Dicembre 12, 2025
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La SEC avvisa i fondi USA sulle pratiche di investimento ESG non conformi. L’ESMA indietro sui controlli

L’avviso della SEC intima ai fondi che progettano strumenti di  investimento ESG di investire esattamente come promettono di fare nei prospetti informativi. In Europa, la vigilanza dell’ESMA sull’applicazione effettiva dei criteri ESG partirà solo nel 2022.

E’ notizia recente quella secondo la quale gli ispettori della Securities and Exchange Commission (SEC), a seguito di alcune segnalazioni, stiano riscontrando nei prospetti informativi di numerosi prodotti ESG (acronimo dei termini “environmental”, “social” e “governance”) affermazioni “non comprovate” e “potenzialmente fuorvianti” – accompagnate da pratiche discutibili dei consulenti finanziari americani – riportate dalle società di investimento e fondi privati ​​che offrono questi strumenti finanziari al pubblico. Pertanto, sembrerebbe che la crescita esplosiva della domanda degli investitori per questa particolare categoria di prodotti finanziari, e la conseguente proliferazione dell’offerta, oggi si scontri con la mancanza di definizioni ESG standardizzate, tanto da rappresentare un rischio che ha costretto la Division of Examinations della SEC ad emettere un avviso.

Allison Herren Lee

“Le aziende che affermano di condurre investimenti ESG devono spiegare bene agli investitori cosa intendono per ESG, e poi devono fare esattamente ciò che dicono di fare in termini di investimento effettivo del denaro raccolto presso gli investitori”, ha detto in una dichiarazione pubblica il presidente della SEC, Allison Herren Lee. “Come con qualsiasi altra strategia di investimento – ha proseguito Herren Leeconsulenti e fondi non dovrebbero fare affermazioni che non si accordano con le loro pratiche, e i nostri esaminatori cercheranno quella coerenza tra affermazioni e pratica. Il ruolo della SEC non è quello di valutare se una particolare strategia è buona, ma di garantire che gli investitori sappiano cosa stanno ottenendo quando scelgono un particolare consulente finanziario, fondo, strategia o prodotto“.

In sintesi, gli esaminatori della SEC hanno riscontrato che le pratiche di gestione del portafoglio non erano coerenti con il modo in cui le aziende hanno divulgato i loro approcci ESG ai clienti nelle informative, inclusi i questionari di due diligence rivolti agli investitori. Ad esempio, il personale della SEC ha notato che le aziende non aderiscono ai quadri ESG globali in cui le aziende hanno affermato tale adesione, e ha anche osservato che i fondi che detengono investimenti da emittenti con punteggi ESG bassi non sono coerenti con gli approcci dichiarati dalle aziende.

“Come qualsiasi altra strategia, stiamo cercando di vedere se la divulgazione e il marketing attorno alla strategia corrispondono a ciò che sta accadendo nella pratica”, ha detto Kristin Snyder, co-vice direttore della divisione degli esami della SEC alla recente conferenza 2021 dell’associazione dei consulenti per gli investimenti. “Ad esempio, se le aziende affermano di escludere determinati titoli, esse hanno meccanismi in atto per garantire che quei titoli siano esclusi dal portafoglio?“.

Gli esaminatori hanno scoperto affermazioni infondate o potenzialmente fuorvianti in merito agli approcci ESG in una varietà di contesti. Ad esempio, lo staff ha notato materiali di marketing per alcuni fondi orientati ai fattori ESG che pubblicizzavano metriche favorevoli di rischio, rendimento e correlazione relative agli investimenti ESG senza rivelare fatti sostanziali riguardanti il ​​significativo rimborso delle spese ricevuto dallo sponsor del fondo, il che ha gonfiato i rendimenti di tali fondi. La SEC ha anche osservato affermazioni infondate da parte di consulenti americani in merito ai loro contributi sostanziali allo sviluppo di specifici prodotti ESG, quando, in realtà, i loro ruoli erano molto limitati o irrilevanti.

“L’armonizzazione delle informazioni ESG è fondamentale quando ci si prepara per un esame SEC”, ha dichiarato Mark Perlow, partner di Dechert, uno studio legale aderente alla conferenza IAA. “L’ESG, con i suoi obiettivi di sostenibilità,  è probabilmente uno dei più grandi megatrend secolari mai visti, e la SEC non può certo ignorarlo”.

L’Europa era già intervenuta sulla finanza sostenibile con il documento del 6 febbraio 2020 della European Securities Market Authority (ESMA), che ha pubblicato un piano strategico connesso alla valorizzazione dei c.d. “fattori ESG”. Nella nota, l’ESMA affermava l’importanza di definire, entro il biennio 2020-2021, un codice unico in materia di investimenti sostenibili per individuare standard tecnici armonizzati, nonché obblighi di trasparenza e due diligence, e soprattutto per accertare la presenza di fattori ESG nelle attività oggetto di investimento, in modo da prevenire il rischio connesso ai prodotti che, presentati al mercato come “sostenibili”, invece non ne hanno affatto (o solo in parte) le caratteristiche, e non soddisfano gli standard ambientali di base (c.d. pratica del “green washing”). 

Successivamente (del 17 luglio), la Commissione Ue ha adottato tre regolamenti delegati relativi ai requisiti di rendicontazione dei benchmark climatici e ai fattori ESG, poiché era chiara la consapevolezza che mancasse un processo omogeneo di sviluppo di tali prodotti. In particolare, i benchmark climatici avrebbero aiutato gli investitori attenti alle problematiche del clima a prendere decisioni informate, e a non essere eventuali vittime del green washing.

Purtroppo, in materia di vigilanza diretta “a posteriori” l’ESMA sembra essere indietro rispetto alla SEC, dal momento che si prevede che a decorrere dal 2022 verrà implementata soltanto l’attuazione dei nuovi indici di riferimento di transizione climatica e de-carbonizzazione previsti dal Regolamento EU 2019/2089. Pertanto, di monitoraggio ispettivo sulla rispondenza degli strumenti di investimento ESG al rispetto effettivo – e cioè nella pratica di investimento  – delle relative indicazioni, in territorio europeo, ancora non si parla. La sensazione, però, è che oggi si stia percorrendo il medesimo principio di vigilanza “difensiva” – come quello della “consulenza difensiva” generato dalle MiFID – che sarà invasivo sulla carta, ma poco efficace nel concreto.

Ethenea Independent Investors festeggia il suo decimo anniversario. “La flessibilità è essenziale”

I gestori Luca Pesarini e Arnoldo Valsangiacomo hanno fondato la società di investimento indipendente nel settembre 2010 al fine di gestire in modo ottimale i tre fondi Ethenea già esistenti dal 2002.

10 settembre 2020 – Ethenea ha oggi sede in Lussemburgo e gestisce attivamente un patrimonio di 3,45 miliardi di euro. ETHENEA è una società d’investimento indipendente con sede in Lussemburgo. Gli Ethna Funds, gestiti da ETHENEA Independent Investors S.A., sono fondi d’investimento conservativi, che perseguono una performance continuativa e la minimizzazione del rischio.

Sono passati 18 anni da quando Pesarini e Valsangiacomo hanno lanciato il loro primo fondo comune: l’Ethna-Aktiv. “Quando abbiamo fondato l’Ethna-Aktiv, nel 2002, sui mercati c’era uno stato d’animo di enorme sconvolgimento dopo l’11 settembre e lo scoppio della bolla delle dotcom“, ricorda Pesarini. “A quel tempo, i fondi multi-asset erano a malapena rappresentati e proprio lì abbiamo visto la nostra opportunità“.

Lo scopo del fondo è quello di preservare il capitale affidato ai gestori di portafoglio e di aumentarlo costantemente nel lungo termine con i minori rischi e volatilità possibili. Questo approccio si è rapidamente dimostrato di successo tanto che Pesarini e Valsangiacomo hanno lanciato i fondi Ethna-Defensiv nel 2007 ed Ethna-Dynamisch nel 2009, utilizzando gli stessi principi. Un anno dopo, hanno fondato la società Ethenea per concentrarsi esclusivamente sulla gestione dei tre fondi.

Da allora l’azienda è cresciuta insieme al successo dei fondi. Un team di esperti gestisce i tre fondi insieme ai due fondatori, che sono tuttora gestori attivi in Ethenea. Nonostante la loro diversa focalizzazione in termini di asset class e profili di rischio, tutti i fondi Ethenea hanno un elemento in comune: nel loro DNA c’è un approccio multi-asset gestito in modo attivo e flessibile, indipendente da benchmark.

Guardando al futuro, i fondatori sono convinti che il loro approccio iniziale sia valido oggi come lo era il primo giorno. “Siamo grati per la fiducia che i nostri investitori hanno riposto in noi e orgogliosi dei progressi che abbiamo fatto insieme a loro“, afferma Arnoldo Valsangiacomo. “Vogliamo continuare ad aiutare i nostri clienti a raggiungere i loro obiettivi di investimento e guardare avanti per i prossimi anni”. “Il nostro mondo è in continuo movimento. Cambiano i mercati, i prodotti e le opinioni. Per stare al passo è importante continuare a muoversi e la flessibilità è essenziale”, afferma Luca Pesarini. Entrambi i gestori si sono sempre contraddistinti per la volontà di esplorare nuovi percorsi e affrontare nuove sfide in modo innovativo”.

Tempi duri per gli energy e commodity fund. High Yeld europei da preferire a quelli americani

Nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quelli del vecchio continente.

Quello del prezzo del petrolio è il primo vero shock dopo gli anni ’70. Una cosa del genere (30 milioni di barili al giorno in meno) non era successa neanche nel 2008. Secondo l’edizione di aprile del report “Commodity markets outlook” della Banca Mondiale, l’impatto complessivo del Coronavirus sulle commodity “dipenderà da quanto è grave, da quanto tempo durerà e da come i Paesi e le organizzazioni internazionali sceglieranno di rispondere”.

Pertanto, la pandemia ha tutte le carte in regola per apportare cambiamenti strutturali e durevoli sulla domanda e l’offerta di materie prime, le c.d. commodities, identificabili tipicamente in petrolio, gas, metalli, metalli preziosi, materie prime agricole e bestiame. Però la crisi non ha avuto lo stesso effetto in tutte le singole aeree. Infatti, mentre le materie prime energetiche e i metalli sono stati maggiormente colpiti dal blocco delle attività economiche, quelle agricole o legate all’allevamento di animali sono state sorrette da una domanda solo in leggero calo, ed hanno vissuto difficoltà solo fino a quando non si è riusciti a garantire, senza intoppi, la regolare catena distributiva. Invece, i crolli si sono registrati soprattutto per il petrolio e tutte quelle commodities legate al settore dei trasporti, complice anche il clima da guerra dei prezzi iniziato a Gennaio e culminato ad aprile, in piena crisi pandemica, con alcuni benchmark scambiati addirittura a livelli negativi.

Di conseguenza, tutti gli strumenti di risparmio gestito (fondi e sicav) che investono in materie prime – ad eccezione di pochissimi tra loro, che hanno avuto fino ad oggi una eccellente capacità di recupero, come Amundi CPR Global Resources in euro – hanno subito un decremento di valore molto significativo, che nelle settimane successive è stato solo parzialmente recuperato assorbendo esclusivamente l’iper-venduto.

Del resto, il consumo di petrolio giornaliero pre-Covid19 si attestava sui 100 milioni di barili al giorno, mentre oggi è sceso a circa 70 milioni. Per far fronte al crollo della domanda, il prezzo del Brent è sceso da 60 a 20 dollari al barile, mentre la mancanza di stoccaggi ha portato il WTI al fenomeno dei prezzi negativi osservati la scorsa settimana. La differenza tra i due (Brent e WTI) dipende dalla diversa regolamentazione: il mercato del WTI si riferisce al petrolio estratto negli Stati Uniti, che è libero e dipende esclusivamente dalla legge di domanda e offerta, mentre quello del Brent è regolamentato all’origine dai paesi dell’Opec+, i quali possono stabilire unilateralmente di tagliare la produzione di petrolio. Ma c’è di più. Per i produttori “liberi” degli Stati Uniti il prezzo di breakeven (punto di pareggio ricavi-costi) è pari a circa 30 dollari al barile, mentre quello dei paesi Opec (Arabia soprattutto) è pari a circa 13-15 dollari, e ciò determina una diversa capacità delle due aree produttive di rimanere nel mercato senza che molte delle aziende più piccole – come quelle americane – falliscano qualora l’attuale livello di prezzo (circa 13 dollari, mentre scriviamo) dovesse continuare a resistere oltre il breve periodo.

Sembra che l’offerta di petrolio sia talmente abbondante che serve tagliare la produzione di almeno 8-12 milioni di barili al giorno solo per ottenere una galleggiamento del prezzo dell’oro nero ai livelli attuali; pertanto, il timore che tutti gli OICR (fondi e sicav) del settore possano risentire di questa situazione per un po’ di tempo è piuttosto elevato, anche perchè la ripresa della domanda, nel caso del petrolio, dipenderà esclusivamente dalla possibilità di debellare il Covid19.

Nel frattempo, la produzione dello Shale Oil statunitense  (petrolio di scisto, prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso) è allo stremo, tanto che la FED sta già cominciando ad acquistare i bond HY (high yeld, obbligazioni ad alto rendimento cedolare ma con rating basso) di molte società petrolifere americane allo scopo di salvarle, dal momento che, se i prezzi dovessero effettivamente rimanere molto bassi per i prossimi 18 mesi, le società USA che producono shale oil si troverebbero sull’orlo del fallimento, e queste società hanno complessivamente un debito verso le istituzioni finanziarie superiore ai 100 miliardi di dollari.

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Invece, nei fondi High Yeld europei  il peso dei titoli energetici è molto più basso di quelli USA, per cui è meglio allontanarsi il più possibile dall’HY americano e convergere su quello del vecchio continente. La soluzione più efficace, ma ancora insperata, potrebbe essere quella di un triplice accordo tra Opec, Russia e Stati Uniti, che in questo modo potrebbero spingere di nuovo in su i prezzi verso quota 40 dollari al barile. Questo livello dei prezzi sarebbe di grande equilibrio, perché consentirebbe ai consumatori occidentali di consumare a costi normali (anche un po’ più bassi di quelli pre-Covid), ma soprattutto eviterebbe al comparto WTI – o anche ad interi stati produttori come la Nigeria – di fallire.

Secondo le previsioni generose della World Bank, i prezzi del petrolio dovrebbero raggiungere una media di 35 dollari al barile verso la fine del 2020, con un calo del 43% rispetto alla media del 2019 di 61 dollari ma con un rialzo del 160% rispetto al prezzo di oggi che, ricordiamolo, ha oscillazioni giornaliere “da infarto” (anche del +/-2o% da un giorno all’altro). Pertanto, chi non è dentro il comparto “Oil + Commodity” potrebbe valutare l’investimento  in fondi specializzati, rispettando il principio di prudenza e dedicando una parte non superiore al 5% del portafoglio. Chi è già dentro, e sta subendo una minusvalenza “importante”, per recuperare ha di fronte a sé solo scelte molto, molto difficili, che prevedono un cambiamento delle proprie abitudini di investimento e, probabilmente, l’aumento della soglia di rischio nella propria asset allocation.

Arte e Finanza, i gestori di fondi alla ricerca del valore. Come la logica di prodotto vanifica la ricerca di capolavori

Per trovare valore nell’Arte,  è fondamentale individuare solo gli artisti emergenti il cui grado di ricerca può confermare le aspettative future degli appassionati e del mercato. La Finanza sia al servizio dell’Arte (e non il contrario).

ll mercato dell’arte sembra ormai sempre più proiettato verso una evidente integrazione con i mercati finanziari e con i suoi maggiori players, interessati alle potenzialità delle opere d’arte ed ai loro margini di guadagno nel tempo. Secondo l’ultimo report di Deloitte, infatti, il valore totale degli asset in arte posseduti dai miliardari è di 1.712 miliardi di dollari, pari al 6% del totale dello stock di ricchezza. Eppure, l’adattabilità ai sistemi di finanza tradizionale di questo particolare settore – che più di tutti incarna il c.d. passion investment – non è affatto scontata, e sembra legata a doppio filo agli elementi “emozionali” che l’Arte, a differenze di azioni e obbligazioni, suscita nei suoi appassionati.

Fino ad un ventennio fa, l’acquisto di opere d’arte era una faccenda quasi esclusivamente privata, dovuta a motivazioni di natura estetica e, soprattutto, di status. Il valore economico-finanziario di un’opera aveva una importanza del tutto marginale. Successivamente, cominciarono a diffondersi alcune pubblicazioni che decantavano le sue qualità anti-cicliche, identificando il mercato dell’Arte come un contenitore ideale di scambi di beni rifugio, capaci di difendere il valore del patrimonio nei momenti di recessione (al pari dell’oro e dei diamanti).

Da lì in poi, quindi, un aumento vertiginoso degli acquisti e dei prezzi. Nel 2008, poi, il crollo del mercato finanziario ha generato una spinta notevole verso gli asset alternativi, portando alla ribalta anche gli scambi in altre categorie di passion investment (come le auto d’epoca ed i vini pregiati).

Ma i cambiamenti più profondi sono avvenuti nel meccanismo di attribuzione del valore. Prima del 2000, infatti, la consacrazione commerciale di un artista avveniva esclusivamente grazie al supporto indispensabile dello storico dell’arte o del critico prestigioso, e solo successivamente gli operatori commerciali e i collezionisti, insieme, ne permettevano gli scambi sul mercato; oggi, invece, è quasi sempre il mercato a influenzare le valutazioni dello storico dell’arte, nel senso che l’artista contemporaneo viene prima consacrato dagli operatori commerciali (che lo lanciano ad un certo livello di prezzo), e solo dopo , una volta “comprato”, egli riceve le attenzioni ed il riconoscimento artistico da parte dei musei o della gallerie più prestigiose.

Di conseguenza, artisti come Jeff Koons o Maurizio Cattelan sono nati letteralmente nelle fiere-mercato mondiali, e successivamente hanno avuto ingresso nei musei. Ma non è tutto. I gestori dei fondi specializzati in Arte stanno già strutturando i propri portafogli associando ai nomi dei “big” (Picasso, Monet etc) quelli di giovani artisti che, secondo i maggiori esperti, presentano margini di rendimento elevati. Una volta acquisite queste opere, i fondi avviano una gestione dei prestiti (lending) ai musei di tutto il mondo, condizionando il trasferimento dei capolavori all’esposizione delle opere delle giovani leve facenti parte del portafoglio, facendo in modo che il passaggio presso un museo di prestigio (o più musei nel corso dell’anno) determini una lievitazione del prezzo dell’artista.

Sembra un meccanismo facile, ma l’apparenza inganna; è fondamentale, infatti, individuare e proporre solo artisti emergenti il cui grado di ricerca artistica presenta caratteristiche tali da confermare le aspettative degli appassionati e rappresentare i futuri capolavori (per niente facile!).

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Con le dovute differenze, il meccanismo di formazione delle quotazioni descritto in precedenza per le opere d’arte somiglia moltissimo a quello che viene attuato nei mercati finanziari, allorquando un titolo azionario o obbligazionario viene immesso in un paniere/indice per la prima volta. Da quel momento, infatti, scatta un aumento della quotazione per via del fatto che sui titoli di quel paniere – che rappresenta un c.d. benchmark per il risparmio gestito – confluisce molta più liquidità in acquisto che su quelli che stanno al di fuori. Al contrario, quando un titolo esce fuori dal paniere-indice, perderà valore perché sarà scambiato (e apprezzato) di meno. Idem per le opere di un artista, se per loro sfortuna dovessero uscire dai “panieri” dei galleristi più autorevoli e dal giro dei musei.

Coloro che operano in finanza, oggi, sono abituati a trattare titoli di qualsivoglia tipologia e rischio, espressi sotto forma di un nome all’interno di una piattaforma telematica. Si tratta della c.d. “dematerializzazione”, che annulla del tutto l’elemento emozionale dettato dal possesso “immateriale” di una tale azione (es. Microsoft). Ebbene, se agli stessi operatori viene fornito il certificato rappresentativo di una singola azione, essi la possono “toccare con mano”, e provare la tipica emozione dettata dal possesso “fisico” del bene e dalla sua storia (non a caso le pareti degli uffici di molti consulenti finanziari sono tappezzate da antichi certificati di vecchie azioni, abbelliti da graziose cornici).

In ogni caso,  vendere e comprare in asta continua ad essere il mezzo più sicuro per investire. il “vecchio” meccanismo dell’asta, infatti, assicura che la formazione del prezzo di vendita sia l’autentico incrocio tra domanda e offerta, ed in più certifica la “storia” di un’opera (particolare fondamentale per i veri appassionati) e consente ai gestori di alimentare il portafoglio dei propri fondi. Arte e finanza, quindi, rappresentano due mondi  adesso ben integrati, ma è importante che la finanza sia a servizio dell’Arte, e non il contrario. In quest’ultimo caso, la seconda verrebbe relegata al rango inferiore di “prodotto vendibile”, determinando una selezione delle opere, da parte dei gestori dei fondi specializzati, basata essenzialmente sulla loro vendibilità e capacità di scambio sul mercato, e non sulle loro qualità artistiche immortali.

In questo consiste la logica finanziaria, che il mondo dei veri appassionati respinge con malcelato sdegno. Infatti, l’investimento in “arte vendibile” finirebbe con l’omologare sia la nuova produzione artistica sia il gusto del pubblico, togliendo spazio alle caratteristiche tipiche di ogni potenziale capolavoro: genio, racconto, capacità creativa, ma anche tracce delle circostanze storiche, culturali, sociali ed economiche dell’epoca in cui l’opera è stata concepita.

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H2O-Natixis, i media e la fuga precipitosa dai fondi: una grande sconfitta per la razionalità

Tutti sapevano che i fondi H2O erano caratterizzati da un livello di rischio più elevato rispetto alla media, eppure c’era chi gridava irrazionalmente al “miracolo finanziario”

Articolo di Marco Pallini

Sulla graticola, in questi giorni, i fondi della casa d’investimento H2O, una tra le società del risparmio gestito che fanno capo al gruppo francese Natixis. Dopo alcuni giorni di passione, in cui il buon nome della società e della capogruppo sono stati messi in dubbio, H2O ha ceduto parte dei propri asset illiquidi ed eliminato le elevate commissioni di ingresso nei propri fondi, nel tentativo di frenare un’ondata di riscatti che è iniziata con la diffusione dei primi allarmi su alcuni titoli detenuti in portafoglio.

Fino ad oggi, infatti, a seguito della sospensione del rating di uno dei suoi fondi da parte di Morningstar, e di numerosi articoli da parte degli organi di stampa che si occupano di finanza (Financial Times in testa), sono usciti quasi 2 miliardi di euro dalle masse gestite, costringendo H2O a vendere frettolosamente molte attività finanziarie per costituire la liquidità necessaria a far fronte ai riscatti.

Ci si chiede se i timori espressi in merito alla liquidità e alla governance siano stati giustificati, e soprattutto se in questa occasione l’informazione finanziaria non abbia giocato un ruolo fondamentale nel diffondere il panico.

Infatti, H2O ha comunicato che l’iniziativa di svalutare gli asset illiquidi ha comportato la svalutazione dei propri fondi fino a un massimo del 7% del valore, mentre Natixis ha fatto sapere che appoggia le iniziative di H20 e che sta già rivedendo il business model della controllata, con l’obiettivo di ripristinare la fiducia nel più breve tempo possibile.

Fin qui la storia recente, densa di notizie e comunicati che si susseguono quotidianamente e tengono alta la soglia di attenzione sul gruppo francese e sulla sua controllata. Da questa vicenda, ancora in corso, possiamo ricavare però alcune importanti riflessioni. In particolare, i fondi H2O:

1) per anni hanno dato risultati eccezionali, dimostrando una eccellente capacità di recupero dopo le fasi di storno (diversamente da tanti pachidermi che vengono collocati);

2) in relazione alla fascia di rischio possono vantare dei gestori di rara abilità, sia per come hanno lavorato, sia per il valore che hanno dato ai soldi in gestione;

3) sono strumenti di risparmio gestito diversi dagli altri: veri e propri hedge fund disponibili, però, anche per piccoli risparmiatori, con un taglio minimo basso e accessibile a tutti (anche solo 2-3mila euro su, ad esempio, un portafoglio di 50 mila);

4) hanno un management fee molto conveniente, e performance fee importanti, ma molto più oneste e trasparenti di quelle applicate da tanti big del risparmio gestito;

5) per via delle leve che presentano nelle diverse asset class, sono sempre stati corredati da documenti informativi recanti con chiarezza le corrette informazioni sulla reale soglia di rischio e sulla volatilità;

6) erano talmente richiesti che lo stesso gestore aveva messo una commissione di ingresso del 5% per limitare le sottoscrizioni (che andava a chi aveva già il fondo in portafoglio, per ricompensarlo della “diluizione”, anche in questo un esempio di correttezza).

A ciò possiamo aggiungere che i più non sono entrati “perché sono già saliti troppo” (rimanendo a “gufare” per qualche anno) o perché le retrocessioni provvigionali non erano poi così soddisfacenti.

In definitiva, nel contesto globale in cui ci troviamo (spread normalissimi, liquidità abbondante delle banche centrali e tassi bassi, previsti in ulteriore ribasso) i fondi H2O non dovrebbero suscitare particolari preoccupazioni per via di quelle quote di titoli illiquidi che sono state dichiarate con immediata trasparenza. Eppure, si è diffuso il panico, generando un ulteriore rischio tecnico (di cui mai si parla, ma c’è eccome!), e cioè che il semplice timore di una valanga di riscatti potesse mettere in crisi il gestore, facendo scendere il valore del fondo per via della vendite forzate.

Un altro rischio tecnico – anche questo poco menzionato – è quello del possibile blocco momentaneo dei riscatti, soluzione estrema che potrebbe essere perseguita qualora i media facessero ancora di tutto per “strombazzare” maldestramente la notizia alla spasmodica ricerca di attenzione.

A conti fatti, la vicenda H2O rischia di essere una sconfitta per tutti, sia per chi quei fondi li ha comprati, sia per chi non li ha mai presi: quando si distrugge valore senza razionalità non è mai una vittoria.

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