Maggio 17, 2026
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Gli stupefacenti come strumento di colonizzazione economica. Il ribaltamento di posizioni tra Cina e USA

A metà ‘800 l’oppio è stato usato dalla Gran Bretagna per colonizzare la Cina. Allo stesso modo, oggi la Cina usa il Fentanyl per destabilizzare gli Stati Uniti.

Di Valerio Giunta*

La storia dell’oppio nell’età moderna è anche una storia di guerre e colonialismo, con le prime a fare da corollario alla sete di conquista dei grandi imperi dell’epoca. Uno dei casi più famosi di utilizzo dell’oppio come strumento di colonizzazione è la Guerra dell’Oppio (1839-1860), combattuta tra l’Impero Qing e la Gran Bretagna, causata dal rifiuto da parte della Cina di importare oppio dal Regno Unito.

Nella prima metà dell’800, infatti, l’oppio era una droga molto diffusa in Cina, e la sua importazione per mano inglese stava causando gravi problemi sociali ed economici al paese. Il governo cinese, guidato dall’imperatore Daoguang, cercò di porre fine al traffico di oppio, ordinando la confisca di tutte le partite di droga presenti nel paese. La Gran Bretagna, che aveva un grande interesse commerciale nel commercio dell’oppio, volendo riequilibrare la bilancia commerciale gravemente in negativo con la Cina, rispose alla decisione cinese con la guerra, che grazie alle cannoniere inglesi si concluse con la vittoria della Gran Bretagna e l’imposizione del trattato di Nanchino. Con quest’ultimo, la Cina si impegnava a concedere l’apertura di cinque porti al commercio britannico, dei governatorati compiacenti, e la cessione dell’isola di Hong Kong.

La guerra dell’oppio fu un evento traumatico per la Cina, e segnò l’inizio del declino dell’Impero Qing. Ma  soprattutto, la guerra dimostrò come il traffico di droga possa essere utilizzato come un’arma politica per sottomettere un popolo e conquistare un territorio. Ai  giorni nostri, un esempio chiaro di tale strategia bellica non convenzionale è rappresentato dal Fentanyl, che nel XXI secolo sembra essere diventato un nuovo strumento di colonizzazione. Il Fentanyl è un oppiaceo sintetico a basso costo, molto potente e facile da produrre. Negli Stati Uniti, il suo consumo è responsabile di migliaia di morti ogni anno. Esso viene prodotto principalmente in Cina (almeno per le materie prime che lo compongono) e viene poi esportato negli Stati Uniti. Il governo cinese ha preso alcuni provvedimenti – per molti considerati  di facciata – per contrastare il traffico di Fentanyl, ma il problema rimane grave. Infatti, il Fentanyl è una minaccia per la salute pubblica negli Stati Uniti, e sta causando al Paese problemi sociali ed economici talmente gravi da far ipotizzare che questa droga venga usata come arma politica per destabilizzare gli Stati Uniti e indebolire la sua posizione globale.

Nel XXI secolo, la Cina è diventata una potenza economica globale ed è probabilmente interessata a mantenere un controllo sul mercato degli oppiacei, sia per motivi economici che geopolitici. Durante il recente incontro di Biden con Xi Jinping, oltre agli altri temi sul tavolo, è stata posta attenzione proprio su questa particolare sostanza stupefacente,  e non sono pochi coloro che vi hanno visto un tentativo da parte degli Stati Uniti di esercitare pressione sulla Cina per contrastare il traffico di Fentanyl attraverso la richiesta alla Cina di intensificare i controlli sulla produzione e l’esportazione di precursori chimici del Fentanyl. La Cina ha apparentemente accettato di cooperare, ma ha anche fatto pressioni sugli Stati Uniti per riaprire il commercio e superare le nuove barriere doganali imposte su tanti prodotti cinesi da Biden con l’Inflation Reduction Act (IRA).

Con quest’ultimo disegno di legge, approvato dal Congresso degli Stati Uniti nel 2022, oltre allo scopo di ridurre l’inflazione si prevedono alcune misure come il divieto di importazione di tecnologia dalla Cina. Giustificato apparentemente dal fatto che la Cina è un’economia non di mercato, e che il suo governo usa la tecnologia per scopi militari, il furto di proprietà intellettuale e la sorveglianza di massa, tale divieto si applica a una vasta gamma di prodotti, tra cui semiconduttori, apparecchiature di telecomunicazione, software e macchinari, e rappresenta un colpo significativo per l’economia cinese. Infatti, la Cina è un importante esportatore di tecnologia, e il divieto sta portando ad una riduzione delle esportazioni cinesi e a un aumento dei prezzi dei prodotti tecnologici negli Stati Uniti.

Il ribaltamento della posizione. Il divieto imposto dall’IRA rappresenta un ribaltamento della posizione rispetto alla guerra dell’oppio. Nel XIX secolo, infatti, la Cina era la vittima del traffico di oppio, mentre la Gran Bretagna era la potenza dominante. Nel XXI secolo, la Cina è diventata la potenza dominante, e gli Stati Uniti sono la vittima del traffico di Fentanyl. Pertanto, la Cina ha imparato la lezione dalla guerra dell’oppio, e rende apparentemente pan per focaccia? Qualunque sia la risposta, il divieto imposto dall’IRA è un segnale della crescente tensione tra le due potenze, e questo ribaltamento di posizioni tra Cina e Stati Uniti ha importanti conseguenze geopolitiche e potrebbe avere un impatto significativo sul futuro del mondo.

Ecco alcuni possibili scenari futuri:
– La Cina potrebbe decidere di ripiegare e accettare le richieste degli Stati Uniti. Questo potrebbe portare a una riduzione del traffico di Fentanyl, ma potrebbe anche indebolire la posizione della Cina nel mondo.
– La Cina potrebbe decidere di sfidare le richieste degli Stati Uniti. Questo potrebbe portare a un’escalation delle tensioni tra le due potenze, con conseguenze imprevedibili.
– La Cina potrebbe trovare un modo per aggirare il divieto imposto dall’IRA. Questo potrebbe portare a una situazione di stallo, con entrambe le parti che cercano di ottenere il massimo vantaggio.
Solo il tempo dirà quale scenario si realizzerà.

*AD di Startup Italia e Founder di Banking People

Ethenea, Volker Schmidt: Gran Bretagna verso il punto di non ritorno?

Gli errori di Johnson nel fronteggiare la pandemia più dannosi della Brexit. La Bank of England potrebbe essere costretta a tagliare i tassi fino a -0,5% in caso di hard Brexit.

“Nel secondo trimestre dell’anno, la produzione economica della Gran Bretagna è caduta del 20,4% rispetto al trimestre precedente, ben al di sotto della media dell’Eurozona, dove il calo si è fermato al 12,1%. Una differenza che, a nostro parere, è chiaramente dovuta a una gestione sbagliata nel contenimento del Coronavirus e non al risultato dei negoziati sulla Brexit, che pure appaiono in stallo”, spiega Volker Schmidt, Senior Portfolio Manager Ethenea.

Prima della crisi pandemica, il Regno Unito appariva stabile quanto la Germania: economia in buona forma, dati solidi, crescita sostenuta, basso livello di nuovo debito. Tuttavia la pandemia o, meglio, la risposta inadeguata adottata dal governo ha cambiato drasticamente la situazione. L’amministrazione britannica ha impiegato troppo tempo a prendere misure efficaci e la riapertura dell’economia è stata troppo lenta. E mentre molti paesi della zona euro hanno riacquistato un certo slancio economico, la Gran Bretagna si trova in ritardo e, a causa del massiccio aumento di nuove infezioni, rischia di dover nuovamente tenere a freno l’economia prima di ripartire davvero.

La Bank of England costretta ai tassi negativi? Inoltre, in due occasioni nel mese di marzo 2020, la Banca Centrale d’Inghilterra ha ridotto il tasso base dallo 0,75% allo 0,1%. Benché comprensibili, queste misure hanno però eroso le risorse della Banca centrale in vista di possibili interventi sui tassi di interesse per frenare gli effetti negativi della Brexit. Sulla scia di questi tagli dei tassi e delle incertezze sulla Brexit, il Regno Unito ha emesso per la prima volta obbligazioni a rendimento negativo a 6 mesi: “Noi, insieme a molti altri osservatori di mercato, prevediamo che il tasso di base possa scendere ulteriormente in territorio negativo”, aggiunge Schmidt, “e potrebbe anche arrivare rapidamente a -0,5% in caso di hard Brexit”.

Oltre a questo, l’aumento del tasso di disoccupazione, in particolare nei settori della vendita al dettaglio e dell’intrattenimento, e vincoli più severi per l’erogazione dei mutui immobiliari, sono segnali chiari del fatto che l’economia del Regno Unito sta già vivendo una situazione problematica. La crisi da Coronavirus ha ridotto in modo significativo sia il margine di manovra della banca centrale sia la capacità di agire del governo. Se da un lato governo e banca centrale sono già in allarme e le possibili misure di sostegno dovrebbe incontrare poca resistenza, dall’altro lato è lecito chiedersi se queste misure non avranno un effetto troppo limitato nel contesto di una pandemia continuativa. Del resto, quella del Regno Unito è stata una delle economie sviluppate colpite più duramente dalla pandemia, con una caduta del PIL di quasi il 22% nella prima metà del 2020, molto più pronunciata rispetto ad altri Paesi per via del fatto che il lockdown è partito più tardi, ma è durato più a lungo che nel resto d’Europa a causa di un rallentamento meno rapido dei casi.

Volker Schmidt

La pandemia sarà il capro espiatorio dell’amministrazione Johnson? “Il lockdown e il conseguente collasso economico nell’Ue e nel Regno Unito probabilmente non cambieranno le prospettive per i negoziati sulla Brexit. Si può certamente sostenere che la difficile situazione economica dovrebbe spingere i negoziatori a raggiungere un accordo amichevole, tuttavia questa situazione offre ai responsabili politici del Regno Unito l’opportunità di attribuire il fallimento dei negoziati sulla Brexit alla crisi del Coronavirus. Chi potrebbe provare il contrario?”, fa notare Schmidt.

La Gran Bretagna partiva da una posizione migliore della media per far fronte alla pandemia, ma il vantaggio è stato sprecato con noncuranza. Se poi dovesse aggiungersi una Brexit dura (o più dura), ne risulterebbe una combinazione esplosiva, con conseguenze economiche e politiche difficili da prevedere. Ciò che è chiaro è che la Gran Bretagna perderà terreno, in particolare rispetto all’Ue. Fin dall’inizio, molti hanno giudicato un errore storico la decisione di uscire dall’Unione Europea. Oggi, la pandemia, le politiche fallimentari dell’amministrazione Johnson e la Brexit potrebbero rappresentare una battuta d’arresto irreversibile per la Gran Bretagna.

Imprenditori euro-scettici? Come sfruttare le opportunità di una società europea in Irlanda o UK

Come sfruttare le opportunità offerte dall’Europa per le imprese che vogliono lavorare anche al di fuori dall’Italia. 

Oggi, in Italia, sono in molti a nutrire legittimi sentimenti di euro-scetticismo. Quasi tutti, in particolare, sono stati disillusi dal sogno di quella Europa dei popoli in cui per alcuni anni ci hanno fatto credere di stare, fino a quando la natura squisitamente monetaria dell’U.E. non è venuta fuori, con le sue pesanti controindicazioni per il nostro Paese.

E sebbene questo modo di “essere Europa” ha strategicamente finito col mantenere le rigide divisioni tra stati e rispettive culture imprenditoriali, non tutto è da buttare; basta cominciare a pensare che uscire dall’Italia si può, e che quelle barriere, per un imprenditore che conosce il mercato, sono solo mentali. Infatti, se parliamo di tassazione e opportunità per le aziende, lo scenario può cambiare, grazie ai vantaggi e alla competitività offerte in qualunque campo della Finanza e dell’Economia, per esempio, dall’area britannica (Irlanda compresa), soprattutto adesso che la Brexit sta terminando il suo percorso di negoziazione con l’U.E..

Cominciamo col dire che, nella maggior parte dei paesi membri della UE, la sovranità fiscale è considerata intoccabile, e questo consente a tutti di poter spostare liberamente la propria azienda, la produzione ed il fatturato (quello preponderante, perchè se vendi quasi esclusivamente in Italia le tasse le continui a pagare qui…) verso quei paesi dove la pressione fiscale è inferiore, e dove consolidate infrastrutture industriali, logistiche e finanziarie vengono in aiuto alle imprese.

Al momento, il confronto internazionale tra i vari livelli di tassazione vede Irlanda, la Gran Bretagna e la Bulgaria (ma anche Lettonia, Croazia e Slovenia) tra i paesi più convenienti dove creare o trasferire la propria azienda.

L’Irlanda, in particolare, ha un sistema fiscale molto attraente per tutti coloro che vogliono sfruttare la vicinanza geografica con la Gran Bretagna. Aprire un’impresa in Irlanda prevede ancora agevolazioni fiscali per 3 anni per le società in regime dei minimi. In più, se avete intenzione di aprire una filiale a Londra, un biglietto aereo giornaliero A/R da Dublino all’aeroporto di Stanstead o Gatwick costa mediamente 25 euro.

Le società possono essere di tre tipi:

  1. Unlimited Company: utilizzate per operazioni di basso rischio, dal momento che la responsabilità dei soci è illimitata.
  2. Private Limited Company: sono l’equivalente delle nostre SRL, Società a responsabilità limitata dove la responsabilità è limitata al capitale versato. Sono le più diffuse tra privati, aziende ed imprese. All’interno di questa tipologia Limited, l’Irlanda ha previsto anche un altro tipo di forma giuridica ancora più semplice, la
  3. Single Member Company, ossia l’impresa con un unico membro. E’ un tipo di società Limited privata (a responsabilità limitata), che deve essere formata da almeno due soci, di cui uno può essere anche il segretario. Gli adempimenti fiscali e burocratici sono davvero minimi. Infatti, questo tipo di società può essere aperta anche con 1€, e in caso di fallimento la responsabilità è limitata esclusivamente al capitale sociale versato, senza che vi sia il coinvolgimento del patrimonio personale dei soci. Per aprire questo tipo di società, è importante che uno solo dei soci abbia la residenza in un paese della comunità europea, e occorre iscrivere l’impresa al Companies Registration Office (CRO), compilando gli appositi moduli (scaricabili da internet), presentando l’atto costitutivo e lo Statuto della società.

Per costituire la società, è necessario dichiarare le motivazioni e gli scopi per cui viene formata la società, la descrizione del tipo di attività praticata, il luogo in cui verrà svolta l’attività e il luogo della sede legale. La maggior parte degli adempimenti amministrativi potranno essere svolti comodamente da casa. Ad esempio, i documenti che servono ai soci per iscrivere la Single Member Company al CRO (atto costitutivo, il c.d. memorandum e lo statuto della società – Article of Association) si scaricano dal web e vengono redatti in carta semplice. Sia nel Memorandum che nello Statuto è necessario indicare la quota sociale (Capital Share) dell’impresa e come questa verrà distribuita tra i 2 soci, (al 70% e 30%, al 50%, all’80% e al 20% ecc.).

Soltanto a questo punto, dopo aver curato da casa tutti i passaggi, potrete fissare un appuntamento a Dublino da un notaio, che serve ad autenticare le firme dei soci sui moduli, sul Memorandum e sul “Article of Association” (statuto). Tutto ciò con costi davvero bassi (notaio compreso) rispetto all’Italia.

Una volta costituita e iscritta al CRO la società (nel nostro esempio, una “Single Member Company”), si ottiene il cd. “Company Number”, cioè il numero identificativo della domanda di registrazione; se la documentazione depositata è in regola, e se avrete stabilito un indirizzo ufficiale in Irlanda (anche presso uno studio di domiciliazione), dopo circa 2 settimane il CRO invia il certificato di “Incorporation”, con il quale è possibile recarsi in una delle tante banche irlandese e aprire un conto corrente intestato all’impresa, il cd. business account. A questo otterrete l’attribuzione del codice fiscale dell’impresa.

Ma perchè costituire la vostra società europea in Irlanda? È presto detto. La “Corporate Tax”, ossia la tassa che devono versare le imprese a società responsabilità limitata in Irlanda, è fissata al 12.5% (contro il 30% circa, tra IRES e IRAP, dell’Italia), e la pressione fiscale complessiva è pari al 25.9% (contro il 61.4% dell’Italia).

E che dire del Regno Unito, che noi italiani adoriamo?

Il ministro delle Finanze inglese aveva annunciato, durante il 2017, che in seguito all’uscita dall’U.E. avrebbe portato le tasse sulle imprese al 15 per cento, abbattendole dall’attuale 20%, in modo da attrarre realtà aziendali da tutta Europa. Al momento la Gran Bretagna ha una corporate tax del 20% (ed una pressione fiscale complessiva del 32.0%), che dovrebbe scendere al 17% entro il 2021 e successivamente al livello minimo del 15%, ma dubitiamo che tale programma possa essere messo in atto adesso, soprattutto per via della confusione creata da una Brexit che sembra non avvenire mai.

Qualunque siano le nostre preferenze geografiche, così facendo diventiamo un pò irlandesi (o inglesi), e perdiamo le nostre origini italiche? No, sfruttiamo questa Europa, quella che, a conti fatti, ci ha indeboliti dopo aver contribuito a far sparire la nostra Classe Media, ossia quel particolare ceto sociale che, costituendo l’ossatura più forte dei nostri consumatori interni, ha fatto prosperare le aziende italiane dal Dopoguerra fino all’introduzione dell’Euro.

Oggi in Italia, senza una redistribuzione della ricchezza, senza un aumento compensativo dei redditi medi (adesso sarebbe il momento, visto che siamo in deflazione, ma l’U.E. non ce lo permette!), e senza una politica fiscale aggressiva per le imprese, non è proprio aria.

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