Aprile 30, 2026
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Lo sviluppo sostenibile passa per la trasformazione digitale

Le caratteristiche che accomunano le imprese più avanzate nella transizione verde e digitale evidenziano l’opportunità di adottare un nuovo modello economico, organizzativo ed operativo.

Insieme alla sostenibilità ambientale, economica e sociale diventa sempre più importante l’analisi degli effetti dell’innovazione e delle tecnologie i cui impatti sulla Società Mondiale generano il concetto di “sostenibilità digitale”, nel senso di studiare la trasformazione digitale e il ruolo che le nuove tecnologie svolgono nella vita di individui e aziende come una sorta di “quarta dimensione” delle problematiche di sostenibilità.

Dopo la crisi climatica, la rivoluzione digitale è risultata essere una fonte inesauribile di trasformazione globale e irreversibile, che richiede un approccio a sé stante ma nello stesso tempo integrato con quello della sostenibilità ambientale, economica e sociale, dal momento che è impossibile bypassare le tecnologie digitali e raggiungere obiettivi sostenibili. Del resto, a livello politico internazionale queste tematiche sono state adeguatamente affrontate dal piano Next Generation Eu, che mira a promuovere la ripresa economica post-Covid attraverso iniziative green e, appunto, digitali

Le tecnologie avanzate portate avanti negli ultimi anni – l’intelligenza artificiale, il cloud, i Big Data, le criptovalute e le reti 5G, solo a titolo di esempio – hanno contribuito alla creazione di un mondo interconnesso, ma la loro crescita ha anche portato a un aumento delle emissioni di CO2 e della domanda di elettricità, tanto che oggi l’industria della Information Technology (reti, elaboratori, applicazioni, dispositivi) rappresenta il 3% delle emissioni mondiali di CO2, e la produzione di molti dei dispositivi IT richiede materiali rari e metalli il cui smaltimento può creare problemi ambientali e sociali. Infatti, solo una minima percentuale di tali dispositivi IT vengono riciclati in modo appropriato.

Pertanto, appare evidente che i progetti di trasformazione digitale devono necessariamente essere ispirati ai principi di sostenibilità in tutta la catena tecnologica, e le persone coinvolte nello sviluppo dei sistemi e dei servizi di IT devono innovare il modello di business, utilizzando la tecnologia come strumento di sviluppo sostenibile e adottando un nuovo modello d’impresa, ibrido e aperto alla innovazione, organizzata in rete. “Gli obiettivi di sostenibilità non possono essere raggiunti senza portare nelle aziende una forte innovazione. In questo, la tecnologia gioca un ruolo fondamentale nell’efficientare i processi delle aziende, rafforzare le competenze delle persone investendo nella formazione, ma anche nel migliorare gli impatti sociali del business.

“Nel processo di transizione digitale serve una roadmap di sostenibilità, con effetti positivi non nell’immediato ma come investimento per il futuro, in grado di produrre benefici economici, sociali ambientali per gli anni a venire”. Così Roberto Antoniotti (nella foto), Head of Technology and Innovation di Grant Thornton, ha commentato nell’ambito della VII edizione del Forum Sostenibilità 2023 di Roma. “È necessario però un cambio di mentalità nell’uso che si fa oggi della tecnologia – ha aggiunto Antoniotti – I data center e gli strumenti utilizzati devono essere guidati da scelte e modelli di business che siano realmente sostenibili. Per realizzare scelte coraggiose sul piano dell’innovazione le aziende hanno bisogno di essere supportate da finanziamenti importanti. Sarà quindi fondamentale per le nostre imprese continuare ad essere supportate da misure che permettano loro di investire in obiettivi di crescita digitale di lungo periodo”.

Aziende, cresce il pessimismo sul futuro. Anche in Italia

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo delle imprese è diminuito del 15% rispetto al 2021, e il 56% delle aziende italiane prevede una diminuzione dei ricavi.

Secondo l’ultimo International Business Report (IBR), analisi che il network di consulenza internazionale Grant Thornton, effettua a livello globale sui dirigenti di oltre 2500 imprese del mid-market, nei primi sei mesi dell’anno si registra un calo dell’ottimismo da parte delle aziende globali del 6% scendendo dal 70% al 64%.

Sebbene l’ottimismo rimanga alto rispetto ai livelli storici, le aziende del mid market sono consapevoli delle sfide che devono affrontare in questo particolare momento storico, il 63% cita l’incertezza economica come vincolo principale alla crescita, a cui seguono i costi dell’energia (62%) e il costo del lavoro (57%). Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, l’ottimismo economico è sceso di 15 punti percentuali passando dal 63% del 2021 al 48% nel 2022.

Nonostante ciò, il desiderio delle imprese del mid market di espandersi a livello internazionale sembra inalterato. Le previsioni sulle esportazioni, infatti, rimangono sorprendentemente forti in un contesto di indebolimento del commercio globale, il 34% delle aziende italiane si aspetta una crescita dell’esportazione, che a livello globale si attesta al 44%. Allo stesso modo, il 42% prevede di aumentare sia le proprie entrate internazionali sia il numero di Paesi in cui estendere i propri affari, dato che nel in Italia rimane invariato al 2021 con il 33%. Sempre a livello globale il 58% delle aziende intervistate prevede un aumento delle entrate totali nei prossimi 12 mesi, mentre in Italia si arriva al 44% scendendo di 12 punti percentuali rispetto allo scorso anno (era al 56%).

Nonostante il periodo complesso e l’incertezza sul futuro, le aziende del mid market continuano a investire in tecnologia ancora una volta in cima alla lista con il 60% delle aziende che prevede di aumentare gli investimenti in quest’area nei prossimi 12 mesi, eguagliando il record stabilito lo scorso anno. Seguono gli investimenti in ricerca e sviluppo (55%) e competenze del personale (55%). In Italia in cima alla classifica degli investimenti troviamo il 44% nella Cybersecurity seguiti dal 41% nell’IT strategy. Relativamente alle performance delle diverse industries, spiccano tra i più ottimisti i settori Technology, media (il 71% degli operatori intervistati si è detto fiducioso sui prossimi 12 mesi), seguiti dal settore Banking con il 69% e dal Financial Services con il 68%, al contrario, tra i meno ottimisti i settori di Fornitura/utenze di elettricità, gas e acqua (lo è “solo” il 39% del comparto).

Gabriele Labombarda (nella foto), Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “La situazione geopolitica di incertezza che stiamo attraversando, il caro energia, la morsa dell’inflazione in aumento, incidono negativamente sull’ottimismo aziendale degli operatori, che ha visto un peggioramento su scala globale.  Questo contesto mutato e mutevole impone alle imprese una approfondita revisione delle proprie strategie aziendali, che devono modernizzarsi (di qui il crescente investimento in tecnologia) e rendersi flessibili, onde reagire tempestivamente alla volatilità dei fattori esterni. In questo clima molte aziende, anche italiane, guardano al futuro orientandosi all’espansione internazionale e puntando sempre più all’export, anche al fine di diversificare il rischio paese”.

Grant Thornton: cresce il mercato dei primary deals in italia nel 2021

L’Italia con 111 operazioni nel 2021 è tra i Paesi europei con maggiore crescita del Primary Buy-Out (+31% vs 2020), mentre raddoppia il numero di operazioni di Secondary Buy-Out (+100% rispetto al 2020).

Nel 2021 in Italia si è verificata una rilevante crescita delle attività di investimento con particolare riguardo al segmento dei Buy-Out, ossia a quelle operazioni societarie in cui gli investitori professionali diventano parte integrante del business e assumono il ruolo di indirizzo strategico e di supporto allo sviluppo della società (cambiando anche la composizione azionaria). Infatti, nel corso dell’ultimo anno si sono registrate 129 operazioni di Buy-Out, con una crescita del +37% rispetto al 2020, che pesano per ben il 10% sul totale dei deal realizzati in Europa; una percentuale mai così elevata negli ultimi quattro anni. In questo contesto, particolare rilevanza assumono le operazioni di Primary Buy-Out realizzate nel nostro Paese, la cui incidenza nel periodo 2018-2021 è aumentata del 3% (8% nel 2018 vs 11% nel 2021) rispetto al resto dei Paesi europei (in lieve calo, -3%).

È quanto emerge dal report “M&A 2022 Italia mercato di primary deals” realizzato dal network di consulenza internazionale Grant Thornton, che evidenzia come il mercato italiano del Primary Buy-Out stia assumendo una sempre maggiore rilevanza rispetto al contesto europeo.  Per quanto riguarda il private equity, che ha dominato le attività di investimento nel 2020, è stato pari a circa 60 miliardi di euro il totale investito in operazioni di Buy-Out in Europa (180 miliardi se si considera il triennio 2018-2020), mentre in Italia l’ammontare investito si è attestato sui 4,4 miliardi (15 miliardi se si considera il periodo 2018-2020). Il peso degli investimenti in Italia, rispetto alla cornice europea, ha rappresentato quindi il 7% nel 2020.

In particolare, dall’analisi condotta da Grant Thornton emerge che l’Italia, con 111 operazioni di Primary Buy-Out (1.025 il totale complessivo in Europa), si colloca nel 2021 tra i paesi europei con il maggior trend di crescita (+31% rispetto al 2020), risultando seconda solamente al Regno Unito (+59% vs 2020). Ancora migliori le performance del Secondary Buy-Out (vendita di una società da una società di private equity ad un’altra, allo scopo di realizzare liquidità immediata e uscire dall’investimento “primary”), con il numero delle operazioni realizzate in Italia addirittura raddoppiato nel 2021 (si passa da 9 deals nel 2020 a 18), mostrando così una crescita del 100%, superiore a quella riscontrata in tutti gli altri Paesi europei analizzati. L’incidenza delle operazioni di Secondary Buy-Out in Italia rispetto all’Europa invece, è pari al 7%, rimanendo pressoché costante dal 2018.

Nel corso dell’ultimo anno, in Italia, per ogni operazione di Secondary Buy-Out, sono state realizzate 6,2 operazioni di Primary. Operando quindi un confronto tra i volumi del Primary e del Secondary Buy-Out, i risultati dello studio di Grant Thornton confermano per l’Italia una netta prevalenza delle operazioni di Primary (111 complessive contro le 18 del Secondary) che, rispetto al totale delle operazioni realizzate nel mercato domestico, mantengono infatti una posizione predominante, pari all’86%, contro il 14% delle operazioni Secondary.

“È evidente come il mercato italiano del Primary Buy-Out stia assumendo sempre più rilevanza – commenta Sante Maiolica (nella foto), Partner e CEO di Grant Thornton Financial Advisory Services – non solo rispetto a quello del Secondary ma anche e soprattutto rispetto al contesto europeo, laddove in Italia questa tipologia di operazioni rappresenta l’86% del totale realizzato, contro la media europea del 79%. Questo risultato riflette il più generale andamento dell’M&A che per il 2021, come emerso dalle ultime analisi del settore, si è rivelato particolarmente positivo sia in termini di operazioni che di controvalori, avendo segnato un record storico dalla crisi finanziaria del 2008. Le previsioni di crescita attese per il settore, lasciano ben sperare anche per un mercato di primary deals in salute nel 2022 e, perché no, per un suo successivo consolidamento che potrebbe essere favorito dalla spinta data alle aziende dagli interventi economici del 2021 per accelerare i loro processi di crescita per linee esterne”.

Osservatorio Grant Thornton e Università di Pisa: crescono le Pmi innovative italiane nel triennio

Aumentate del 67% le iscrizioni di PMI innovative al Registro del MISE nel periodo 2019-2021, ma in lieve calo le nuove imprese. Crescita media del fatturato a +27% nel 2020. I due terzi delle PMI si qualificano come micro-imprese. Milano in testa.

Prosegue nel triennio 2019-2021 la crescita delle PMI innovative italiane che, nonostante gli impatti della pandemia sul tessuto economico e imprenditoriale, registrano un incremento del +67% su base triennale (1.226 PMI innovative al 30 settembre 2019 vs 2.058 al 30 settembre 2021). Nell’ultimo anno si evidenzia però un leggero calo delle nuove imprese iscritte al Registro del Mise, con 525 nuove imprese tra ottobre 2020 e settembre 2021, contro le 567 nello stesso periodo dell’anno precedente. Anche quest’anno, quindi, appare evidente come il numero di nuove iscritte della categoria sia contenuto rispetto al bacino potenziale e le misure del legislatore, in particolare gli interventi di sostegno introdotti nel Decreto Rilancio in risposta all’emergenza pandemica, risultino ancora non sufficientemente comprese e sfruttate per sostenere la crescita del comparto.

Questo il quadro delineato dal Report 2021 dell’Osservatorio Open Innovative PMI, realizzato da Grant Thornton – network internazionale nella consulenza in area audit, tax e advisory – in collaborazione con l’Università di Pisa, che è stato presentato in occasione della cerimonia di premiazione di “Open Innovative PMI”, primo riconoscimento nazionale targato Grant Thornton dedicato esclusivamente alle PMI innovative italiane. 

Alessandro Dragonetti (nella foto), Head of Tax di Grant Thornton ha commentato: “La tenuta delle performance di crescita delle PMI innovative italiane evidenziata negli ultimi tre anni, conferma la vivacità e la solidità di un comparto dinamico, caratterizzato da un’elevata capacità di resilienza e adattamento messa in risalto dal contesto di emergenza pandemica. Tuttavia, l’Osservatorio rivela ancora una volta un numero di nuove iscritte della categoria piuttosto contenuto rispetto al bacino potenziale, segnalando nell’ultimo anno una (seppur lieve) diminuzione di nuove iscrizioni al registro delle PMI innovative. La causa della limitata crescita delle imprese iscritte nel comparto è ascrivibile sia ad una cornice legislativa non sufficientemente incentivante per il settore, su cui è necessario intervenire con misure con un orizzonte di lungo termine, nonché alla insufficiente conoscenza, da parte degli stakeholders e dei consulenti, della disciplina speciale prevista a favore delle stesse”.

Andando nel dettaglio, i risultati registrati dall’Osservatorio di Grant Thornton e Università di Pisa mostrano una crescita della dimensione media delle PMI innovative e come la maggior parte di queste, circa due terzi, siano di dimensioni ascrivibili alla categoria delle micro-imprese, con un fatturato al di sotto della soglia dei due milioni di euro. Circa un quarto delle nuove PMI innovative osservate è rappresentato da piccole imprese (fatturato compreso tra i 2 e i 10 milioni di euro), mentre restano al di sotto del 10% le aziende qualificabili come medie imprese (fatturato superiore a 10 milioni e inferiore a 50), ma comunque in crescita rispetto al periodo di osservazione precedente.

L’anzianità media, tra le nuove iscritte, è di poco inferiore ai 9 anni, evidenziando una leggero calo rispetto ai precedenti report. Il dato si mostra pienamente coerente con i requisiti di ammissibilità per l’accesso agli incentivi fiscali per gli investimenti in Startup e PMI innovative disposti dal legislatore con il Decreto 7 maggio 2019. Tale provvedimento prevede, infatti, che risultano ammissibili quelle PMI innovative che operano sul mercato da meno di 7 anni oppure che, superato tale limite temporale, dimostrino di trovarsi ancora in fase di espansione o nelle fasi iniziali di crescita. A livello territoriale, su base regionale, la Lombardia, con 161 unità (oltre il 30% del totale), presenta il maggiore numero di società iscritte nel Registro nell’ultimo anno. Seguono il Lazio con 88 imprese, l’Emilia-Romagna con 41, il Veneto con 39, la Toscana con 33, il Piemonte con 30 e la Campania con 28, mentre tutte le altre regioni si attestano su valori decisamente più bassi.

A livello provinciale, invece, il maggior numero di nuove PMI Innovative è a Milano, con 112 società iscritte nell’ultimo anno (-8% rispetto alla scorsa rilevazione), seguita da Roma con 82 società iscritte (+41%) e a seguire Torino con 27 (+59%). Invece, per quanto riguarda le caratteristiche demografiche delle PMI innovative, il Registro del MISE mette in evidenza un basso tasso di prevalenza femminile nella compagine proprietaria (7,05%), in diminuzione rispetto al precedente periodo di osservazione, e di quella giovanile (7,05%) che contrariamente mostra una crescita del +0,5% rispetto al 2020. La proprietà straniera appare quasi del tutto assente con una quota inferiore al 2%.

Particolarmente interessante, con uno sguardo rivolto sempre agli elementi demografici, è la percentuale crescente di nuove PMI innovative che possiedono brevetti o software in portafoglio, pari a circa il 65% delle imprese analizzate. Si mostra in controtendenza rispetto a tale andamento, il rallentamento del livello di frequenza con cui le imprese investono in attività di ricerca e sviluppo.

Osservando le performance delle “nuove iscritte” nei settori di attività, i gruppi più numerosi  sono quelli attivi nei servizi, il settore maggiormente rappresentato con PMI operanti soprattutto nella produzione di software, consulenza informatica, attività di R&S in campo scientifico, consulenza, commercio, elettronica e fabbricazione di prodotti chimici. Tali segmenti, più “vivaci” che nel 2021, rappresentano complessivamente circa il 75% delle PMI innovative, rientrano tra quelli che erano stati identificati come capaci di rispondere al meglio alla crisi innescata dall’emergenza sanitaria da COVID-19, anche sulla base delle ipotesi formulate dal Cerved Industry Forecast del maggio 2020.

La seconda parte del Report, dedicata all’analisi dei dati economico-finanziari delle PMI innovative, evidenzia una elevata variabilità nei livelli di fatturato correlata alla dimensione delle imprese. Dall’analisi infatti emerge che, operando un confronto tra i dati dell’esercizio 2019 e quelli del 2020,  le imprese di dimensioni minori hanno subito perdite di fatturato più consistenti rispetto a quelle di dimensioni maggiori. In particolare, le PMI con volumi di fatturato fino a un milione di euro hanno registrato un decremento medio di circa il 36%, mentre quelle con volumi di fatturato superiori ai 5 milioni di euro hanno riscontrato una variazione media positiva pari a circa il 21,71%.

Le aziende del Nord Est sono resilienti. Grassetto: serve sostenere l’internazionalizzazione

Secondo Alessandro Grassetto di Bernoni Grant Thornton le imprese del Triveneto, nonostante la significativa contrazione dei ricavi e le importanti ripercussioni sulla situazione patrimoniale e finanziaria, stanno dimostrando notevoli segni di resilienza e di recupero.

Il Nord Est è un’area cruciale per l’economia italiana, dal momento che vi risiede un quinto della popolazione e si produce un quarto del PIL del settore privato. Inoltre, da quest’area industriale e commerciale si genera più di un terzo delle esportazioni del Paese.

Territorialmente, il Nord Est individua il raggruppamento di due regioni a statuto ordinario (Veneto, ed Emilia-Romagna) e due a statuto speciale (Friuli-Venezia Giulia e Trentino-Alto Adige), che hanno livelli di decentramento fiscale e amministrativo molto differenti. In particolare, il Trentino ha due province autonome e un sistema economico caratterizzato dal modello cooperativo, mentre in Friuli esiste un livello di autonomia più limitato e un sistema economico molto simile a quello Veneto, con una prevalenza di piccole e medie imprese che si tramandano da generazioni appartenenti alla stessa famiglia.

Relativamente alle regioni a statuto ordinario, secondo gli studi di Banca D’Italia l’Emilia-Romagna è percepita come “altra” rispetto ai tratti storici, politici e sociali del Nord Est, ma uguali sono le caratteristiche di un  territorio a elevato tasso di crescita economica, che dal 1980 ad oggi è passata dall’essere un’area in ritardo economico ad una evoluta, con un PIL pro capite in linea a quello delle regioni europee più sviluppate (con un livello di occupazione, prima della pandemia, vicino per diversi anni al pieno impiego).

Naturalmente, anche nel Nord Est il Covid sta lasciando i suoi segni sul tessuto imprenditoriale fatto di piccola e media impresa manifatturiera, ma non mancano i segnali positivi. Secondo Alessandro Grassetto, partner di Bernoni Grant Thornton, “Il Nord Est, anche in questo periodo scosso dalla tempesta pandemica e percorso da così evidenti fattori di instabilità e di incertezza, ha fatto emergere i suoi punti di forza, i tratti distintivi e le capacità competitive che l’hanno sempre contraddistinto. Le imprese del Triveneto – nonostante la significativa contrazione dei ricavi e le importanti ripercussioni sulla situazione patrimoniale e finanziaria – stanno dimostrando notevoli segni di resilienza e di recupero”.  “In attesa degli impulsi di ripresa – prosegue Grassetto –  che arriveranno dal Decreto Sostegni bis e, in forma più ampia, dalla riforma strutturale fiscale prevista dal Recovery Funds, tra le azioni più popolari intraprese dal legislatore per favorire il rafforzamento patrimoniale delle società si colloca la rivalutazione dei beni d’impresa (richiamata dall’art. 110 del DL n.104/2020) da rilevare nel bilancio 2020, che può essere operata ai soli fini civilistici o anche con effetto fiscale attraverso il versamento di un’imposta sostitutiva dell’IRES e dell’IRAP con aliquota del 3%. Altre misure volte a mitigare gli effetti negativi nella rappresentazione di bilancio sono la sospensione per l’anno 2020 fino al 100% dell’ammortamento delle immobilizzazioni materiali e immateriali, la disposizione contenuta nel Decreto Liquidità che prevede un termine ampio per la copertura delle perdite rilevanti (ex artt. 2446, 2447 e 2482-bis e 2482-ter c.c. emergenti dai bilanci in corso al 31 dicembre 2020) e la deroga in merito all’applicazione del principio di continuità aziendale (ai sensi del DL 34/2020)”.

Alessandro Grassetto

“Considerando la vocazione delle imprese del Nord Est all’esportazione e all’internazionalizzazione –conclude Grassetto – esistono diverse misure per favorire la ripresa dei rapporti con l’estero. Nel primo anno dell’emergenza sanitaria, la riduzione dell’export in Veneto è stata stimata in una perdita di fatturato di oltre 5,3 miliardi di euro rispetto all’anno precedente. Oggi le imprese venete sono pronte a far ripartire l’export e l’internazionalizzazione, e cresce la necessità di gestire opportunamente la fiscalità internazionale per ottimizzare le future scelte di investimento”.

Torna l’ottimismo nelle aziende, ma ancora prudenza sulle aspettative di ricavi e profitti

Secondo Grant Thornton, la seconda metà dell’anno si apre ad un rinato ottimismo (+14%) con il 57% delle imprese fiduciose sulla ripresa economica per i prossimi 12 mesi. Ancora caute le previsioni sui ricavi e la redditività a causa di condizioni di finanziamento deboli e carenza di ordini.

Dopo il forte calo dell’ottimismo registrato nei primi sei mesi del 2020, torna a crescere l’ottimismo economico nella seconda metà dell’anno (+14% rispetto 1° semestre 2020), con il 57% delle imprese fiduciose sulla ripresa economica per i prossimi 12 mesi. Seguono il trend globale l’Italia, che registra un +10%, con il 33% delle imprese positive riguardo l’andamento dell’economia, e l’Europa, dove l’ottimismo cresce del +7% pur restando ancora significativamente sotto la media del 2019 (47%), con solo il 36% di imprese positive.

Questo, in sintesi, il quadro che emerge dall’ultima edizione dell’International Business Report (IBR) del network di consulenza internazionale Grant Thornton, ricerca effettuata a livello globale sui dirigenti di circa 10.000 imprese del mid-market presenti in 29 Stati.

Si tratta di un clima di rinnovata fiducia, che l’analisi Grant Thornton attribuisce soprattutto ad un miglioramento considerevole delle aspettative di investimento e di esportazione. Più di un terzo delle imprese prevede di far crescere le proprie esportazioni nei prossimi 12 mesi (+34% contro il +25% del 1° semestre 2020), un segnale di positività che si riflette in un numero maggiore di imprese che hanno pianificato di incrementare i propri ricavi dai mercati internazionali. Degna di nota è la performance italiana, con la percentuale di imprese ottimistiche sulle esportazioni raddoppiata rispetto al 1° semestre 2020, (32% vs 16%); resta invece più moderato il dato europeo (24% vs 19%).

L’indice di ritorno all’ottimismo risiede anche nelle aspettative di sviluppo degli investimenti, di cui i più significativi riguardano quelli nelle costruzioni (+32%), in impianti e macchinari (+38%) e nell’incremento del personale qualificato (+45%). Tuttavia, a causa degli effetti devastanti della prima e seconda ondata della pandemia, permangono delle criticità con cui le aziende si trovano a dover fare i conti, per cui si rileva ancora una certa prudenza soprattutto riguardo alle aspettative sui ricavi e i profitti. Di conseguenza, sebbene il 45% delle aziende prevede nei prossimi 12 mesi un aumento dei propri ricavi (+11 punti percentuali sul primo semestre), il dato rimane al di sotto dei livelli pre-Covid del 2019 (caratterizzato da un valore medio superiore al 50%).

Guardando alla redditività, si allarga considerevolmente il numero di imprese che ne stima una crescita per il 2021, passando dal 32% al 44% del secondo semestre 2020, ma anche in questo caso la percentuale di crescita resta inferiore alla media storica. In Europa, la percezione sulla redditività si mostra piuttosto debole rispetto alla media globale, con solo il 29% delle aziende positive. Anche per l’Italia il dato è analogo (28%).

A destare maggiore preoccupazione è il peso dell’incertezza economica sullo sviluppo del business. Tra i fattori percepiti come di maggior impedimento alla ripresa vi è la carenza di ordini, identificata come vincolo al business dal 52% delle imprese (55% nel 1° semestre 2020). Il calo di soli tre punti percentuali rispetto al 1° semestre dà in parte giustificazione alle previsioni ancora così deboli sui ricavi, a dispetto di un balzo molto forte dell’ottimismo.

La criticità delle condizioni di finanziamento resta un problema per il 46% delle aziende, che la ritiene un vincolo, in modo del tutto invariato rispetto alla prima metà dell’anno. Un ulteriore ostacolo è rappresentato dai costi del lavoro, dichiarati anch’essi come vincolo dal 50% delle imprese (49% nella prima metà dell’anno).

Dopo l’enorme sconvolgimento sul mercato del lavoro provocato dalla pandemia di Covid-19 nei primi mesi del 2020, torna a salire il numero delle aziende che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno, passando dal 28% del primo semestre dell’anno al 38% del secondo semestre, il che dimostra come le imprese siano tornate a guardare avanti ad un futuro più promettente. L’ottimismo traspare anche dai risultati dell’Italia (dal 21% al 26%) e dell’Unione Europea che mostra una tendenza molto simile a quella italiana (dal 20% al 26%). Sull’aumento dei salari, lascia ben sperare una crescita non indifferente delle imprese che, a livello globale, prevedono di aumentare lo stipendio dei propri dipendenti nel prossimo anno, salendo dal 61% del 1° semestre al 72% del 2° semestre 2020.

Nella seconda parte dell’anno, continuano ad aumentare le imprese che hanno intrapreso, o iniziato a pianificare, misure strategiche in risposta alla pandemia. Su scala mondiale, il 39% delle aziende ha incrementato l’utilizzo della tecnologia nella propria organizzazione e ad ha aumentato le misure di sicurezza interne all’azienda. Circa il 34% ha intrapreso una pianificazione delle risorse necessarie per il rilancio e il 31% ha iniziato a identificare i prodotti/servizi, clienti e mercati target su cui focalizzarsi in vista dei piani di investimento futuri. La crisi da Covid-19 ha inoltre sensibilizzato le imprese sulla necessità di saper affrontare le nuove sfide per il mantenimento della leadership aziendale (circa il 18% delle imprese italiane, 27% europee e 29% globali) e ha messo in luce la necessità di sapersi adattare al cambiamento delle abitudini dei consumatori o delle dinamiche competitive del mercato.

Alessandro Dragonetti

L’implementazione delle misure di sicurezza sul posto del lavoro e l’adeguamento ai nuovi protocolli normativi anti-contagio, insieme all’utilizzo della tecnologia, restano tra le azioni prioritarie in vista del rilancio dell’attività riferiti dalla percentuale più alta delle imprese, pari a circa il 39%. “L’ultima edizione dell’IBR Grant Thornton – commenta Alessandro Dragonetti, Managing Partner & Head of Tax di Bernoni Grant Thornton – mette in luce una rinata fiducia delle imprese che, nella seconda parte dell’anno, sono tornate ad essere ottimiste, seppur con un atteggiamento ancora cauto, verso il possibile ricrearsi di quelle condizioni favorevoli al rilancio del business, con un nuovo slancio verso i mercati internazionali. Permangono però ancora alcune criticità, come le preoccupazioni sull’adeguamento alle ultime normative e gli ostacoli burocratici nella gestione delle procedure anti-contagio, oltre ad importanti debolezze strutturali come si evince dai margini di sviluppo ancora deboli sui ricavi e sulla redditività.

Grant Thornton e Università di Pisa, al via l’osservatorio sulle PMI innovative

L’Osservatorio fa parte di un più ampio progetto che mira a valorizzare l’innovazione italiana dando visibilità a questa specifica tipologia di imprese, facilitando la conoscenza dei vantaggi di natura fiscale, societaria e finanziaria esclusivamente dedicati dalla normativa alle PMI innovative regolarmente iscritte nella specifica sezione del Registro delle Imprese.

Lo scorso 11 Novembre, a margine del Convegno “La gestione dell’area finanza per il mid-market nell’era Covid-19” si è svolta in collegamento da remoto la cerimonia di premiazione di “Open Innovative PMI“, ideato e organizzato da Grant Thornton e dedicato alle PMI Innovative italiane. Nel corso dell’appuntamento il prof. Giulio Greco, docente del Dipartimento di Economia e Management dell’Università di Pisa, ha presentato il report 2020 dell’Osservatorio Open Innovative PMI, realizzato da Grant Thornton in collaborazione con l’ateneo pisano.

I vincitori di questa quarta edizione del Premio di 10.000 euro sono tre aziende che si sono distinte per la loro propensione ad innovare, per le performance ambientali e per gli eccellenti risultati economici raggiunti in Italia e all’estero. Si tratta di Echolight (categoria “Ricerca, innovazione e digitale”, società biomedica innovativa con sede a Lecce), di Angiodroid (categoria “Resilienza al Covid-19“, società bolognese che ha sviluppato un iniettore di forme di contrasto per le angiografe a base anallergica di anidride carbonica) e di Nanoprom Chemicals (categoria “Sostenibilità ambientale”, società di Reggio Emilia attiva nella ricerca   e nell’applicazione commerciale dei nanomateriali).

Alessandro Dragonetti

Alessandro Dragonetti, Head of Tax di Grant Thornton ha dichiarato: “L’importante incremento in percentuale delle PMI Innovative è un ottimo segnale di dinamismo del comparto; registriamo però ancora la necessità di una maggiore consapevolezza dei vantaggi e delle opportunità che il novero all’interno del Registro comporta. Sono infatti poco meno di 2mila le aziende iscritte al Registro su circa 20mila che stimiamo abbiano in Italia le caratteristiche per rientrare nella categoria ‘innovative’. E, a norma di legge, questa categoria di imprese avrebbe accesso ad alcune delle stesse agevolazioni normative, fiscali, contributive, burocratiche previste per le startup innovative. Perché rinunciare a semplificazioni e abbattimento costi di apertura, sgravi fiscali per impresa e investitori, assunzioni agevolate, accesso preferenziale al credito?”, ha chiesto Dragonetti. “Certamente – ha aggiunto – l’iscrizione al Registro rappresenta una leva importante per le nostre piccole imprese che guardano al futuro in chiave moderna e con potenzialità per occupare un ruolo strategico nell’ambito del sistema economico italiano, e andrebbe dunque maggiormente promossa e sostenuta”.

Secondo i dati dell’Osservatorio di Grant Thornton -Università di Pisa, emerge che nell’ultimo anno il numero di PMI Innovative è cresciuto del 40%. Sono infatti 567 le nuove aziende iscritte al registro apposito (tra ottobre 2019 e settembre 2020), contro le 432 del periodo precedente. Tuttavia, a circa cinque anni di distanza dalla creazione del registro, il numero di PMI innovative appare ancora contenuto rispetto al bacino potenziale: sono infatti poco più di 1.700 le PMI Innovative “ufficiali”, mentre è verosimile pensare che in Italia le PMI con i requisiti previsti siano sull’ordine delle decine di migliaia.

La pur importante crescita del numero di PMI iscritte nell’ultimo anno è da considerarsi ancora limitata se si considerano i ripetuti interventi del legislatore sui benefici di cui tale categoria di impresa potrebbe godere. Tra gli ultimi interventi si possono ricordare quelli del Decreto 7 maggio 2019 dedicato proprio agli incentivi per le start up e le PMI innovative e quelli previsti nel decreto rilancio dell’aprile 2020. Quest’ultimo ha stanziato un fondo di sostegno al venture capital con una dotazione di 200 milioni di euro a beneficio esclusivo delle start up e delle PMI innovative. Inoltre, è stata riservata una quota pari a 200 milioni di euro a valere sulle risorse già assegnate al Fondo Centrale di Garanzia per le PMI specificatamente dedicata all’erogazione di garanzie in favore di startup innovative e PMI innovative. Infine, sono stati previsti incentivi alla capitalizzazione con importanti detrazioni IRPEF per gli investitori fino al 50% rispetto all’ammontare dell’investimento. Peraltro, è opportuno ricordare come alcune delle politiche di incentivo all’innovazione, come il credito d’imposta alle attività di ricerca e sviluppo, l’iper-ammortamento “Impresa 4.0”, il Patent Box, o i voucher “manager dell’innovazione“, non vadano a beneficio esclusivo delle PMI innovative, ma di una platea di aziende più vasta.

L’Osservatorio PMI Innovative 2020 mostra come la maggior parte delle PMI innovative, circa due terzi, siano di dimensioni ascrivibili alla categoria delle micro-imprese, con un fatturato al di sotto della soglia dei 2 milioni di euro. Meno del 10% delle aziende è ascrivibile alla categoria delle medie imprese (fatturato superiore a 10 milioni e inferiore a 50), mentre le restanti rientrano tra le piccole imprese (tra i 2 e i 10 milioni di fatturato).

L’anzianità media, tra le nuove iscritte, è di circa 9 anni. A livello regionale, la Lombardia, con 148 casi (oltre il 26% del totale), presenta il maggiore numero di società iscritte nel Registro nell’ultimo anno. Seguono il Lazio con 65, l’Emilia Romagna con 57, la Campania con 52, la Toscana con 38 e il Veneto con 36, mentre tutte le altre regioni si attestano su valori decisamente più bassi. A livello provinciale, il maggior numero di PMI Innovative è a Milano, con 122 società iscritte nell’ultimo anno (+54% rispetto alla scorsa rilevazione), seguita da Roma con 58 società iscritte (+100%) e a seguire Napoli con 26 (+86%).

Relativamente all’analisi dei dati economico-finanziari delle PMI Innovative, si evidenziano in generale buoni risultati in termini di fatturato e performance economico-finanziarie. Le PMI innovative hanno registrato un incremento medio del fatturato del 15% nel biennio 2018-2019, e il patrimonio netto medio è pari a circa 1,9 milioni di euro. Inoltre, nel 76,45% dei casi le società registrano un EBITDA positivo, a dimostrazione del fatto che la maggioranza del campione osservato si trova in equilibrio economico.

Incrociando i dati della ricerca dell’Osservatorio con le stime del Cerved Industry Forecast (maggio 2020), relative all’impatto della crisi Covid sui fatturati delle aziende all’interno di uno scenario soft, assisteremmo ad un calo complessivo medio del fatturato nel 2020 (rispetto al 2019) del 10,4%, con un rimbalzo medio del 10,3% nel 2021 (rispetto al 2020). In uno scenario hard, invece, assisteremmo ad un calo medio complessivo del fatturato nel 2020 (rispetto al 2019) del 14,9%, con un rimbalzo medio del 15,3% nel 2021 (rispetto al 2020).

In conclusione, le PMI innovative potrebbero dunque mostrare un buon grado di resilienza alla crisi e mostrarsi pronte allo sfruttamento di opportunità.

Grant Thornton, pessimismo sul futuro delle aziende italiane. Solo 23 su 100 sono ottimiste

Secondo Grant Thornton, nei primi sei mesi dell’anno in Italia l’ottimismo economico è diminuito del 10% rispetto al 2° semestre del 2019, con “solo” il 23% delle aziende positive sulla ripresa nei prossimi 12 mesi. Nel mondo tale fiducia è scesa al 43% (-16%).

Milano, 30 luglio 2020 – Per i primi sei mesi dell’anno il network di consulenza internazionale Grant Thornton indica un deciso calo dell’ottimismo da parte delle aziende italiane (-10%) per quel che riguarda le aspettative economiche per i prossimi 12 mesi, con solo il 23% delle aziende ottimiste sulla ripresa. La performance italiana segue il trend di forte peggioramento su scala mondiale (-16%) che tocca il livello più basso dalla crisi dell’Eurozona del 2011-2012. Anche in Europa si inasprisce l’ottimismo che, in linea con il dato globale, diminuisce del 16% rispetto al 2° semestre dell’anno, con solo il 29% di imprese positive.

Un quadro di incertezza generale che – secondo Grant Thornton – riflette un clima di pessimismo sulle aspettative future delle imprese verso i fattori chiave della crescita economica quali fatturato, redditività e occupazione, che preannunciano un anno potenzialmente difficile per l’andamento del business. Per quanto riguarda la situazione italiana, solo il 24% delle aziende italiane si aspetta un aumento dei ricavi nei prossimi 12 mesi, dato in netta caduta rispetto al 42% registrato nel 2° semestre 2019. Al contrario, il 40% si aspetta una diminuzione. Osservando la media globale solo il 34% si aspetta un aumento nei ricavi, in discesa di ben 20 punti percentuali rispetto al 2° semestre 2019.

Una quota importante di aziende, pari al 65%, si aspetta che il Covid-19 avrà un impatto negativo sui ricavi nel 2020 che, secondo le aziende intervistate, diminuiranno in media a livello globale del 9,7% nel 2020 a causa degli effetti della pandemia. Andando a focalizzare i diversi livelli di perdita, in Italia lo scenario di previsione non sembra così scoraggiante, infatti, è di solo il 2,7% il numero di imprese che vede gli impatti del Covid come causa di perdita economica superiore al 50%, per l’11,3% rappresenta una perdita tra il 20 e il 29%, mentre la quota maggiore, il 32,7%, si aspetta una perdita minore, compresa tra l’1 e il 9%. Fa ben sperare un 4,7% che immagina un aumento dei ricavi del 10%.

L’attuale contesto di crisi ha determinato un forte picco di incertezza economica: il 66% delle aziende identifica l’incertezza come un vincolo aziendale (con quasi 1 su 3 aziende che lo identifica come un “grave” vincolo). In Italia il dato sale al 68% (+19% rispetto al secondo semestre del 2019) mentre in Europa rimane più basso al 59% (+14%).

Tra i fattori più limitanti per la crescita vi è anche la carenza di ordini, dichiarata come vincolo dal 57% delle aziende italiane, che supera di poco il dato globale al 55% (più basso quello europeo al 51%). Il crollo della domanda, elevati livelli di incertezza e preoccupazioni per la disponibilità finanziaria sono tutti elementi che in egual misura contribuiranno a ridurre le intenzioni di investimento.

In Italia, diminuisce (-18%) il numero delle imprese che pianificano di investire nella qualità dei prodotti e servizi, con solo il 29% delle imprese che prevede di aumentare le spese in R&S nei prossimi 12 mesi. Dati negativi anche sulla crescita dell’export, sul quale la percentuale delle imprese ottimistiche è più che dimezzata passando dal 38% del 2019 al 16% di quest’anno.

Brutte notizie anche per quanto riguarda l’occupazione, scende infatti il numero delle aziende italiane che prevede di assumere nuovo personale nel prossimo anno (dal 36% al 21%), con un calo pressoché identico all’Unione Europea (dal 36% al 20%). Complice di questa situazione gli impatti drammatici della pandemia da Covid-19 sul mercato del lavoro, che ha fatto sì che il solo 28% delle aziende del mondo prevede di assumere nuovo personale nei prossimi 12 mesi (45% nel 2° semestre 2019).

A causa delle conseguenze della crisi in atto, molte aziende (quasi il 50%) stanno prendendo in considerazione l’implementazione di misure di sicurezza sul lavoro in vista della ripresa, un sentiment forte anche in Italia (quasi il 35%) e in Europa (38%). Rimarrà alta l’attenzione verso il mantenimento del flusso di cassa: a livello globale il 40% delle aziende ha iniziato a pianificare le risorse necessarie per la fase di rilancio, in Italia il 19% e in Europa il 30%. Oltre a sensibilizzare le imprese sulla necessità di maggiore tecnologia e trasformazione digitale nelle prossime strategia aziendali (Italia 31%, Europa quasi il 36% e nel mondo circa il 46%), la pandemia da Covid-19 ha evidenziato l’importanza di una migliore flessibilità delle organizzazioni (riconosciuta dal 30% delle imprese italiane, 40% europee e 46% globali) e dei processi di gestione delle crisi (circa 25% delle imprese italiane, 31% europee e 42% globali).

Gabriele Labombarda

Gabriele Labombarda, Partner & IBC Director Bernoni Grant Thornton commenta: “come si evince dai risultati, l’ottimismo aziendale ha visto un forte peggioramento su scala globale, motivato dalle deboli performance economiche degli ultimi mesi legate soprattutto agli impatti del Covid-19 sui mercati internazionali. In particolare, le conseguenze derivanti dalla diffusione della pandemia, come il crollo della domanda, gli elevati livelli di incertezza e le preoccupazioni sulla disponibilità finanziaria, impongono oggi alle aziende una riflessione e revisione delle proprie strategie aziendali relative al prossimo futuro. Molte aziende hanno saputo approfittare della forzata inattività e/o della riduzione dei volumi di lavoro conseguenti il lock-down e hanno avviato azioni volte a contrastare le difficoltà causate dalla pandemia, come, ad esempio, il ripensamento e la riorganizzazione dei processi interni e la ristrutturazione della propria posizione finanziaria, preparandola per la ripartenza.”