempo, la Germania è a un passo dalla resa. L’economia in recessione e l’opinione pubblica contro Scholz spingono Berlino a dimenticare i sermoni morali e pensare al gas. Nelle odierne elezioni politiche tedesche, secondo i primi exit-poll i popolari della Cdu/Csu di Friedrich Merz vincono le elezioni in Germania con il 29%. E’ però netta l’affermazione dell’ultradestra dell’Afd di Alice Weidel intorno al 20%, un exploit mai raggiunto nella storia della Repubblica federale. Questo scenario costringerà la CDU ad un governo di coalizione con l’Spd – che ha perso molti consensi per via della fallimentare politica di Sholz – e almeno uno degli altri partiti minoritari. Macron, che pure ha giocato il ruolo del falco, sa che il suo elettorato è stanco e ciò è stato ampliamente dimostrato dalle ultime elezioni europee e poi politiche: tra i gilet gialli e i missili a Kiev, sceglierà sempre i primi.
Cosa Resta? L’Europa è a un bivio: continuare a fare la “colonia americana” o riscoprirsi protagonista. Ma per farlo, dovrebbe ammettere due verità scomode:
– Abbiamo seguito Washington come cani da guardia;
– Ora tocca a noi pulire il pasticcio.
Ce ne sarebbe anche una terza: le materie prime ucraine se le spartiscono Usa e Russia.
Che allocchi.



Perché i paesi BRICS stanno creando una valuta comune? Dopo la prima e la seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti erano all’apice del loro potere politico, godendo di un dominio globale nelle relazioni internazionali e così riuscendo a rendere il dollaro quale valuta dominante per il principale commercio mondiale: niente dollari, niente petrolio. Questa dipendenza dal dollaro ha esposto sia i BRICS che il mondo intero ai rischi legati alle fluttuazioni del dollaro, nonché alle sanzioni degli Stati Uniti, come quelle che vengono adottate in periodi di conflitto, che possono limitare le risorse finanziarie di un paese. La Russia, meritatamente, è stata colpita da tali sanzioni sin dallo scoppio della guerra con l’Ucraina.
A questo punto, è lecito chiedersi se stiamo andando verso una “dedollarizzazione“, e soprattutto se “la festa è finita” per il dollaro. Tutto farebbe pensare di sì, perché il concetto di dedollarizzazione, ovvero l’indebolimento incrementale e strategico del potere economico globale del dollaro, si è intensificato negli ultimi anni. Sebbene il progetto di moneta comune dei BRICS debba ancora concretizzarsi ufficialmente, questo gruppo di paesi ha da tempo svolto un ruolo centrale nella strategia di dedollarizzazione. Le nazioni dei BRICS rappresentavano oltre il 26% del PIL mondiale nel 2023; e adesso intendono diversificare le proprie riserve valutarie e promuovere l’uso delle proprie valute nazionali. La Cina, in particolare, ha promosso l’uso dello yuan nelle transazioni internazionali e negli accordi di swap valutario. Anche la Russia ha intensificato gli sforzi per ridurre la propria dipendenza dal dollaro, favorendo il commercio in rubli e yuan. Il risultato di questa graduale dedollarizzazione è già evidente: alla fine del 2023 l’USD rappresentava circa il 58% delle riserve valutarie globali, rispetto a oltre il 70% negli anni ’90.
Quale potrebbe essere l’impatto economico di questa nuova valuta dei BRICS? È troppo presto per dirlo, poiché l’impatto dipenderà dal successo dell’integrazione della nuova moneta comune nell’economia globale. In generale, due scenari sembrano possibili:
Relativamente all’oro, negli ultimi due anni sono circolate teorie sulla possibilità che la nuova moneta comune dei BRICS possa essere supportata da un paniere di materie prime, tra cui l’oro. Questa strategia consentirebbe alla nuova moneta di svolgere il suo ruolo di riserva di valore, simile a come funziona ora il dollaro. In questo scenario, i paesi BRICS avrebbero tutti gli incentivi per continuare ad aumentare le loro riserve auree per sostenere il valore della loro nuova moneta, aumentando ulteriormente il prezzo del metallo giallo. Inoltre, vale la pena notare che i paesi BRICS sono già tra i maggiori acquirenti di oro: nel 2023, la Cina ha aggiunto 102 tonnellate metriche (MT) di oro alle sue riserve, mentre la Russia ne ha aggiunte 31,1 MT.








