Il calo dei prezzi dei bond e l’aumento dei rendimenti sono delle opportunità per generare reddito dai portafogli. Le obbligazioni ora hanno rendimenti superiori ai titoli azionari che pagano dividendi.
L’inflazione continua a correre, e aumenta il rischio di una recessione indotta dall’aumento aggressivo dei tassi da parte della Federal Reserve, che sembra aver fatto una vera e propria dichiarazione di guerra al rialzo dei prezzi al consumo. In gioco c’è il benessere dei consumatori americani, soprattutto di quelli a basso reddito, che spendono una quota maggiore delle loro entrate familiari in consumi energetici come la benzina e il riscaldamento.
Detto questo, il cibo e l’energia non sono i soli responsabili dell’inflazione. I prezzi, infatti, sono aumentati in molte categorie. Anche le misure alternative che tentano di fornire una lettura meno “rumorosa” dell’inflazione (escludendo le categorie volatili o concentrandosi sulla fascia mediana) stanno aumentando ai tassi più veloci mai registrati. La Fed di Dallas esclude ogni mese le variazioni di prezzo più estreme di beni di consumo e servizi, mentre la Fed di Cleveland esclude tutte le variazioni di prezzo tranne quella al centro della distribuzione delle variazioni di prezzo. L’accelerazione di queste misure suggerisce che domare l’inflazione nel settore alimentare ed energetico, da solo, non risolverà il problema.
I consumatori più ricchi, che spesso possono fare affidamento su una maggiore quantità di risparmi o su un mercato azionario più forte, oggi risentono del calo delle azioni, che ha impoverito la quota capitale e rischia di alleggerire anche i dividendi. La variazione annuale dell’indice S&P 500 (-13,01% ad un anno, -19,03% a 6 mesi), infatti, potrebbe non tradursi in perdite effettive per gli investitori che non hanno venduto i propri investimenti, ma danneggia la fiducia delle famiglie. Inoltre, con l’eccezione del settore energetico che ha performato benissimo grazie al picco dei prezzi del petrolio, tutti gli altri settori all’interno dell’S&P 500 hanno registrato un certo grado di debolezza dal massimo del 3 gennaio 2022; pertanto è difficile effettuare raccomandazioni di sovrappeso o sottopeso degli asset all’interno del portafoglio, in parte a causa della natura altamente volatile del mercato e della traiettoria incerta della crescita economica. E’ preferibile, invece, incoraggiare gli investitori ad adottare un approccio basato sui segmenti di mercato di alta qualità, caratterizzati da revisioni positive degli utili, bassa volatilità e alto dividendo.
Relativamente al reddito fisso, le banche centrali di tutto il mondo stanno intensificando i loro piani per aumentare i tassi di interesse. Il risultato è stato un rapido ripristino delle aspettative sul grado di inasprimento della politica monetaria necessario per portare l’inflazione al ribasso e una forte svendita del mercato obbligazionario e degli asset rischiosi. I dati di maggio hanno schiacciato le speranze che l’inflazione sarebbe scesa presto, poiché gran parte della pressione inflazionistica deriva da problemi dal lato dell’offerta, che le banche centrali non possono controllare. L’unica opzione disponibile, pertanto, è rallentare la crescita economica abbastanza da ridurre la domanda interna per soddisfare l’offerta attualmente più limitata, ma così facendo i mercati devono ancora scontare un forte aumento dei tassi (in USA previsti al 3,75%–4% entro la metà del 2023).
Inoltre, gli spread di credito, ovvero la differenza di rendimento tra bond governativi e bond societari con scadenza simile, sono aumentati, poiché gli investitori cominciano a preferire i bond governativi rispetto alle obbligazioni di emittenti societari esposte al ciclo economico. Inoltre, il dollaro è anche salito di oltre il 7% da inizio anno, e questi fattori (spread di credito e dollaro forte) segnalano che le condizioni finanziarie potrebbero essersi irrigidite a sufficienza da far pendere l’economia verso la recessione. Poiché può volerci del tempo per vedere l’effetto della politica monetaria sull’economia, l’impatto dell’inasprimento potrebbe non essere evidente fino alla fine di quest’anno; di conseguenza i mercati obbligazionari potrebbero subire una certa volatilità finchè non sarà chiaro se la Fed sarà riuscita ad evitare la recessione.
Da un altro punto di vista, sebbene sia stato un anno brutale per gli investitori nel reddito fisso, il calo dei prezzi e l’aumento dei rendimenti presenta potenziali opportunità per coloro che cercano di generare reddito dai propri portafogli. Le obbligazioni ora hanno rendimenti significativamente superiori a quelli di molti titoli azionari a larga capitalizzazione che pagano dividendi, e questo costituisce motivo di interesse.

Pertanto, gli investitori che hanno in portafoglio un peso nel reddito fisso inferiore a quello ponderato, oppure hanno un livello elevato di obbligazioni a breve termine, potrebbe essere arrivato il momento di aumentare gradualmente la duration in bond governativi e/o bond corporate investment grade, mentre occorre prudenza nei confronti delle obbligazioni ad alto rendimento e quelle dei mercati emergenti.



In linea di principio, infatti, la qualità del credito nei paesi occidentali e nelle economie più forti è affidabile, e i default sono rari. Infatti, quasi tutti gli emittenti di obbligazioni pagano gli interessi in tempo, e detenere una parte del portafoglio in obbligazioni è un modo largamente utilizzato per ridurre il livello del rischio complessivo. Pertanto, anche per il mondo delle obbligazioni esistono delle strategie che possono mitigare il rischio anche se l’attuale ciclo dei tassi di interesse probabilmente farà scendere ancora i prezzi.
uno sconto (sotto la pari, in gergo, e cioè per un valore inferiore al valore nominale), otterrà un guadagno alla scadenza, e chi ha pagato uno scarto in più (sopra la pari, in gergo), riceverà un rendimento inferiore, ma in ogni caso la fluttuazione giornaliera del prezzo non influisce sul pagamento alla scadenza, poiché gli interessi continueranno ad essere percepiti fino alla scadenza del titolo. Cosa diversa è possedere un fondo obbligazionario, poiché la percezione dell’investimento cambia del tutto: non esistono cedole, non c’è una scadenza, e se si è sottoscritto un fondo a distribuzione dei proventi non si può parlare di cedole, bensì di una ripartizione periodica del montante.
Nei bond, quindi, l’interesse continua a scorrere e, man mano che le obbligazioni maturano, verranno rimborsate al valore nominale e sostituite con obbligazioni più remunerative, in termini di cedole, se nel frattempo i tassi sono aumentati. In teoria, infatti, con l’inflazione ai massimi da 40 anni potrebbe volerci molto tempo prima che la direzione al rialzo dei tassi di interesse (e il conseguente calo dei valori di mercato delle obbligazioni) si inverta, e le nuove emissioni potrebbero essere collocate con cedole più elevate. Nel frattempo, chi ha liquidità da investire oggi può avvicinarsi agli investimenti in fondi obbligazionari (o in obbligazioni individuali) con maggiore fiducia, poiché le quotazioni sono già diventate più interessanti in un’ottica di medio o lungo periodo.
In termini di portafoglio, un modello tradizionale di ripartizione è quello chiamato 60/40, con il 40% investito nel mercato obbligazionario ed il rimanente 60% in quello azionario. Questo modello elementare di asset allocation sembrava ormai antiquata durante il lungo periodo di calo dei tassi di interesse, quando le azioni hanno prodotto alcune delle migliori performance degli ultimi decenni. Oggi pare stia rientrando nelle grazie degli asset allocator più “moderni”, dopo un lungo periodo in cui lo stimolo delle banche centrali, i bassi tassi di interesse e i rendimenti molto bassi (o addirittura negativi) per le obbligazioni a lungo termine hanno spinto il denaro verso le azioni. Infatti, il rendimento medio annuo dell’indice S&P 500, per esempio, negli ultimi cinque anni è stato pari al 15,8% calcolando il reinvestimento dei dividendi, ma lo stesso indice scende al 7,3% di rendimento se lo calcoliamo a 10 anni.
Nel complesso, il recente calo dei bond rende questo il momento ideale per considerare l’aggiunta di una maggiore esposizione al mercato obbligazionario, facendo attenzione al concetto di duration. La duration media di un portafoglio obbligazionario è una misura della sua sensibilità al movimento dei tassi di interesse, tiene conto di premi o sconti al momento dell’acquisto di obbligazioni ed è espressa in un numero di anni. Maggiore è la duration, più volatile sarà il fondo obbligazionario e più tempo impiegherà un ciclo di prezzi al ribasso per invertire, poiché le obbligazioni maturano al valore nominale e vengono sostituite da obbligazioni a rendimento più elevato.
In che modo la duration influisce sulla volatilità? Una ricerca in materia di investimenti obbligazionari mostra che una buona regola pratica è posizionare il portafoglio obbligazionario – al pari di quello azionario – sempre nel lungo periodo, in modo tale che se il prezzo dei bond scende in un contesto di tassi in aumento la sostituzione delle obbligazioni in scadenza con obbligazioni dal tasso più elevato compenserà il calo. In pratica, ciò significherebbe poter rimanere investiti in obbligazioni per 10 anni e oltre, e ciò permetterebbe di diversificare con maggiore responsabilità nei fondi obbligazionari invece che nelle singole obbligazioni.







