La guerra con l’Iran è una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema economico internazionale costruito a Bretton Woods.
di Valerio Giunta, CEO di Startup Italia e Founder di Banking People
Quando gli Stati Uniti hanno deciso di attaccare l’Iran, la spiegazione ufficiale è stata relativamente semplice: prevenire una minaccia imminente, poiché secondo la Casa Bianca l’Iran si starebbe avvicinando alla bomba nucleare. Questa ricostruzione è stata messa in discussione quasi subito: il direttore generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica, Rafael Grossi, ha dichiarato che non esistono prove di un programma sistematico iraniano per la costruzione di armi nucleari. L’Iran ha effettivamente arricchito uranio fino al 60%, ma, come ha chiarito Grossi, l’AIEA non ha identificato alcun programma strutturato per la produzione di armi nucleari.
Il segretario di Stato Marco Rubio ha contribuito ad alimentare forti dubbi sulla narrativa ufficiale, affermando “Sapevamo che, se l’Iran fosse stato attaccato, ci avrebbe immediatamente colpito. E noi non saremmo rimasti lì a subire il colpo”. Una frase che suggerisce una dinamica diversa: non un attacco per prevenire un’aggressione iraniana, ma la consapevolezza che la risposta di Teheran sarebbe arrivata dopo l’azione militare. Nel frattempo, nel giro di pochi giorni, le giustificazioni dell’intervento sono cambiate più volte. Come ha osservato l’analista Daniel De Petris, si è passati dalla distruzione del programma nucleare alla riduzione della capacità missilistica iraniana, fino alla prevenzione di una minaccia contro le truppe americane. Secondo quanto riportato da Politico, a diversi giorni dall’inizio del conflitto l’amministrazione non è ancora riuscita a definire con chiarezza quali siano gli obiettivi strategici della guerra.
Se si osserva il conflitto in un quadro geopolitico globale, la crisi con l’Iran assume un significato molto diverso. Teheran occupa una posizione strategica fondamentale tra Golfo Persico, Asia centrale e Mediterraneo. Il Paese è uno snodo chiave delle rotte energetiche e commerciali dell’Eurasia ed è destinato a diventare uno dei nodi principali della Belt and Road Initiative cinese. Negli ultimi anni Iran e Cina hanno rafforzato la loro cooperazione economica attraverso accordi energetici e infrastrutturali di lungo periodo, e per Washington questo asse rappresenta una minaccia strategica: indebolire l’Iran significa anche limitare l’espansione geopolitica cinese in Medio Oriente, interrompere rotte commerciali e rendere più oneroso l’acquisto di petrolio.
Ma il problema non è soltanto geopolitico. È anche finanziario. Infatti, il sistema economico internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale si fonda sulla centralità del dollaro, il cosiddetto Dollar Standard. Per decenni il commercio globale – e in particolare quello energetico – è stato denominato quasi interamente nella valuta americana. Negli ultimi anni questo equilibrio ha iniziato a mostrare crepe. Secondo diverse analisi economiche, l’uso crescente del dollaro come strumento di sanzione geopolitica sta spingendo molti Paesi a cercare alternative. Diversi Stati stanno riducendo la propria dipendenza dalla valuta americana nei commerci internazionali e nelle riserve delle banche centrali (“de-dollarizzazione“). Secondo tale analisi, la quota del dollaro nelle riserve delle banche centrali mondiali è scesa dal 71% dei primi anni Duemila a circa il 57%.
Per gli Stati Uniti questo rappresenta una minaccia esistenziale. La domanda globale di dollari è infatti uno dei fattori che consente a Washington di sostenere un debito pubblico enorme (ormai 40 trilioni di dollari), finanziando i propri deficit attraverso l’emissione di titoli denominati nella propria valuta. Ma negli ultimi anni l’Iran ha iniziato a vendere parte del proprio petrolio utilizzando valute alternative, soprattutto nei rapporti economici con la Cina. Nel 2023, poi, fu annunciato l’accordo tra la Cina e l’Arabia Saudita che consentiva a Pechino di pagare progressivamente il petrolio saudita in Yuan anziché in dollari. Una notizia clamorosa e che ha chiaramente fatto scattare l’allarme rosso a Washington. Trump infatti, immediatamente dopo la rielezione, si è subito attivato per provare a mettere un argine diplomatico a questo.
Questa tendenza che si stava consolidando accelera il processo di erosione della centralità del dollaro. Ed è proprio in questo contesto che molti analisti collocano la crisi con l’Iran. Resta però una domanda inevitabile: perché questa guerra proprio adesso. Negli Stati Uniti si sono accumulate negli ultimi mesi diverse pressioni politiche interne. Una delle più delicate riguarda la vicenda dei file Epstein, l’enorme archivio di documenti legati al caso del finanziere Jeffrey Epstein. La gestione della pubblicazione dei documenti ha provocato polemiche e accuse di scarsa trasparenza, con richieste da parte di diversi membri del Congresso di ulteriori indagini.
Parallelamente, l’economia americana mostra segnali di crescente fragilità. Diversi indicatori suggeriscono un rallentamento del mercato del lavoro e della crescita economica. I dati di febbraio mostrano un calo significativo dell’occupazione e un rallentamento delle vendite in diversi settori dell’economia. A questo si aggiungono segnali di tensione nel sistema finanziario. Negli ultimi mesi sono emerse importanti difficoltà nel mercato del credito privato. Ad esempio, ieri BlackRock ha iniziato a limitare i prelievi dopo un’ondata di richieste di rimborso, segnale che il potrebbe trovarsi di fronte a problemi di liquidità. In questo contesto, una crisi internazionale ha una forte funzione politica: spostare l’attenzione dell’opinione pubblica verso una minaccia esterna.
Cosa può succedere ora. Le conseguenze della guerra si stanno estendendo ben oltre il Medio Oriente. Uno degli effetti più immediati riguarda il prezzo dell’energia, nel senso che un aumento duraturo del petrolio e del gas ha conseguenze particolarmente pesanti per l’Europa, fortemente dipendente dalle importazioni energetiche. Infatti, dopo la rottura dei rapporti energetici con la Russia l’Europa ha aumentato drasticamente le importazioni di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti e ora (salvo un riavvicinamento con la Russia) dovrà farlo ancora di più per evitare di tornare alla situazione in cui si è trovata all’inizio degli anni ’70. Questo significa che prezzi energetici più alti tendono a favorire i produttori americani mentre penalizzano l’industria europea, già sottoposta a forti pressioni competitive.
Le crisi energetiche tendono storicamente a produrre riequilibri nella bilancia commerciale tra Stati Uniti ed Europa, trasferendo una parte significativa delle risorse economiche verso i produttori energetici (gli USA sono il primo produttore mondiale di petrolio). Del resto, non sarebbe la prima volta che una crisi mediorientale produce effetti di questo tipo in un sistema globale fortemente dipendente dall’energia. Un precedente storico significativo è la guerra del Kippur del 1973; proprio dopo quella guerra nacque il sistema dei petrodollari, cioè il meccanismo attraverso cui il petrolio mondiale venne progressivamente commercializzato quasi esclusivamente in dollari, e la crisi energetica che seguì a quel conflitto contribuì a modificare profondamente gli equilibri economici tra Europa e Stati Uniti.
In questo contesto si inserisce quanto affermato dal commentatore politico ex-sostenitore di Trump, Tucker Carlson, secondo il quale alcuni attacchi contro infrastrutture petrolifere attribuiti all’Iran potrebbero essere stati il risultato di operazioni clandestine riconducibili ad agenti del Mossad. Teheran ha preso le distanze da diversi sabotaggi contro impianti energetici, negando ogni coinvolgimento diretto.
Ma c’è anche un’altra possibile conseguenza strategica della guerra. Secondo il filosofo e analista politico Andrea Zhok, l’attacco contro l’Iran rischia di produrre un effetto paradossale: rafforzare proprio quelle componenti più radicali del sistema politico iraniano che l’Occidente dichiara di voler indebolire: di fronte a una minaccia esterna percepita come esistenziale, le società tendono a ricompattarsi attorno alle proprie istituzioni e alle proprie strutture di potere. In altre parole, un conflitto aperto rischia di consolidare l’assetto politico interno dell’Iran, tant’è che l’esito più probabile di questo nuovo fronte di guerra è il c.d. “impaludamento“. Ed è proprio per questo che il controllo dei mercati energetici continua a rappresentare uno degli elementi centrali della competizione geopolitica globale.
Esiste poi un’altra dimensione strategica della crisi. Negli ultimi anni la Russia ha rafforzato la propria cooperazione energetica con la Cina, vendendo petrolio e gas a prezzi particolarmente competitivi. Per Washington, questa convergenza tra Mosca e Pechino rappresenta uno dei principali problemi strategici del nuovo equilibrio mondiale, per cui un aumento generale dei prezzi energetici non può che ridurre anche il vantaggio competitivo della Cina derivante dall’accesso a energia russa fin ora a basso costo. Ma la conseguenza geopolitica più importante riguarda l’Asia, dove il vero teatro strategico della competizione tra Stati Uniti e Cina rimane Taiwan. Se Washington restasse intrappolata in un conflitto lungo in Medio Oriente, la capacità americana di concentrare risorse militari nel Pacifico non potrà che ridursi. Questo crea una finestra strategica favorevole per Pechino: non necessariamente per un’invasione immediata dell’isola, ma per strategie più graduali come un blocco navale o una pressione militare crescente nello Stretto di Taiwan.
In questo scenario, la guerra con l’Iran è uno dei fronti di una competizione globale molto più ampia. Una competizione che riguarda non soltanto il Medio Oriente, ma l’intero equilibrio del sistema internazionale costruito a Bretton Woods. Ed è forse proprio questo il punto più delicato della crisi attuale, perché se il sistema dei petrodollari e la centralità del dollaro dovessero entrare realmente in discussione, le conseguenze non riguarderebbero soltanto la politica estera americana, ma l’architettura stessa dell’economia globale. La guerra con l’Iran, come quella in Ucraina, non è solo una crisi locale , ma uno dei sintomi del cambiamento di un ordine internazionale che sta lentamente arrivando alla fine del suo ciclo storico.











