Aprile 21, 2026
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Portafogli, attendere o ribilanciare? Il PIL del mondo indica la rotta, ma stare fermi non paga abbastanza

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai risparmiatori la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento.

C’è chi sostiene che in ogni crisi finanziaria, quale che sia la sua natura, la mossa migliore sia tenere tutto e aspettare che passi. Altri, invece, ritengono che sia meglio creare o sfruttare la liquidità per essere pronti a qualsiasi scenario. Allo stesso modo, i consulenti finanziari, in questo momento, si dividono tra quelli che stanno dicendo ai propri clienti di tenere tutto così com’è finchè il mercato non tornerà a salire, e quelli che, al contrario, consigliano di aumentare gradualmente la componente azionaria del portafoglio.

Tutto questo, MIFiD permettendo, naturalmente…

Pertanto, in questo frangente di crisi sanitaria che sta infettando anche l’economia mondiale, ci si chiede  quale sia il miglior consiglio che un risparmiatore possa ricevere tra quello di tenere tutto senza cambiare nulla oppure modificare il portafoglio. E mentre si cerca la risposta, i listini sono venuti giù (una catastrofe, dall’inizio dell’anno) e la pandemia fa il resto, in quanto a paura irrazionale. E di fronte la paura, i più scappano, mentre gli altri, al massimo, restano immobili. Pochi hanno il coraggio di muoversi, ben sapendo che nell’ottica di lungo periodo stare fermi non paga, dal momento che tutti gli strumenti finanziari affidabili – persino quelli targati H2O – riprendono inesorabilmente quota, soprattutto se sono sufficientemente esposti verso il mercato azionario in un orizzonte temporale di almeno 36 mesi.

La vera domanda, semmai,  è “quanto durerà l’emergenza?”. In soldoni, quanto dovranno attendere gli investitori prima di recuperare la temporanea minusvalenza odierna? Posta in questo modo, la questione diventa finalmente costruttiva, e ci consente di dire al cliente “…le cose sono andate malissimo per via della pandemia, ma ho un piano!”.

Forti dell’esperienza fatta durante la crisi del 2008, oggi è bene non raccontare ai clienti la storia che è meglio tenere il portafoglio così com’è per riprendere presto il valore perduto, bensì essere attivi e, se serve, consigliare di cambiare le proprie abitudini di investimento. L’approccio interventista non è esattamente nelle corde di tutti i clienti, però prevede la possibilità di prendere decisioni proprio nei momenti più gravi delle crisi dei mercati, ed è premiante laddove ci si basa esclusivamente sull’analisi quantitativa e sul lungo periodo, senza pretendere di sapere dove i mercati potranno andare nel breve periodo, come fanno gli improbabili guru trentenni della finanza che pullulano in Rete.

Non v’è dubbio che questa sia una crisi differente, generata dall’intervento di un fattore esterno ai mercati che incute paura riguardo al binomio perfetto della vita: salute e denaro. Nonostante questo, però, è sorprendente come la profondità della discesa dei mercati, in proporzione al terrore dettato dal Coronavirus, non sia stata così estesa: nel 2008 andò molto peggio, soprattutto per le materie prime e per alcuni listini, che arrivarono a perdere anche il 70%; mentre oggi ci troviamo con un calo medio delle borse inferiore al 30% (massima profondità -45% circa, soprattutto dopo l’uscita geniale della Lagarde), con il corollario del prezzo del petrolio in caduta libera o quasi.

L’universo del Risparmio Gestito ha risentito moltissimo del calo generalizzato, ma complessivamente ha tenuto. Un caso a parte è rappresentato dai fondi targati H2O, che fino al 2019 avevano ottenuto risultati strabilianti ma, con l’arrivo della pandemia, l’approccio stile hedge fund – attuato mediante operazioni a leva sia al rialzo sia al ribasso – ha causato perdite rilevanti ai sottoscrittori (-50% e oltre su alcuni fondi azionari, obbligazionari e a ritorno assoluto) ed ha costretto la società ad inviare loro una lettera di scuse.

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Qualcuno si chiede, in vista di una ripresa possibile, se sia bene affidarsi alla selezione di società con buoni dividendi. Non è detto, in alcuni casi le aziende con cedole generose finiscono con il rivelare, in un momento in cui è bene conferire solidità all’azienda e rinviare i dividendi al 2021, una mossa rinunciataria verso il reinvestimento degli utili ed il rafforzamento dell’azienda per il futuro, con conseguente creazione di maggior valore quando l’economia si riprenderà.

In ogni caso, la crisi in atto sta facendo saltare anche i dividendi già deliberati. Eni, per esempio, ha perso fino al 50% del proprio valore, e la distribuzione di una cedola non sarebbe un elemento favorevole da prendere in considerazione per chi vuole acquistarla adesso. Peraltro, nel caso in questione, il prezzo del petrolio – oggi più che mai – dipende da chi ha il minore costo di estrazione, cioè i paesi arabi, per cui il prezzo dell’azione ENI (così come di altri titoli petroliferi) dipenderà dalla eventuale volontà di Arabia Saudita & co. di tenere sotto scacco il prezzo mondiale dell’oro nero.

In ogni caso, i risparmiatori si trovano in un momento particolare sia dal punto di vista finanziario che umano, ma oggi hanno la possibilità di fare scelte più razionali, anche per via della maggiore disponibilità del proprio consulente che, come il cliente, si trova a casa, ha molto tempo in più da spendere e, come tutti, ha molta difficoltà a dire che è in riunione o in mezzo al traffico.

Ritornando alla domanda precedente (tenere tutto senza cambiare niente oppure modificare il portafoglio), avere un piano segnerà ineluttabilmente i tempi di recupero del valore: nel lungo periodo, se si rimane immobili ci vorrà più tempo; se si interviene, ce ne vorrà di meno. Quanto di meno? Lo sa solo l’Onnipotente, però qualcosa possiamo dirla anche noi. Per esempio, possiamo dire che molto dipenderà dalle modalità della ripresa post-Covid19, che non sappiamo come sarà, e quanto tempo durerà, e soprattutto come sarà diversificata in ogni singola area geografica del mondo (anche se uno scenario a doppio traino alternato Cina-USA si va già delineando).  Volendo cercare un indicatore buono per tutti nel brevissimo periodo, solo l’ufficialità dei dati sul PIL potrebbe portare un secondo e breve scossone alle borse. Queste hanno certamente incorporato, nelle quotazioni, le previsioni di un Prodotto Interno Lordo “da guerra mondiale”, tuttavia c’è ancora un po’ di incertezza sulla sua esatta entità, paese per paese. In Italia, per esempio, il M.E.F. parla di un PIL negativo del 5.5% nel primo trimestre e del 10.5% nel secondo, mentre il dato annuale si porterà al -8.0%, con un recupero parziale del 4.7% nel 2021. Un saldo negativo, pertanto, del 3.3% nel biennio 2020-2021, e lo spettro di una recessione tutt’altro che “tecnica”, ma strutturale, dalla quale ci si potrà risollevare rapidamente solo con misure altrettanto strutturali nella loro eccezionalità. Come unica consolazione, le importazioni cadrebbero più delle esportazioni, dando luogo ad un contributo netto alla crescita di segno positivo da parte  del commercio estero, e ad un ampliamento del surplus delle partite correnti nella bilancia dei pagamenti.

L’Eurozona, nel complesso, dovrebbe vedere il PIL ridursi del 7,5%, con la Spagna a -8%, la Francia a -7,2% e la Germania  a -7%, mentre per gli Stati Uniti la contrazione del 2020 sarebbe del  5,9%. La Cina (+1,2%) e l’India (+1,9%), invece, dovrebbero salvarsi dalla recessione in quanto tale, ma le percentuali “risicate” rispetto agli usuali +5-7% sono comunque sorprendenti. 

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La pandemia, nel suo complesso, si abbatterà sull’economia mondiale con un PIL globale previsto in calo del 3% dal World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, e si tratta di risultato peggiore di quello della crisi finanziaria del 2008. Per questo motivo, a prima vista, non si comprende come le borse mondiali non siano scese molto di più di quanto effettivamente hanno fatto. Probabilmente, rispetto al 2008, la risposta corale delle banche centrali – in grande affanno e disarmoniche in occasione della crisi dei mutui subprime – ha fatto la differenza, limitando i danni.

A monte di tutto, non dimentichiamoci del “fattore esterno”, e cioè del Covid19: una eventuale ripresa del contagio, in autunno o anche prima – se scambieremo l’allentamento delle restrizioni come un insensato “liberi tutti” – potrebbe segnare una nuova fase di paura irrazionale ed un nuovo crollo dei mercati che, questa volta, non incontrerebbe ostacoli in nessun Quantitative Easing umanamente concepibile.  

H2O-Natixis, i media e la fuga precipitosa dai fondi: una grande sconfitta per la razionalità

Tutti sapevano che i fondi H2O erano caratterizzati da un livello di rischio più elevato rispetto alla media, eppure c’era chi gridava irrazionalmente al “miracolo finanziario”

Articolo di Marco Pallini

Sulla graticola, in questi giorni, i fondi della casa d’investimento H2O, una tra le società del risparmio gestito che fanno capo al gruppo francese Natixis. Dopo alcuni giorni di passione, in cui il buon nome della società e della capogruppo sono stati messi in dubbio, H2O ha ceduto parte dei propri asset illiquidi ed eliminato le elevate commissioni di ingresso nei propri fondi, nel tentativo di frenare un’ondata di riscatti che è iniziata con la diffusione dei primi allarmi su alcuni titoli detenuti in portafoglio.

Fino ad oggi, infatti, a seguito della sospensione del rating di uno dei suoi fondi da parte di Morningstar, e di numerosi articoli da parte degli organi di stampa che si occupano di finanza (Financial Times in testa), sono usciti quasi 2 miliardi di euro dalle masse gestite, costringendo H2O a vendere frettolosamente molte attività finanziarie per costituire la liquidità necessaria a far fronte ai riscatti.

Ci si chiede se i timori espressi in merito alla liquidità e alla governance siano stati giustificati, e soprattutto se in questa occasione l’informazione finanziaria non abbia giocato un ruolo fondamentale nel diffondere il panico.

Infatti, H2O ha comunicato che l’iniziativa di svalutare gli asset illiquidi ha comportato la svalutazione dei propri fondi fino a un massimo del 7% del valore, mentre Natixis ha fatto sapere che appoggia le iniziative di H20 e che sta già rivedendo il business model della controllata, con l’obiettivo di ripristinare la fiducia nel più breve tempo possibile.

Fin qui la storia recente, densa di notizie e comunicati che si susseguono quotidianamente e tengono alta la soglia di attenzione sul gruppo francese e sulla sua controllata. Da questa vicenda, ancora in corso, possiamo ricavare però alcune importanti riflessioni. In particolare, i fondi H2O:

1) per anni hanno dato risultati eccezionali, dimostrando una eccellente capacità di recupero dopo le fasi di storno (diversamente da tanti pachidermi che vengono collocati);

2) in relazione alla fascia di rischio possono vantare dei gestori di rara abilità, sia per come hanno lavorato, sia per il valore che hanno dato ai soldi in gestione;

3) sono strumenti di risparmio gestito diversi dagli altri: veri e propri hedge fund disponibili, però, anche per piccoli risparmiatori, con un taglio minimo basso e accessibile a tutti (anche solo 2-3mila euro su, ad esempio, un portafoglio di 50 mila);

4) hanno un management fee molto conveniente, e performance fee importanti, ma molto più oneste e trasparenti di quelle applicate da tanti big del risparmio gestito;

5) per via delle leve che presentano nelle diverse asset class, sono sempre stati corredati da documenti informativi recanti con chiarezza le corrette informazioni sulla reale soglia di rischio e sulla volatilità;

6) erano talmente richiesti che lo stesso gestore aveva messo una commissione di ingresso del 5% per limitare le sottoscrizioni (che andava a chi aveva già il fondo in portafoglio, per ricompensarlo della “diluizione”, anche in questo un esempio di correttezza).

A ciò possiamo aggiungere che i più non sono entrati “perché sono già saliti troppo” (rimanendo a “gufare” per qualche anno) o perché le retrocessioni provvigionali non erano poi così soddisfacenti.

In definitiva, nel contesto globale in cui ci troviamo (spread normalissimi, liquidità abbondante delle banche centrali e tassi bassi, previsti in ulteriore ribasso) i fondi H2O non dovrebbero suscitare particolari preoccupazioni per via di quelle quote di titoli illiquidi che sono state dichiarate con immediata trasparenza. Eppure, si è diffuso il panico, generando un ulteriore rischio tecnico (di cui mai si parla, ma c’è eccome!), e cioè che il semplice timore di una valanga di riscatti potesse mettere in crisi il gestore, facendo scendere il valore del fondo per via della vendite forzate.

Un altro rischio tecnico – anche questo poco menzionato – è quello del possibile blocco momentaneo dei riscatti, soluzione estrema che potrebbe essere perseguita qualora i media facessero ancora di tutto per “strombazzare” maldestramente la notizia alla spasmodica ricerca di attenzione.

A conti fatti, la vicenda H2O rischia di essere una sconfitta per tutti, sia per chi quei fondi li ha comprati, sia per chi non li ha mai presi: quando si distrugge valore senza razionalità non è mai una vittoria.

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