Maggio 25, 2026
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La ricchezza “mattone-centrica” degli italiani e l’asimmetria distributiva del sistema bancario

Il nostro Paese è nel suo complesso amante del “mattone” e la diversificazione finanziaria è concentrata nelle fasce più alte di clientela. Professionisti del risparmio sempre più proiettati verso la consulenza patrimoniale.

di Manlio Marucci, presidente Federpromm

Il mondo che conosciamo, sia pur attraverso periodi funestati da grandi disuguaglianze come quello in cui viviamo adesso, ha prodotto nel tempo ricchezza e benessere nel suo bilancio complessivo, ma in modo profondamente disaggregato nella sua distribuzione tra le varie classi sociali; una ricchezza che oggi rappresenta in quanto a PIL oltre 110 trilioni di dollari, con una valorizzazione crescente di 10 volte il GDP e una dimensione a livello di cash disponibile globale pari ad oltre 120 trilioni di dollari. Si tratta di dati significativi, che offrono agli osservatori attenti un quadro dinamico della realtà sociale, economica e politica, capace di generare relazioni primarie per l’esercizio del potere e per le scelte che hanno effetti incisivi sul benessere degli individui, delle famiglie e delle imprese.  

In Italia, secondo le fonti ufficiali (Istat e Bankitalia), a fine 2024 la popolazione di riferimento è pari a 59 milioni di persone, distribuite su 26 milioni di famiglie. La ricchezza netta di queste famiglie è pari complessivamente a circa 11.700 miliardi di euro, ma il 5% di esse, da solo, detiene il 46% della ricchezza totale. Inoltre, il 45% di tale patrimonio totale è rappresentato da abitazioni, l’8% circa in immobili non residenziali (commerciali), il 14,7% in risparmio gestito, il 12,8% in depositi (bancari e/o postali), il 13,4% in titoli azionari e partecipazioni, il  3,5% in titoli obbligazionari, il 3,3% in altri strumenti finanziari il 3,3%  e il 2,8% in ricchezza non finanziaria.

Quello tracciato è uno scenario certamente rappresentativo, che mette in luce come il nostro Paese sia “mattone-centrico”, con circa il 70% delle famiglie proprietarie dell’immobile in cui vivono ed anche possessori di seconde case; mentre la diversificazione finanziaria, sicuramente cresciuta nelle scelte degli strumenti di investimento nonostante la notevole massa di liquidità disponibile ancora presente nei conti correnti (circa 6.770 mld di euro), è concentrata nelle fasce più alte della popolazione. Indicativo è anche l’ultimo dato di patrimonio in risparmio gestito, pubblicato da Assogestioni, che vede a fine 2025 gli OICR (più le gestioni patrimoniali) raggiungere i 2.636 miliardi di euro.

Ora, se mettiamo in correlazione tali dati con il fenomeno legato alla dimensione del sistema bancario e le trasformazioni subite in questi ultimi decenni, si può ipotizzare come tale ricchezza sia gestita dalle aziende del credito e dalle imprese di investimento in modo “asimmetrico“, e come le variabili dei meccanismi psicologici e comportamentali dei risparmiatori evidenzino diversificati livelli di rischio cui si oppone una certa discontinuità nella comunicazione con la clientela e nelle politiche distributive adottate dal sistema finanziario.

A tal proposito, in un recente articolo del prof. G. Santorsola dal titolo “L’identikit della nuova banca” (Financial Community Hub), viene ben evidenziato come il processo di digitalizzazione in atto abbia radicalmente cambiato la struttura fisica delle banche e ne abbia ridimensionato gli sportelli fisici distribuiti sul territorio italiano. Infatti, dal varo della legge bancaria del 1993 ad oggi, la presenza sul territorio dei gruppi bancari passa 37.000 filiali (1 sportello ogni 1.600 abitanti) a 19.000 sportelli circa (1 ogni 3.100 abitanti); tutto questo a seguito della digitalizzazione e della riorganizzazione del sistema bancario/postale e del rafforzamento della figura del consulente finanziario, degli agenti dei servizi finanziari e delle piattaforme sul web.

Manlio Marucci

La stessa configurazione dell’offerta del mondo bancario è radicalmente cambiata per via del rapido processo di digitalizzazione dei servizi. L’Open Banking, l’Open Finance e l’Intelligenza Artificiale stanno cambiando strutturalmente l’offerta dei prodotti e servizi finanziari, facendo emergere il ruolo primario della consulenza personalizzata a famiglie ed imprese, che richiede il necessario apporto della esperienza umana. Come per i consulenti finanziari, sempre più proiettati verso la consulenza patrimoniale per “salvarsi” dalla accesa competizione tra reti distributive, ormai carenti di politiche e strategie commerciali utili a trovare nuovi mercati e a catturare la notevole massa di liquidità disponibile.

Healthcare, il mercato mondiale dei servizi di consulenza sanitaria decolla grazie al digitale

Un recente rapporto spiega come la digitalizzazione contribuisca a spingere in modo significativo la crescita del mercato dei servizi di consulenza in ambito healthcare.

Vola il mercato globale dei servizi di consulenza in ambito sanitario: secondo il rapporto stilato dal The Business Research Center, il settore nel 2024 supererà i 28 miliardi di dollari di valore – dai 25 miliardi di valore del 2023 – per arrivare poi a sfiorare entro il 2028 i 50 miliardi di dollari, con un tasso di crescita annuale aggregato del 13,9%. Tra le regioni è il Nord America l’area guida, a livello mondiale, del mercato dei servizi di consulenza sanitaria mentre le stime vedono nell’Asia-Pacifico la regione più promettente in termini di crescita nel periodo di previsione oggetto dell’indagine di mercato (2024-2033).

La forza trainante dietro questa ondata di crescita è rappresentata, in primis, dall’impatto della digitalizzazione sui servizi di consulenza sanitaria. L’impiego e l’utilizzo del digitale e delle sue applicazioni, infatti, è in grado di trasformare i modelli di business, contribuendo a generare valore e favorendo la scoperta di preziose informazioni sulla gestione e il monitoraggio delle patologie. Ciò ha applicazioni dirette anche sulla rapida espansione del mercato globale dei programmi di supporto al paziente (PSP) che, secondo quanto riportato da un’analisi svolta da Insight Ace Analytic, raggiungerà i 64,36 miliardi di dollari di valore entro il 2031 con un tasso annuo di crescita del +16,62%. I PSP sono molto richiesti all’interno dell’industria farmaceutica in quanto l’assistenza sanitaria è sempre più incentrata sul paziente che ora non vuole più solo farmaci ma anche ricevere informazioni, supporto, risorse e strumenti per poter gestire efficacemente i problemi di salute. Questi strumenti sono molto utilizzati nel trattamento di malattie croniche come il diabete, il cancro e i disturbi autoimmuni, in quanto possono migliorare l’aderenza terapeutica dei pazienti, i risultati complessivi in termini di salute e l’esperienza sanitaria, diventando così sempre più una parte importante della moderna assistenza sanitaria.

Un trend, quello dell’espansione del mercato dei programmi di supporto al paziente, che sta guidando il mercato dei servizi di consulenza sanitaria anche in Italia, come confermato anche dal parere degli esperti. “La centralità del paziente è uno degli obiettivi principali che dovrebbe perseguire il nostro Servizio Sanitario Nazionale, perché ciascun soggetto è portatore di una propria complessità e necessita di risposte specifiche lungo il percorso di cura e assistenza sanitaria – spiega Davide Lucano (nella foto), amministratore delegato di OPT Spa (optsalute.it), società di consulenza e formazione che, dal 1994, opera all’interno del sistema sanità italiano per promuovere lo sviluppo di progetti ad alto valore aggiunto. Uno dei primi passi in questo senso è quello di garantire una presa in carico multidisciplinare che abbatta gli steccati tra le varie discipline, attuando un cambiamento organizzativo nei modelli di cura. È necessaria poi anche una rivoluzione culturale, con medici, infermieri e operatori sanitari che devono ribaltare il loro punto di vista, imparando a utilizzare le tecnologie digitali a sostegno della cura clinica. Solo così avremo persone in grado di sfruttare al massimo le potenzialità offerte dalle apparecchiature digitali in ambito sanitario e che siano davvero orientati al soddisfacimento della patient experience”.

In Europa è la Germania il principale mercato europeo dei servizi di consulenza sanitaria, che arriverà a toccare i 4 miliardi di dollari di valore entro il 2030 con un tasso di crescita annuale del 10,6%, di poco inferiore a quello fatto registrare da Regno Unito (10,9%) e Francia (12,7%) nel medesimo periodo. In Italia, invece, il settore della consulenza in ambito sanitario non ha ancora espresso le sue piene potenzialità e ha degli importanti margini di miglioramento. Anche in Italia, infatti, si prevede che nei prossimi anni la frequenza dei tumori e delle malattie croniche aumenterà, e si registra un costante aumento della popolazione anziana. Per questi motivi è probabile un aumento della digitalizzazione nelle soluzioni di information technology sanitarie e un aumento della spesa pubblica e del settore privato in questo tipo di infrastrutture, al fine di favorire nei grandi ospedali le reti sanitarie integrate e migliorare il coordinamento dell’assistenza al paziente.

L’espansione del mercato dei servizi di consulenza sanitaria, per via delle notevoli implicazioni a livello informatico, aumenta le preoccupazioni sulla privacy dei dati dei pazienti. Sincronizzare l’infrastruttura IT dei grandi ospedali, infatti, è un compito molto difficile per gli specialisti, e ciò rappresenta un ostacolo significativo all’espansione del mercato, dal momento che tutti i vecchi sistemi devono essere modificati quando vengono utilizzati con sistemi incompatibili. Inoltre, la carenza di professionisti IT qualificati nel settore sanitario potrebbe rappresentare un ulteriore barriera allo sviluppo dei servizi di consulenza sanitaria, soprattutto nei paesi a basso reddito e in via di sviluppo, che non hanno accesso all’assistenza sanitaria di base. I questi paesi, tuttavia, l’impennata dei progressi tecnologici nel campo degli smartphone e della connettività Internet accelereranno la crescita del mercato nei prossimi anni e creeranno un’attività redditizia.

 

Giappone vs Cina: in posizioni contrarie, ma non troppo

Il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge tutte le economie mondiali. Guardinga la BoJ, pronta ad ulteriori tagli la PBoC.

Da circa un anno, e cioè da quando il governo cinese è entrato più volte “a gamba tesa” su alcune aziende del mercato azionario – attraverso restrizioni regolamentari imposte ad alcuni listini specifici – l’attenzione degli analisti specializzati sui mercati asiatici si è spostata sul Giappone e sui suoi fondamentali ritenuti più promettenti. Di conseguenza, diverse società di gestione hanno alleggerito l’esposizione sull’azionario cinese e appesantito quella in azioni giapponesi. Pertanto, il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge quasi tutte le economie mondiali.

Durante la scorsa settimana, i rendimenti del mercato azionario giapponese sono stati negativi, con l’indice Nikkei 225 in calo del 2,14% e il più ampio indice TOPIX in calo del 2,62%. A causa delle nuove infezioni da coronavirus record a livello nazionale, il governo ha posto Tokyo e altre 12 prefetture in uno stato di quasi emergenza, che ha pesato sul sentiment generale di mercato. In questo contesto, il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è sceso allo 0,13%, dallo 0,15% alla fine della settimana precedente, mentre lo yen si è rafforzato a circa 113,96 JPY contro il dollaro USA, dai 114,22 JPY della settimana precedente.

La banca centrale del Giappone (BoJ) mantiene un atteggiamento da colomba, spostando il punto di vista sul rischio di inflazione e conservando la sua posizione accomodante nella riunione di politica monetaria di gennaio. Di conseguenza, La Bank of Japan ha tenuto invariati i tassi di interesse a breve e a lungo termine ed ha affermato che proseguirà con l’allentamento monetario quantitativo e qualitativo per il controllo della curva dei rendimenti, con l’obiettivo di raggiungere la sostanziale stabilità dei prezzi al 2% di inflazione, e che non esiterà adottare ulteriori misure di allentamento, se necessario.

La BoJ ha aggiornato le sue previsioni di crescita economica per l’anno fiscale 2022, prevedendo un’espansione del prodotto interno lordo (PIL) anno su anno in termini reali del 3,8% (rispetto all’espansione del 2,9% prevista nell’ottobre 2021), grazie principalmente al contraccolpo delle misure economiche del governo e ad una ripresa della produzione per adeguarsi alla domanda. La BoJ ha anche aggiornato le sue previsioni per l’indice dei prezzi al consumo (CPI) nell’esercizio 2022 all’1,1% (dallo 0,9% previsto per ottobre), riflettendo un aumento dei prezzi delle materie prime e il trasferimento di tale aumento sui prezzi al consumo.

I dati economici separati hanno evidenziato che le esportazioni sono aumentate del 17,5% su base annua a dicembre, spinte dall’allentamento dei colli di bottiglia dell’offerta verso la fine del 2021. Le importazioni sono aumentate del 41,1% su base annua nello stesso periodo, grazie all’aumento dei costi delle materie prime e a uno yen più debole. Il primo ministro Fumio Kishida (nella foto) ha sottolineato che la ripresa economica del Giappone sarà guidata dalla digitalizzazione e dagli investimenti in tecnologia verde e capitale umano. La chiave per la digitalizzazione è l’investimento nelle infrastrutture, e l’uso della fibra ottica è molto più veloce e ha vantaggi in termini di riduzione dell’elettricità.

I mercati cinesi, in posizione ostinatamente contraria al resto del mondo occidentale – la Cina ed il suo modello economico ormai fanno storia a sé – hanno registrato un guadagno settimanale, poiché il governo ha intensificato le misure di allentamento monetario e ha segnalato un ulteriore supporto per il settore immobiliare assediato dai fallimenti. L’indice Shanghai Composite è salito dello 0,1% e l’indice CSI 300 ha guadagnato l’1,1%. Lunedì scorso, la People’s Bank of China (PBOC) ha inaspettatamente ridotto di 10 punti base il tasso di interesse sui prestiti a medio termine (MLF) a un anno ad alcune istituzioni finanziarie, portandolo al 2,85%, la prima riduzione della banca centrale dall’aprile 2020. In risposta, le banche cinesi hanno tagliato i tassi di prestito privilegiati per i prestiti a uno e cinque anni. A seguito di questo taglio dei tassi, il vice governatore della PBOC Liu Guoqiang ha affermato che la Cina lancerà ulteriori misure politiche per stabilizzare l’economia e prevenire le pressioni al ribasso. I suoi commenti hanno innescato un rally dei titoli di stato cinesi, portando il rendimento del titolo sovrano a 10 anni al 2,736% dal 2,809% della scorsa settimana.

Nel frattempo, la pressione normativa sul settore tecnologico cinese è continuata fino al punto che la società ByteDance, proprietaria del celebre social TikTok, ha comunicato che stava sciogliendo il suo team di investimento strategico a livello di gruppo. L’agenzia di pianificazione statale cinese, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, ha pubblicato un documento politico contenente opinioni contro i monopoli, contro la concorrenza sleale e i problemi relativi ai dati degli utenti nelle società di piattaforme online.

Secondo i dati più recenti, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 4%, un risultato migliore del previsto nel quarto trimestre del 2021, rallentando però rispetto al ritmo di espansione del 4,9% del terzo trimestre. I dati suggeriscono un peggioramento delle pressioni al ribasso, soprattutto nei consumi e nell’andamento degli immobili, anche se gli investimenti in infrastrutture hanno mostrato un certo miglioramento. Lo yuan ha chiuso la settimana stabile a 6,34 per dollaro USA, dopo essere salita al livello più alto da maggio 2018 all’inizio della settimana. Alcuni analisti hanno attribuito la recente forza della valuta cinese agli afflussi degli investitori obbligazionari, che si stanno posizionando in vista di ulteriori tagli dei tassi.

Impatto della digitalizzazione sul commercio globale. Focus nel terzo webcast di Atradius

Molte imprese hanno aumentato il ricorso alle tecnologie digitali in risposta alla pandemia. Un team di esperti si confronterà  su Intelligenza Artificiale e Big Data come driver di crescita strategici nella creazione di nuovi modelli di business che influenzano il commercio mondiale.

Recenti risultati di studi condotti dall’OCSE e dal World Economic Forum hanno dimostrato come il processo di digitalizzazione abbia subito un’accelerazione a livello globale durante la pandemia. Nel terzo evento del ciclo di quattro appuntamenti “Dalla crisi alle opportunità: qual è il futuro del commercio?”, Atradius, leader nel settore dell’assicurazione del credito commerciale nel mondo, analizzerà insieme ad un panel di esperti le principali tendenze verso la digitalizzazione, e soprattutto come l’accelerazione di questo fenomeno avrà impatto sul commercio globale

David Rowan

I temi al centro del dibattito dal titolo “L’impatto della digitalizzazione sul commercio”, che si svolgerà in streaming mercoledì 5 maggio alle 9.00, convergeranno sulla trasformazione digitale e i cambiamenti introdotti nel modo di fare business, se e in che modo miglioreranno le relazioni commerciali aumentando la fiducia verso i clienti, e come il digitale rivoluzionerà l’approccio tradizionale alla gestione del credito.

Il terzo webcast di Atradius si propone di rispondere a due domande fondamentali. La prima è se possiamo dire che il commercio mondiale si trova a tutti gli effetti in una “bolla digitale, la seconda è come le aziende possono cogliere al meglio le opportunità derivanti dallo sviluppo tecnologico. Cercheranno di rispondere David Rowan, editore dell’edizione britannica di WIRED e investitore di start-up tecnologiche, che sarà presente nel panel dei relatori. Nel suo ultimo libro, “Non-Bullshit Innovations: Radical Ideas from the World’s Smartest Minds”, Rowan ha esplorato il tema dell’innovazione, intervistando numerose delle più note start-up.

Jean Marc Noel

Interverrà anche Jean-Marc Noël, Fondatore e Amministratore Delegato di Trusted Shops, uno dei principali fornitori europei di acquisti online in sicurezza attraverso elevati standard di qualità, che conta oltre 30.000 negozi online certificati.

Il terzo componente del panel è Frédéric Wittemans, Direttore Esecutivo del credito internazionale presso Ingram Micro, il più grande distributore mondiale di prodotti tecnologici specializzato nell’offerta di soluzioni B2B negli ecosistemi tecnologici aziendali. 

Dirk Hagener, Direttore Strategia e Sviluppo di Atradius, che sarà tra i relatori del webinar, commenta così l’iniziativa: “L’analisi affrontata nel corso del terzo evento virtuale Atradius può definirsi certamente tempestiva. Il crescente ricorso alla digitalizzazione, in risposta alla crisi del Covid-19, ha completamente trasformato le imprese, il modo in cui operano e commerciano. Il webinar, dedicato a questo fenomeno, offre l’opportunità di esplorare le sfaccettature di un contesto commerciale digitalmente avanzato e i possibili risvolti della sua evoluzione”.

Dirk Hagener

La durata del dibattito è prevista in 45 minuti, seguiti da 15 minuti di domande e risposte in collegamento diretto. L’evento è in lingua inglese. Per maggiori dettagli o registrarsi gratuitamente all’evento visita la pagina Atradius La registrazione degli interventi e un Libro bianco (White paper) saranno disponibili online al termine di ogni evento.

Per scaricare una copia dei White paper dei due precedenti eventi virtuali:

White paper Evento #1: Come il Covid-19 ha cambiato per sempre il commercio globale

White paper Evento #2: In che modo le relazioni commerciali e i dazi hanno impatto sul commercio mondiale .

Il Real Estate per la ripartenza. Cedolare secca per i negozi, gli uffici tra smart working e “smart building”

Doppia analisi prospettica del mercato immobiliare, costruita attraverso la visione di Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa, e quella di Luigi Donato, Capo del Dipartimento Immobili e appalti della Banca d’Italia.

E’ un momento delicato per la nostra economia, stretti come siamo tra un nuovo governo e la pandemia in corso, con la contestuale campagna vaccinale. Data la sua centralità, ci si chiede come il settore immobiliare – e tutto il suo indotto – possano contribuire alla crescita del nostro Paese.

“Alla luce del fatto che il lockdown ha fatto sentire i suoi effetti negativi soprattutto sul settore retail – afferma Fabiana Megliola, Responsabile Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa – la reintroduzione della cedolare secca sui negozi sarebbe decisamente auspicabile. Sarebbe importante stabilizzare il superbonus, il bonus per la riqualificazione energetica e la ristrutturazione degli immobili, manovre tese al miglioramento dell’efficienza energetica del nostro vetusto patrimonio immobiliare. Ma più di ogni altra cosa, il mercato immobiliare ha mostrato criticità in tutti quei frangenti storici in cui l’economia mancava di solidità, il comparto del lavoro era in sofferenza, la fiducia di consumatori ed imprese ai minimi e l’accesso ai mutui più difficoltoso. Intervenire su questi aspetti è il punto di partenza per rendere stabile il nostro settore, dare certezze a famiglie e investitori, nazionali e internazionali, che difficilmente nel real estate si muovono in condizioni di fragilità economica e mancanza di certezze. Il resto sarà una conseguenza”.

Analisi più laboriosa quella del Rapporto a firma Luigi Donato, Capo del Dipartimento Immobili e appalti della Banca d’Italia, secondo il quale i provvedimenti successivi al blocco dell’attività di costruzione nella prima fase della pandemia (primavera 2020) “hanno consentito la ripresa progressiva dei cantieri, sia pure con cautele e costi maggiori per la sicurezza e una diversa organizzazione del lavoro che si traduce, inevitabilmente, in una minore produttività”.

L’impatto più profondo dell’emergenza sanitaria si è registrato sul versante della domanda nelle sue diverse componenti: residenziale, per uffici, ospitalità, commerciale, logistica. “Siamo tuttora nel vivo di una fase fortemente condizionata dalla pandemia – aggiunge Donato nel suo Rapporto – ma la trasformazione della domanda a cui si assiste è diffusamente considerata come non transitoria ma strutturale. Punterei l’attenzione sugli effetti determinatisi sul binomio casa-ufficio”. Infatti, “come effetto dell’emergenza, le case tendono ad assomigliare di più ad uffici, dovendo ospitare postazioni di lavoro, e la conformazione degli uffici tende ad ispirarsi ai confort delle abitazioni”.

Un altro aspetto messo in luce da Luigi Donato è quello della rivincita delle campagne sulle città e delle periferie sui grandi centri direzionali. “Nel periodo del primo lockdown – prosegue Donato – le grandi città europee si sono svuotate, e vi è stata una fuga verso le seconde case e verso le residenze delle famiglie di origine. Questa tendenza sta lasciando un’impronta rilevante sulla domanda residenziale, sia per la struttura delle abitazioni sia per la loro collocazione nel tessuto urbano”.

I profondi cambiamenti dettati dall’emergenza sulle abitudini delle famiglie derivano direttamente dal periodo in cui le limitazioni dei movimenti hanno colpito duramente l’attività scolastica e il tempo libero. “la soluzione per le famiglie è ora quella di ricercare spazi domestici più vivibili; cresce, quindi, la domanda di case con giardini e terrazzi, tipologia che, poi, è più agevole e meno costoso trovare, magari nella stessa regione, ma in centri minori o in zone di campagna. Del resto, limitando in misura consistente i giorni in cui occorre recarsi di persona alla sede della propria azienda, si riduce anche l’onere di tragitti di maggiore durata nel percorso casa-lavoro”.

Il nodo centrale della relazione di Donato è quello dedicato al principale motore della trasformazione in atto, ossia lo smart working, nel duplice significato di home working e di smart office. “Il fenomeno dello smart working – afferma Donato – va configurato come evoluzione rapida, imposta dall’emergenza, del modello del lavoro, sia pubblico, sia privato. Lo snodo principale risiede nella disponibilità di adeguate connessioni e dotazioni informatiche: il digital divice può ostacolare l’home working”. Il punto è che “la sperimentazione in larga misura positiva dell’home working e i possibili risparmi che comunque ne conseguono a livello generale stanno richiedendo una rivisitazione, caso per caso, dell’attuale configurazione degli uffici. Non è tuttavia verosimile un rapido, diffuso abbandono degli spazi ora utilizzati. Con l’home working si perde infatti molto delle sinergie e degli scambi di esperienza che solo il contatto diretto può dare, specie nella formazione delle nuove leve. (Però) emerge una nuova filosofia e una nuova configurazione degli spazi per uffici. Infatti, il buon funzionamento e il rispetto dei nuovi standard nel controllo degli accessi, nelle pulizie, nei servizi di bar e di mensa, nella mobilità aziendale e in tutte le forme di supporto sanitario ai dipendenti costituiscono ora un presupposto di base per la stessa ordinata attività aziendale. Ne derivano nuove prospettive di sviluppo dell’industria di facility management, anche sotto il profilo dei livelli occupazionali”.

Il Rapporto di Donato approfondisce ancora di più la questione, delineando uno scenario molto chiaro sul cambiamento che il settore degli uffici vivrà nei prossimi anni. In particolare, un naturale portato dell’analisi precedente è il concetto di Smart Building. “Se le presenze in ufficio si verificano a rotazione – aggiunge Donato – che senso avranno uffici in larga misura vuoti, a fronte di una spesa ormai comunque sovradimensionata? Con la digitalizzazione dei processi e con la progressiva scomparsa dei documenti cartacei vengono meno tutte le connesse esigenze di materialità e fisicità di un ambiente di lavoro tradizionale, a partire dagli armadi e dagli archivi per riporre le pratiche”. Di conseguenza, si sentirà “l’esigenza di una più moderna e funzionale configurazione degli spazi, attenta ai servizi alle persone e agli ambienti condivisi, e il desiderio di cogliere l’occasione per puntare sull’innovazione e sulla tecnologia. Si apre, dunque, la prospettiva degli smart building, caratterizzati da un uso diffuso della tecnologia per la gestione degli edifici, che si accompagnerà opportunamente alla completa digitalizzazione del lavoro”.