Giugno 6, 2026
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Ethenea, Volker Schmidt: Gran Bretagna verso il punto di non ritorno?

Gli errori di Johnson nel fronteggiare la pandemia più dannosi della Brexit. La Bank of England potrebbe essere costretta a tagliare i tassi fino a -0,5% in caso di hard Brexit.

“Nel secondo trimestre dell’anno, la produzione economica della Gran Bretagna è caduta del 20,4% rispetto al trimestre precedente, ben al di sotto della media dell’Eurozona, dove il calo si è fermato al 12,1%. Una differenza che, a nostro parere, è chiaramente dovuta a una gestione sbagliata nel contenimento del Coronavirus e non al risultato dei negoziati sulla Brexit, che pure appaiono in stallo”, spiega Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager Ethenea.

Prima della crisi pandemica, il Regno Unito appariva stabile quanto la Germania: economia in buona forma, dati solidi, crescita sostenuta, basso livello di nuovo debito. Tuttavia la pandemia o, meglio, la risposta inadeguata adottata dal governo ha cambiato drasticamente la situazione. L’amministrazione britannica ha impiegato troppo tempo a prendere misure efficaci e la riapertura dell’economia è stata troppo lenta. E mentre molti paesi della zona euro hanno riacquistato un certo slancio economico, la Gran Bretagna si trova in ritardo e, a causa del massiccio aumento di nuove infezioni, rischia di dover nuovamente tenere a freno l’economia prima di ripartire davvero.

La Bank of England costretta ai tassi negativi? Inoltre, in due occasioni nel mese di marzo 2020, la Banca Centrale d’Inghilterra ha ridotto il tasso base dallo 0,75% allo 0,1%. Benché comprensibili, queste misure hanno però eroso le risorse della Banca centrale in vista di possibili interventi sui tassi di interesse per frenare gli effetti negativi della Brexit. Sulla scia di questi tagli dei tassi e delle incertezze sulla Brexit, il Regno Unito ha emesso per la prima volta obbligazioni a rendimento negativo a 6 mesi: “Noi, insieme a molti altri osservatori di mercato, prevediamo che il tasso di base possa scendere ulteriormente in territorio negativo”, aggiunge Schmidt, “e potrebbe anche arrivare rapidamente a -0,5% in caso di hard Brexit”.

Oltre a questo, l’aumento del tasso di disoccupazione, in particolare nei settori della vendita al dettaglio e dell’intrattenimento, e vincoli più severi per l’erogazione dei mutui immobiliari, sono segnali chiari del fatto che l’economia del Regno Unito sta già vivendo una situazione problematica. La crisi da Coronavirus ha ridotto in modo significativo sia il margine di manovra della banca centrale sia la capacità di agire del governo. Se da un lato governo e banca centrale sono già in allarme e le possibili misure di sostegno dovrebbe incontrare poca resistenza, dall’altro lato è lecito chiedersi se queste misure non avranno un effetto troppo limitato nel contesto di una pandemia continuativa. Del resto, quella del Regno Unito è stata una delle economie sviluppate colpite più duramente dalla pandemia, con una caduta del PIL di quasi il 22% nella prima metà del 2020, molto più pronunciata rispetto ad altri Paesi per via del fatto che il lockdown è partito più tardi, ma è durato più a lungo che nel resto d’Europa a causa di un rallentamento meno rapido dei casi.

Volker Schmidt

La pandemia sarà il capro espiatorio dell’amministrazione Johnson? “Il lockdown e il conseguente collasso economico nell’Ue e nel Regno Unito probabilmente non cambieranno le prospettive per i negoziati sulla Brexit. Si può certamente sostenere che la difficile situazione economica dovrebbe spingere i negoziatori a raggiungere un accordo amichevole, tuttavia questa situazione offre ai responsabili politici del Regno Unito l’opportunità di attribuire il fallimento dei negoziati sulla Brexit alla crisi del Coronavirus. Chi potrebbe provare il contrario?”, fa notare Schmidt.

La Gran Bretagna partiva da una posizione migliore della media per far fronte alla pandemia, ma il vantaggio è stato sprecato con noncuranza. Se poi dovesse aggiungersi una Brexit dura (o più dura), ne risulterebbe una combinazione esplosiva, con conseguenze economiche e politiche difficili da prevedere. Ciò che è chiaro è che la Gran Bretagna perderà terreno, in particolare rispetto all’Ue. Fin dall’inizio, molti hanno giudicato un errore storico la decisione di uscire dall’Unione Europea. Oggi, la pandemia, le politiche fallimentari dell’amministrazione Johnson e la Brexit potrebbero rappresentare una battuta d’arresto irreversibile per la Gran Bretagna.

Offerta di Rame in contrazione. Zeygos: domanda globale e prezzi previsti in crescita

Secondo il report di Zeygos, il rame ha pagato lo scotto della difficile condizione degli ultimi mesi. Tuttavia, in Cina la situazione ha repentinamente mostrato un cauto ottimismo a seguito della ripresa delle attività, con la conseguente richiesta di oro rosso da parte di specifici settori industriali e dell’edilizia cinese.

Il ritrovamento di un pendente risalente a circa diecimila anni fa in Iraq, presso una grotta dei monti Zagros, rende l’idea dell’importanza storica dell’oro rosso, sino ad arrivare ai giorni nostri. In epoca contemporanea il rame è utilizzato non solo dal punto di vista industriale per le sue eccellenti proprietà come la conducibilità elettrica, conduttività termica, attitudine alla giunzione, ottima resistenza alla corrosione, ma è al centro dell’attenzione anche nel campo dell’arte contemporanea; celebri i lavori commissionati ai fratelli Arnaldo e Giò Pomodoro.

Il Rame è citato più volte in letteratura; famoso è il libro scritto da Primo Levi dal titolo “La chiave a stella” (Premio Strega 1978), romanzo attraverso il quale l’autore racconta le qualità e le caratteristiche del Rame.

Al netto delle divagazioni, la performance del rame avvenuta negli ultimi mesi è evidente a partire da aprile. Il Copper Future, quotato al Comex del New York Mercantile Exchange, dopo aver toccato il supporto storico del 2016 in area 1,980 dollari per libbra, ha iniziato una risalita costante, determinando un aumento dei volumi che hanno calamitato il prezzo fino ai 3 dollari. Analogo andamento al London Metal Exchange. Proprio questo livello, pertanto, rappresenta una resistenza interessante che, se superata, può alimentare ulteriori acquisti ed una ripresa delle quotazioni fino a far salire il prezzo ai livelli visti tra la fine del 2017 e gli inizi del 2018 quando il rame ha testato i 3,3 dollari per libbra.

Molti gli interrogativi sulle prospettive di medio-lungo periodo. Prima dell’inizio della pandemia, la domanda di rame ha fornito dati molto interessanti, tali da rendere l’idea del percorso in crescita della suddetta materia prima. Da due anni a questa parte, già si prevedeva una crescita della domanda globale di rame. Un aumento da 23,6 milioni di tonnellate nel 2018 a 29,8 milioni di tonnellate entro il 2027, con una crescita annua del 2,6%. La costante diffusione dei veicoli elettrici, l’elevata domanda di accumulo energetico delle batterie, lo sviluppo di nuove tecnologie di trasmissione e la domanda di altre fonti di energia eco-compatibili, contribuiscono e continueranno ad implementare nel prossimo futuro l’effetto leva sull’aumento significativo della domanda di rame.

Siamo entrati in un periodo storico molto particolare che rischia di far riaccendere la luce rispetto a quello che è successo negli anni 2000, quando proprio la Cina a seguito di acquisti importanti fece rialzare fortemente il prezzo, impattando naturalmente sulle scorte e sull’approvvigionamento globale. In occasione della pandemia, il rame ha confermato il ruolo di anticipatore delle tendenze, poiché rappresenta la vera narrazione di ciò che è successo plasticamente nell’economia reale. La domanda di rame tende ad essere sensibile all’economia, perché è un materiale chiave nel settore delle costruzioni e nei beni di consumo come le automobili e l’elettronica. E non solo… Quando si assiste ad un rallentamento globale, la domanda per il rame segue lo stesso corso, influendo sul prezzo.

Da diverso tempo a questa parte, i produttori lottano per tenere il passo con la forte domanda in Cina. Le prospettive nel lungo termine sono altresì sostenute dalla mancanza di scoperte di nuove miniere, il che delinea un percorso irto di ostacoli, con la fornitura per il futuro certamente limitata. Secondo alcuni studi, in relazione alle nuove miniere intercettate dalle compagnie minerarie, bisogna pensare che ci vogliono almeno 20 anni prima che le stesse possano essere messe in produzione. Questo ciclo significa che la fornitura di minerale di rame sarà molto preoccupante nei prossimi 15-20 anni ed il prezzo del minerale di rame aumenterà.

Secondo il report di Zeygos, dal lato dell’offerta i paesi della Cordigliera delle Ande hanno sempre avuto un peso influente sulla produzione, basti pensare che il Cile estrae circa 5 milioni di tonnellate all’anno. La sola miniera Escondida (teatro di importanti scioperi negli ultimi anni che hanno influito sul prezzo del rame) riesce a garantire un milione di tonnellate annuali. Anche la causa della drastica riduzione dell’estrazione e quindi dell’offerta, al fine di proteggere i lavoratori dai contagi del virus, ha contribuito alla crescita del prezzo sino ai 3 dollari per libbra. Un livello che non si intercettava dall’aprile dello scorso anno. Molte miniere si sono fermate durante il periodo della pandemia.

Per rendere l’idea del clima vissuto in alcuni dei principali paesi produttori di rame, i contraccolpi della pandemia continuano a farsi sentire. Addirittura di recente è stato presentato un piano da parte di alcuni membri del parlamento cileno con l’intento di vendere la Codelco, cioè la più importante azienda di rame al mondo. L’obiettivo è quello di fare cassa e di finanziare le perdite subite durante il periodo di lockdown. La pandemia non ha solo frenato le prospettive di crescita della domanda ma ha impattato direttamente sull’economia interna di un Paese le cui entrate dipendono molto dalla produzione di rame. Nel Paese sudamericano il 15% del Pil e metà delle esportazioni dipendono dall’industria estrattiva.

In conclusione, la crescita del prezzo ha delle basi molto solide. La serie di tutti gli elementi sopra citati, affiancati dalle misure di stimolo all’economia, dagli incentivi all’acquisto delle auto elettriche, dagli aiuti al settore industriale da parte della Cina, dal dollaro debole che incide sulla riduzione del costo di una libbra di rame, senza tralasciare anche il piano infrastrutturale degli Stati Uniti ed il Recovery Plan, determinano una prospettiva orientata all’ottimismo.

Valerio Giunta: agenti e consulenti finanziari rilanciano l’Economia. Giusto il riconoscimento accademico

I consulenti finanziari  e gli agenti di commercio, con le dovute differenze, oggi lavorano già sfruttando  una notevole competenza sul corretto utilizzo di prodotti e servizi la cui conoscenza richiederebbe normalmente  una preparazione universitaria. Pertanto, serve una rapida rivoluzione in senso accademico della formazione che dà l’accesso a queste due professioni.

Valerio Giunta, imprenditore riminese attivo nel settore della selezione di agenti di commercio e consulenti finanziari, è candidato nella lista “Consulenti finanziari uniti in Enasarco” alle prossime elezioni (24 Settembre – 7 Ottobre 2020) per il rinnovo dell’Assemblea dei delegati della Cassa di previdenza.

Il suo programma elettorale è fondato sul pragmatismo più estremo – ben lontano dal clima infuocato che ha caratterizzato le ultime settimane di campagna elettorale tra gli agenti di commercio ed i consulenti finanziari – e rispetto a quello di molti altri candidati si distingue per peculiarità ed originalità: innalzare a rango accademico la professione di “venditore evoluto”, ossia di quella figura professionale che in Italia non ha trovato la stessa dignità di altri paesi industrializzati (USA in primis), che hanno basato sulla vendita l’ossatura principale della propria Economia.

La sua azienda (Startup Italia), vicina al milione di fatturato e condivisa con 21 collaboratori, è un agenzia di rappresentanza e da dieci anni è specializzata nel mondo del personale di vendita e nel settore delle reti di consulenza finanziaria. Già nel 2011 Giunta ha aperto diversi gruppi social (“AAAgents” e ”Consulenti Bancari e finanziari”, con rispettivamente 47 mila e 18 mila aderenti su Linkedin), che in occasione della sua candidatura all’Assemblea di Enasarco gli hanno consentito di amplificare la diffusione delle sue iniziative, trasformandolo da “outsider” a candidato con buone probabilità di successo. Di lui P&F ha già pubblicato una lunga intervista nel mese di Luglio, che riprendiamo lì da dove si è interrotta.

Dott. Giunta, come si è sviluppata l’idea di una dignità universitaria della professione di venditore?

La mia storia professionale, ormai da trent’anni, ruota attorno alle risorse umane, prima nel mondo cooperativo e poi nelle agenzie per il lavoro. Da 10 anni la mia azienda (Start Up Italia Srl) lavora in un settore molto delicato, quello della ricerca e selezione del personale, e durante il mio cammino imprenditoriale io e i miei collaboratori abbiamo potuto constatare che le aziende richiedono sempre di più una sorta di certificazione esterna del candidato. Nell’ambiente della Vendita, infatti, il diploma di laurea non è molto diffuso, e si sente l’assenza di quel circuito accademico che culmina con una laurea e che consentirebbe maggiore specializzazione e, di conseguenza, maggiore “peso” ai curriculum dei candidati, siano essi agenti o consulenti. Tale percorso accademico permetterebbe di dare la giusta dignità alla professione di Consulente Commerciale e, nell’immaginario collettivo, non la farebbe più percepire come un mestiere che richiede scarsa specializzazione e bassa qualità. La professione del venditore non è affatto alla portata di tutti! La riprova è che molti professionisti di altre categorie, pur essendo molto competenti nelle loro materie, non sanno “vendere sé stessi” e patiscono una bassa fortuna. Altri, invece, pur non avendo la stessa preparazione accademica, eccellono nella capacità di sviluppare nuove relazioni ed hanno successo.

Come hai sviluppato la tua visibilità come candidato alle elezioni in Enasarco durante gli ultimi mesi?

Dopo l’annuncio del rinvio sine die da parte del CdA della Fondazione, mi sono rimboccato le maniche e, all’inizio della pandemia, ho realizzato delle videoconferenze dedicate agli agenti e ai consulenti finanziari, denominate “S.O.S. Agenti”. Da qui i punti di contatto con il mondo dei consulenti finanziari che, come del resto gli agenti di commercio, sono un elemento fondamentale per rilanciare l’economia italiana. Inoltre, attraverso i gruppi social di cui sono amministratore (AAAgents, Consulenti Bancari e Finanziari), ho prestato sempre grande attenzione al ruolo sociale del consulente finanziario visto anche come procacciatore proattivo della propria clientela e, quindi, come venditore evoluto.

Che ruolo possono avere agenti di commercio e consulenti finanziari in questo particolare momento della nostra Storia Economica e sociale?

Innanzi tutto si assumano la responsabilità di guidare le PMI italiane, in un percorso di adeguamento al mercato e al cliente. Essendo queste figure in costante contatto con il cliente, devono acquisire l’autorevolezza per dire cosa produrre in azienda. Sono di fatto l’Alfa e l’Omega di ogni processo aziendale di successo, soprattutto nella valorizzazione dei quattro settori di eccellenza italiana, e cioè artigianato, agricoltura, turismo e servizi. Per spiegare meglio l’importanza che agenti di commercio e consulenti finanziari rivestono per il rilancio del paese, userò le parole che Mario Draghi ha pronunciato durante il Meeting di Rimini dello scorso 18 agosto, e cioè che “In questo susseguirsi di crisi, i sussidi che vengono ovunque distribuiti sono una prima forma di vicinanza della società a chi è stato più colpito, specialmente a coloro che hanno tante volte provato a reagire. Ma i sussidi servono a sopravvivere, a ripartire, mentre ai giovani bisogna dare di più. I sussidi, infatti, finiranno, e resterà la mancanza di una qualificazione professionale, che potrà sacrificare la loro libertà di scelta e il loro reddito futuro“. Si tratta di un concetto ben centrato, in un momento come questo dove tanti colleghi agenti e consulenti sono arrabbiati con Enasarco, perché non sta distribuendo sussidi a pioggia, senza nemmeno approfondire la natura di questo ente che è esclusivamente un ente previdenziale.

In che modo il mondo universitario potrebbe contribuire al rilancio della professione di venditore?

Da tempo sto esponendo quella che è la mia idea. Per me la formazione dei giovani da avviare al mestiere della vendita, nonché la qualificazione di chi già opera in questo settore, devono essere una priorità per le istituzioni, e ritengo che gli si debba dedicare più ampie risorse. Per questa ragione sono impegnato da anni nella formazione dei giovani e nella qualificazione professionale dei consulenti finanziari e degli agenti di commercio. Ciò che mi sta a cuore è trasmettere il concetto che i venditori evoluti, tra cui rientrano anche i consulenti finanziari, sono coloro che possono far ripartire l’Italia grazie alla competenza e all’esperienza già acquisita negli anni. Se è vero che l’asset più importante per le aziende sono i propri clienti, ne consegue che la figura del venditore-gestore della relazione, ossia di colui che mantiene il rapporto con questi, è fondamentale nell’organizzazione aziendale.

Come sarà possibile avvicinare i consulenti finanziari al cosiddetto self-marketing di matrice universitaria?

Non basta un cambio di nome (da promotore finanziario a consulente finanziario) per cambiare la professionalità di una categoria. So che qualche consulente storce il muso a sentirsi definito quale venditore, ma ciò dipende dal fatto che a tale nobile parte della professione, e cioè quella della “vendita di sé stessi” o della “Vendita Evoluta”, le istituzioni e il mondo accademico hanno riservato scarsa attenzione e, di conseguenza, una bassa considerazione sociale. Anzi, a pensarci bene, tra tutte le professioni quella del consulente finanziario e del venditore in generale ha sempre avuto un periodo di avviamento breve, 24 mesi al massimo, proprio grazie alla formazione aziendale sulle strategie di vendita e di relazione, che abbattono i tempi per costruire un portafoglio clienti e dei ricavi annuali soddisfacenti. Le altre professioni, quelle cosiddette intellettuali, hanno invece un avviamento lunghissimo, di solito da dieci a quindici anni, e ciò è dovuto alla totale assenza della filosofia di vendita di sé stessi, che invece negli Stati Uniti è prevalente in tutte le professioni intellettuali. Il consulente finanziario, se prima vendeva solo strumenti finanziari, oggi vende consulenza di investimento molto evoluta (si parla infatti di Wealth Management), e spesso consiglia i clienti anche sulla pianificazione patrimoniale e sulle problematiche del passaggio generazionale, senza che queste nuove aree di intervento trovino un saldo ancoraggio in una specifica preparazione universitaria. Identiche considerazioni possono essere fatte, con le dovute differenze, per gli agenti di commercio, che devono avere una competenza superiore, da trasmettere alla propria clientela, sul corretto utilizzo di prodotti la cui conoscenza richiederebbe una preparazione accademica.

Che parte potrà avere Enasarco in questo progetto di valorizzazione della figura del Venditore Evoluto?

La Fondazione eroga pensioni e servizi di assistenza a circa 220.000 famiglie, per cui deve obbligatoriamente fare la sua parte. Non è ammissibile che si ritardi ancora in tal senso. In linea con questo principio, mi sono impegnato per la promozione del primo corso universitario in “Intermediazione Commerciale”, ed oggi sto studiando, insieme ad alcuni autorevoli docenti universitari, il percorso accademico relativo al corso di laurea in “Consulenza Finanziaria Evoluta”, nella quale le strategie di marketing operativo e di vendita, mixate alle discipline macro economiche, hanno una parte molto importante. Del resto, so bene che il mondo della Consulenza Finanziaria, quando i consulenti di oggi si chiamavano ancora promotori, dava moltissima attenzione al personal marketing, soprattutto ai giovani che si avvicinavano alla professione e che non trovavano le attuali e insormontabili barriere all’entrata fondate sul portafoglio medio. In pratica, propongo di tornare prepotentemente al passato, in quanto a sforzi nella formazione, adattando le metodologie didattiche di ieri al presente iper-tecnologico in cui viviamo.

Concretamente, sappiamo che il mondo universitario è piuttosto difficile e pieno di insidie di natura politica, per usare un eufemismo. Quali strumenti adotterebbe per passare dalla teoria alla pratica?

Il mio primo obiettivo è quello di promuovere e realizzare un modello unico di “centro studi universitario”, che localmente, e cioè in ogni sede di ateneo, verrà partecipato in qualità di formatori anche da docenti di quelle facoltà, con i quali i giovani agenti di commercio e consulenti finanziari potrebbero confrontarsi e, allo stesso tempo, conoscere fino in fondo la bellezza di queste professioni. Infatti, il valore della professione di venditore, se ben sviluppata tra i giovani, potrebbe rilanciare fortemente l’occupazione, anche quella femminile. Inoltre, Start Up Italia ha da poco iniziato una partnership con Et Labora, un ente di formazione di secondo livello, con cui si sta portando avanti progetti con le principali banche di rete per inserire in azienda giovani consulenti finanziari attraverso un accurato processo di selezione, formazione e avviamento professionale sul territorio.

Che posto avrà la tecnologia nella futura formazione di agenti di commercio e consulenti finanziari?

In misura sempre maggiore, il telefono e lo schermo del computer stanno diventando uno strumento imprescindibile per l’attività di vendita. Oggi, più che mai, anche chi ne faceva a meno è venuto incontro all’esigenza di dover spostare la maggior parte della propria attività dal “faccia a faccia” al “contatto da remoto”. Per questa ragione ho preso contatto alcuni docenti universitari specializzati in informatica per raggiungere gli obbiettivi sopra descritti ed integrare la futura offerta accademica da riservare ad agenti e consulenti. (ac)

PIL Italia, terzo trimestre in recupero oltre le previsioni. E i frugali premono per il ritorno all’austerità

Veramente troppo, per l’Europa della Questione Meridionale, che uno dei migliori mercati di sbocco continentali possa rialzare la testa e andare più veloce del previsto. All’Ecofin di Berlino le prime (garbate) pressioni al ritorno al Patto di Stabilità, mentre Gualtieri mette le mani avanti per frenare gli appetiti tedeschi e olandesi.

Non sono passati neanche due giorni da quando, in occasione della presentazione virtuale del Rapporto Export 2020 di Sace sul commercio estero, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, commentava con toni di grande soddisfazione i dati sulla produzione industriale.  “Appare ad oggi probabile”, diceva, “un incremento congiunturale del Pil nel terzo trimestre a due cifre”. La produzione industriale di luglio conferma che la ripresa dell’attività produttiva è significativa con un incremento del 7,5%, cioè più del doppio. Siamo ovviamente sotto il livello di luglio 2019 ma si avvalora la tesi di un forte rimbalzo del Pil. Occorre procedere con cautela ma siamo fiduciosi che il graduale ritorno alla normalità possa continuare“.

Finita la crisi, però, i c.d. rigoristi vorrebbero già tornare a rivestire il ruolo di guastafeste, prima ancora che qualcuno le possa anche soltanto annunciare (le feste).  Sembra chiaro, a giudicare dal tipico atteggiamento di chi “mette le mani avanti” assunto da Gualtieri al recentissimo Ecofin di Berlino, che siano iniziate le pressioni dei “frugals” per tornare al tanto amato Patto di Stabilità che al momento è sospeso tramite la c.d. “clausola di fuga” azionata per via della pandemia, e che aveva garantito ai paesi del Nord Europa prosperità ai danni di quelli del Sud.

Il ministro Gualtieri, dicevamo, ha subito messo le mani avanti, ed a chi gli chiedeva garbatamente il suo parere sul ritorno alle normali regole di austerità, rispondeva come nel più classico dei negoziati, e cioè prima rinviando qualunque rientro al Patto di Stabilità solo dopo il raggiungimento dei livelli di PIL pre-Covid, e poi sottoponendo il dibattito alla “…necessità di rivedere le regole che ne migliorino il carattere, perché  il Patto prevede troppa complicazione, una eccessiva pro-ciclicità, un non-incentivo agli investimenti“.

Gli dà man forte il commissario europeo Paolo Gentiloni, il quale è dovuto intervenire per affermare un concetto piuttosto semplice, secondo cui è più rischioso eliminare lo stimolo troppo presto, piuttosto che troppo tardi.

In questa Europa a due velocità, dove lo scoppio della pandemia ci ha insegnato che è necessario negoziare con i paesi “amici” anche le più elementari regole comuni di sopravvivenza, durante gli incontri bilaterali a margine dell’Eurogruppo e dell’Ecofin informale tutti i ministri dell’Economia hanno sottolineato che i dati dell’Italia sono superiori a quelli che molti si aspettavano, e questo non è un buon segno, soprattutto se le manifestazioni di (finto) giubilo provengono da soggetti di solito molto avari di complimenti e per nulla inclini a riequilibrare i guasti causati dall’introduzione della moneta unica al nostro Paese.

Se non altro, adesso sappiamo quale sarà il leitmotiv che animerà le prossime riunioni formali dell’Eurogruppo, in occasione della quali L’Italia sarà costretta a difendersi dai ricatti di Germania e Olanda, che faranno pressioni inaudite – ricordatevi dei consigli “disinteressati” di Commerzbank, ad Aprile, sui nostri BTP – per tornare alla “loro normalità”.

Invece, reintrodurre subito gli obblighi previsti dal Patto di Stabilità sarebbe un errore gravissimo per tutti, e non solo per l’Italia. Occorre, infatti, mantenere un orientamento espansivo anche nel 2021, soprattutto in considerazione delle incertezze derivanti da un autunno-inverno pieno di incognite in tema di recrudescenza del Covid e di possibili blocchi di alcune attività molto importanti per l’Economia dei paesi europei. Anche perché, come ammette lo stesso ministro Gualtieri, “il secondo trimestre è stato molto negativo, il terzo è buono, superiore alle aspettative, ma sul quarto c’è molta incertezza”.

Per comprendere meglio quanto siano validi gli inviti alla prudenza, basti ripassare le caratteristiche del “Patto di stabilità e crescita” (Stability and Growth Pact), che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: 1) il deficit pubblico (cioè la differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) non deve superare il 3% del PIL e 2) il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL. Ebbene, la maggior parte dei paesi membri sono molto lontani da quest’ultimo parametro, ma l’Italia è lontana anni-luce, con il suo rapporto debito/PIL al 150% nel post-Covid. E per arrivare al parametro del 60% previsto dal Patto, il divario tra il livello del debito di un paese e il riferimento del 60% deve essere ridotto di un ventesimo all’anno. Questo, oggi, per il nostro Paese significherebbe un salto all’indietro di quasi 100 punti di debito in venti anni; un obiettivo difficile, se non impossibile, che potrebbe impoverire una intera nazione.

Dal momento che il problema del deficit e del rapporto debito/PIL è adesso condiviso da tutti (con le dovute differenze), si è aperta la corsa ad evitare eccessivi sacrifici anche per i paesi del Nord Europa, i quali pensano di istituire nuove fonti di ricavo anche per ripagare il debito da assumere con il Recovery Fund. Ciò significa nuove tasse europee, come la Digital Tax (che colpirebbe i giganti del Web e vedrebbe la durissima opposizione di Irlanda e Lussemburgo), l’estensione dell’Ets (il sistema europeo per tracciare le emissioni nocive), maggiori carichi fiscali sul trasporto aereo e marittimo, la famosa “Carbon Tax” e, naturalmente, la tassazione sulle transazioni finanziarie.

Maurizio Novelli: crescita della Cina e dollaro debole favoriscono gli emergenti

Il mercato corporate occidentale è giunto alla fine del bull market, mentre l’oro continuerà a salire. Senza un cambiamento nell’attuale modello di crescita Usa, nuove crisi economiche e instabilità sociali sono alle porte.

“Le banche centrali puntano a creare inflazione negli Usa, e si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro. Questo avrà una serie di conseguenze, in particolare sugli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ma che ora ne usciranno vincenti. L’oro intanto è una delle asset class a maggior potenziale e continuerà a salire fino a quando scenderà il dollaro e fino a quando non si inizierà a fare politiche anti inflazionistiche”. È l’analisi di Maurizio Novelli*, gestore del fondo Lemanik Global Strategy.

Sono prevalentemente due i motivi che spingeranno i flussi sugli asset emergenti: il primo è l’aggancio alla crescita della Cina e il parziale decoupling dalla domanda Usa, il secondo è il fenomeno del carry trade da dollaro (con tassi reali negativi) a credito emergente in valuta locale (con tassi reali positivi). Si preannuncia quindi un vero e proprio switch dal mercato corporate occidentale, giunto alla fine del bull market, a quello emergente

I mercati finanziari confermano il totale disinteresse per l’economia reale e si muovono ormai in un mondo virtuale, creato dagli interventi delle banche centrali e dalle aspettative di un forte recupero dell’economia. Gli Usa sono impegnati a discutere uno stimolo fiscale dopo l’altro nel tentativo di evitare la prossima ricaduta del Pil, ma sarà difficile impedirlo. La ripresa dell’economia è troppo compromessa da un tasso di disoccupazione a due cifre e i consumi, che esprimevano circa il 75% del Pil, sono in decisa contrazione. L’avvelenata miscela concomitante di alta disoccupazione, calo dei consumi e restrizione del credito al consumo disegna una traiettoria di crescita piuttosto complicata e decisamente esposta a ricadute. A questi problemi si aggiunge un contesto pre-elettorale e la riduzione dei sussidi alla disoccupazione recentemente approvati. Il settore più importante dell’economia Usa, i consumi interni finanziati dal debito, è in forte crisi e non sembra imminente alcun significativo recupero.

“Il credito al consumo dipende dall’occupazione e questa dipende dalla circolazione del credito nell’economia. Allo stato attuale né una cosa né l’altra sembrano alimentarsi e le imprese non sembrano così pronte ad aumentare investimenti e occupazione in un contesto di incertezza”, sottolinea Novelli. “Si delinea uno scenario decisamente pericoloso per la tenuta di un sistema capitalistico costruito ormai su un eccesso di debito non più rimborsabile se non è sostenuto da una forte crescita economica o se non verrà ridimensionato dall’inflazione“.

In concomitanza con l’avvento della pandemia, gli interventi di sostegno al sistema hanno procurato un’esplosione del debito corporate per salvare dal default migliaia di aziende e ora le aziende Usa sono più indebitate che mai. Il debito però non ha sostenuto investimenti, bensì è stato utilizzato per non fallire. A questo punto la traiettoria del debito può seguire tre scenari: rimanere su questi livelli; scendere; salire ulteriormente. Nei primi due casi l’economia sarebbe destinata a ricadere in recessione, poiché crescita del debito privato e crescita dell’economia sono strettamente correlate. Nel terzo caso, quello favorevole a una ripresa del ciclo di crescita, sarebbe opportuno chiedersi se da qui in avanti la leva finanziaria nel sistema può effettivamente salire ancora, visto che le prospettive dell’economia e dei consumi interni non appaiono così rosee.

La priorità di tutte le banche centrali del mondo sarà quella di creare inflazione con tutti i mezzi possibili, ma la politica monetaria non è uno strumento efficace per produrre inflazione. Un sistema oberato da un eccesso di debito vive in un contesto deflazionistico, soprattutto se il debito viene utilizzato per fare finanza ed erogare sussidi a chi non arriva a fine mese. Se utilizziamo il debito per la leva finanziaria otteniamo inflazione sugli asset finanziari ma non nell’economia reale e se utilizziamo il debito per erogare sussidi o per erogare credito al consumo, costruiamo una società senza futuro, dove i profitti di tale meccanismo vengono incassati da chi eroga il credito al consumo e da chi vende beni e prodotti, mentre chi sta alla base della piramide sociale, circa il 30% della popolazione americana, sopravvive con sussidi e indebitamento.

“Il modello capitalistico americano, basato su un eccesso di finanza e poca economia reale, è destinato a implodere se non cambia direzione”, sottolinea Novelli. “La profittabilità della corporate America è sostenuta da basso costo del lavoro, tax rate da “paradiso fiscale” e credito al consumo erogato a margini da usura per sostenere la domanda interna. Anche la recente ondata di innovazione tecnologica produce soppressione di posti di lavoro e comprime i salari reali. Tuttavia, i recenti provvedimenti fiscali e monetari negli Stati Uniti non fanno che confermare la strategia di perseguire a tutti i costi questo modello fallimentare di crescita che porterà inevitabilmente a una nuova crisi economica e a instabilità”.

Per tenere in piedi il bull market si sta distruggendo l’intero sistema capitalistico con la repressione finanziaria, che serve a canalizzare le risorse disponibili verso la borsa e non verso l’economia reale. A questo punto per fare inflazione bisogna fare debito per sostenere i redditi e gli investimenti e regolare il sistema finanziario, disincentivando i buy back e incentivando gli investimenti reali. Tutta la politica economica americana è prevalentemente orientata a sostenere il mercato azionario per difendere le rendite finanziarie di chi detiene il capitale. Questo è il motivo per il quale si accentua la concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, il mercato azionario si disconnette dall’economia reale e si ricorre poi al credito al consumo per sostenere consumi insostenibili dai redditi reali che devono rimanere compressi per non compromettere il Return on Equity.  Il governo si è temporaneamente sostituito ai debitori insolventi ma il sostegno non può durare. Al momento il rischio deflazionistico è quindi ancora piuttosto elevato a causa delle insolvenze in corso nel sistema e creare inflazione nel breve termine sarà piuttosto complicato.

“Per creare inflazione si è iniziato a fare leva sul deprezzamento del dollaro, la cui debolezza è un fenomeno reflazionistico perché favorisce il credito internazionale (prevalentemente in dollari) e, per un paese che è un importatore netto come gli Stati Uniti, si importa inflazione“, conclude Novelli. “Il dollaro debole apre tutta una serie di riflessioni sulle asset class che finora sono vissute in un contesto di dollaro forte. I treasuries americani saranno comunque acquistati dalla Fed, che attuerà una strategia molto simile a quella della Boj. Il settore del credito sarà esposto al successo o al fallimento della strategia reflazionista, tuttavia nel breve termine più che il rischio tasso c’è il rischio solvibilità e comunque le prospettive di ampi guadagni su questi asset sono piuttosto limitate. Nel silenzio generale i tassi di insolvenza salgono a ritmi mai visti. Intanto gli emergenti, che negli ultimi anni sono stati penalizzati dalla forza del dollaro, ne usciranno vincenti. Infine, le borse di Europa e Giappone risultano vulnerabili al dollaro debole, così come il Russell (small cap Usa) che è dipendente dalla domanda interna americana”.

* Maurizio Novelli, Lemanik Asset Management, società lussemburghese per la gestione del risparmio con sedi a Lussemburgo, Dublino, Milano e Hong Kong.

La “Rivoluzione Elettrica“ è in corso. Batterie sempre più capaci, presto addio ai motori a benzina

Mai la storia del mondo è stata così vicina ad uno dei punti di svolta che le generazioni successive studiano poi nei libri di Storia. Il settore della mobilità elettrica, in particolare, sta accelerando notevolmente il suo tasso di sostituzione verso la mobilità dominata dai motori a combustione, determinando un futuro più incerto per il mercato degli idrocarburi.

Articolo di Benedetto Vasapolli

Tutte le rivoluzioni industriali che si sono succedute fino ad oggi, hanno portato le economie c.d. avanzate  a compiere progressivi “balzi economici” grazie ai costanti progressi scientifici nel campo dei materiali e dei processi (fino alla odierna digitalizzazione). Questo processo di sviluppo della Società Mondiale ha consentito importanti scoperte in tutti i settori, alle quali è seguito lo spostamento graduale di intere popolazioni contadine verso le nuove fabbriche cittadine, sempre in cerca di manovalanza, determinando profondi mutamenti industriali e urbanistici; fino ad arrivare al “balzo” coinciso con l’avvento dell’informatica e del digitale, che ormai pervade tutti i rami produttivi (c.d. Rivoluzione Digitale).

Il periodo che stiamo vivendo adesso, è uno di quelli che solitamente vengono chiamati “punti di svolta“, e potrebbe avere degli effetti talmente profondi da segnare indelebilmente il percorso dell’intera umanità, anche in considerazione dei tempi rapidissimi con cui si è manifestato. Infatti, mentre a gennaio 2020 le nostre attenzioni erano volte a quel corollario di problemi derivanti dal rallentamento produttivo del gigante asiatico, nessuno dei principali attori internazionali del mercato ha percepito il pericolo che si sviluppava già tra ottobre e novembre, e tutti hanno vissuto un periodo di dannosa incosapevolezza, tipico dei momenti che precedono i peggiori crolli di borsa.  

In Italia, nel breve intercedere di una settimana, si è passati dal fare gli aperitivi sui navigli a chiudere un’intera regione prima e tutto il paese poco dopo, catapultati in una nuova realtà assolutamente ignota e oppressiva. Il silenzio ha pervaso le strade delle nostre città, le sirene delle ambulanze e le ronde della protezione civile sollecitavano tutti a stare a casa.

Ma tutta questa è ormai storia, sebbene ci stiamo ancora dentro.

Il blocco sociale, però, ci ha dato la possibilità di respirare un’aria più pulita, quasi del tutto priva di idrocarburi, e di scoprire i guasti dell’era del petrolio semplicemente toccando con mano gli effetti più immediati della sua parziale assenza. Il crollo del prezzo del greggio si è accompagnato per la prima volta alla sensazione generale che, nonostante il disastro economico che ne è seguito, la cosa non era poi così male (incidenti stradali mortali diminuiti del 70%).

La nostra società altamente industrializzata, già da anni è impegnata nel difficile passaggio dall’utilizzo di idrocarburi a quello dei meccanismi alternativi ed ecosostenibili. A livello cittadino, l‘effetto più immediato si ottiene attraverso l’utilizzo di autovetture elettriche. Nel decennio appena trascorso, si è sviluppato il segmento dei c.d. veicoli ibridi, ovvero quelli dotati di motori elettrici ausiliari che coadiuvano quelli a combustione. Alcune case automobilistiche, come Toyota, hanno incentrato su questo segmento la loro ricerca in maniera massiccia. La casa nipponica, infatti, crede fortemente nel sistema ibrido, mentre altre case stanno iniziando a puntare sull’elettrico puro.

Anche grazie ai bonus offerti dai governi nazionali, i costi dell’elettrico si vanno abbassando, e molto dipende adesso dallo sviluppo tecnologico delle batterie, che rappresenta l’unico nodo da sciogliere. Dalla capacità interna delle batterie, infatti, e dalla velocità di ricarica dipende l‘autosufficienza stradale delle auto, che oggi sarebbe legata ad una distribuzione talmente capillare delle colonnine da essere antieconomica per i potenziali gestori. Eppure, negli ultimi cinque anni si sono visti considerevoli progressi in tal senso, ed oggi è possibile acquistare modelli anche in versione basic capaci di autonomie di 250 – 300 km con un “pieno”.  

Oggi,  tutti gli accumulatori sono basati sul Litio, mentre il sistema più promettente in fase di sviluppo prevede l’utilizzo del Litio-Titanio, che  dovrebbe garantire il completamento del ciclo di ricarica in circa 7 minuti. Nel 2017, una startup israeliana ha presentato un prototico in grado di essere ricaricato in 5 minuti, mentre i principali modelli, da Nissan fino a Tesla, oggi necessitano di almeno 30 minuti per essere ricaricati elettricamente sino all’80%. Questo risulta ancora un grande limite, unito agli alti costi di produzione industriale delle batterie stesse.

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Per quanto riguarda il costo complessivo del veicolo elettrico, la componente batteria pesa per il 25-50%, in relazione al tipo di tecnologia usata. Un set batteria permette in media una percorrenza di circa 150.000 km, quindi la sua eventuale sostituzione, sostanzialmente coincide con quella del mezzo, proprio in considerazione dei suoi costi.

Secondo alcuni importanti studi, si prevede una equivalente produzione di mezzi elettrici ed a combustione entro il 2030, e con l’aumento della produzione anche il costo delle batterie sarà destinato a scendere sensibilmente. I progressi tecnologici, poi, faranno il resto.

La pandemia, e la necessità di dover pensare, in tempi brevi, alla continuità produttiva di intere economie, sembra aver dato una forte accelerazione al processo di rinnovamento ecosostenibile, ma i reggenti mondiali dell’Era del Petrolio non ci stanno. Prova ne sia che, chi produce oro nero a basso costo (paesi arabi), abbia prima aumentato la produzione mettendo in difficoltà le capacità di stoccaggio ed il prezzo (sia del brent che del crude oil) oltre le soglie critiche, e poi abbia consentito dei tagli corposi per consentire il rientro del prezzo verso quota 40 USD, e cioè la quota di pareggio per gli altri produttori. Sembra, a tutti gli effetti, una mossa di politica internazionale che ha rinsaldato gli accordi di cartello mondiale, in soccorso degli Usa, che tanto hanno investito nello shale gas, i quali non riescono a rientrare nei costi sotto la soglia, appunto, dei 40 dollari al barile.

Ma il prezzo del petrolio così basso non fa certo bene all’economia mondiale, ancora impreparata a produrre, a basso costo, tutti i mezzi elettrici e le infrastrutture che si rendessero necessari nei vari settori (trasporto urbano, commercio, industria etc) e che siano, soprattutto, efficienti e profittevoli per chi li produce.

Qualora ciò potesse accadere in tempi rapidi, probabilmente nuove forme di economia potrebbero sostituire in parte quella che a tutt’oggi fa marciare il pianeta, ed i risvolti socio politici sarebbero notevolissimi. Sembra ormai ineluttabile che quel momento verrà, e chi oggi si preparerà per tempo potrebbe trovarsi in considerevole vantaggio. Lo sviluppo economico, infatti, è sempre stato come una gara tra corridori, e se anche le cronache raccontano di patti segreti per non darsi troppo fastidio, ogni competitor cerca sempre un vantaggio sull’avversario. La differenza con la storia industriale passata è che il cambiamento potrebbe essere imposto da un fattore esterno (oggi il virus, domani chissà cos’altro) che è ancora lungi dall’essere stato sconfitto, ed anzi fa prevedere la possibilità di accettare un mondo nel quale convivere con esso per lunghi periodi. Per questo motivo, è ipotizzabile che interi settori verranno riconvertiti “elettricamente“, determinando l’avvio di una nuova rivoluzione industriale, quella “elettrica”.

Atradius, nuovi lockdown e vaccino determineranno la durata della recessione economica

Qualunque previsione di ripresa economica è fortemente dipendente dalla rapidità con la quale il vaccino verrà fabbricato e diffuso in tutto il mondo, al netto di possibili nuovi lockdown. Cina e India in testa a tutti nel 2021.

Amsterdam/Roma – 1 luglio 2020 – A prescindere dagli effetti che il Covid-19 sta avendo nel quotidiano, ci si attende che il suo impatto sulle economie di tutto il mondo provochi la peggiore recessione dal 1980. A rendere questo scenario di previsione ancor più a tinte fosche è la sua vastità, che interessa il mondo intero con quasi tutti i Paesi che dovrebbero registrare una crescita economica negativa nel 2020.

Poiché la recessione interessa le catene di fornitura a livello mondiale, Atradius prevede per quest’anno una contrazione del 15% del commercio globale, il che è storicamente un calo drammatico. Sebbene una concreta ripresa economica non sia stata ancora esclusa per il 2021, il ritmo della crescita resterà piuttosto incerto e dipenderà molto da come si agirà in termini di contenimento dei contagi. Il costo economico di questa recessione sarà elevato, dato il suo impatto sui mercati del lavoro, i fallimenti delle imprese e la posizione fiscale dei Paesi. I governi di tutto il mondo stanno implementando consistenti pacchetti fiscali e una politica monetaria intesa ad aiutare il sistema economico a superare tale recessione nel modo migliore possibile.

Le economie avanzate dovrebbero subire il peso della recessione con un calo cumulativo del PIL del 6,6%. Il Regno Unito, già gravato dalla sua uscita dall’Unione Europea, sta registrando un declino del 10,8%, mentre non si prevede che l’Eurozona si adegui molto meglio, mostrando un calo del PIL dell’8,0%. Si prevede che gli Stati Uniti e il Giappone registreranno cali leggermente meno drammatici rispettivamente del 6,1% e 6,0%.

Anche la crescita nei mercati emergenti diminuirà drasticamente. Il recente e rapido aumento della diffusione del Coronavirus in molte delle grandi economie emergenti dimostra come le previsioni potrebbero peggiorare nei prossimi mesi. La Cina potrebbe essere l’unica grande economia in grado di evitare la recessione quest’anno, tuttavia, con una crescita modesta attesa, potrebbe unirsi al resto del mondo con un trend negativo.

La Russia, che è stata colpita da Covid-19 mentre si trovava in mezzo ad una guerra dei prezzi con l’Arabia Saudita, è gravemente colpita dal basso prezzo del petrolio, la sua principale fonte di reddito e dai blocchi che spingono la domanda di petrolio. La combinazione di tali fattori ha ridotto le sue previsioni di crescita del PIL al -6,2%. Il Brasile ha reagito molto tardi al Covid-19 e ora sta vivendo il più rapido aumento dei contagi di qualsiasi Paese del mondo; dal punto di vista economico, non si prevede un miglioramento, poiché si attende che il PIL diminuirà del 7,5%.

Il Messico, sta vivendo un calo significativo della domanda da parte dei suoi principali partner di esportazione negli Stati Uniti e in Canada. Questo in sintesi il quadro dell’Economic Outlook di Atradius disponibile in lingua inglese sul sito www.atradius.com

Andreas Tesch, Chief Market Officer di Atradius, ha commentato: “I provvedimenti di lockdown adottati in tutto il mondo, ove necessari, hanno avuto un impatto enorme sull’economia globale. È chiaro tuttavia che la loro efficacia sarà un requisito fondamentale per consentire al mondo di tornare più rapidamente alla crescita. Durante questo periodo eccezionale, un’attenzione particolare alla gestione del credito è essenziale per il successo”.

Covid19, l’incertezza nuoce all’Economia. Per vincere, bisogna agire come sopravvissuti

Quanto tempo durerà la crisi connessa alla pandemia del Covid19, e quando potremo considerarci fuori? Quando cominceremo a ricevere notizie certe e potremo pensare di essere tornati alla normalità? 

Articolo di Luca Marucci*

Da oltre due mesi, ormai, gli interrogativi sulla efficacia degli strumenti messi in atto dall’Italia e da tutti i più grandi paesi del mondo non smettono di alimentare un generale clima di incertezza che influenza interi settori dell’Economia, mercati finanziari compresi, e la Società Civile, tutti in attesa di vedere i risultati delle politiche d’intervento messe in campo dalle istituzioni nazionali e sovranazionali. In particolare, ci si chiede se le misure già adottate permetteranno all’economia globale di ripartire e di far intravedere i segnali di un recupero.

Pertanto, quando potremo dire di essere fuori dalla crisi?

La risposta non è semplice, e richiede alcune riflessioni. Certamente le politiche fin qui adottate rappresentano un primo intervento che andrà sicuramente e necessariamente ampliato, e sarà soggetto ad una costante revisione sia nel breve che nel medio periodo, quando si uscirà da un contesto “anormale” e si rientrerà in uno “normale” (che sarà comunque diverso da quello pre-Covid19). Nel frattempo, la necessità di uno sforzo generalizzato di tutti soggetti chiamati ad intervenire dovrà essere qualcosa d’inedito a livello globale, dal momento che la situazione che il mondo si è trovato ad affrontare non ha precedenti nella storia, dal dopoguerra in poi.

Dobbiamo anche considerare il fatto che, rispetto all’ultima pandemia (la famigerata “Spagnola”) la Società è profondamente cambiata, è esplosa la Rivoluzione Digitale e le interconnessioni globali – in primis le possibilità di spostamento di persone e merci – hanno raggiunto livelli impensabili anche solo fino ad un ventennio fa. Questo comporta l’esigenza di affrontare il problema come una singola entità, e non come unità separate che viaggiano in ordine sparso.

Di conseguenza, a prescindere dalla natura dagli strumenti messi in campo, questi dovranno essere armonizzati il più possibile e dovranno avere una “sensibilità” maggiore per quanto riguarda le singole realtà nazionali, allo scopo di non penalizzare in maniera eccessiva quei paesi che hanno problemi economici e di bilancio talmente seri che, qualora le misure intraprese non dovessero tenerne conto, potrebbero subire danni irrimediabili.

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Nell’immediato, i settori che avranno una maggiore resilienza saranno certamente quelli legati alle esigenze primarie delle persone, e cioè la c.d. grande distribuzione, i generi alimentari e l’intrattenimento domestico. Invece, i settori che avranno una ripartenza più difficile, e cioè quelli legati al turismo – con tutte le sue interconnessioni – dal settore aereo alle vacanze, dagli affitti brevi alla ristorazione, dovranno ripensare profondamente il loro business insieme a tutti quei settori dove le ridotte distanze fisiche e sociali erano il cardine della propria attività (cinema, concerti, discoteche, locali notturni etc).

In ogni caso, si può essere moderatamente ottimisti: molti settori potranno tornare ad uno stato di pre-crisi nel momento in cui il percorso di uscita dall’emergenza sanitaria sarà confermato dai dati e da una rinnovata fiducia da parte della popolazione, la cui vera necessità è ricevere notizie certe e pensare che il peggio sia finalmente alle spalle.

Infatti, l’incertezza viene costantemente alimentata da un numero impressionante di notizie non verificate, che circolano e ricevono immeritato credito. La diffusione di contenuti non veritieri, peraltro, influenza non poco, in circostanze come queste, le abitudini e il nostro stile di vita, che fino a due mesi fa davamo per scontati e che sono stati brutalmente sradicati da un evento inaspettato per velocità e virulenza.

Probabilmente, ciò che è successo, con il suo corollario di messaggi confusi e contrastanti, farà vivere all’intera popolazione mondiale uno stato di incertezza prolungata su tutte le sfere del nostro vivere.  Sicuramente questo comporterà, anche quando avremo superato pienamente l’emergenza e torneremo ad uno stato di tranquillità reale, un periodo di transizione temporalmente non ancora quantificabile. Basti pensare alla esperienza comune a tutti coloro che sono scampati un ad un grande pericolo (es. un incidente grave o qualsiasi altra cosa che fa temere la persona per la propria incolumità): questi soggetti hanno bisogno di un tempo e di input positivi per poter ritornare ad uno stato pre-evento. Allo stesso modo, per far sì che la crisi attuale sia la più breve possibile, tutti i soggetti che concorrono alla fase di “normalizzazione” ed al superamento dell’emergenza dovranno riflettere costantemente sui segnali da dare alla popolazione mondiale, in maniera omogenea, al fine di non allungare più del dovuto il periodo dell’incertezza.

Nel frattempo, sarà necessario imparare ad agire come dei “sopravvissuti”, ed apprezzare anche i piccoli progressi dell’Economia che, in attesa del ritorno alla normalità, saranno gli unici elementi su cui rifondare la nostra fiducia per il futuro.  

*Luca Marucci, consulente finanziario indipendente, analista quantitativo e formatore

 

Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

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Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

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La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

Il COVID-19 è come una invasione aliena, e questa è la più grave recessione degli ultimi 150 anni

Il crollo di breve termine della produzione globale attualmente in atto sembra già in grado di competere con quello di qualunque recessione degli ultimi 150 anni. Le domande chiave adesso sono: quanto sarà grave, e quanto durerà.

Di Kenneth Rogoff * (da un articolo di Channel News Asia del 13 Aprile 2020 – traduzione a cura di Patrimoni&Finanza)

(Cambridge) Ogni giorno che passa, la crisi finanziaria globale del 2008 appare sempre più come una semplice passeggiata di fronte alla catastrofe economica di oggi. Il crollo di breve termine della produzione globale attualmente in atto sembra già in grado di competere con quello di qualunque recessione degli ultimi 150 anni.

Anche con tutti gli sforzi compiuti dalle banche centrali e dalle autorità fiscali per attenuare il colpo, i mercati delle economie avanzate ed emergenti sono crollati ad un ritmo mozzafiato, facendo intravedere una profonda crisi economica e finanziaria senza che si possa prevedere con esattezza gli eventi che ne porranno fine. Le domande chiave ora sono queste: quanto sarà grave la recessione, e quanto durerà.

Fino a quando non sapremo quanto rapidamente e accuratamente verrà affrontata la sfida della salute pubblica, è praticamente impossibile per gli economisti prevedere la fine del gioco di questa crisi, almeno finchè perdurerà l’incertezza su come si comporteranno le persone e i politici nelle prossime settimane e mesi.

Dopotutto, il mondo sta vivendo qualcosa di simile a un’invasione aliena. Sappiamo che prevarranno la determinazione e la creatività umana. Ma a quale costo?

Al momento della stesura di questo articolo, i mercati sembrano essere cautamente fiduciosi su una ripresa rapida, forse a partire dal quarto trimestre di quest’anno. Molti commentatori indicano l’esperienza cinese come un incoraggiante precursore di ciò che attende il resto del mondo. Il settore manifatturiero cinese, infatti, ha visto una crescita sorprendente a marzo, dopo essere stato “sbranato” a febbraio, mentre il paese si era bloccato per contrastare il Covid-19.

Ma questa prospettiva è davvero giustificata? L’occupazione in Cina è in qualche modo rimbalzata, ma è tutt’altro che chiaro quando tornerà ai livelli anche solo vicini a quelli pre-Covid-19. E anche se la produzione cinese riprenderà completamente, chi comprerà quei beni quando il resto dell’economia globale starà ancora affondando?

Per quanto riguarda gli Stati Uniti di Trump (che starebbe per silurare l’immulogo Anthony Fauci, ndr), tornare al 70% o all’80% della capacità produttiva sembra un sogno lontano. Ora che gli USA hanno miseramente fallito nel contenere l’epidemia (pur avendo il sistema sanitario più avanzato del mondo), gli americani troveranno estremamente difficile tornare alla normalità economica fino a quando un vaccino diventerà ampiamente disponibile, e ciò potrebbe essere possibile ad un anno o più di distanza. Al momento, vi è persino incertezza su come gli Stati Uniti realizzeranno le elezioni presidenziali del prossimo novembre.

Per ora, i mercati sembrano essere confortati da massicci programmi di stimolo statunitensi, che sono stati assolutamente necessari per proteggere i lavoratori e prevenire un crollo maggiori del mercato. Tuttavia, è già chiaro che sarà necessario fare molto di più, ed una massiccia iniezione di stimolo della domanda, da parte dei governi, assolverebbe molti peccati.

Dal punto di vista storico, il mondo sta vivendo la pandemia più grave dallo scoppio dell’influenza del 1918-19-20. Se questa volta un altro 2% della popolazione mondiale dovesse morire, il bilancio delle vittime arriverebbe a circa 150 milioni di persone. Fortunatamente, il risultato non sarà così estremo, visti i blocchi radicali e le misure di distanziamento sociale che vengono adottate in tutto il mondo; ma fino a quando la crisi sanitaria non sarà risolta, la situazione economica sembrerà estremamente cupa, ed anche dopo una ripresa economica, i danni alle imprese e ai mercati del debito avranno effetti persistenti, soprattutto considerando che il debito globale era già a livelli record prima dell’inizio della crisi.

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A dire il vero, i governi e le banche centrali si sono mossi per sostenere ampie aree del settore finanziario in modo energico, e sembrano avere la potenza di fuoco per fare molto di più, se necessario. Il problema, tuttavia, è che stiamo vivendo non solo uno shock della domanda, ma anche un enorme shock dell’offerta.

Aumentare la domanda può contribuire ad appiattire la curva di contagio aiutando le persone a rimanere bloccate, ma c’è un limite a quanto può aiutare l’economia se, diciamo, il 20-30% della forza lavoro è in isolamento fino a quando non sarà disponibile un vaccino (cioè, per i prossimi uno-due anni).

Dato che la crisi finanziaria del 2008 ha prodotto una profonda paralisi politica e alimentato un gruppo di leader populisti anti-tecnocratici, possiamo aspettarci che la crisi Covid-19 porti a sconvolgimenti ancora più estremi. La risposta della sanità pubblica degli Stati Uniti, per esempio, è stata catastrofica, a causa di una combinazione di incompetenza e abbandono a molti livelli di governance, incluso il più alto. Se le cose continuano così come sono, il bilancio delle vittime nella sola zona di New York City potrebbe superare quello del Nord Italia.

Certo, si possono immaginare scenari più ottimistici. Con test approfonditi, siamo in grado di determinare chi è malato, chi è sano e chi è già immune e quindi in grado di tornare al lavoro. Tale conoscenza sarebbe preziosa. Ma, ancora una volta, a causa di diversi livelli di cattiva gestione e di priorità sbagliate che risalgono a molti anni fa, gli Stati Uniti ed il mondo intero sono tristemente a corto di un’adeguata capacità di effettuare test su vasta scala.

Anche senza un vaccino, l’economia potrebbe tornare alla normalità relativamente presto se si trovassero i trattamenti farmacologici più efficaci. Tuttavia, in assenza di test diffusi e di un chiaro senso di ciò che costituirà “normale” tra un paio d’anni, sarà difficile convincere le imprese a investire e assumere.

Infine, è evidente che le perdite di borsa, finora, siano state inferiori a quelle del 2008, e tutti ricordano come i valori siano risaliti durante la ripresa. Ma se i mercati non vedranno effetti tangibili sul lato della domanda, gli investitori non potranno aspettarsi un rapido rimbalzo.

Tra qualche mese gli scienziati sapranno molto di più sul nostro microscopico invasore alieno. Infatti, con il virus che sta correndo negli Stati Uniti, i ricercatori americani avranno accesso diretto ai dati e ai pazienti, piuttosto che dover fare affidamento solo sui dati cinesi provenienti dalla provincia di Hubei.

Solo dopo che l’invasione sarà stata respinta, sarà possibile stimare il prezzo del cataclisma economico che il virus ha lasciato sulla sua scia.

*Economista e professore di Economia all’università di Harvard