Maggio 30, 2026
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Gli italiani destinano il 52% dello stipendio in affitto. Firenze, Milano e Roma le città più care

Secondo uno studio di N26, l’Italia è all’ultimo posto in Europa, seguita da Spagna, Paesi Bassi e Regno Unito. Sul podio il Belgio, con una spesa pari a circa il 18% dello stipendio.

Che impatto ha l’aumento del costo della vita e in particolare del caro-affitti sulle modalità di spesa e di risparmio degli europei? E quanto pesa questo impatto nella valutazione dell’attrattività di un Paese?  

L’Indice di vivibilità (misurato in 12 Paesi europei: Italia, Austria, Belgio, Danimarca, Francia, Germania, Grecia, Paesi Bassi, Regno Unito, Spagna, Svezia e Svizzera), della banca online N26 è uno studio che ha l’obiettivo di individuare i Paesi europei che offrono una migliore qualità della vita. La speciale classifica – creata in base alla percentuale di stipendio mensile speso per l’affitto e per l’elettricità, alla variazione tra inflazione e percentuali di aumento salariale e alla concentrazione di persone in ogni Paese – considera le spese relative all’affitto e l’energia elettrica che gli abitanti si trovano ad affrontare, oltre alla densità della popolazione e al senso generale di felicità dei residenti (dati sono stati raccolti dall’ultimo World Happiness Report). Tra i vari costi analizzati per definire il ranking dei paesi più vivibili in Europa, quindi, rivestono particolare importanza quelli relativi all’affitto, soprattutto se analizzati in relazione all’ammontare medio degli stipendi.

Secondo lo studio elaborato dalla banca N26, l’Italia si classifica all’ultimo posto del ranking con focus affitti: la situazione caro-affitti nel nostro paese ha un impatto non indifferente sugli stipendi mensili degli italiani, tra i più bassi in Europa. Oltre il 52% del salario infatti è destinato all’affitto, percentuale più elevata tra i Paesi europei considerati, considerando la media nazionale del costo degli affitti per un bilocale, che si attesta attorno ai 1.400 euro. L’analisi più dettagliata delle città italiane vede Firenze come la più costosa, con una media mensile di costi per affitto pari a 1.806 euro e picchi di 2.200 euro per il centro storico. Milano segue con una media di 1.674 euro mensili, ma torna in vetta se consideriamo il picco più alto di costi per bilocali in centro storico, con circa 2.838 euro mensili. A Roma, invece, terza in classifica, il costo medio degli affitti per un bilocale è sotto la media, con un prezzo medio di 1.200 euro. Non va meglio per le stanze singole, richieste tipicamente da lavoratori dipendenti residenti a più di 100 km dalla sede di lavoro e, soprattutto, dagli studenti universitari fuori sede – che nel corso del 2023 hanno avviato una campagna in tutto il Paese per sensibilizzare il Governo verso il diritto allo studio messo in pericolo dai canoni di affitto insostenibili

Se l’Italia è il fanalino di coda di questa classifica di N26, a precederla tra i Paesi europei troviamo la Spagna, con un prezzo medio di affitto mensile pari a 1.377 euro, i Paesi Bassi, 1.620 euro circa, e il Regno Unito con 1.460 euro al mese. In questi Paesi le percentuali di stipendio da destinare all’affitto sono più basse, rispettivamente di 45% per la Spagna e 37% per i Paesi Bassi e il Regno Unito. Al primo posto della classifica troviamo invece il Belgio, dove l’affitto di un bilocale costa circa 800 euro mensili: qui gli abitanti destinano solo il 18% del proprio stipendio a questa spesa. Ad occupare il secondo e il terzo posto ci sono Svizzera e Danimarca, dove per un bilocale che costa rispettivamente 1.733 euro e 1.159 euro si destina in media il 21% del proprio stipendio mensile.

Metodologia usata – L’Indice di vivibilità di N26 si focalizza su 12 paesi europei selezionati in base al loro richiamo per la ricollocazione, alla dimensione della popolazione e alla stabilità economica. Le classifiche sono state determinate analizzando le spese medie per l’energia nel 2023, gli aumenti salariali medi dal 2022 al 2023, la densità di popolazione al 16 luglio 2023 e i livelli di felicità medi negli anni 2020-2022. Classifiche più alte riflettono spese per l’energia più basse, aumenti salariali più elevati rispetto all’inflazione, densità di popolazione più bassa e livelli di felicità più alti, con l’intento di evidenziare i paesi più favorevoli per la ricollocazione o la residenza in base al punteggio complessivo. 

Qualità della vita e mercato immobiliare: un legame stretto, ma non troppo

Ad eccezione delle zone più centrali di Milano e Roma, le quotazioni immobiliari “si somigliano” sempre di più in tutto il territorio italiano, a prescindere dalle differenze nella qualità della vita.

Il legame tra qualità della vita e attività economiche è sempre stato molto stretto, ma è un errore pensare che alla sensazione – del tutto individuale – di un elevato livello medio di qualità della vita debbano necessariamente corrispondere altrettanto elevati livelli medi di reddito, ricchezza e benessere generale. Non sono in pochi, infatti, a ritenere che in molte regioni del Meridione d’Italia, notoriamente arretrato in termini di PIL e ricchezza pro capite (per non parlare delle infrastrutture fatiscenti), in realtà si riesca a vivere meglio rispetto alle regioni del Settentrione per via del minor costo della vita, delle relazioni interpersonali più soddisfacenti e della qualità media dei servizi pubblici che, per quanto riguarda Sanità, trasporti e scuole si va livellando sempre di più (anche se spesso in peggio).

Relativamente al mercato immobiliare, poi, ad eccezione dei centri di Milano e Roma le quotazioni “si somigliano” sempre di più nelle grandi città che nei comuni minori e più piccoli, con poche distinzioni a seconda delle località. Città come Siena, per esempio, pur essendo grandi e popolate più o meno come quella di Trapani o di Ragusa, scontano quotazioni maggiori per via del migliore tessuto economico e della maggiore attrattività turistica, ma è sufficiente esplorare il mercato immobiliare di Noto (SR) per trovare quotazioni non molto lontane da quelle di Siena. Sul tema, il Sole 24 Ore ha recentemente pubblicato l’annuale classifica sulla qualità della vita nelle città italiane, secondo la quale al vertice si piazza Bologna, al secondo posto Bolzano e al terzo posto Firenze. Ma in classifica generale troviamo primeggiare altre province più piccole e benestanti, che superano le aree più grandi e popolate in quanto a ricchezza e consumi. Relativamente a questi due ultimi parametri, infatti, la stessa Bologna è superata da Belluno.

C’è da dire che Bologna, da sempre, gode di un’ottima reputazione in termini di qualità di vita, un aspetto quest’ultimo che dopo il Covid ha assunto un peso sempre più specifico nelle scelte delle città in cui acquistare casa. Ed è questo uno dei motivi che vede il capoluogo emiliano tra le città in cui i prezzi degli immobili continuano a crescere negli ultimi semestri e i tempi di vendita a diminuire. Ad alimentare la domanda anche gli investitori e gli studenti che trovano un’ottima offerta formativa con facoltà di elevato standard.  Nel capoluogo emiliano, infatti, i valori delle case crescono a partire dal 2016. Inoltre, nel secondo semestre anche i canoni di locazione sono in decisa ripresa, anche alla luce del ritorno dei flussi turistici che stanno determinando una minore offerta sul mercato. Infatti, la carenza di offerta degli immobili in locazione è un aspetto importante per una città come Bologna, da sempre molto attrattiva per studenti e lavoratori fuori sede e su cui vale la pena fare una riflessione, tanto che proprio nel capoluogo emiliano stanno partendo degli interventi di student housing.

Quest’ultimo è un aspetto che accomuna Bologna alla terza città sul podio, ovvero Firenze, che registra un mercato molto florido, con un’importante domanda abitativa e segnala, soprattutto nelle zone centrali, una forte domanda ad uso turistico recettivo orientata agli affitti brevi, tanto che molti uffici in cattivo stato e in contesti residenziali sono stati convertiti in abitazioni con tale finalità. A Firenze, infatti, nella prima parte del 2022 i prezzi delle case sono cresciuti dello 0,8%. A premiare la città dal punto di vista immobiliare anche i lavori per la tramvia che miglioreranno i collegamenti con il resto della città e con l’aeroporto, la presenza delle facoltà universitarie e alcuni interventi di riqualificazione tra cui, il più importante, quello dell’ex “Manifattura Tabacchi”.

Molto bene, nelle prime dieci posizioni, anche la città emiliana di Parma, che da sempre vanta un mercato abitativo dinamico con acquisti sia di prima casa sia per investimento grazie all’università e a importanti aziende. Infatti, anche in questa prima parte del 2022 la cittadina mette a segno un aumento dei prezzi del 4,6%. E nella top ten anche Trieste che, da alcuni semestri, registra un mercato immobiliare molto vivace con una richiesta in aumento da parte di investitori, anche stranieri dall’Europa dell’est, che stanno puntando sulla cittadina sia per mettere a reddito l’immobile sia come casa vacanza. Perde posizioni Milano, pur restando nella top ten. A livello di mercato è la metropoli più dinamica, con valori in crescita del 4,0% e tempi di vendita intorno a 52 giorni. Allo stesso tempo, però, il mercato immobiliare della città diventa sempre meno accessibile a causa di prezzi e canoni di locazione troppo elevati. Nella nostra indagine sulle annualità di stipendio per acquistare casa a Milano, con un prezzo medio di 4.138 euro al mq, occorrono 13 annualità contro una media nazionale di 6,9. Anche i canoni di locazione sono i più elevati di Italia, dal momento che per un bilocale occorrono quasi 1000 euro e per un trilocale ne occorrono 1.300.

Tempi di vendita degli immobili più veloci. Milano e Bologna in corsa

Secondo Tecnocasa, continua il buon andamento del mercato immobiliare italiano, confermato dall’andamento dei tempi di vendita più brevi rispetto alle ultime rilevazioni.

Gli ultimi dati elaborati dall’Ufficio Studi Tecnocasa mostrano tempi medi di vendita pari a 114 giorni nelle grandi città, 144 nei loro hinterland e 138 giorni nei capoluoghi di provincia. A distanza di un anno, pertanto, si riscontra rispettivamente una diminuzione di quattro giorni, tredici giorni e otto giorni, e questo rivela come il mercato immobiliare confermi una certa vivacità di fondo, in attesa di un prossimo rialzo delle quotazioni che, a causa dell’inflazione, si dà ormai quasi per scontato nei prossimi 24 mesi.

In particolare, i dati rivelano una certa contrazione dell’offerta dopo anni di costante superamento della domanda, quest’ultima prima tenuta in piedi dai tassi fissi dei mutui anche inferiori all’1%, e adesso sostenuta dal timore di una inflazione elevata e da un certo spostamento di liquidità dalla Finanza all’immobiliare, nonostante i tassi fissi del credito casa siano quasi triplicati nel giro di pochi mesi – oggi veleggiano intorno al 2,6-2,8% – ma sono ancora convenienti ed eventualmente rinegoziabili in futuro, nel caso assai improbabile di un ritorno verso i tassi prossimi allo zero.

Con l’offerta che diventa sempre più esigua, chi sta valutando l’acquisto dell’immobile deve velocizzare la sua decisione, e se trova l’immobile adatto alle proprie esigenze deve sbrigarsi a bloccare il prezzo (e a chiudere la trattativa), perché il rischio di essere superati da altri compratori è reale. Tra le grandi città, i tempi di vendita più lunghi si sono registrati a Bari dove per vendere un immobile occorrono 153 giorni, ma è in miglioramento di 9 giorni rispetto a un anno fa. Diminuiscono di 24 giorni i tempi di vendita a Verona, una delle città dove il mercato immobiliare si sta dimostrando particolarmente attrattivo. Milano si conferma la città più veloce, con 57 giorni, in contrazione di tre giorni rispetto ad un anno fa, confermando così la sua leadership sul mercato immobiliare.  A Bologna le abitazioni si vendono in 72 giorni, seconda città più veloce dopo Milano, ma il trend è in leggero peggioramento.

L’analisi dei tempi di vendita per l’hinterland delle grandi città conferma come in queste realtà il mercato immobiliare stia diventando sempre più veloce. Infatti, continua il trend che vede una ricerca sempre più forte nei comuni dell’hinterland, dove si stanno indirizzando coloro che hanno un budget più contenuto o che sono alla ricerca di soluzioni abitative più ampie o di soluzioni indipendenti. Gli hinterland dove occorre meno tempo per vendere casa sono quelli di Firenze (110 giorni) e di Napoli (129 giorni). Tra i capoluoghi di provincia spiccano quelli di Rovigo con 71 giorni, di Monza con 94 e di Vicenza e di Venezia con 95.

Immobili commerciali, -13,8% tra prezzo iniziale e finale. Quanto rende investire in un negozio in città

Tecnocasa lo ha calcolato uno sconto medio del 13,8% in fase di trattativa, soprattutto sui negozi. Ecco quanto può rendere un negozio nelle grandi città d’Italia. Roma e Firenze superano il 10% annuo.

Nel 2021 il mercato degli immobili per l’impresa si è ripreso, pur dimostrando ancora delle fragilità. I dati sui volumi scambiati lo confermano. Uno dei segmenti maggiormente dinamici è stato quello dei capannoni grazie all’esplosione della logistica e alla ricerca di spazi da parte di aziende di produzione che, in molti casi, hanno riportato in Italia l’attività con un’operazione di reshoring.

A questa domanda elevata non corrisponde tuttavia altrettanta offerta, soprattutto di nuova costruzione. Sul mercato, infatti, abbondano le tipologie usate e questo spiega il motivo per cui il ribasso, rispetto al prezzo richiesto, è elevato. Tecnocasa lo ha calcolato uno sconto medio del 13,8% in fase di trattativa, soprattutto sui negozi dove a muoversi per l’acquisto sono prevalentemente investitori alla ricerca di un asset che possa garantire rendimenti annui lordi intorno al 10%. La possibilità di trattare il prezzo sta portando molti alla ricerca di “occasioni”. A seguire i laboratori (-12,2%) e i capannoni (-11,0%). Questi ultimi in particolare penalizzati dalla vetustà. Sconti più contenuti sugli uffici (-9,4%) dove, al momento, c’è interesse in particolare per le tipologie immobiliari di nuova generazione per le quali è più difficile negoziare. Comprano sia professionisti, certi della solidità della propria attività, sia investitori che si orientano su soluzioni all’interno di contesti residenziali al fine di mettere in atto un cambio di destinazione d’uso in abitativo.    

Il segmento degli immobili per l’impresa ha messo in luce una ripresa nella prima parte del 2021, soprattutto lato compravendite come testimoniano i dati delle agenzie delle Entrate che hanno registrato un trend crescente. Se guardiamo alle tipologie commerciali, si evidenza un aumento del 15,4% rispetto alla prima parte del 2019 e del 61,8% rispetto alla prima parte del 2021, e la metà delle compravendite (di negozi) sono state indirizzate all’investimento. Gli investitori, infatti, stanno tornando anche se con prudenza a impiegare i propri capitali su questo asset cercando soluzioni ben posizionate e già locate da tempo e puntando a rendimenti elevati. I rendimenti annui lordi possono infatti superare anche il 10% in vie di passaggio per scendere in alcune zone top. Nelle grandi città i rendimenti annui lordi possono andare dall’8,5% medio di Milano per arrivare all’11,1% di Roma e al 10,4% di Firenze.

Da dove arriva chi compra casa nelle grandi città? A Milano, Verona e Roma le percentuali più alte

Relativamente alla provenienza di chi acquista casa nelle grandi città, secondo Tecnocasa il primo semestre 2020 non evidenzia particolari variazioni rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente, pur essendo segnato dall’emergenza Covid.

Per comprendere meglio quali siano stati gli spostamenti sul territorio da parte di chi compra casa, l’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa ha analizzato le compravendite realizzate attraverso le agenzie affiliate nelle grandi città italiane nel primo semestre del 2020. Per ogni grande città si è calcolata la percentuale di acquirenti già residenti in città, in arrivo dalla provincia della città stessa ed in arrivo da altre province italiane.

L’analisi ha messo in evidenza che Milano, Verona e Roma sono le città con le percentuali più alte di acquisti da parte di persone in arrivo da altre province (rispettivamente 13,2%, 12,0% e 10,6%). Percentuali in aumento rispetto ad un anno fa, quando ad esempio a Milano gli acquirenti in arrivo da altre province si fermavano al 10,9%.

In generale a Milano si registra l’81,7% di compravendite da parte di residenti, il 5,1% in arrivo dall’hinterland e il 13,2% in arrivo dalle diverse province dello stivale. A Verona il 69,3% delle compravendite riguarda persone già residenti in città, il 18,7% riguarda acquirenti in arrivo dall’hinterland ed il 12,0% riguarda persone in arrivo dalle altre province italiane. Per quanto riguarda Roma si registra un 85,0% di compravendite effettuate da persone già residenti in città, un 4,3% di transazioni concluse da acquirenti in arrivo dalla provincia della capitale stessa ed un 10,6% di compravendite effettuate da persone in arrivo dalle altre province d’Italia. Seguono le altre grandi città che hanno una più bassa percentuale di transazioni immobiliari concluse da persone in arrivo da altre province: Torino 8,0%, Firenze 7,7%, Bari 7,5%, Genova 5,8%, Bologna 5,1%, Napoli 4,3 e Palermo 2,8%.

Spesso chi arriva da fuori è un investitore, a Milano ad esempio il 32,0% degli acquirenti che arrivano da altre province compra per investimento.  

Dato interessante quello che mostra come in alcune delle grandi città a comprare siano quasi esclusivamente persone già residenti: a Genova ben il 91,3%, a Bologna l’87,2% e a Palermo l’86,5%. Inoltre, Bari, Torino e Verona sono le metropoli nelle quali la percentuale di acquisto da parte di persone provenienti dall’hinterland è più elevato: Bari 28,3%, Verona 18,7% e Firenze 17,3%.

Il semestre appena concluso è stato segnato dall’emergenza Covid, ma i risultati dell’indagine comunque non evidenziano particolari variazioni rispetto allo stesso semestre dell’anno precedente: attualmente, infatti, nelle grandi città analizzate, la media di acquirenti in arrivo da altre province si attesta al 7,7%, stessa quota raggiunta anche nel 2019. Bisognerà quindi attendere i prossimi semestri per capire se l’emergenza sanitaria sortirà concretamente qualche effetto sui flussi migratori degli acquirenti e sulle loro scelte.

 

Tecnocasa, 6.6 annualità di stipendio per comprare casa in italia. 11.1 a Milano, 3.6 a Palermo

Il divario economico tra Nord e Sud Italia viene confermato anche dal dato delle annualità di stipendio necessarie per comprare casa in Italia. Dalle 11,1 di Milano alle 3,6 di Palermo, la “questione economica meridionale” trova una ennesima conferma.

L’acquisto della casa è una delle spese maggiori che le famiglie italiane devono sostenere, a livello nazionale si evince che sono necessarie 6,6 annualità di stipendio per comprare casa: 0,4 in più di quante ne servivano l’anno scorso.

Milano è la città dove occorrono più annualità, 11,1 seguita da Roma che scivola al secondo posto, con 9,3 annualità. Il rialzo costante dei prezzi a Milano, con tassi di crescita superiori alla media la pone in cima alle città più costose d’Italia. Al terzo posto Firenze con 9 annualità. La città dove servono meno annualità di stipendio è Palermo (3,6).

Effettuando un confronto a distanza di dieci anni, si evince che a livello nazionale la differenza è stata più consistente: infatti si è passati dalle 9,0 annualità nel 2009 alle 6,6 del 2019. In questo lasso temporale per comprare casa a Roma occorrono 4,3 annualità in meno (nel 2009 ne servivano 13,6), a Milano 1,4 annualità in meno. Bologna (-1,1) è la città in cui, nell’orizzonte temporale considerato, il numero di annualità necessario è diminuito meno.

Per elaborare questa analisi l’Ufficio studi del gruppo Tecnocasa ha preso in considerazione i dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate nelle grandi città e rilevati a dicembre 2019, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente, al netto dei dirigenti, a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati Istat.

Il valore finale della retribuzione è una stima. Va specificato, inoltre, che l’ipotesi è costruita considerando che il reddito venga interamente destinato all’acquisto di un’abitazione di 85 metri quadrati.

Utile un confronto con altre città italiane: Firenze è passata dai 10,8 anni di retribuzione del 2009 ai 9 dell’anno scorso; Bologna da 8,9 di dieci anni fa ai più recenti 7,8; Napoli da 10,2 a 7,6; Torino da 7,1 a 4,8 a pari merito con Verona che però nel 2009 partiva da un punto in meno. In fondo alla lista Bari, Genova e Palermo. La prima ha registrato un crollo dagli 8 anni necessari nel 2009 a 3,8 dell’anno scorso. Le ultime due sono passate rispettivamente da 6,8 e 5,9 di un decennio fa a 3,7 e 3,6 del 2019. “

NOTA METODOLOGICA

L’analisi condotta dall’Ufficio Studi del Gruppo Tecnocasa si basa sui dati relativi al prezzo al metro quadro di un immobile medio usato, raccolti dalle agenzie affiliate delle grandi città e rilevati a dicembre 2019, e sulle retribuzioni contrattuali annue di cassa per dipendente (al netto dei dirigenti) a tempo pieno per attività economica e contratto, al lordo delle trattenute fiscali e previdenziali, ricavate dalla banca dati ISTAT. Si è inoltre ipotizzato che il reddito fosse destinato interamente all’acquisto di un’abitazione di 85 mq. In questa analisi il valore finale della retribuzione è stato ottenuto da una stima.