Giugno 11, 2026
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Dall’Italia alla Grecia, solo andata. Serve un “upgrade” per l’Unione Europea

In caso di recessione, l’Italia rischia di fare la fine della Grecia? L’Unione Europea è un sottoprodotto di federazione tra stati, destinata al fallimento senza un necessario “upgrade”. Gli investimenti nel Meridione, da soli, potrebbero risollevare il Pil italiano nel lungo periodo.

Di Massimo Bonaventura

Quali vantaggi ha tratto l’Italia dal suo ingresso nell’Unione Europea? In un contesto socio-politico aspro come il nostro, dove non esistono più le “aree grigie” su cui si sono sempre costruiti i compromessi e le riflessioni, questa domanda, da sola, è capace di accendere un confronto esplosivo tra coloro che sostengono la validità della nostra entrata nell’Unione Monetaria e quanti, invece, affermano la necessità di uscirne alla svelta. C’è anche un terzo schieramento, composto da coloro che vorrebbero stare dentro la UE, ma non con le attuali caratteristiche, oggettivamente penalizzanti per l’Italia fin dall’inizio. Quest’ultima posizione, la meno dibattuta, per essere perseguita fino in fondo prevede che alla guida del nostro Paese ci siano dei fuoriclasse, persone autorevoli riconosciute come tali anche all’estero. Ne avevamo uno, di questi, ma ce lo siamo persi per strada, un pò per la sua evidente incompatibilità con la pessima classe politica da cui era circondato, un pò per la sua insofferenza verso i ruoli esclusivamente politici.

Qualunque sia la causa che ha innescato la volontà di Mario Draghi di cedere alla crisi di governo e farci piombare  in una campagna elettorale fuori stagione, prima di prendere una posizione – tra quelle elencate prima – forse è meglio riflettere su ciò che sta accadendo nel Regno Unito, le cui problematiche post-Brexit dovrebbero convincere i più accesi sostenitori della “Italexit” che, per gli italiani, uscire dall’UE sarebbe un evento piuttosto difficile da gestire, soprattutto se a gestirlo dovrebbe pensarci una classe dirigente che finora è stata cronicamente incapace di riformare in profondità le nostre istituzioni sociali ed economiche. Pertanto, se l’ingresso nell’unione monetaria alle condizioni stabilite dal Trattato in vigore può ritenersi, a ragion veduta (ma con il senno del poi), una scelta scellerata, altrettanto scellerato sarebbe pretendere di uscirne pensando che in fondo il sistema economico italiano non è poi così diverso da quello del Regno Unito, e senza aver prima tentato di cambiare le cose dall’interno, chiedendo con forza di rinnovare i termini del Trattato e di abbandonare l’ottica della supremazia del Nord Europa sui paesi del Sud Europa, che tanto piace ai c.d. paesi frugali.

Il principio alla base di questo approccio è indubbiamente bello, come tutti i principi positivi: una vera unione dei popoli europei, sotto forma di unico sistema politico, sociale e fiscale, rafforzerebbe tutti gli stati aderenti, che ancora oggi compongono un semplice agglomerato di stati divisi tra loro da confini sociali ed economici invalicabili. Il principio, tuttavia, oggi si scontra con la realtà. Provate, per esempio, a pronunciare ad alta voce i termini “spirito europeo”, oppure “civiltà europea” o meglio ancora “popolo europeo”, e vi renderete conto all’istante che si tratta di una terminologia per nulla familiare, inusuale, mai letta nei quotidiani né ascoltata dagli speaker dei media di qualunque canale. Al contrario, “popolo americano”, “civiltà americana” e “spirito americano” suonano molto familiari persino a noi che americani non siamo mai stati, poiché il legame federativo che lega gli Stati Uniti è conosciuto in tutto il mondo. Ciò accade perché il popolo americano esiste davvero, mentre il “popolo europeo” no, frammentato com’è in millenni di storia da lingue e tradizioni profondamente diverse tra loro. Una integrazione, però, sarebbe possibile – con lo stesso principio si è “fatta l’Italia”, terra ancora oggi dai mille idiomi – ma non si fa nulla per cercarla, poiché non è nei piani di chi ha concepito questo sottoprodotto di federazione tra stati, svantaggiosa per molti paesi aderenti e destinata al fallimento senza il necessario “upgrade” verso una unione che sia anche fiscale e soprattutto popolare.

Qualcuno potrebbe obiettare che il metro di paragone utilizzato, e cioè la civiltà americana come la conosciamo oggi, poggia le fondamenta della sua nascita sull’annientamento della civiltà dei nativi, trucidati a decine di migliaia dai coloni spagnoli in Sudamerica e dai discendenti di quelli inglesi in Nordamerica, nonchè sulla tratta degli schiavi; in Europa, invece, i discendenti dei nativi vivono ancora oggi, rinnovando salde tradizioni familiari e sociali. Eppure, anche noi abbiamo avuto il nostro sterminio, portato avanti con crudeltà ottanta anni fa proprio da chi oggi guida le sorti dell’Unione Europea e dell’Italia, in conseguenza di un beffardo “ricorso storico” – pacifico, questa volta – assolutamente incidentale, ma che fa riflettere. Infatti, l’Europa di oggi è basata sulla evidente supremazia dei paesi c.d. frugaliGermania in primis – ed è innegabile che un sistema economico fragile – come lo è una Unione semplicemente monetaria – non può durare se è basato sulla supremazia di alcuni aderenti a svantaggio di altri; e se lo si vuole far durare, quel sistema deve essere modificato periodicamente nelle sue fondamenta.

Diversamente, paesi come l’Italia e la Spagna, per fare un esempio, corrono il rischio costante di subire il medesimo trattamento riservato alla Grecia, di cui nei giorni scorsi si è fatto un gran parlare. La Grecia, infatti, è finalmente uscita (lo scorso 20 agosto) dal programma di sorveglianza rafforzata della Commissione Europea, operativo da dodici anni per vigilare sulle riforme adottate dopo il piano di “salvataggio” da parte dei creditori internazionali. Qualcuno avrà notato i toni trionfalistici che hanno accompagnato i comunicati stampa provenienti dagli ambienti della Bce e della Commissione europea. C’è chi ha parlato di ”giornata storica” e di “percorso dolorosamente necessario, adottato per evitare l’isolamento del Paese in Europa”, e chi, come il commissario europeo Paolo Gentiloni, che ha affermato ”…. dobbiamo mostrare la stessa solidarietà e unità mentre navighiamo nelle acque agitate in cui stanno entrando le nostre economie”.

Peccato che agli ellenici non fu offerta alcuna solidarietà, ma solo un cinico aut-aut per pagare i debiti alle banche ed evitare così un default in stile Argentina. Infatti, i 241 miliardi dei tre piani di prestiti alla Grecia – dal 2010 al 2018 – sono serviti a salvaguardare gli investimenti delle banche francesi e tedesche (l’esposizione di quelle italiane era minima), che una uscita della Grecia dall’Unione Europea avrebbe ridotto quasi a zero. Solo 9,7 miliardi di euro sono stati messi a bilancio dal governo greco a beneficio dei cittadini, mentre 86,9 miliardi di euro sono stati utilizzati per rimborsare vecchi debiti, 52,3 miliardi per il pagamento degli interessi e 37,3 miliardi per la ricapitalizzazione delle banche elleniche.

Oggi, chi è tornato in Grecia dopo un po’ di tempo dalla prima volta, non può fare a meno di accorgersi dell’inesorabile declino di un paese umiliato e depredato.  Qualche dato può aiutare a capire meglio la situazione. La disoccupazione, dopo aver raggiunto il picco del 27,5% nel 2013, sfiora oggi il 13%, il più alto tra i paesi dell’Unione Europea (dove la media è al 6,5%). Circa il 40% dei giovani sotto i 24 anni non ha un lavoro, e lo stipendio medio di un dipendente del settore privato non supera i 900 euro; la contrattazione collettiva è stata abolita per legge, e la media delle pensioni attuali è inferiore ai 700 euro mensili, con un calo medio del 45% dal 2010. 

Il potere d’acquisto delle famiglie greche è diminuito del 25% nello stesso periodo, e la povertà è talmente diffusa che migliaia di persone rinunciano ogni anno ad ereditare gli immobili dei genitori perché non possono permettersi di pagare sia le tasse di successione che quelle annuali gravanti sulle case. Chi poteva, in Grecia, è fuggito all’estero: oltre 500.000 greci – su un totale di circa 11 milioni, ossia il 4,5% della popolazione – sono emigrati, soprattutto giovani e laureati, prevalentemente in Australia, Russia, Cina e persino in Iran. Il debito della Grecia viaggia al 200% del Pil, la spesa pubblica è diminuita del 25%; c’è anche la fuga dei medici dagli ospedali, e il sistema sanitario non potrebbe sopravvivere senza gli sforzi dei volontari, come nei campi profughi del Terzo Mondo. A causa della corruzione dilagante, i posti letto negli ospedali pubblici greci si “vendono” a tremila o quattromila euro, sennò si può anche morire durante un’attesa che dura diversi mesi.

A ben vedere, quasi tutte le regioni italiane del Meridione hanno diversi punti in comune con la Grecia di oggi, in quanto a povertà, migrazione giovanile, corruzione e Sanità allo sfascio, e molte famiglie riescono a vivere solo grazie al reddito di cittadinanza. L’aumento dei prezzi al consumo, poi, sta colpendo proprio queste fasce disagiate della popolazione, soprattutto al Sud. La soluzione al problema italiano, pertanto, passerebbe certamente dalle riforme strutturali non ancora fatte, ma anche dal riscatto economico delle regioni del Sud Italia, bisognose di investimenti nelle infrastrutture – dalla rete autostradale all’alta velocità – nelle scuole e soprattutto negli ospedali, dove mancano migliaia di posti letto e dove morire di malasanità è una circostanza che tutti mettono in conto al momento in cui varcano la soglia di un pronto soccorso. L’aumento del Pil derivante dagli investimenti massicci nel Sud Italia, da solo, sarebbe capace di risollevare la domanda interna e i consumi nel lungo periodo, sostenendo la produzione industriale. Sfortunatamente, le menti illuminate che guidano l’Italia fin dall’ingresso nell’UE hanno preferito fare del nostro Paese un semplice mercato di sbocco, unito alla Grecia da un viaggio di sola andata.

PIL Italia, terzo trimestre in recupero oltre le previsioni. E i frugali premono per il ritorno all’austerità

Veramente troppo, per l’Europa della Questione Meridionale, che uno dei migliori mercati di sbocco continentali possa rialzare la testa e andare più veloce del previsto. All’Ecofin di Berlino le prime (garbate) pressioni al ritorno al Patto di Stabilità, mentre Gualtieri mette le mani avanti per frenare gli appetiti tedeschi e olandesi.

Non sono passati neanche due giorni da quando, in occasione della presentazione virtuale del Rapporto Export 2020 di Sace sul commercio estero, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, commentava con toni di grande soddisfazione i dati sulla produzione industriale.  “Appare ad oggi probabile”, diceva, “un incremento congiunturale del Pil nel terzo trimestre a due cifre”. La produzione industriale di luglio conferma che la ripresa dell’attività produttiva è significativa con un incremento del 7,5%, cioè più del doppio. Siamo ovviamente sotto il livello di luglio 2019 ma si avvalora la tesi di un forte rimbalzo del Pil. Occorre procedere con cautela ma siamo fiduciosi che il graduale ritorno alla normalità possa continuare“.

Finita la crisi, però, i c.d. rigoristi vorrebbero già tornare a rivestire il ruolo di guastafeste, prima ancora che qualcuno le possa anche soltanto annunciare (le feste).  Sembra chiaro, a giudicare dal tipico atteggiamento di chi “mette le mani avanti” assunto da Gualtieri al recentissimo Ecofin di Berlino, che siano iniziate le pressioni dei “frugals” per tornare al tanto amato Patto di Stabilità che al momento è sospeso tramite la c.d. “clausola di fuga” azionata per via della pandemia, e che aveva garantito ai paesi del Nord Europa prosperità ai danni di quelli del Sud.

Il ministro Gualtieri, dicevamo, ha subito messo le mani avanti, ed a chi gli chiedeva garbatamente il suo parere sul ritorno alle normali regole di austerità, rispondeva come nel più classico dei negoziati, e cioè prima rinviando qualunque rientro al Patto di Stabilità solo dopo il raggiungimento dei livelli di PIL pre-Covid, e poi sottoponendo il dibattito alla “…necessità di rivedere le regole che ne migliorino il carattere, perché  il Patto prevede troppa complicazione, una eccessiva pro-ciclicità, un non-incentivo agli investimenti“.

Gli dà man forte il commissario europeo Paolo Gentiloni, il quale è dovuto intervenire per affermare un concetto piuttosto semplice, secondo cui è più rischioso eliminare lo stimolo troppo presto, piuttosto che troppo tardi.

In questa Europa a due velocità, dove lo scoppio della pandemia ci ha insegnato che è necessario negoziare con i paesi “amici” anche le più elementari regole comuni di sopravvivenza, durante gli incontri bilaterali a margine dell’Eurogruppo e dell’Ecofin informale tutti i ministri dell’Economia hanno sottolineato che i dati dell’Italia sono superiori a quelli che molti si aspettavano, e questo non è un buon segno, soprattutto se le manifestazioni di (finto) giubilo provengono da soggetti di solito molto avari di complimenti e per nulla inclini a riequilibrare i guasti causati dall’introduzione della moneta unica al nostro Paese.

Se non altro, adesso sappiamo quale sarà il leitmotiv che animerà le prossime riunioni formali dell’Eurogruppo, in occasione della quali L’Italia sarà costretta a difendersi dai ricatti di Germania e Olanda, che faranno pressioni inaudite – ricordatevi dei consigli “disinteressati” di Commerzbank, ad Aprile, sui nostri BTP – per tornare alla “loro normalità”.

Invece, reintrodurre subito gli obblighi previsti dal Patto di Stabilità sarebbe un errore gravissimo per tutti, e non solo per l’Italia. Occorre, infatti, mantenere un orientamento espansivo anche nel 2021, soprattutto in considerazione delle incertezze derivanti da un autunno-inverno pieno di incognite in tema di recrudescenza del Covid e di possibili blocchi di alcune attività molto importanti per l’Economia dei paesi europei. Anche perché, come ammette lo stesso ministro Gualtieri, “il secondo trimestre è stato molto negativo, il terzo è buono, superiore alle aspettative, ma sul quarto c’è molta incertezza”.

Per comprendere meglio quanto siano validi gli inviti alla prudenza, basti ripassare le caratteristiche del “Patto di stabilità e crescita” (Stability and Growth Pact), che richiede il rispetto di alcuni parametri di bilancio e ruota attorno a due cardini: 1) il deficit pubblico (cioè la differenza tra entrate e uscite, comprese le spese per interessi) non deve superare il 3% del PIL e 2) il debito pubblico non deve superare il 60% del PIL. Ebbene, la maggior parte dei paesi membri sono molto lontani da quest’ultimo parametro, ma l’Italia è lontana anni-luce, con il suo rapporto debito/PIL al 150% nel post-Covid. E per arrivare al parametro del 60% previsto dal Patto, il divario tra il livello del debito di un paese e il riferimento del 60% deve essere ridotto di un ventesimo all’anno. Questo, oggi, per il nostro Paese significherebbe un salto all’indietro di quasi 100 punti di debito in venti anni; un obiettivo difficile, se non impossibile, che potrebbe impoverire una intera nazione.

Dal momento che il problema del deficit e del rapporto debito/PIL è adesso condiviso da tutti (con le dovute differenze), si è aperta la corsa ad evitare eccessivi sacrifici anche per i paesi del Nord Europa, i quali pensano di istituire nuove fonti di ricavo anche per ripagare il debito da assumere con il Recovery Fund. Ciò significa nuove tasse europee, come la Digital Tax (che colpirebbe i giganti del Web e vedrebbe la durissima opposizione di Irlanda e Lussemburgo), l’estensione dell’Ets (il sistema europeo per tracciare le emissioni nocive), maggiori carichi fiscali sul trasporto aereo e marittimo, la famosa “Carbon Tax” e, naturalmente, la tassazione sulle transazioni finanziarie.

Olanda, quando frugale fa rima con paradiso fiscale. Dietro il negoziato un patto su tasse e dividendi?

La battaglia che si sta combattendo sul Recovery Fund probabilmente nasconde una posta in palio ben più importante per alcuni paesi dell’UE con un fisco più “generoso” degli altri. Dietro l’ipocrisia della frugalità, interessi inconfessabili ed una implicita richiesta di garanzie, da parte di Olanda, Irlanda e Lussemburgo, sul tema della diversa imposizione fiscale.

Cosa nasconde il dibattito sul Recovery Fund, condotto dall’Olanda con cinica opposizione da quando è stato concepito? Qual è la vera contropartita? Sono domande solo apparentemente senza risposta, perché la vera posta in palio, ormai, è diventata come il “segreto di Pulcinella”.

Fino ad oggi, è bene precisarlo subito, l’Italia ha fatto quasi da sola, e gli effetti negativi sull’economia si vedono tutti. A parte il programma di Quantitative Easing, che serve soltanto a creare la base di liquidità “a prestito”, è mancata del tutto quella “a fondo perduto”, e cioè l’unico vero aiuto per degli stati che si trovano in estrema difficoltà finanziaria. Dopo quattro mesi, infatti, il tanto strombazzato intervento di aiuti straordinari per i paesi europei sta ancora lì, sul tavolo delle trattative, tenuto in stallo da un gruppo di paesi definiti generosamente da una stampa ruffiana come “frugali” – la traduzione più esatta sarebbe quella di “parsimoniosi” – che di frugale non hanno proprio nulla. A capo di questi paesi che ci remano contro per vile calcolo finanziario c’è l’Olanda, guidata da Rutte (cognome che richiama in Italia buona digestione), che già si era distinta tra Marzo ed Aprile come sospetto sicario di una Merkel allora allineata, per calcolo politico, con il gruppetto dei frugali.

A Bruxelles, sede della Commissione Europea, lo scorso 17 luglio è cominciata la partita finale, quella in cui i ricatti diventano troppo insistenti per non rivelare la vera poste in gioco, che Giuseppe Conte – o chi per lui – ha fatto uscire nei mesi scorsi in tutta la loro chiarezza: la tassazione più bassa riservata alle aziende dall’Olanda, che di fatto è un paradiso fiscale, al pari di Irlanda e Lussemburgo, all’interno dell’UE.

Questo significa, in soldoni, ricevere concorrenza sleale che fa danni a tutti, e che solo in Italia genera mancati introiti per diversi miliardi ogni anno.

La riunione sul Recovery Fund, cioè il fondo da 750 miliardi di euro che dovrebbe far ripartire l’economia UE dopo il disastro della pandemia, non ha ancora messo d’accordo i 27 primi ministri UE, soprattutto sul modo in cui questi soldi vanno distribuiti. Secondo il piano di Germania e Francia di fine Marzo, di questi 500 dovrebbero essere sovvenzioni, e 250 prestiti, ma questa ipotesi non piace ai cosiddetti paesi frugali, cioè Austria, Danimarca, Olanda e Svezia (ed anche la Finlandia sembra avere la stessa linea). 

Ufficialmente, a condurre questa guerra ad oltranza contro il Sud Europa sono Il primo ministro austriaco, Sebastian Kurz (Partito Popolare), il primo ministro danese, signora Mette Frederiksen (partito socialdemocratico), la premier della Svezia è Stefan Löfven (socialdemocratica) ed il premier olandese Mark Rutte (Vvd, partito conservatore liberale europeista). A questi si potrebbe aggiungere anche il primo ministro finlandese, signora Sanna Marin, che però ancora non si svela apertamente.

E Irlanda e Lussemburgo, cosa c’entrerebbero? Siamo sicuri che il lezioso Rutte non rappresenti anche loro, in qualche modo?

I motivi ci sarebbero, eccome, ed è perfettamente lecito sostenerlo al di là di ogni bislacca ipotesi “complottista”. Secondo il presidente dell’Antitrust Roberto Rustichelli, sentito in audizione alla Camera, paesi come l’Irlanda, l’Olanda e il Lussemburgo sono veri e propri paradisi fiscali dell’area Euro, che attuano pratiche fiscali aggressive e, anche grazie a queste pratiche, registrano elevatissimi tassi di crescita sia del PIL (dal 2015 il PIL italiano è cresciuto solo del 5%, quello dell’Irlanda del 60%, quello del Lussemburgo del 17% e quello dell’Olanda del 12%) che del reddito pro capite (Italia 2019 pari a euro 28.860, Lussemburgo euro  83.640, Irlanda 60.350 e Olanda euro 41.870).

Il flusso degli investimenti internazionali è lo specchio del fenomeno, dal momento che quelli effettuati in Italia sono pari al 19% del PIL, mentre il Lussemburgo attrae investimenti pari a oltre il 5.760%, l’Olanda al 535% e l’Irlanda al 311%.

In tutto ciò, l’Unione europea nel complesso ci perde, dal momento che le multinazionali localizzano le loro sedi proprio nei paesi europei con una tassazione più favorevole, realizzando un gettito fiscale complessivamente inferiore. Secondo alcuni uffici studi, per esempio, il fisco italiano perde la possibilità di tassare oltre 23 miliardi di dollari di profitti, perchè 11 miliardi vengono spostati in Lussemburgo, oltre 6 miliardi in Irlanda, 3,5 miliardi in Olanda e circa 2 miliardi in Belgio. Ciò comporta un danno per l’Italia che può essere stimato tra i 5 e gli 8 miliardi di dollari l’anno.

Tutti questi dati, che certo non sono una novità, sono saltati fuori soltanto quattro mesi fa, allo scoppio della pandemia, quando tutti litigavano e l’Unione Europea sembrava aver fatto definitivamente il suo corso. Oggi, dopo estenuanti trattative, i paesi litigano ancora, e l’ipotesi che la posta in gioco sia quella della concorrenza fiscale si fa sempre più reale. Infatti, un negoziato che tratta su 50 miliardi in meno (su 500) di fondo perduto non è credibile, se dietro le quinte non ci sia qualcosa di più “sostanzioso”, ossia un patto di non belligeranza sul tema della tassazione, che vale 70 miliardi l’anno. Tanto è quanto i paradisi fiscali europei sottraggano ogni anno agli altri paesi della UE, grazie alle tasse basse e alla libera circolazione dei capitali.

Troppo, per rinunciarvi.