Dicembre 12, 2025
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Le “analisi con intervista” di P&F e Startup Fixing: GP2 Srl

GP2 Srl è una startup che opera nel settore delle infrastrutture e sviluppa soluzioni avanzate per la loro sicurezza e controllo. Il mercato di riferimento in Italia è molto ampio: più di 1,5 milioni di ponti, la cui sicurezza è tutta da verificare.

Intervista di Carlo Mauri e Alberto Villa

In occasione dell’investimento in una startup, gli investitori sono chiamati a valutare positivamente, in un’ottica fortemente speculativa, il business plan di una nuova azienda e ad investire su di essa, diventando così soci (Equity Crowdfunding), oppure prestando del denaro ai soci promotori, ad un tasso di interesse molto conveniente, diventando così dei finanziatori (Lending Crowdfunding). Entrambe le possibilità, in ogni caso, comportano una informazione finanziaria puntuale e prudente che i fondatori devono fornire agli investitori, cui va riservata la più ampia tutela allorquando si avvicinano alle piattaforme di Crowdfunding, dove il taglio medio dell’investimento è abbastanza accessibile a tutti e dove si può reperire una documentazione che generalmente dà molta enfasi alla potenziale crescita prospettica del valore dell’azienda. Con il modello di analisi e valutazione denominato “Startup Fixing”, gli investitori hanno uno strumento con cui effettuare delle comparazioni tra le varie proposte di Crowdfunding presenti nelle piattaforme autorizzate, e individuare il livello di credibilità del modello di business prospettato dai promotori di una startup.

L’azienda GP2 Srl è una startup che opera nel settore delle infrastrutture sviluppando soluzioni avanzate e tecnologiche per la loro sicurezza e controllo. Le infrastrutture, in Italia, oggi vivono un congenito stato di ammaloramento, aggravato dalla mancanza di un sistema di controllo adeguato e disciplinato a tutti i livelli e durante tutto l’arco di vita dell’infrastruttura. Infatti, il pericolo di crolli e danneggiamenti di infrastrutture, anche non necessariamente complesse, è confermato da gravi eventi che hanno segnato la storia di persone, luoghi e città, e comporta rischi diretti agli utenti che ne usufruiscono. In questo ambito nasce GP2, che ha come core business quello di ricercare, progettare e sviluppare processi, sistemi e impianti finalizzati all’identificazione, alla classificazione e, soprattutto, al monitoraggio della sicurezza di infrastrutture quali ponti, gallerie, immobili e strutture di protezione, tramite l’impiego delle più moderne tecnologie digitali.

Il mercato di riferimento, in Italia, è molto ampio, dal momento che nel nostro territorio nazionale esistono più di 1,5 milioni di ponti, solo per fare un esempio. Oltre a questo, il modello di valutazione Startup Fixing (vedi schede tecniche nelle foto sotto) individua un buon livello di credibilità generale del business plan e attribuisce all’azienda un rating sintetico di 4 stelle su 5, in quanto il rapporto tra rischio specifico e rischio generale del settore è pari a 9,9, sensibilmente superiore al benchmark di riferimento, previsto per le aziende in fase di startup, pari a 4. Anche il rendimento teorico*, ricavato dal modello in base alle informazioni fornite dall’azienda, è superiore alle aspettative di settore.

P&F ha intervistato l’ing. Paride Gregorini, responsabile R&D e della area commerciale di GP2.

Qual è l’organigramma attuale di GP2?
Oggi in azienda sono presenti tre funzioni principali, più alcune risorse in outsourcing. L’ing. Gianni Peluchetti è amministratore e direttore tecnico responsabile dello sviluppo dei sistemi e dei progetti, mentre il sottoscritto (ing. Paride Gregorini, ndr) è responsabile della ricerca e sviluppo e della area commerciale e sistema qualità. Poi è presente una segreteria amministrativa (funzione sviluppata dalla società partecipante SISPA Quality), e alcuni tecnici ed organizzazioni esterne per attività specifiche quali sviluppo software prove in campo e di laboratorio, etc.

Chi tra i fondatori ha avuto il ruolo di primo impulso?
L’ideazione del progetto ha preso parte dalle competenze dell’ing. Peluchetti in campo tecnico del monitoraggio delle infrastrutture, e me per quanto riguarda le competenze in campo organizzativo-gestionale.

In considerazione del particolare momento storico mondiale, quali sono le strategie che pensate di mettere in atto per farvi conoscere dai big internazionali del settore?
Le strategie per portare GP2 sul mercato sono diverse. Dai contatti diretti con possibili player del settore quali concessionari autostradali, enti ed amministrazioni pubbliche e aziende private, alla presenza sui social (Linkedin in particolare) e sui media, dalle partecipazione ad associazioni (Confindustria Brescia Club delle Startup) per finire al lavoro di intercettazione delle agevolazioni e finanziamenti del piano PNRR che verranno messi in campo sul tema dell’aggiornamento e monitoraggio del parco infrastrutturale nazionale (ponti, gallerie, scuole, edifici, etc.)

In tema di exit strategy, prevedete una possibile IPO in Borsa?
Al momento siamo ancora piuttosto lontani da un progetto di quotazione, che potrebbe essere uno degli obiettivi. Al momento abbiamo in essere una campagna di equity crowdfunding, momentaneamente conclusa sa dopo un primo round non all’altezza delle aspettative, e stiamo comunque valutando possibili partnership con strutture che, oltre ad apportare mezzi finanziari, possano facilitare lo sviluppo tecnico commerciale di GP2.

Avete partecipato a bandi sul tema dell’innovazione?
Il nostro livello di innovazione è stato riconosciuto a livello nazionale, attraverso l’ammissione al bando Brevetti+ di Invitalia (contributo pari a 32.488 €) e al Voucher 3i di Invitalia per la presentazione ed estensione di brevetti (contributo pari a 23.600 €). Abbiamo avuto anche un riconoscimento dalla Regione Lombardia, con la ammissione al bando Brevetti 2021 (contributo pari a 11.360 €) ed al bando Archè 2020 (contributo pari a 51.521,63 €). Siamo stati scelti tra le 80 finaliste, su circa 200 partecipanti, al premio Connext 2021 di Confindustria, e a livello tecnico abbiamo ottenuto un brevetto nazionale del nostro sistema ICES (Infrastructural Control Electronic System). Infine, abbiamo depositato e sono in fase istruttoria altre quattro domande di brevetto, di cui una richiesta di estensione europea.

 

*DISCLAIMER
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ProjectBi Srl, proprietaria del marchio e del software Startup Fixing, e l’editore di Patrimoni & Finanza non si assumono alcuna responsabilità relativamente all’accuratezza e alla completezza delle informazioni economiche e patrimoniali fornite dai responsabili della Società esaminate, essendo loro responsabilità fornire dati veritieri al pubblico indistinto e al mercato.
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Giappone vs Cina: in posizioni contrarie, ma non troppo

Il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge tutte le economie mondiali. Guardinga la BoJ, pronta ad ulteriori tagli la PBoC.

Da circa un anno, e cioè da quando il governo cinese è entrato più volte “a gamba tesa” su alcune aziende del mercato azionario – attraverso restrizioni regolamentari imposte ad alcuni listini specifici – l’attenzione degli analisti specializzati sui mercati asiatici si è spostata sul Giappone e sui suoi fondamentali ritenuti più promettenti. Di conseguenza, diverse società di gestione hanno alleggerito l’esposizione sull’azionario cinese e appesantito quella in azioni giapponesi. Pertanto, il confronto tra i due giganti asiatici è ancora di grande attualità, soprattutto in questo periodo in cui il dibattito sui tassi di interesse coinvolge quasi tutte le economie mondiali.

Durante la scorsa settimana, i rendimenti del mercato azionario giapponese sono stati negativi, con l’indice Nikkei 225 in calo del 2,14% e il più ampio indice TOPIX in calo del 2,62%. A causa delle nuove infezioni da coronavirus record a livello nazionale, il governo ha posto Tokyo e altre 12 prefetture in uno stato di quasi emergenza, che ha pesato sul sentiment generale di mercato. In questo contesto, il rendimento del titolo di Stato giapponese a 10 anni è sceso allo 0,13%, dallo 0,15% alla fine della settimana precedente, mentre lo yen si è rafforzato a circa 113,96 JPY contro il dollaro USA, dai 114,22 JPY della settimana precedente.

La banca centrale del Giappone (BoJ) mantiene un atteggiamento da colomba, spostando il punto di vista sul rischio di inflazione e conservando la sua posizione accomodante nella riunione di politica monetaria di gennaio. Di conseguenza, La Bank of Japan ha tenuto invariati i tassi di interesse a breve e a lungo termine ed ha affermato che proseguirà con l’allentamento monetario quantitativo e qualitativo per il controllo della curva dei rendimenti, con l’obiettivo di raggiungere la sostanziale stabilità dei prezzi al 2% di inflazione, e che non esiterà adottare ulteriori misure di allentamento, se necessario.

La BoJ ha aggiornato le sue previsioni di crescita economica per l’anno fiscale 2022, prevedendo un’espansione del prodotto interno lordo (PIL) anno su anno in termini reali del 3,8% (rispetto all’espansione del 2,9% prevista nell’ottobre 2021), grazie principalmente al contraccolpo delle misure economiche del governo e ad una ripresa della produzione per adeguarsi alla domanda. La BoJ ha anche aggiornato le sue previsioni per l’indice dei prezzi al consumo (CPI) nell’esercizio 2022 all’1,1% (dallo 0,9% previsto per ottobre), riflettendo un aumento dei prezzi delle materie prime e il trasferimento di tale aumento sui prezzi al consumo.

I dati economici separati hanno evidenziato che le esportazioni sono aumentate del 17,5% su base annua a dicembre, spinte dall’allentamento dei colli di bottiglia dell’offerta verso la fine del 2021. Le importazioni sono aumentate del 41,1% su base annua nello stesso periodo, grazie all’aumento dei costi delle materie prime e a uno yen più debole. Il primo ministro Fumio Kishida (nella foto) ha sottolineato che la ripresa economica del Giappone sarà guidata dalla digitalizzazione e dagli investimenti in tecnologia verde e capitale umano. La chiave per la digitalizzazione è l’investimento nelle infrastrutture, e l’uso della fibra ottica è molto più veloce e ha vantaggi in termini di riduzione dell’elettricità.

I mercati cinesi, in posizione ostinatamente contraria al resto del mondo occidentale – la Cina ed il suo modello economico ormai fanno storia a sé – hanno registrato un guadagno settimanale, poiché il governo ha intensificato le misure di allentamento monetario e ha segnalato un ulteriore supporto per il settore immobiliare assediato dai fallimenti. L’indice Shanghai Composite è salito dello 0,1% e l’indice CSI 300 ha guadagnato l’1,1%. Lunedì scorso, la People’s Bank of China (PBOC) ha inaspettatamente ridotto di 10 punti base il tasso di interesse sui prestiti a medio termine (MLF) a un anno ad alcune istituzioni finanziarie, portandolo al 2,85%, la prima riduzione della banca centrale dall’aprile 2020. In risposta, le banche cinesi hanno tagliato i tassi di prestito privilegiati per i prestiti a uno e cinque anni. A seguito di questo taglio dei tassi, il vice governatore della PBOC Liu Guoqiang ha affermato che la Cina lancerà ulteriori misure politiche per stabilizzare l’economia e prevenire le pressioni al ribasso. I suoi commenti hanno innescato un rally dei titoli di stato cinesi, portando il rendimento del titolo sovrano a 10 anni al 2,736% dal 2,809% della scorsa settimana.

Nel frattempo, la pressione normativa sul settore tecnologico cinese è continuata fino al punto che la società ByteDance, proprietaria del celebre social TikTok, ha comunicato che stava sciogliendo il suo team di investimento strategico a livello di gruppo. L’agenzia di pianificazione statale cinese, la Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma, ha pubblicato un documento politico contenente opinioni contro i monopoli, contro la concorrenza sleale e i problemi relativi ai dati degli utenti nelle società di piattaforme online.

Secondo i dati più recenti, il prodotto interno lordo cinese è cresciuto del 4%, un risultato migliore del previsto nel quarto trimestre del 2021, rallentando però rispetto al ritmo di espansione del 4,9% del terzo trimestre. I dati suggeriscono un peggioramento delle pressioni al ribasso, soprattutto nei consumi e nell’andamento degli immobili, anche se gli investimenti in infrastrutture hanno mostrato un certo miglioramento. Lo yuan ha chiuso la settimana stabile a 6,34 per dollaro USA, dopo essere salita al livello più alto da maggio 2018 all’inizio della settimana. Alcuni analisti hanno attribuito la recente forza della valuta cinese agli afflussi degli investitori obbligazionari, che si stanno posizionando in vista di ulteriori tagli dei tassi.

Le due Italie alla prova del Recovery Plan. Saverio Romano: c’è una “Questione Infrastrutturale” da risolvere

A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione d’Italia, il Meridione continua ad essere la Cenerentola del Paese e di tutta Europa. Il differenziale dei  prezzi al mq e l’assenza di infrastrutture fondamentali segnano una linea di confine tra due facce dello stesso Paese. Saverio Romano: “La Questione Meridionale è soprattutto una Questione Infrastrutturale”.

In Italia esiste un confine che divide in due il Paese. Si tratta di un confine “invisibile”, non segnato nella cartina geografica, ma piuttosto evidente per chi si muove da una regione all’altra. A distanza di 160 anni dalla c.d. Unificazione,  infatti, esistono ancora due Italie. La prima, quella che va dal Piemonte al Lazio, gode di buone infrastrutture e di un tessuto industriale ben sviluppato, insieme ad una mentalità imprenditoriale che si trasmette di generazione in generazione. La seconda, dal Lazio in giù, con infrastrutture fatiscenti – o addirittura inesistenti – ed una economia perennemente “assistita” che lascia in eredità ai più giovani, anno dopo anno, la consapevolezza di dover lasciare il territorio (sempre più spesso all’estero) per trovare una condizione di vita dignitosa.

Il Sud Italia, in realtà, è una opportunità che rimane lì ad aspettare che qualcuno la colga. E’ una promessa mai mantenuta, un’aspettativa costantemente disattesa, una “donna troppo bella per essere chiesta in moglie”. Eppure, le risorse e la vocazione turistica di gran parte del Sud, se beneficiassero di un (notevole) potenziamento delle infrastrutture, consentirebbero al PIL nazionale di aumentare senza ulteriori aiuti esterni, in totale autonomia.

C’è da dire che il confine economico del “regno delle due Italie” è segnato da numerosi indicatori; uno di questi è quello immobiliare, che da sempre indica lo stato di salute di un territorio e la sua attrattività. I prezzi del mercato immobiliare, infatti, variano a seconda che ci si trovi nelle grandi città, medie e piccole città, piccoli centri e zone più interne. In particolare, il differenziale delle quotazioni, a parità di territorio, può dare l’idea sulla capacità di “attrazione” di una determinata economia territoriale rispetto ad un’altra, e generalmente, in un paese dove le opportunità di crescita sono distribuite in maniera omogenea, questo differenziale è contenuto  all’interno di una “forbice” massima di circa 10 punti (tra +5% e -5%). Se tali parametri di analisi – insieme a molti altri, di uguale importanza – dovessero presentare un differenziale più ampio di quello considerato “fisiologico”, testimonierebbero la presenza di un problema per l’economia dell’intero paese. Se poi, storicamente, tali differenziali dovessero persistere per più di un decennio, non si può più parlare di semplice “congiuntura”, ma di una precisa volontà politica che si protrae nel tempo, a cascata, attraverso le generazioni, diventando vera e propria “eredità” da accettare senza poter godere neanche del beneficio di inventario.

A mero titolo di esempio, la Liguria (2.451 euro/mq) si conferma il territorio più caro, seguita da Trentino-Alto Adige (2.449 euro/mq) e Valle d’Aosta (2.404 euro/mq), e si contrappongono alle quotazioni presenti in Sicilia (1.041 euro/mq), Molise (909 euro/mq) e Calabria (902 euro/mq). Mediamente, pertanto, i prezzi delle seconde tre regioni sono più bassi di circa il 55% delle prime tre. Se passiamo alle singole città, poi, il divario diventa ancora più sensibile: Venezia (4.441 euro/mq), Milano (4.000 euro/mq), Firenze (3.980 euro/mq) e Bolzano (3.697 euro/mq) sono le province più care d’Italia, mentre Palermo (1.342/mq), Ragusa (799 euro/mq), Caltanissetta (778 euro/mq) e Isernia (753 euro/mq) le più economiche, generando mediamente, a parità di abitanti, un differenziale medio del 65% tra le città del Nord e quelle del Sud (con la sola eccezione di Napoli, dove il differenziale a parità di caratteristiche si riduce drasticamente al 31%).

Tale minore attrattività del mercato immobiliare, naturalmente, è solo uno dei sintomi dell’enorme divario economico esistente tra le due Italie, che sarebbe possibile colmare – o ridurre, a voler essere più realisti – grazie al contributo di progetti di spesa pubblica più efficienti e mirati, che privilegino gli investimenti in infrastrutture invece degli inutili finanziamenti a pioggia. La bozza di ripartizione dei fondi del Recovery Plan, poi, ha acceso diversi dibattiti in relazione alla opportunità che il più grande intervento economico-finanziario della storia dopo il Piano Marshall sarebbe in grado di assicurare anche al Meridione d’Italia. Secondo Diego Bivona, Presidente di Confindustria Siracusa, “Non sappiamo se in futuro si presenterà un’altra opportunità come questa per sciogliere i nodi del Mezzogiorno che è, come è noto, fondamentale per far ripartire il Paese intero. E’ necessaria una grande mobilitazione dell’intera società civile, dobbiamo essere artefici e protagonisti del nostro futuro, determinando cosa è meglio in tema di infrastrutture, di sviluppo industriale e soprattutto in tema di riforme: non possiamo far decidere chi negli anni ’60 scelse di fermare l’autostrada A1 a Napoli o chi come oggi ha stabilito che l’Alta Velocità è un privilegio non per tutti al Sud”.

Saverio Romano, già  Ministro delle politiche agricole alimentari e forestali nel Governo Berlusconi IV e deputato dal 2001 al 2018, ha recentemente affermato che “Senza infrastrutture il Sud è condannato alla miseria. E Draghi sa bene che per far crescere il PIL italiano non potrà più essere ritardata l’assunzione dell’impegno, che è sempre stato anche il mio, di rendere sempre meno pesante il gap che divide il Mezzogiorno dal resto dell’Italia. E per raggiungere questo obiettivo l’elemento decisivo è quello della infrastrutturazione materiale e immateriale delle regioni del Sud”. “Insisto su questo tema – prosegue Saverio Romano – perché dati, analisi, esperienza politica e conoscenza dei meccanismi politici ed economici mi portano su questa linea: senza infrastrutture il nostro territorio non ha alcuna speranza. Chi investe ha necessità di reti digitali, di strade, autostrade, ferrovie, porti efficienti e funzionali. Il trasporto delle merci, i collegamenti per il turismo e i servizi, non possono prescindere da un livello alto di opere infrastrutturali”. “L’obiettivo – conclude Romano – è il riequilibrio socio-economico delle aree del Sud, e la riduzione della distanza dai valori medi infrastrutturali europei che sono quelli in base ai quali i grandi investitori decidono dove investire, creando occupazione e sviluppo. È per questo che la questione meridionale di oggi è essenzialmente una questione infrastrutturale. Da questo dipende qualsiasi ipotesi di riscatto della nostra terra, contro ogni visione assistenzialistica e di mera rivendicazione”. (ac) 

Italia, un Recovery Plan “radical chic”: il 38% degli stanziamenti alla rivoluzione verde, solo il 4,5% agli ospedali

Davvero sorprendente il criterio di ripartizione dei 196 miliardi destinati all’Italia dall’Unione Europea nell’ambito del c.d. Recovery Plan. L’esperienza della pandemia ed il triste bilancio di morti, evidentemente, non hanno insegnato nulla.

Di Massimo Bonaventura

Il problema era soltanto quello di rimanere in casa per via dell’emergenza sanitaria? A giudicare dalla distribuzione dei miliardi del Recovery Plan, sembrerebbe di no. Infatti, il dibattito tra le forze politiche di maggioranza sui miliardi da spendere nel nostro Paese, e le scelte che sembrano essere scaturite, non cessano di riservare sorprese in quanto ad assenza di lungimiranza ed a prevalenza di interessi di bottega, che faranno di questo immenso “Piano Marshall” del terzo millennio un inefficace minestrone di misure economiche in salsa radical chic.

Ma andiamo con ordine. I 196 miliardi del Recovery Plan destinati all’Italia pioveranno su alcuni settori che, in teoria, sono tutti altamente strategici per il futuro di ogni paese: dalla digitalizzazione e innovazione alla “rivoluzione verde e transizione ecologica”, dal settore “infrastrutture per una mobilità sostenibile” al capitolo “istruzione e ricerca“, dalla “inclusione sociale” alla “salute”. Sulla carta, insomma, sei settori fondamentali, a ciascuno dei quali verrà assegnato un budget dei fondi previsti dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza – il Recovery Plan italiano – la cui bozza è all’esame del Consiglio dei Ministri e, una volta completata e approvata, sarà poi trasmessa alla Commissione Europea.

Relativamente alla digitalizzazione, a cui andranno 48,7 miliardi, emerge in tutta la sua grandezza quella della Giustizia, in relazione alla quale tutti i processi, civili e penali, dovranno passare dalla carta al computer. E’ previsto anche un aumento del numero dei giudici e del personale amministrativo, ed una profonda trasformazione del contenzioso civile, che si svolgerà con un solo rito (anziché i tre attuali) e darà maggiore spazio alla conciliazione.

Pertanto, sembra che si parta con il piede giusto, ma quando si arriva ai programmi relativi al rito penale si cambia rapidamente idea. Infatti, è previsto che i tre gradi di giudizio dovranno rispettare una durata massima per ogni step: tre anni in primo grado, due in appello, uno e mezzo in Cassazione. In totale, quindi, saranno “al massimo” 6 anni e mezzo: una vita, come adesso, con buona pace della certezza del Diritto; ed è quasi comico assistere al compiacimento delle Istituzioni che si accompagna a questa “grande novità”. Certo, la scure sui tempi di prescrizione dovrebbe restituire maggiore affidamento a chi vuol far valere le proprie ragioni in un tribunale, ma non si comprende per quale motivo non si debba investire nell’aumento adeguato del numero dei magistrati – che dovrebbero essere pari ad almeno il doppio degli attuali 11.000, meglio ancora il triplo – invece di tentare di accorciare i passaggi amministrativi senza ridurre gli anni di durata del processo. Del resto, il programma di spesa dei miliardi previsti dal Piano non sembrano prevedere nulla riguardo ad un capitolo fondamentale per la Giustizia italiana, e cioè quello della formazione di nuovi giudici, e questo la dice lunga sulle reali intenzioni di spesa: solo un cambiamento di facciata, una cosa “all’italiana”, insomma.

La “regina” del Recovery Plan in salsa radical chic è la “rivoluzione verde”, a cui vengono assegnati  ben 74,3 miliardi per le risorse idriche, la mobilità, l’economia circolare e la riqualificazione degli edifici, seguita dalle infrastrutture: alta velocità e manutenzione stradale (totale per 27,7 miliardi). L’intento è lodevole e gli obiettivi assolutamente di valore, ma sorprende l’enorme errore di valutazione – per non dire altro – alla base dell’assegnazione dei fondi: il settore delle infrastrutture offre opportunità di crescita occupazionale immediata e strutturale almeno pari (se non superiori) a quelle previste dalla c.d. rivoluzione verde, alla quale viene assegnata una cifra-monstre quasi tripla rispetto al settore infrastrutture, pur non avendo uguale ricaduta occupazionale nel breve periodo.

Infatti, la variabile più importante, come dichiarato nello stesso Piano, è l’effetto moltiplicativo degli investimenti pubblici, il quale aumenta all’aumentare dell’occupazione, e la sua velocità di propagazione nel breve periodo – che è ciò che serve oggi alla nostra economia – dipende dalla rapidità di messa in opera delle opere. Ebbene, non è un mistero che il settore delle infrastrutture, nel breve periodo, gioca un ruolo importante grazie alla consolidata prassi di apertura dei cantieri i quali, in relazione alla Alta Velocità ed alla manutenzione stradale, assicurerebbero una ricaduta occupazionale pressoché immediata (da 3 a 6 mesi, contro i 12-24 mesi della Mobilità, per esempio).

La vera e propria “perla” del Recovery Plan all’italiana va, comunque, alla fantasia dei governanti “radical”. Infatti, ci vuole grande fantasia per destinare 4,2 miliardi di euro alla c.d. Parità di Genere, obiettivo che nasce dalla più grande bugia che un coacervo di grandi interessi sta lentamente cercando di far prevalere sul buon senso: il concetto di “gender gap”, ossia il minor  tasso di occupazione femminile – che è un fatto vero – combinato con la minore retribuzione riservata alle donne nel mondo del lavoro – che è falso come una banconota da due euro. La strumentale concezione del gender gap promossa dai media accomodanti verso le istanze di certa parte della politica nazionale, infatti, utilizza come parametro di riferimento il minor reddito totale prodotto da TUTTE le donne italiane rispetto a quello prodotto da TUTTI gli uomini, facendo intendere così che le donne, prese singolarmente, vengano pagate meno degli uomini. Ci vuol poco a capire che si tratti di un falso tanto odioso quanto abominevole, dal momento che le leggi del nostro Ordinamento, a partire dalla nostra Costituzione, vietano la disparità di trattamento retributivo tra uomo e donna e, peraltro, vengono rigidamente osservate sia nel settore pubblico che in quello privato.

Eppure, con il Recovery Plan ed il suo bagaglio di miliardi a pioggia, si vuole favorire il raggiungimento della parità – che è cosa diversa dalle pari opportunità – in barba alla Meritocrazia, promuovendo l’occupazione femminile e riformando le politiche del lavoro per i giovani; tutto ciò al fine di far salire artificiosamente la percentuale di impiego femminile – oggi pari al 50,1% – a parità di posti di lavoro disponibili. Ciò significa che i giovani uomini italiani, grazie al Recovery Plan in salsa radical chic, saranno sfavoriti in futuro proprio in termini di opportunità lavorative, tanto più che si pensa anche di istituire un Sistema nazionale di certificazione sulla parità di genere per le imprese. In pratica, essere donna, in Italia, grazie a questo Recovery Plan ed al suo carico di miliardi equivarrà appartenere ad una c.d. Categoria Protetta, alla faccia dell’art. 3 della Costituzione.

Riserviamo per ultimo, poi, lo stanziamento previsto per la Sanità e gli ospedali, che sarà pari a 9 miliardi. Contro ogni logica, dopo aver imparato sulla nostra pelle che nel nostro Paese il sistema sanitario, vessato da decenni di continui tagli, è passato dall’essere un vanto del nostro sistema sociale all’essere una vergogna nazionale, e che tale stato di cose ha causato un aumento esponenziale del tasso di mortalità per via della pandemia e dello scarso numero di posti nelle terapie intensive, la maggioranza decide di destinare al settore non il 30-40% delle risorse, ma un misero 4,6%. E’ vero che, fino ad oggi, la spesa pubblica per la Sanità ha destinato dall’inizio dell’emergenza circa 12 miliardi di risorse finanziarie, ma la somma di questa cifra con quella destinata dai fondi europei è comunque pari ad un risicato 10%, nonostante a fine pandemia – terza ondata permettendo – il numero complessivo di morti italiani per Covid non sarà inferiore a 90.000.

Sui 9 miliardi previsti, peraltro, soltanto 4,8 sono destinati all’assistenza domiciliare e alla telemedicina, che hanno dimostrato, in tempo di pandemia, quanto siano efficaci per poter seguire i malati a casa.

Unica annotazione positiva, i 19,2 miliardi di euro di investimenti previsti per la modernizzazione dell’edilizia scolastica e la cablatura di tutti gli edifici, l’innovazione dell’istruzione universitaria in senso digitale, l’aumento delle borse di studio per gli studenti meritevoli o svantaggiati e l’estensione della “no tax area” per le famiglie a basso reddito.  Ma è ben poca cosa, viste le incredibili disparità adottate nelle decisioni di spesa in tutti gli altri settori.